Il sapore di un bacio che forse prima o poi verrà

world-kiss-dayNel mio personale concetto di trascurabile felicità, ci metto due o tre cosette. Anzi, forse pure qualcosa di più.
Tipo un balcone con i fiori.
O camminare scalzo sul parquet, in estate, con l’aria condizionata in una giornata di sole.
Andare a prendere il caffè, di pomeriggio, da una cara amica.
Sapere che ci sono, gli amici, e te lo dimostrano sempre.
Il profumo del mare e il suo colore, in lontananza, quando le onde si colorano di schiuma.
La promessa della pioggia in estate.
Le cicale lontane.
Farsi un regalo, ogni tanto (come quando quella volta ho preso un profumo che da solo mi pagava la rata del mutuo che non ho).
Immaginare la tua casa, un giorno, con i vasi bianchi e le piante a cui dai un nome.
Sapere che un giorno avrai un cane e un gatto, che saranno amici e che saranno i tuoi figli.
Lasciare dietro l’angolo, in quella porta socchiusa che è diventato il tuo cuore, il sapore di un bacio che forse prima o poi verrà.
Cucinare per le persone a cui vuoi bene.
Dare un nome alle tue emozioni.
Scrivere.
Riconoscere una canzone che lascia agitare tutti i tuoi globuli rossi.
Rileggere i libri che ti hanno fatto innamorare.
Ritrovarsi a provare tenerezza per gli sconosciuti.
Guardarti in faccia, a volte, e riconoscere di essere uno stronzo (e riprometterti che non lo farai più, anche se sai che lo rifarai e sai che per questo sei tremendamente umano).
Amarsi, incondizionatamente, anche se per qualche minuto.
Guardare in faccia i tuoi demoni e dire loro che anche no, adesso hanno decisamente rotto il cazzo.
Cantare un motivetto, sotto il sole, tenendo a bada l’angoscia e sapere che dentro di te, da qualche parte, hai la bacchetta magica per cui in un modo o nell’altro ce la farai. Perché hai deciso che non c’è alternativa a tutto questo.

Sera d’estate (e considerazioni sulla felicità)

Una sera d'estateMettiamola così: le lenzuola sono morbide e mi fanno pensare a chi, un questo mese di nomadismo, mi ospita (e mi ha ospitato) facendomi sentire a casa. E questo è un dono.
Fuori le cicale cantano, è una sera d’estate calda, placida, e c’è un silenzio tutto sommato benevolo. Tornando a casa, dal mare al tramonto, ho pure visto una fenice tra le nuvole e questo, invece, è di buon auspicio.
Ho sentito la mia famiglia, stanno bene, mi fanno sempre percepire la loro vicinanza e credo sia un altro dono da non sottovalutare.
Ho passato un weekend in compagnia delle mie amicizie più care e anche quelle più recenti, che mi hanno supportato nei miei momenti più “pubblici” e mi hanno “sopportato” nella mia biondaggine di sempre. A tutti/e loro: grazie!
Adesso sono a letto, la mia pelle è pure morbida, calda, e profuma di crema per il corpo. Non so se uscirò o starò ad ascoltare i miei pensieri, ma in momenti come questo mi affiora l’idea di avere davvero tutto ciò che mi serve per essere felice (ma non diciamolo troppo ad alta voce, che la sfiga è invidiosa).

P.S.: sì, lo so, manca l’uomo. Ma non è colpa mia se là fuori è popolato da stolti e qua dentro c’è un casino che levati.

Tutto il resto

Ogni tanto la vita ha il sapore delle cose dette da lontano e in quei momenti sei spaventosamente vicino a ciò che più c’è di vero in te.
Quando sai che le distanze, in quel punto segreto e vibrante della tua anima, non hanno nessun significato apparente.
Ogni tanto la vita ha lo stesso sapore di un venticello serale, che richiama l’autunno, i sogni inespressi, le aspirazioni, il tremare in solitudine, di quella felicità un po’ stramba che magari non ha tanto senso eppure dà un significato inesprimibile a ogni cosa.
Quel sapore che ti lascia abbracciare la quotidianità, che ti porta a chiamare le persone a cui vuoi bene, con cui parli delle cose che vorresti e di quelle che ti feriscono accidentalmente.
E ti lasci travolgere dai saluti notturni, dalle strade percorse su un motorino, dalla presenza rassicurante di chi sta lì per farti compagnia, senza mai giudicarti ma pronto a dirti, quando occorre, che magari anche basta con le solite cazzate. E tu sai che è così che deve essere.
Ogni tanto un sorriso spontaneo e le parole consuete rendono tutto meno pesante. Tra una sigaretta di troppo, un negroni proibito, le promesse che stasera non si fa tardi e basta bere che poi al risveglio sembriamo morti con una coscienza e il mal di testa.
Ogni tanto mettiamo sul tavolo il nostro dolore, le sconfitte, quella rabbia per chi non ha capito qual è la reale essenza con cui ci hanno impastato davvero.
Riusciamo a essere come stelle in un cosmo profondo, blu cielo, riusciamo ad essere una notte avvolgente, che protegge e include. Per questo dopo le labbra serrate e i porcatroia di rito lasciamo fluire tutto il resto. Perché è imprescindibile scegliere la vita, anche quando ci taglia, ci rompe le ossa e ci brucia la pelle. Dentro o fuori.
Sono grato alla mia vita per avermi dato la capacità di poter descrivere tutto ciò, anche se tutto è sempre molto confuso e inafferrabile. Mi lascia credere di rimanere aggrappato ai miei sogni, all’amore, alla voglia di continuare. Anche se a volte è difficile. Ma non vedo altra soluzione.

