L’esigenza di Dio

Ogni tanto suscito le ire e i dispiaceri, rispettivamente, dei cattolici integralisti e dei miei amici credenti nel momento in cui dico che secondo me la religione è solo fantasy di bassa lega. Mi si risponde che non devo fare confusione tra religione e fede, tra alte sfere e credenti, perché stiamo parlando di cose diverse. Sarà, ma a me sembra che le due cose siano diverse come le due facce della stessa moneta.

Se c’è una massa di fedeli è perché c’è una chiesa che la gestisce e la riproduce (a tal proposito ricordo quella godibilissima pagina di Cuore, il settimanale, che riduceva il battesimo a circonvenzione di incapace). Se c’è una “fede”, perciò, è la conseguenza di una religione che diffonde miti, pratiche, ideologie. Sbaglia e grossolanamente, a parer mio, chi pensa che le due cose siano scisse. E ancor di più chi crede nelle religioni fai da te, quelle, per intenderci, che si basano sul Levitico e lo sterminio di infedeli ma poi nella vita di tutti i giorni sono portate avanti da persone che fanno spallucce di fronte a sesso prematrimoniale, coppie gay, divorziati, ecc.

La religione, assieme alla fede che ne deriva – perché non è la fede a creare la prima come abbiamo visto (fosse non altro perché entrambe ci vengono imposte fin dalla più tenera età) – è un concetto totalizzante, assoluto, radicale. Non è e non dovrebbe essere come la politica, il cui male non sta nel suo esatto opposto, ovvero cambiare principi in base alla convenienza del momento.

La religione si basa su qualcosa che preesiste e che ha generato tutto, dettando le sue regole. Su quelle non ci possono essere deroghe. Per cui i cristiani fai da te, quelli per cui Cristo è una cosa, Ratzinger un’altra – senza sapere che Cristo stesso era venuto per applicare la legge (proprio perché Dio preesiste, appunto) non certo per cambiarla – stanno a “fides et religio” come i catari stavano alla chiesa di Roma nel medioevo. Alla meglio, dovrebbero essere trattati come eretici. E di fatto, roghi ed esecuzioni sommarie a parte, ormai passati di moda in Vaticano, lo sono. Almeno dagli ultimi tre papi, fieri avversari del relativismo. E sì, mi spiace deludervi: anche il simpaticone di Bergoglio ha detto la stessa cosa. Solo che l’ha fatto con l’accento di Maradona e, convengo con voi, è cosa diversa da ben altre inflessioni hitleriane. Ma tant’è.

Ovviamente questo è un problema, e pure bello grosso, per chi si ostina a rimanere nell’ambito di un’istituzione che ha bisogno di tutto, alti ranghi e fedeli, religione (intesa come linguaggio di quei ranghi) e fede (intesa come sentimento dei fedeli), per mantenere inalterato lo status quo. L’otto per mille, per dirne una soltanto, dovrebbe avervi insegnato qualcosa. Anche se temo di no.

Per chi invece come me pensa che tutto questo castello di favole non abbia niente di diverso da una saga di maghetti occhialuti, di vampiri innamorati o di regine di draghi – con la sola differenza che la Bibbia è noiosa, con pochi poteri magici e un editor da licenziare in tronco – la questione si pone in altri termini.

Credo che più che parlare di esistenza di Dio, che è indimostrabile, occorrerebbe parlare della di lui esigenza. Perché è comodo. Perché sappiamo su chi riversare dolore, aspirazioni, esasperazioni e bestemmie quando l’occasione lo richiede. Perché fa parte del sistema operativo: al momento opportuno rimuovi i file di troppo e svuoti il cestino. Se così non fosse si potrebbe impazzire. E il computer diverrebbe inservibile.

