Bersani e i diritti civili? Forse, tra un anno

Quando ero bambino mio padre mi chiedeva spesso di fare questo o quel lavoretto. Dall’andare a comprare il pane fino a prendere un attrezzo nel ripostiglio. Molto spesso rispondevo “poi lo faccio” e in cuor mio ero sincero. Lo avrei fatto. Ma poi… Allora mio padre, forte della sua autorità, mi diceva: «le cose o si fanno subito o non si fanno. Per cui vai!».

Questo piccolo spaccato di vita familiare mi serve per commentare l’apertura, l’ennesima, di Bersani alla Convention organizzata ieri a Roma da Agedo, Arcigay, Arcilesbica, Equality Italia e Famiglie Arcobaleno sui diritti civili. Gli esponenti del movimento LGBT chiedevano al centro-sinistra di pronunciarsi in modo chiaro su fatti non più rinviabili all’interno della questione omosessuale italiana, tra cui la legge contro l’omofobia, la regolarizzazione delle unioni gay – purtroppo alcune delle associazioni di cui sopra si accontenteranno di una mediazione al ribasso, ma tant’è – e il diritto del minore di veder riconosciuta la sua famiglia omogenitoriale.

Bersani ha così risposto: entro un anno la legge tedesca sulle unioni omosessuali sarà tradotta in «legislazione italiana»; entro sei mesi si avrà una legge contro l’omofobia; e si affronterà «il nodo del riconoscimento del diritto del bambino che cresce all’interno di un nucleo famigliare omogenitoriale a vedere riconosciuto dalla legge il legame affettivo con il genitore non biologico, soprattutto nei casi di malattia o morte del genitore biologico».

Va molto bene, per quel che mi riguarda, il riferimento al diritto del bambino di vivere con il genitore non biologico in caso di disgrazia. Sarebbe comunque carino, da parte del futuro premier (ammesso sia lui, naturalmente), ricordare il diritto del genitore non biologico di poter continuare a crescere il figlio su cui, magari, ha tanto investito in termini di amore e umanità. Ma stiamo parlando di Bersani: quello che fa rima con grigiore. Già queste parole, per quanto a metà, sono una vera e propria rivoluzione nel suo caso.

Ciò che mi inquieta di più è il riferimento sulla legge tedesca da “tradurre” in legge all’italiana. La legge tedesca equipara le coppie formate da due gay o da due lesbiche alle coppie sposate. Questa traduzione in italiano vorrà forse significare – secondo la carta di intenti del Pd che rimanda al documento sui diritti dettato da Rosy Bindi al partito e basato sul riconoscimento dei diritti individuali, cioè al non riconoscimento della coppia per legge – che si rifaranno i DiCo?

Per le motivazioni appena espresse, tutto lo lascia pensare: c’è il rischio reale che si farà una legge per le coppie di fatto che sancirà che lo Stato non le riconosce in quanto coppie ma solo come individui, occasionalmente in gruppi di due, con tutele minori rispetto alle coppie unite in matrimonio. I DiCo, ricordiamolo, sancivano questa discriminazione e la rendevano legale. Il Pd vuole continuare su quella strada?

C’è poi la questione del carnet dei diritti: quali di essi verranno introdotti nel futuro disegno di legge? Saranno uguali a quelli del matrimonio o saranno dimezzati? Per intenderci, il vecchio disegno bindiano non prevedeva l’assistenza carceraria e sottometteva il diritto del partner di recarsi in ospedale per assistere il compagno alle disposizioni del primario, senza però garantire la piena eguaglianza…

Terzo aspetto problematico: perché dodici mesi? Si vuole forse aspettare il peggioramento del quadro politico, per poi avere una scusa per non farli? Conoscendo i personaggi che si candidano ad andare al governo e avendo piena fiducia nella loro assoluta incapacità di gestione politica, non mi stupirei che si verificassero occasioni siffatte. Hollande, si badi, ha fatto i matrimoni ben prima di un anno dalla sua elezione, dando una data certa – entro primavera del 2013 – e Zapatero entro i primi cento giorni dal suo insediamento al governo.

Bersani e il suo partito cattocomunista ci chiedono invece di essere cittadini nel pieno dei nostri doveri subito – e di votare ovviamente centro-sinistra firmando l’ennesima cambiale in bianco – per poi “concedere” diritti (e forse a metà) poi. Un bel concetto di democrazia, a ben vedere.

Secondo me Bersani non riuscirà a far nulla di quello che ha promesso e lo penso semplicemente perché quelli che oggi promettono la derivata prima del “tutto” sono gli stessi che niente hanno fatto dal 2006 al 2008. Non hanno mantenuto le loro promesse allora su un disegno di legge nel migliore dei casi umiliante. Perché adesso dovrebbero volerlo fare e riuscirci su un provvedimento che, a sentir loro, è il migliore possibile?