Dedico queste parole alle persone che stanno con me in questo percorso. E a quelle che ieri – cioè a Simone, Barbara, Sonia e Giada – mi hanno fatto ridere e sorridere. Di me. E di tutto il resto.

Compensazioni

Il rumore della quotidianità. La pioggia. La sensazione di trovarsi al sicuro. La voce delle tue amiche, dall’altra parte della casa. La morbidezza delle coperte, mentre le accarezzi. La luce, che illumina solo una parte della stanza. Il pensiero di tua madre, il suo abbraccio lontano, le sue malinconie. Il vuoto, sparso qua e là, dal di dentro. Le confidenze di chi ti vuol bene. I progetti di quella cena, appena arriva il pacco dalla Sicilia. L’ultima pagina di quel libro, difficile e doloroso, ma che hai voluto finire fino all’ultimo. Gli occhi giganti di un cagnolino innamorato. La nobiltà dei fulmini. Il colore del cielo, nei suoi occhi. E quello della notte, nella sua anima. L’orchidea sulla mensola. Il week end con la tua amica del cuore, lo stesso scontrino, il cappuccino in quel bar di periferia. Il viola, altrove. E il bianco, a casa tua.

A volte ti piovono addosso schegge di bellezza. E un po’ bruciano, tagliuzzano, e da quel sangue capisci che sei vivo.

E per il resto…

Credo che nessuno possa essere davvero felice fino in fondo.
E che ci sono delle isole di infelicità nel nostro animo.
E questo vale anche al contrario. Cioè, non si può essere sempre infelici.
Per compensare ritrovi sempre, nel tuo vagare, oasi di gioia.

Senza sangue

La disponibilità va bene.
Il sacrificio, dipende…
Il martirio, mai!

Dai discorsi con Frenky, davanti a una tazza di tè verde e una colazione tardiva.
Perché la gente, ci siamo poi detti, passa una vita intera a cercarsi, a tentare di trovarsi, ad abbattere la punizione di quegli dèi, poi definitivamente estinti, che ci tagliuzzarono in due, per farci capire l’importanza dell’uno. L’impronta del tutto.

Eppure pare che non abbiamo imparato la lezione.

Indispettiti, riteniamo un nostro diritto tornare allo stato primigenio. Ma poniamo fili spinati e mine antiuomo, tra noi e la felicità. Non riusciamo a trovare le parole, quando è necessario pronunciarle. Le usiamo a sproposito, quando è il momento di respirare. E basta.

Ci diamo la colpa del nostro bisogno di amore. E non riusciamo a chiederlo, quando è arrivato il momento di lasciare all’oblio ogni cicatrice. Ne riapriamo di nuove, senza alcun bisogno effettivo.

Diamo il potere, agli altri, di decidere della nostra infelicità. E non ci accorgiamo che stiamo solo intingendo la penna altrui nell’inchiostro del nostro destino.

Quando alla fine sarebbe tutto molto più semplice. Uno sguardo pulito. Un desiderio sincero. La disponibilità di esserci. Senza sacrifici pretesi. Senza martirio, senza sangue. Eppure.

Monumenti all’inciviltà

Volevo tanto rispondere a tale Michele Fusco, autore dell’articolo Care coppie gay, una storia riuscita non è la soluzione al problema figli. Riassumendo, in parole più semplici: un figlio ha bisogno di un padre e di una madre (e che schifo i froci), quest’ultima parte sussurrata, perché non è politicamente corretto dirlo, ma solo pensarlo.

Seguono richiami alla natura, al fatto che una donna deve fare la madre ma che può farlo solo con accanto un uomo. Altrimenti si cade nel peccato di egoismo. Con un’aggravante: voi gay, dice l’autore, siete felici coi vostri figli a carico, ma questa felicità, aggiunge, è lecita?

Di fronte a tale becerume intellettuale, condito dalla solita sequela di luoghi comuni e spacciato per paternale concessione per cui ok, i gay possono esistere purché si limitino a fare i froci, due o tre cosette avrei anche voluto dirgliele, al Fusco qui sopra. E invece, per fortuna questo articolo omofobo (e sessista) è scritto talmente male che non lo leggerà nessuno. E chi lo leggerà, non capirà niente.

Faccio solo notare una cosa: oggi è il primo ottobre del 2012. In questa data, nel 1989, in Danimarca Axel e Eigil Axgil (li vedete nella foto) si univano civilmente: era la prima coppia, formata da persone dello stesso sesso, a farlo in Europa e nel mondo. Teniamocelo, quindi, l’articolo in questione. È un monumento al ritardo culturale dell’Italia rispetto al resto del mondo civile.