Credo che questa esigenza nasca dalla paura. Quando l’uomo ha smesso di essere scimmia e ha guardato il cielo ha avuto il terrore del fulmine. E ha cercato una spiegazione che fosse in linea con la sua scala evolutiva: io produco dei fenomeni e li domino, ergo quel fulmine è prodotto da uno come me che, tuttavia, sta in cielo. Creare Dio per dominare l’inspiegabile. E avere meno paura. E se guardiamo bene, cos’è la preghiera – per fare un esempio e uno solo – se non il tentativo di dominare il terrore per qualcosa di incontrollabile? Ci rimettiamo nelle mani del Signore e poi è tutto affar suo. Riproducendo all’infinito il meccanismo, attraverso al più formidabile generatore di fede: il senso di colpa. E si sa, il senso di colpa è lo strumento migliore per non assumersi le proprie responsabilità.

Oggi per fortuna abbiamo mezzi che spiegano l’inspiegabile, fulmini inclusi ovviamente, e abbiamo psicologi in grado di gestire il lutto, il senso di sconfitta, la delusione. È bastato che l’uomo abbia smesso di guardare il cielo, di sentirsi inferiore (ho già parlato di senso di colpa?) e di prendere di petto le responsabilità del suo presente. L’essere umano è sceso dall’albero rinunciando a essere scimmia. Dovrebbe smettere di camminare con la testa tra le nuvole e comprendere che non c’è bisogno di cercare altrove le risposte che può trovare guardandosi dentro e tutto intorno.

Per quanto mi riguarda, l’abbandono dell’esigenza di Dio rientra nel concetto darwiniano di evoluzione della specie.

Diceva un bellissimo spot dell’UAAR: la brutta notizia è che Dio non esiste, quella buona è che non ne hai bisogno. Che Dio esista o no, non potremo mai saperlo. Che non se ne abbia bisogno, a meno che di non pagare questa esigenza con la perdita di se stessi, può essere invece una conquista. Di libertà, innanzi tutto.

Orgoglio gay, Bergoglio e (nessun) pregiudizio

Michela Murgia, scrittrice che ho tanto apprezzato per Accabadora, scrive sul suo blog – lamentandosene – della situazione della stampa italiana, dei media e del relativo pubblico, sulla capacità di creare false notizie e di generare credulità collettiva sulle bufale direttamente indirizzate ai danni dell’attuale nuovo pontefice.

Il discorso di Murgia è così sintetizzabile: hanno detto che era pro-dittatura e non è vero. Gli hanno attribuito frasi misogine che si sono poi rivelate mai dette o pensate. Ok, è omofobo ma da un papa non ci si può aspettare un’apertura sui diritti civili.

Premetto di essere uno di quelli che hanno “abboccato” da subito alle illazioni di cui sopra. Murgia, insieme al coro degli entusiasti di Bergoglio, dovrebbe tuttavia riflettere su un dato incontrovertibile: la gente ci crede subito, a certe “sparate”, perché ritiene possibile che la chiesa cattolica romana sia capace di tali nefandezze. Non bisogna essere nemmeno poi tanto anticlericali. Basta aver studiato storia in modo corretto al liceo, per farsi un’idea in merito.

Non si tratta, quindi, di nutrire un pregiudizio o di essere semplici di intelletto. Semmai significa di essere abbastanza disincantati rispetto a un’istituzione che ha ancora molto, oggi e temo anche in futuro, da farsi perdonare.

C’è poi un secondo dato che riguarda il rapporto tra fedeli e gerarchie. Due frasi di quell’articolo ci aiutano a capire la reale dimensione del dramma. Le riporto, qui di seguito:

Resta in piedi solo l’accusa di aver affermato che il matrimonio gay è “la distruzione del piano di Dio”, ovvero di essere d’accordo con l’ortodossia cattolica in fatto di ordine familiare naturale.

[…] è pieno di gente sinceramente sorpresa che il conclave non abbia eletto papa un attivista dei diritti lgbt.

Evidentemente anche per l’autrice, l’onta dell’omofobia è uno dei mali minori di una chiesa che, in quanto tale, ha sviluppato una propensione nel disprezzare gay e lesbiche, per la quale si ha un atteggiamento di passiva accettazione. Un “sai com’è fatto” che se applicato a una lettura del nazismo, dell’apartheid in Sud Africa o al razzismo della Lega, risulterebbe irricevibile per chiunque. Mentre i “bergoglioboys” lo giustificano, pur non condividendolo.