Non se ne farà nulla, come disse Veltroni a Bertone quando era sindaco di Roma, sul registro delle unioni civili nella capitale. Ed era il 2008 appunto. Quanto scommettiamo, mentre si attende una traduzione dal tedesco all’italiano (forse d’oltretevere) da spalmare in un anno, che la storia si ripeterà?

I figli dei gay e l’apocalisse degli etero

A distanza di poco tempo sono usciti due articoli sulle colonne del Corriere della Sera. Entrambi si concentravano sul tema dell’omogenitorialità. Il fatto, specifico della (sub)cultura italiana, è che la problematica siffatta viene vista come “problema”. Temo, e mi scuso per la divagazione, che non sia un caso che, a Roma soprattutto – e tramite i mezzi di informazione anche in altri luoghi del paese, secondo la dinamica delle forme paracadutate – i due termini stiano diventando sinonimi: si perde il gusto del pensiero critico e lo si bolla, più sbrigativamente, come patata bollente… meraviglie del berlusconismo? Ma sto tergiversando.

I due “contributi” sono firmati da Ernesto Galli della Loggia e Silvia Vegetti Finzi. Per cui, andiamo per ordine.

1. Il cavaliere dell’apocalisse

Secondo lo storico, il matrimonio egualitario e la possibilità di adozione, per non parlare dell’omoparentalità, starebbero alla base della distruzione delle «radici più profonde e vitali della nostra antropologia e della nostra cultura». Questa visione apocalittica, paventata ma non dimostrata, viene confutata, punto per punto da una lettera di Tommaso Giartosio che possiamo sintetizzare come segue:

  • il mantra catastrofista è già stato agitato, in passato, per impedire il riconoscimento dei diritti delle donne, dei neri e di altre categorie discriminate
  • il potere precostituito, in pratica, quando deve cedere terreno alle rivendicazioni democratiche agita lo spauracchio dell’apocalisse, che poi, puntualmente, non si verifica. Lo stesso vale per la questione del matrimonio egualitario: laddove è realtà, infatti, non ha portato nessuna disgregazione sociale
  • tutte le teorie di negazione dei diritti, attraverso le profezie di sventura allegate, non tengono conto dei dati reali che dimostrano, semmai, il loro esatto contrario. Aggiungo, ad esempio, che in Francia il riconoscimento delle coppie di fatto non ha portato affatto alla disgregazione sociale e, semmai, ha permesso un vero e proprio baby boom negli anni precedenti.

Indicatori e fatti reali smentiscono, in pratica, lo storico romano che risponde stizzito, mettendo in dubbio l’onestà intellettuale di Giartosio, della sua associazione – Famiglie Arcobaleno – lamentando un trattamento che, in verità, egli stesso riserva al suo interlocutore. Ci aspettavamo qualcosa di più da uno dei massimi intellettuali italiani, ma si capisce pure che la nebbia di certe posizioni omofobe riesce a far vacillare in lucidità anche le menti più raffinate, ragion per cui – torno a ripetere – l’omofobia è un male da debellare per la salute di una società nel suo complesso e non certo per tutelare i gay. Stavolta, a ben vedere, ne è stato vittima Galli Della Loggia e le sue capacità di giudizio. Ma noi non siamo rancorosi e glielo perdoneremo.

2. La lady di Freud

Siccome non ci facciamo mancare proprio nulla, la lettera di Giartosio viene accompagnata da un secondo intervento, scritto da una delle madri della psicoanalisi freudiana in Italia. La quale altro non fa che ripetere a memoria la lezioncina imparata ai tempi dell’università, per cui emerge un pensiero, tendenzialmente reazionario e conservatore, per cui la psicologa:

  • si para con un ipse dixit, per cui Freud ha proferito la sua sentenza sulla psicologia dello sviluppo del bambino la quale è, attualmente, e rimane insuperata
  • afferma che il bambino ha bisogno delle due figure, materna e paterna, per sviluppare secondo un concetto di “normalità” una sessualità felicemente orientata
  • si disinteressa del “destino” delle bambine, per cui, ammesso e non concesso che le sue teorie siano valide, l’urgenza sta tutta nel recuperare la sessualità “sana” del maschio, senza perdere tempo a “salvare” anche quella femminile.

