A Paola e Ricarda, spose

Cara Paola, cara Ricarda (anche se tu, Ricarda, forse non ti ricordi di me),

ho sempre pensato che non è un atto formale a rendere vero l’amore. E semmai, quell’atto, ha un valore per lo più materiale. Tutto ciò che, in una parola sola, può riassumersi in “diritti”.

Dico questo perché la benedizione del vostro legame prescinde da firme e scartoffie. Ciò che rende possibile quello che siete, siete voi due. È in ciò che risiede il miracolo della vita, nonostante le parole dei signori grigi che vanno contro il vostro sogno, contro il destino che ci accomuna.

Tutto il resto, perciò, è giurisprudenza. Oppure, se vogliamo essere romantici, la ciliegina sulla torta. Nuziale, nel vostro caso.

Ma io credo pure ai simboli, che non portano il pane a tavola e non porgono le garze sulle ferite. Ma disegnano l’anima e i pensieri. E con i pensieri si cambia il mondo. Per questo penso che il vostro matrimonio non sia solo un atto legale, per quanto legittimato già nel suo essere dal sentimento che lo nutre e che lo rende imprescindibilmente giusto.

La vostra scelta diventa simbolo di una libertà che deve essere prerogativa di tutte e di tutti. La libertà di chi, gay o lesbica, vuole essere come la maggioranza delle persone. La libertà di chi, eterosessuale, sa di poter vivere in un paese più giusto. La libertà di chi decide di non sposarsi, in un novero di scelte tutte a portata di mano.

La vostra unione è sacra, perché esiste. È lecita perché prevista dalle cose del mondo. Chi non comprende questo non capisce l’amore e non conosce la vita. Mi sembra che voi, al contrario, abbiate imboccato la strada giusta.

Vi abbraccio come se foste qui, con ogni augurio di felicità per tutto ciò che già siete e che potrete ancora essere. Insieme.

Caro Buttiglione, caro Giovanardi, io, gay, vi abbraccio con tutto il mio amore

Roma, 30 aprile 2011

Ho aspettato a lungo a scrivere questa lettera, aperta a voi e a chiunque volesse leggerla. Ho aspettato non tanto per placare l’ira che è scaturita dalle vostre affermazioni degli ultimi giorni – affermazioni che prendono di mira, in modo poco onesto, le nostre famiglie (mi rivolgo a lei, Giovanardi) e il nostro vivere dentro la società e del nostro lavoro (e qui il riferimento è a lei, Buttiglione) – ma per trovare le parole più adatte, quelle più vere, lontane da ogni livore e vicine al concetto di verità. Una verità che è soggettiva, visto che che vi parlo di me, del mio vissuto, ma che non stento a credere sia condivisibile da molti, a prescindere da ogni orientamento sessuale e dall’esempio di ognuno.

Sento troppo spesso la parola “famiglia” nei vostri discorsi. E la cosa, lo dico duramente, lo so, ma con altrettanta pacatezza, mi amareggia. E non perché siete voi a parlarne – perché ognuno ha il diritto di pensarla come vuole, assumendosi la responsabilità del ridicolo di cui si copre – ma perché mi rendo conto che non sapete di cosa parlate quando proferite le vostre “verità”.

Sono tornato a casa, per le festività pasquali, e ho raggiunto i miei genitori. Sono gay e ho un profondo senso della famiglia. Il mio modello è quello che ho imparato da mio padre e da mia madre. Forse un modello non perfetto – siamo tutti umani! – ma è quello in cui sono cresciuto, in cui mi sono formato come individuo e come cittadino. Di quel modello ho accettato, come accade a chiunque, gli aspetti in cui mi ritrovavo, criticandone altri, da cui ho preso le distanze, sempre nel rispetto dell’amore che mi lega ai miei cari.

Vedo i miei genitori invecchiare, perché il tempo è inesorabile. Ho visto mio padre sempre più silenzioso e mia madre piangere, quando io e mia sorella siamo andati via, per ritornare al nostro lavoro – io nella capitale, lei, siciliana come me, in un nord ad alta densità leghista – perché la sua casa sarebbe ritornata vuota.

Io e mia sorella non siamo andati via per capriccio o per celia, ma perché al sud non si lavora: cioè, per non morire. Civilmente, s’intende.

E perché nella scuola – dove siamo impiegati con contratti sempre più precari – in Sicilia, se sei giovane e non hai la fortuna di aver vissuto in tempi più benevoli, non c’è spazio. E allora si fugge. Non per chissà quale Hollywood italiana, o dentro qualche casa spiata da milioni di vostri elettori, ma per lavorare. Un lavoro che prevede tasse e, per noi single, nessuno sgravio fiscale. Un lavoro mal retribuito, che non tiene conto di anni di sacrifici prima sui libri, poi sui tram affollati alle sette del mattino e poi ancora degli sforzi per mandare avanti baracca e ufficio, nonostante i tagli degli ultimi quindici anni, avallati anche dalle vostre scelte politiche.