Mi chiedo: ma è forse questa una giustificazione? Si vuole far passare per caso l’idea che ci sono ambiti di inevitabilità per il pregiudizio verso qualcuno, solo perché rientra nel DNA di una religione? O non dovrebbero, forse, i fedeli partire dall’assunto opposto, ovvero che è intollerabile – per una chiesa che riesce a manipolare centinaia di milioni di coscienze – l’esistenza di sentimenti di odio contro una categoria sociale specifica?

Siamo un paese che si scandalizza per un saluto mancato di una deputata grillina a una parlamentare cattolica (e pure non proprio rispettosa verso le persone LGBT) ma lo stesso, poi, accetta passivamente che la chiesa sia omofoba.

La stortura del rapporto tra base e gerarchia sta proprio in questo corto circuito culturale. Fino a quando i fedeli, se realmente convinti dei loro sentimenti di inclusione e di rispetto di tutte le differenze, non pretenderanno una moralità diversa da parte dei loro capi spirituali – e la chiesa ha il dovere di cambiare, altrimenti saremmo ancora ai tempi dei roghi a eretici e streghe (gli omosessuali non si bruciano più, si aspetta solo che finiscano all’inferno) – tutti i loro discorsi sulla diversità tra ecclesia e gerarchia saranno solo pallidi desiderata senza alcuna giustificazione e presupposto reale.

Concludo ricordando che su Dagospia è uscita la notizia di una certa apertura del papa verso le unioni gay. Se il discorso di Murgia è valido, ci troveremmo di fronte la terza bufala. Se invece quella notizia dovesse rivelarsi vera, vi invito a leggere oltre il trionfalismo dilagante su Francesco I: non ha (o avrebbe) mai detto di essere a favore dei diritti, ma di optare per le unioni civili proprio per non approvare nessuna legge sul matrimonio. Invece dei diritti pieni, diritti a metà. Un po’ come i DiCo, insomma, che tutti e tutte noi abbiamo tanto osteggiato, a suo tempo. Non vorrei che adesso qualcuno li tirasse fuori, magari portandoli in trionfo sulle note di YMCA.

Belgio: cosa lega la chiesa al mostro di Marcinelle?

La notizia per intero la trovate qui: a giugno scorso, se ricordate, i magistrati belgi ordinarono la riesumazione di cadaveri di vescovi cattolici perché si pensava che nelle tombe si sarebbero nascoste delle prove e in particolare dei dossier sulla pedofilia. La chiesa si ribellò, parlando addirittura di barbarie.

Quindi viene fuori che in una di quelle perquisizioni è stato ritrovato un dossier su Marc Dutroux: “In particolare, sarebbero state trovate decine di foto delle esumazioni dei corpi delle piccole Melissa e Julie. Lo riferisce il quotidiano belga, in lingua fiamminga, Het Laatste Nieuws” si legge sul Corriere della Sera.

Sempre nello stesso articolo si legge che “il cardinale Danneels, 77 anni, è entrato in mattinata nella sede della polizia per essere ascoltato sul dossier. L’ex primate è stato accusato da un sacerdote, ora in pensione, di non aver denunciato casi di pedofilia commessi da membri del clero nel periodo in cui era alla guida della Chiesa in Belgio, e cioè dal 1979 al 2009.”

In estrema sintesi: un dossier sul mostro di Marcinelle nascosto in un convento e un cardinale che ha coperto trent’anni di violenze su minori.

E nonostante tutto questo, le più alte gerarchie cattoliche hanno avuto l’ardire di attaccare i giudici e parlare di barbarie.
Credo che tutti dovrebbero tenere bene a mente questi fatti quando sua santità e i suoi emissari pretendono di avere ancora un’autorità morale sullo Stato e sulle nostre vite. Perché allo stato attuale le uniche credenziali che si stanno ritrovando in mano certe persone sono quelle che dovrebbero portarli a chiedere solo la più sollecita attenzione dei loro avvocati. Non certo l’obbedienza di fedeli e non credenti.