La dottoressa Vegetti Finzi, terrorizzata dal fatto che un bimbo cresca “gay tra gay” (senza per altro avere il buon gusto di dirlo), ignora – o finge di ignorare – che la teoria freudiana è stata ampiamente discussa e superata dalla psicoanalisi contemporanea, per cui, se proprio vogliamo rifarci a un paradigma scientifico, l’APA, l’Associazione Psichiatrica Americana, dopo studi decennali ha dichiarato:

Sulla base di un gruppo di ricerca straordinariamente coerente sui genitori gay e genitrici lesbiche e dei loro figli, l’American Psychological Association (APA) e di altre organizzazioni sanitarie professionali e scientifiche hanno concluso che non vi è alcuna prova scientifica che l’efficacia educativa dei genitori sia legata all’orientamento sessuale dei genitori.

3. Le storture del sistema

In parole più semplici: è come se io volessi spiegare ai miei studenti e alle mie studentesse la struttura del nostro sistema solare partendo da Aristotele e fermandomi alle sue teorie, per il semplice fatto che il filosofo greco rimane, ancora oggi, un’istituzione. E qui ritorna la critica di Giartosio, per cui certo modus cogitandi non tiene conto del dato reale: cosa direste voi se, infatti, in virtù dell’ipse dixit di cui sopra, affermassi che il sole gira attorno alla Terra? È questo il tentativo portato avanti dalla signora Vegetti Finzi.

E se questo modello, arcaico e superato, viene messo in discussione da qualche scienziato in virtù dei suoi studi, arriverà l’immancabile cavaliere dell’apocalisse – sia egli uno studioso o un rabbino – a preconizzare la fine dei tempi. E pensare che poi ridiamo di chi ha creduto al calendario dei Maya…

4. Elementi di criticità

Al di là del giusto sorriso che certe esternazioni dovrebbero suscitare se fossimo in un paese davvero democratico, credo che vadano messe in luce alcuni elementi di criticità da indirizzare al “pensiero” (un po’ passivo, a ben vedere) di Galli Della Loggia e di Vegetti Finzi.

In primo luogo, si sta parlando di una realtà che già esiste. Ci sono centomila bambini, in Italia, nati e/o cresciuti dentro coppie omoparentali. Milioni, nel resto del mondo. Chiara Lalli ci fa notare nel suo splendido saggio Buoni genitori che le critiche agitate da personaggi come quelli citati hanno la conseguenza di negare, sic et simpliciter, il diritto di esistenza di questi esseri umani. Cosa intenderebbero fare i due nostri eroi – e con essi, molti altri alfieri della subcultura omofoba – di queste persone? Sarebbe interessante scoprirlo. Sperando di non inorridire, va da sé.

Secondo poi, il modello familista classico, costituito da padre, madre e prole, è un falso storico, visto che – ed è grave che uno storico faccia finta di non saperlo – la famiglia nucleare, così come la conosciamo oggi, è un prodotto culturale della società industriale ottocentesca e che le famiglie, nel corso del tempo e in relazione allo spazio, assumono modelli antropologici diversi. Lo dimostra anche Remotti, nel suo saggio Contro natura.

Ancora: un modello, per quanto imperante, non esaurisce le varianti riscontrabili nel reale. Per quanto maggioritario, il modello familista classico è parziale, perché non copre tutte le realizzazioni dei vari modelli di famiglie possibili. Applicare un principio di validità solo per un modello parziale, escludendone gli altri, è lesivo del concetto stesso di democrazia. Le democrazie, a ben vedere, sono tali quando il gruppo – maggioritario, di solito – che gestisce il potere cede margini di esso alle minoranze interne al sistema sociale, fino alla totale equiparazione. Altrimenti si cadrebbe in un sistema di privilegi e di discriminazioni e, purtroppo, il pensiero dei nostri due teorici va proprio in quella direzione.

Terzo. Nessuno mette in discussione la biologia – molto spesso e a torto confusa con la “natura” proprio da certe culture di stampo confessionale – e anche dentro le coppie omoparentali si obbedisce alla regola per cui ovulo e spermatozoo devono incontrarsi per generare altra vita. Il dramma di queste culture sta nel fatto di non voler accettare un’evidenza che va oltre il dato biologico. Affinché il contatto genetico avvenga e il bambino nasca, ci vuole una volontà. Procreare, prima ancora che un dato biologico, almeno nell’essere umano, è, quindi, un atto volitivo. Il pensiero confessionale lo svilisce, appiattendolo sul concetto di natura, vista come creatura di un dio qualsiasi. E i controllori di quel pensiero, a loro volta, autoproclamandosi come custodi e interpreti del volere divino in Terra, mirano proprio a imbrigliare la volontà – e la sua autonomia – proprio al fine di controllare le masse.

In questo quadro, dunque, si capisce perché liberare la genitorialità da una certa impostazione, tutta culturale, spaventa certi poteri religiosi e le loro emananzioni politiche. Di contro, l’omogenitorialità diventa una cartina al tornasole per un incremento democratico (oltre che demografico) di una nazione.