Le cose che rendono bella la vita

Il suono dei violini.
Tutte le volte che Maria sale sul mio letto, per farmi le fusa.
I gatti, a prescindere.
Quella volta, quando lui mi ha detto sì.
Il colore dei campi d’estate e il suono delle cicale.
Il mare, la sera.
Le nuvole, quando odorano d’acqua.
La pioggia in estate.
Le feste a sorpresa.
Un(‘)amico/a che risponde al telefono, quando ne hai bisogno.
Cantare in macchina.
E viaggiare.
Il profumo delle fresie.
La bellezza delle rovine.
Le strade di Roma.
E i colori della Sicilia.
Cucinare per gli altri.
Il suo respiro di quel giorno, sul molo, a Trieste, al tramonto. Anche adesso.

E tutte il resto che adesso non ricordo, ma che sta lì, nel forziere delle cose preziose.

Matrimoni gay: per la chiesa è peccato, per la democrazia è diritto

Oggi su R2 di Repubblica si può trovare uno speciale sul matrimonio e l’estensione dei diritti alle coppie gay e lesbiche. Tra gli articoli proposti, vi è un pezzo molto interessante di Stefano Rodotà che fa notare due aspetti fondamentali della questione omosessuale italiana.

Il primo: con la sentenza 138/2010 la Corte Costituzionale ha dato rilevanza giuridica alle unioni omosessuali. In altre parole, la corte suprema italiana ha stabilito che l’amore tra due uomini o tra due donne rientra nei principi salvaguardati dalla Carta fondamentale del diritto italiano. Su questo c’è poco da discutere, bisogna solo prenderne atto.

Il secondo: nonostante la sentenza, il parlamento continua a far finta di nulla, imprigionato tra la prudenza di una sinistra incapace e il fondamentalismo e la violenza ideologica di un centro e di una destra altrettanto incapaci di cogliere il dato del presente.

E il dato è: la società è cambiata, profondamente. L’omosessualità non è una malattia, non è una perversione, non è un vizio. Chi crede ancora queste cose si appella a un testo epico-letterario che prevede la morte per chi mangia crostacei o per chi rivolge la parola a una donna con le mestruazioni.

Questa è la distanza tra il paese reale – dove è ormai norma che eterosessuali e non eterosessuali convivano pacificamente – e il palazzo, unitosi contro natura con santa romana chiesa e tradendo il principio di laicità dello Stato.

Intanto, mentre la situazione italiana ci ricorda sempre di più certa subcultura che ci rende più vicini all’Iran e all’Arabia Saudita, in tema di diritti civili, negli USA un altro stato – il Maryland – ha aperto le porte al matrimonio per tutti. Proprio in virtù del fatto che la Costituzione americana concede il diritto alla felicità a tutti i suoi e le sue abitanti. Se due donne o due uomini, perciò, per essere felici vogliono sposarsi, secondo quanto stabilito dalla legge, devono poterlo fare.

Questo passaggio è fondamentale. Perché ci fa capire due modi di vedere le cose totalmente all’opposto.

Per le religioni, infatti, l’amore, in qualsiasi sua forma, è sempre peccato. E non lo è solo se subordinato alla procreazione, che è conseguenza e non presupposto del sentimento.
Per la democrazia esso è un aspetto del diritto alla felicità. E da quel diritto può scaturire ogni altra cosa, vita inclusa.

A noi, poi, la scelta tra i dettami di una superstizione qualsiasi o la ricerca della parte più vera di cui siamo capaci.
Allo Stato, invece, il dovere di metterci in grado di operare questa scelta.

Il gioco dei “devo esteriori”

Il fatto è che lo so.

Non è questo il mio destino. Mi adagio, per adesso, su questa manciata di giorni per trarne il massimo beneficio possibile. Anche se questo non mi rende felice. Perché – lo so – sto vivendo una vita decisa da altri.

Io non sono un “prof”.
Io non sono il bravo ragazzo con lo sguardo spaventato.
Non sono colui che abbassa gli occhi per dire sì, anche quando non è vero.
Non sono il risultato della menzogna a cui ho creduto da sempre (tu-non-meriti-amore).

Tutto questo mi è stato costruito addosso, in quel gioco crudele e sanguinoso dei “devo esteriori”.

Devo essere bravo.
Devo essere più maschile.
Devo essere più magro.
Devo essere ciò che non sono.

No.

Adesso aspetto, perché è difficile camminare con le tue gambe quando ti han sempre fatto credere che non sei bravo nemmeno a zoppicare. Figurarsi correre, via. In mezzo a ogni cosa, verso la propria direzione.

E allora aspetto quella folata di vento, folle, sano, benefico. Quell’oltre che romperà il castello di paglia che è la mia casa. E disperderà, come i coriandoli di un carnevale triste, questi giorni non miei.

E sarà di nuovo il caos. Ma sarò, in quel momento, io, davvero. Solo io. Per davvero. E se a qualcuno non piace, beh…