Con il mio lavoro pago le tasse per quegli ospedali che non vogliono il sangue di un gay, perché è passato il mito che il sangue di un omosessuale è naturalmente più infetto del sangue di tutti gli altri.

Pago le tasse per mandare a scuola quei figli di famiglie possibilmente omofobe, assieme a quelle solidali e vicine alla causa gay, senza aver la possibilità, a mia volta, di costruirmi una famiglia riconosciuta dallo Stato e senza avere la facoltà di adottare bambini bisognosi o di poterne avere naturalmente, con la maternità surrogata.

Questo dislivello del diritto è causato anche da voi, dalle vostre credenze, dalle vostre dichiarazioni, dal vostro voto contrario a qualsiasi tentativo di rendere la vita di gay, lesbiche e transessuali, meno violenta o semplicemente più bella.

Perché io potrei costruire una famiglia, con un altro uomo, adottare un bambino o procrearlo, circondarlo dell’amore mio e del mio eventuale partner – se abitassimo in Spagna, Canada, Sud Africa, Svezia e qualche altro paese civile, democratico e avanzato, potrei definirlo sposo – e di quello della mia famiglia di provenienza, sì anche di quella, e degli amici e degli affetti che mi circondano.

Come potreste vedere, se faceste lo sforzo di conoscermi, la mia vita, prima ancora di essere la vita di un gay, è una vita improntata sul concetto di umanità. Profonda, sentita, viva e, a volte, intrisa anche di sofferenza, perché il dolore è sempre l’ombra di tutte le gioie di cui siamo potenzialmente capaci.

Se le cose in questo paese andassero diversamente, io potrei avere una mia famiglia e stare accanto alla vecchiaia dei miei genitori. Potrei pagare le tasse per tutti, come già faccio, con la consapevolezza però, che per ora non c’è, che anche gli altri possano fare lo stesso per me e per ciò che rappresento. E questo non è un privilegio, ma il cardine di ogni democrazia: la condivisione responsabile di solidarietà  (in una sola parola: diritti) a parità di doveri. Questi ultimi ci sono tutti, per me. I primi, invece, mancano.

Se le cose in questo paese fossero diverse, potrei anche lavorare nella mia città, per arricchire la mia terra, la Sicilia, che soffre di una crisi di presenze mentali che, a sua volta, la depaupera a livello sociale ed economico.

E se le cose non vanno così è anche per vostra responsabilità, perché non c’ero io in parlamento quando la Moratti prima, la Gelmini poi, e l’onnipresente Tremonti sempre, decidevano di tagliare il mio futuro e quello delle persone che vorrebbero starmi accanto.

Le vostre scelte, in altre parole, hanno determinato la solitudine della mia famiglia di provenienza. E determinano, di conseguenza, l’impossibilità, a livello legale, di crearmi una mia famiglia la cui presenza nella società attuale arricchirebbe il contesto in cui sono immerso. Un esempio soltanto: non posso comprar casa perché, visti i prezzi, un mutuo sarebbe per me proibitivo. Potrei condividerlo solo con un compagno, ma poi ci sarebbero problemi di ordine legale sull’eredità, il possesso e tutte quelle conseguenze che stanno alla base di una convivenza che non può essere tutelata perché altri hanno scelto altrimenti.

Le vostre scelte, in pratica, impediscono a migliaia di famiglie di gay e lesbiche di rendere più dinamico il mercato immobiliare.

Come potete vedere, se la mia potenziale famiglia non è tale, a livello giuridico, non è per una sua (mai dimostrata) incapacità congenita, ma per l’ostilità della sub-cultura politica che vi ostinate a portare avanti, in nome di un Dio che, se esistesse, forse vi biasimerebbe.

Eppure, se aveste l’opportunità di accogliere il mio abbraccio, sapreste cosa si agita dentro il mio mondo e al di qua della mia pelle. Conoscereste il suono del battito, quando l’amore si concretizza. Sapreste il sapore delle lacrime di fronte alla delusione dei sogni che si frantumano. Sareste invasi dal tepore della mia tenerezza e dalle tempeste del mio smarrimento. Sareste accolti un una costellazione di umanità (singolare e plurale) che vi lascerebbe senza parole. Senza le vostre parole. Perché poi vi si chiederebbe, come successe a Giona, dove siete voi quando le stelle del mattino della speranza – mia e di tutti quelli come me, etero e gay poco importa – gioiscono in coro.