Per altro, tutto dimostra un’evidenza fondamentale: il modello familista classico non dà alcuna garanzia di essere un universo ottimale per il bambino. Al momento, per fare statistica da oratorio, risulta che il 100% degli abbandoni di minore, di lanci nei cassonetti, di stupri tra consanguinei, di assassinio della prole avviene in contesti rigorosamente eterosessuali. Per non parlare del femminicidio… Se dovessi seguire il grado di semplificazione di Galli della Loggia e di Vegetti Finzi, dovrei asserire che l’apocalisse è di fatto avvenuta e non ce ne siamo accorti e che, semmai, per morire bene il bambino ha bisogno di due figure, possibilmente eterosessuali e mentalmente disturbate. Ma non sono così stupido, per mia fortuna.

Infine: se bastasse il riconoscimento dei diritti civili alle famiglie omoparentali per distruggere un modello ritenuto immutabile – e in tale immutabilità starebbe la sua garanzia di solidità sociale – ciò dimostrerebbe, semmai, che il modello familista classico è in verità poco solido. Questo mette in luce, a maggior ragione, l’insufficienza di una realtà che per “essere” ha proprio bisogno della negazione di altri sistemi. Sarebbe triste pensare che la famiglia eterosessuale può esistere solo a queste condizioni. Al netto di ogni considerazione romantica.

5. Conclusioni

Non è un caso, temo, che questi due interventi siano stati pubblicati in un momento storico fondamentale in Italia, quello delle prime elezioni “post”-berlusconiane. Da febbraio prossimo si vedrà se il paese è uscito definitivamente da uno dei suoi periodi storici più bui, ridicoli e umilianti. La ricostruzione della società dovrebbe considerare, in questo processo, anche i diritti richiesti dalla gay community. Il Corriere della Sera, giornale serio ma conservatore, ha dato spazio, sposandone la causa e la filosofia, a teorie arretrate, inconsistenti e finalizzate a mantenere uno status quo inerente alla questione omosessuale italiana, dominata dall’inadeguatezza di una classe politica asservita incapace di interpretare le istanze del paese reale. In una sola parola: dall’omofobia.

Se redattori e articolisti avessero detto, in pratica, che non vogliono i diritti per le persone LGBT perché stanno dalla parte di quel centro-destra magari non proprio (o non più) berlusconiano, ma vicino a Monti e a Casini, ci sarebbero stati antipatici in egual modo. Ma almeno avremmo dato loro il beneficio dell’onestà intellettuale. E invece.

Il pd bolognese con la destra contro le famiglie gay

Una famiglia omoparentale è composta da due mamme o da due papà. Queste coppie hanno figli, o perché li hanno concepiti o perché li hanno adottati (all’estero, qui in Italia non si può) o perché provengono da unioni precedenti.

I figli di queste famiglie vanno a scuola, frequentano le palestre comunali, in alcuni casi anche gli oratori di quei sacerdoti illuminati che vedono l’amore tra le persone e non il “peccato” (presunto e da dimostrare).

I padri e le madri gay hanno a che fare con pappe, influenze, problemi con la matematica, piccole e grandi ansie dei loro bambini (e anche dei loro ragazzi, visto che il fenomeno non è recentissimo).

Si calcola che in Italia siano centomila le famiglie di questo tipo. Esse hanno tutti gli oneri di una coppia con figli e qualche problema in più di quelle regolarmente sposate. Se il genitore biologico muore, ad esempio, lo Stato non tutela il bambino che può essere prelevato dalla sua casa e affidato a un istituto minorile, anche in presenza del genitore affettivo.

Per non parlare degli insulti quotidiani che questi nuclei familiari ricevono ogni giorno da parte di persone come Casini – quello che ha candidato Cuffaro e l’attuale ministro Saverio Romano, indagato per mafia – Buttiglione – cacciato dalla Commissione Europea, perché omofobo – Joseph Ratzinger – accusato di aver coperto diversi casi di violenza sessuale su minori all’interno della chiesa – Rosy Bindi e altra gente di tal risma.

Di fronte a tanta violenza, a tanta ignoranza, a tanto pregiudizio, stupisce la quotidianità di quelle famiglie che accettano con amore i propri figli gay (come quelle di Agedo) e delle altre composte proprio da gay (come le Famiglie Arcobaleno), per niente sterili e capaci di avere e di crescere bambini nel nome del rispetto delle differenze e della dignità di tutti gli esseri umani.

Qualcuno dovrebbe dirlo al partito democratico di Bologna che, in occasione della richiesta, da parte proprio di Famiglie Arcobaleno e di Agedo di entrare a far parte della Consulta per la Famiglia, ha fatto muro proprio con i partiti di destra. Per il pd bolognese, quindi, due genitori eterosessuali che hanno un figlio gay non sono più famiglia. Due gay che hanno figli, non lo saranno mai.

Qualcuno ricordi a certa gentaglia che sa solo comandare, ma non riesce a governare i fenomeni del presente, che c’è famiglia dove c’è rispetto, progettualità e amore. Parole che evidentemente dentro certi partiti sono state dimenticate da tempo.

Sanno solo odiare le famiglie gay!

La cosa più squallida delle dichiarazioni di oggi di Berlusconi sulle adozioni ai single e sull’equiparazione delle famiglie gay non sta tanto nel loro opportunismo.

Lo squallore vero è che a quel gruppetto di cattolici integralisti a cui si è rivolto e a cui niente interessa della famiglia – parola, per loro, vuota da gridare come in un coro da stadio – è bastato potersi riconoscere contro un nemico comune.

Certi cattolici, nel nostro paese, non hanno realmente a cuore la famiglia: gli basta odiare le famiglie gay e lesbiche, per sentirsi in pace con la coscienza. Questo ci distingue da un cattolico di destra che vota PdL: noi partiamo da un progetto d’amore, loro dall’odio.

Nell’Italia delle leggi ad personam, inoltre, ce ne vorrebbe una soltanto: quella di impedire a Berlusconi di parlare di “famiglia”. Nella sua bocca si trasforma in un insulto, per chiunque. Anche per quegli imbecilli che oggi, senza rendersene conto, lo applaudivano e che domani lo voteranno ancora.

Mi fate pena e orrore.

Una nuova famiglia arcobaleno

Le famiglie arcobaleno sono quelle famiglie in cui i bimbi hanno due papà o due mamme dello stesso sesso. In Italia si calcola che almeno centomila bambini vivono in una situazione siffatta, anche se la stima risale al 2005 e forse andrebbe aggiornata.

Si è dimostrato che questi bambini, crescendo, sviluppano una maggiore attenzione verso le diversità e verso il rispetto degli altri.

Sono bambini che vivono circondati dal calore e dall’affetto dei loro cari e questo basta perché crescano sani, allegri, vispi, con le carte in regola per essere persone integre, complete, felici.

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non vivono male nella realtà in cui sono immersi. Quando c’è amore e rispetto, d’altronde, c’è tutto.

Contrariamente a quello che accade in altri paesi d’Europa e del mondo, l’unico vero motivo di sofferenza per la condizione di figli di coppie omogenitoriali sta nel fatto che in Italia lo Stato non tutela i loro nuclei familiari. Se morisse, infatti, il loro genitore biologico verrebbero allontanati dal genitore affettivo per essere affidati a qualche istituto religioso, magari.

Nell’attesa che arrivi una legge che dia diritti e protezione a queste famiglie, auguriamo a tutte loro che la vita sia benevola e feconda di futuro e di speranze.

Altrove, intanto, una nuova famiglia arcobaleno si è formata. Elton John e suo marito hanno avuto un figlio e si dicono sopraffatti dalla gioia. Un benvenuto, quindi, a Zachary, il nuovo arrivato. E un caro augurio ai due papà.

Il pd e la legge sull’omofobia che non punisce l’omofobia

Leggo sul sito di Arcigay che il 15 settembre scorso «la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati ha ricominciato la discussione in merito ad un legge contro l’omofobia e la transfobia».

Sempre sullo stesso documento del sito, firmato non solo da Arcigay ma anche da Arcilesbica, Famiglie Arcobaleno e Agedo, si apprende che «le proposte in discussione sono due, quella dell’on. Soro (PD) e quella dell’on. Di Pietro (IDV)».

La proposta dell’Italia dei Valori prevede l’estensione della legge Mancino ai reati di odio omofobo e transfobico. La proposta di Soro, al contrario, è generica, interviene in modo timido sulle aggressioni e non include il vilipendio, l’ingiuria e la diffamazione contro le persone GLBT.

Tradotto in termini più comprensibili: se ti accoltellano è reato, ma a ben vedere accoltellare è di per sé un reato. In ufficio, a scuola, sull’autobus e in ogni dove si può invece essere liberi di etichettarti come brutto frocio, lesbica di merda, o trans schifoso. D’altronde si sa che dentro il pd la diversità di vedute è vista come una ricchezza. I diversi, evidentemente, un po’ meno.

Le ragioni per cui la proposta di Soro è una schifezza mentre quelle dei dipietristi sono idonee al concetto di civiltà ce le spiega Rete Lenford. Credo sia fondamentale riportarne uno stralcio:

I fatti accaduti finora si caratterizzano, in maniera molto schematica, in due sensi:

a) alcuni sono delitti già puniti dal codice penale, ma si connotano per un particolare accanimento nei confronti delle persone lesbiche, gay e transessuali.

b) altri sono comportamenti irrilevanti ai sensi delle norme penali attualmente vigenti, ma sono comunque espressione di un atteggiamento omofobico o transfobico.