Allora concludo questa mia lettera, serena e tragica, ma non ancora senza speranza, quindi non disperata, con un abbraccio. Con tutto il mio amore. Quello che c’è stato e che se n’è andato, quello che c’è tutt’ora e quello che di sicuro ci sarà. Perché dentro quel sentimento di vita – vita!, non morte – c’è tutta la mia verità e su questa le vostre parole rimbalzano, ritornano a voi, si frantumano al cospetto dell’ipocrisia e dell’ignoranza.

E perché dentro questa verità le vostre si manifestano per quello che sono realmente: menzogne. Come sempre accade di fronte alle evidenze.

Per questo vi scrivo. Perché il mio amore riesce a comprendervi e se lo rifiutate, siete voi a non esserne capaci. Siete voi a non vedere ciò che succede, nonostante la violenza che mi (e ci) fate e che, proprio per la sua forza, riesce a sopravvivere e ad andare avanti, immerso tra sorrisi e infelicità. Perché è questo che ci rende umani. Che mi rende, profondamente e con ogni convinzione, un essere umano.

Cordialmente,

Dario Accolla

Se per Ratzinger la felicità dell’uomo è un pericolo…

Le recentissime dichiarazioni di Joseph Ratzinger – sarebbe ora di chiamare così sua santità, col suo nome di battesimo, giusto per sottolineare l’inconsistenza della sua presunta e di fatto ingiustificata autorità morale in quanto pontefice – rappresentano l’ennesimo attacco non solo contro la laicità della nostra società, ma anche contro il concetto stesso di democrazia.

Innanzi tutto per il contesto in cui le ha proferite, ovvero durante l’udienza al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Non una riflessione tra chierici, ma un’occasione ufficiale e di non poco conto in cui ha presentato un vero e proprio progetto politico.

In secondo luogo per i temi trattati e, soprattutto, in merito al come. Ratzinger lascia intuire, in modo mendace, che i paesi che esercitano pienamente le loro funzioni democratiche (ma questo, astutamente, evita di dirlo) minano la libertà religiosa. In questo ambito, tra l’altro, utilizza una tecnica tanto cara a quegli stessi autoritarismi che ha descritto come i mali assoluti del Novecento: cambiare il significato delle parole.

Libertà religiosa, per Ratzinger, si riduce a quella facoltà di inazione da parte dello Stato di fronte alle richieste, anche illegittime, della chiesa. L’attacco è, fattivamente, diretto alla nostra Costituzione che vieta che si possano finanziare scuole private con denaro pubblico. Ne consegue, perciò, che la chiesa, secondo il Vaticano, per essere pienamente libera deve essere al di sopra della nostra Carta Fondamentale. Ma questo, per diretta conseguenza, è un attacco alla nostra democrazia perché chi si pone al di sopra della legge, e dei principi che la regolano, diviene, poi, pericoloso per la libertà di tutti.

E la libertà di tutti, in cui rientra anche (ma non solo) anche la libertà dei credenti, nel rispetto di regole e di una visione inclusiva di ogni diversità (anche quella cattolica) è il principio cardine non solo della democrazia nella sua essenza più vera, ma anche della laicità. Questo evidentemente dà fastidio alla chiesa.

Tenuta democratica interna del paese, libertà personale, rispetto per la diversità e per le richieste che ne possono conseguire: questi i principi a cui attenta la gerarchia cattolica.

E non a caso si attacca la scuola pubblica, ancora unico luogo di confronto democratico di tipo interclassista e interculturale nonostante gli attacchi del nostro governo e di quelli precedenti.

Si attacca l’educazione civile, cioè il tentativo di formare futuri/e cittadini/e dentro un’ottica di condivisione di valori comuni (anche, ma non solo, e questo evidentemente disturba profondamente il nostro clero sempre più “iraniano”, religiosi).

Si attacca la libertà individuale nella sua forma più elementare e, lasciatemelo dire, sacra: quella che investe il diritto alla salute e che deve passare, di questi tempi, anche per l’educazione sessuale.

Mi chiedo quale autorevolezza, quale onestà intellettuale, quale credito si possa ancora dare a chi confonde il concetto di libertà con quello di catechismo. Concetto secondo il quale è una minaccia liberare le persone facendole vivere senza il fardello del senso di colpa e di sudditanza psicologica a cui sottoporre una sessualità consapevole e una visione della vita rispettosa delle differenze altrui: in una parola sola, la felicità altrui.

Questo, a mio parere, è semplicemente criminale.