Con la proposta di legge in considerazione, si intenderebbero colpire soltanto i comportamenti di cui alla lettera a), mentre rimangono del tutto privi di sanzione i comportamenti di cui alla lettera b).

In altre parole, si potranno continuare ad affiggere manifesti come quello trovato a Roma, che invitava a mettere i gay nel Colosseo con i leoni.

L’omofobia viene presa in considerazione solo come circostanza che aggrava una diversa fattispecie penale già esistente, mentre non è affatto presa in considerazione in sé e per sé. A questo secondo fine occorrerebbe una fattispecie autonoma di reato, ovvero l’estensione della Legge Mancino.

In altre parole: questa legge non punisce l’omofobia, punisce solo reati che esistono già. L’omofobia, semmai, è solo un’aggravante generica.

Adesso, il documento delle quattro associazioni è stato fatto oggetto di pesanti critiche da personaggi interni al partito democratico – Andrea Benedino e Fabio Astrobello –, in modo più o meno diretto, e da soggetti di orientamento di vaga connotazione (Gayfreedom) ma di fatto aderenti a chi si scaglia contro i critici della proposta Soro.

L’aspetto tragico e ridicolo della questione sta nel fatto che non si discute sui contenuti politici – ovvero: l’estensione della legge Mancino – bensì si critica Arcigay & Co. di fare da sponsor all’Italia dei Valori (Gayfreedom e Benedino). Il vero problema, apparentemente, non è nella qualità della legge: si tratta solo di una questione elettorale.

Altrove, invece, si invitano le persone GLBT ad accontentarsi della proposta Soro, che è sempre meglio di niente (Astrobello scripsit). Un po’ la manfrina dei DiCo, che veicola la stessa filosofia: non ci daranno mai una legge apposita per risolvere il problema specifico, faranno solo finta. E questa finzione dovrà pure piacerci perché di meglio non si può.

Vediamo perché le contestazioni al documento delle quattro associazioni sono fondamentalmente inutili, qualora illogiche:

1. L’IdV pone l’accento sull’estensione della legge Mancino. Ma certi esponenti del pd si ribellano: l’IdV farebbe solo propaganda, perché poi, nella prassi, non porta avanti quelle battaglie. Peccato che è proprio grazie a quest’atto dell’IdV – concreto o astratto che sia – che se ne sta parlando adesso. Fossimo fermi al nulla di fatto del pd, avremmo, come abbiamo per altro, proprio il nulla. E così è.

2. La critica che Benedino, sul suo profilo Facebook, fa all’IdV è la stessa che si potrebbe fare al suo partito di provenienza – i DS – e quello di approdo: i diritti delle persone GLBT sono usati come specchietto per le allodole. Non si capisce perché se il pd fa questo, per altro partendo sempre con mediazioni al ribasso, fa bene. L’IdV, usando la stessa tecnica, fa male. Ma questo, per nostra somma fortuna, è un problema di coerenza interna al pd.

3. Il problema reale per tutti, invece, è che questa classe politica non è in grado di garantire nessuna maggioranza che sia favorevole alla piena legittimità delle posizioni del movimento. Per due ragioni almeno: la prima, per la debolezza politica di pd; la seconda, per la capacità di circondarsi di alleati che vanno in direzione opposta alle nostre rivendicazioni, da Rutelli in poi.

4. La nota di Astrobello ci dà la sgradevole sensazione di essere tornati ai tempi dei DiCo. Ci suggerisce di accontentarci di una legge che, a ben guardare, non tutela dall’omofobia in attesa di tempi migliori, senza far nulla, a cominciare dal presente, affinché questi tempi migliori arrivino. E il balletto sulle future alleanze, con l’UdC in testa tra i possibili papabili, non lascia ben sperare su niente.

5. Ancora Gayfreedom, in un ragionamento ripreso anche da Benedino in uno dei suoi commenti, critica i leader del movimento GLBT di non saper fare politica. Critica condivisibile, sotto certi aspetti, ma troppo generica. Per altro, si potrebbe ribattere che le persone che saprebbero fare politica non hanno fatto una figura meno pietosa di coloro che vengono criticati. Con un’aggravante: se i leader del movimento sono incapaci, il fallimento c’è da aspettarselo. Ma questo fallimento arriva anche dai ranghi del pd, che la politica, a sentir questa o quella sirena, la sanno fare. Ritorna il sospetto, dunque, che in mezzo a tanta perizia e professionalità ci sia la non volontà di arrivare a leggi specifiche.

Fatte queste considerazioni, ne consegue una domanda: tra un gruppo di persone incapaci di parlare chiaro il nostro linguaggio, ma capaci di consigliare una scheggia di niente rispetto al niente nella sua oceanica vastità, e chi fa azioni, per quanto dimostrative, che inducono a elementi di discussione concreta – tradotto: tra chi, salvo poche eccezioni, fa poco e nulla sul piano pratico per i nostri diritti e chi permette lo sviluppo di un dibattito culturale di base – voi chi scegliereste?

Concludo sperando che questo mio tentativo di dibattito, sicuramente critico ma spero civile, arrivi alle orecchie dei tre interessati. Sarebbe istruttivo capire cosa ne pensano in merito.

Ecco chi è Massimo D’Alema

Mentre leggevo un certo articolo sulla fine del berlusconismo, altrove, a Roma, alla festa dell’Unità per l’esattezza, si stava svolgendo un intervento importante per la comunità GLBT della capitale. Muccassassina, la festa organizzata dal Centro di cultura omosessuale Mario Mieli, varcava i confini di un territorio fino a qualche tempo fa dichiaratamente ostile verso l’affermazione dei diritti civili di gay, lesbiche e transessuali. L’apertura delle Terme di Caracalla a “Mucca” è un evento non secondario, perché mette in contatto due culture, quella derivata dalla fusione di ex comunisti e cattolici da una parte e quella del movimento gay dall’altra. Onore e merito non solo a Cristiana Alicata, che si è spesa in prima persona affinché ciò avvenisse, ma a tutto il partito che almeno in questa occasione si è dimostrato aperto e disposto al dialogo con un universo altro.

Ma, ritornando al discorso d’apertura, mentre tutto questo avveniva, la mia attenzione veniva catturata da quell’articolo menzionato in cui non si parla solo della fine dell’età berlusconiana, auspicio che dovrebbe accomunare tutte/i coloro che credono nella legalità e nella democrazia, ma anche delle mosse dei vari attori politici per accelerare questo percorso. Tra questi, l’onnipresente Massimo D’Alema. Del quale si legge quanto segue:

Alle cene di casa Vespa Massimo D’Alema non è stato invitato, ma un contatto diretto con il segretario di Stato vaticano l’ha avuto anche lui. Quando la settimana scorsa ha fatto arrivare al cardinale Tarcisio Bertone la nuova copia della rivista della fondazione Italianieuropei da lui presieduta. Il numero due vaticano ha molto apprezzato il pensiero e il contenuto, una monografia interamente dedicata alla questione cattolica, con una svolta significativa nell’editoriale di presentazione: l’elogio di papa Ratzinger, la critica verso i laici che hanno eliminato la nozione di radici cristiane dalla Costituzione europea.

Adesso, a parte che trovo preoccupante che i nostri leader debbano ottenere l’avallo della chiesa cattolica per avviare il ricambio politico in Italia – queste cose accadono in Iran – il dato politico che va messo in evidenza è duplice.

In primo luogo, è D’Alema a seguire la regia del dopo Berlusconi, non Bersani, il quale, si legge sempre nell’articolo, era impegnato a Brooklyn a partecipare a una cena vip. Questo la dice lunga sullo spazio di autonomia del leader del maggior partito di centro-sinistra.

In secondo luogo, la strategia politica di D’Alema, e quindi il nuovo corso che dovrebbe scaturirne, ha come cifra culturale l’elogio a un papa inviso a tutto il mondo civile per gli scandali che hanno coinvolto la chiesa sul tema della pedofilia; l’attacco alla laicità delle istituzioni; il vedere nelle gerarchie ecclesiastiche gli interlocutori privilegiati per il rinnovamento politico italiano; e, infine, il progettare alleanze con gli elementi più retrivi della società italiana quali il partito di Casini.

Tutto questo non potrà non avere ripercussioni importanti sul nuovo assetto dell’Italia del dopo-Silvio. Un’Italia dove a governare saranno i soliti noti: chiesa, potentati economici, burocrazie di partito. L’humus ideale per gente come D’Alema, a ben vedere.

Un’Italia siffatta non avrà posto per tematiche quali i diritti civili: le unioni gay e lesbiche, il testamento biologico, il trattamento di fine vita, l’omogenitorialità, la questione ambientale a cominciare dall’acqua pubblica.

Il nuovo corso consisterà nel sostituire a Berlusconi una pattuglia guidata da D’Alema, berlusconiani pentiti, l’UDC con il bene placito di Bertone – cioè del Vaticano? Non sembra di trovarsi di fronte a un’idea di società così alternativa rispetto all’Italia berlusconiana. Di sicuro non si faranno gli interessi dei ceti medi, dei lavoratori, delle minoranze sociali, della laicità.

Chissà se di questo ne saranno coscienti, a danze finite, a festa finita, gli amici GLBT e gay-friendly che animano notti, dibattiti e incontri dentro un partito che su certe questioni deve trovare non solo una linea, ma addirittura un’identità. Identità che non può e non deve essere la visione cattolica: quella di una Rosy Bindi che pensa sia meglio che un bambino muoia in Africa tra stenti e guerre, piuttosto che poter vivere dignitosamente anche in una famiglia arcobaleno.

Il lavoro dentro il partito democratico deve continuare e sarà duro e in salita. Il pensiero che vi siano persone come la Alicata è un segno che lascia ben sperare. Il fatto, però, che vi siano ai vertici persone come D’Alema (ma anche Veltroni, la Bindi, Fassino e tutta la cricca analoga) getta solo discredito a tutta l’idea stessa di un partito che ha l’ambire di chiamarsi, appunto, “democratico”.

Roma Pride 2010: la vittoria di Imma Battaglia, la disfatta del popolo GLBT

Ho vinto io. Questo avrebbe detto Imma Battaglia al cospetto del suo pride. Un pride che, a quanto si legge dalle cronache di chi lo ha vissuto, è stato uno tra i più deludenti della storia delle manifestazioni GLBT d’Italia. Certo, a leggere la pagina romana di Repubblica si parla addirittura di centomila presenze.

Adesso io non sono romano e, sebbene ci abbia vissuto quasi un anno, non conosco bene la città. Ma chi romano lo è, come Mauro Cioffari – esponente di SEL e firmatario del documento Noi non ci saremo – ci fa notare che “quando la testa del corteo è arrivata a Piazza Venezia il quinto carro che chiudeva la manifestazione aveva abbondantemente superato Largo Corrado Ricci. 600/700 metri di corteo.” Per altro, se la guerra delle cifre, con analoga lievitazione dei numeri, viene imputata anche al Mieli, storico e tradizionale organizzatore degli altri pride romani che quest’anno ha dato forfait, non vedo perché la stessa graziosa pratica non possa essere additata al team della Battaglia.

Al di là del dato quantitativo, che può anche non interessare, e dato per quasi certo che ieri a Roma hanno manifestato non più di diecimila persone (secondo quanto ci riferisce Luca Possenti, di Famiglie Arcobaleno), c’è il risultato politico di un pride che lascia dietro di sé una vera e propria scia di sangue:

1. il movimento romano lacerato come non mai, con il Mario Mieli, Arcilesbica e l’area antagonista da una parte e la Battaglia, Arcigay e altre formazioni minori (quattro in tutto) dall’altra;

2. altre associazioni hanno subito abbandoni o scissioni interne, come nel caso di Certi Diritti Roma, che ha perso il suo presidente Luca Amato, anche lui tronfio di un trionfo che, a quanto pare, sta solo negli occhi di chi questo pride lo ha organizzato;

3. i messaggi dal palco parlavano di “normalizzazione”, invece che di valorizzazione delle diversità;

4. Vladimir Luxuria che plaude al fatto che le trans sono venute finalmente vestite… come se fosse un dato di fatto che trans e topless siano le due facce della stessa medaglia;

5. la totale assenza, da parte del palco, di una critica serrata contro i motori primari dell’omo-transfobia – chiesa cattolica, cultura di destra, ignavia e idiozia di certa sinistra, stereotipi televisivi, ecc… – e di elaborazione politica di obiettivi comuni, quali l’estensione del matrimonio alle coppie gay e lesbiche, la tutela dell’omogenitorialità, le adozioni, la tutela delle unioni civili, una legge contro l’omo-transfobia, una maggiore richiesta di laicità da parte delle istituzioni e via discorrendo.

Nonostante quest’apocalisse, condita con una buona dose di pochezza, a ben vedere, Imma Battaglia, colei che portò a Roma, dieci anni prima, ben un milione di persone per il World Pride, grida vittoria. Come se si fosse trattato di una guerra, di una competizione sportiva, di un trionfo in un reality.

Ignora la Battaglia, o finge di farlo, che la sua vittoria coincide con la sconfitta di un intero movimento, non solo nella capitale, ma in tutta Italia. Il pride di ieri, a Roma, ha solo tolto credibilità politica a un movimento che, come ha più volte detto Scalfarotto in passato, è uno dei più derelitti d’Europa. La Battaglia ignora che la vera vittoria avverrà il giorno in cui una coppia lesbica deciderà di varcare le soglie del Gay Village perché è lì che vuole festeggiare il suo matrimonio. Sarà vincente quando un gay deciderà di frequentare un qualsiasi sex-club affiliato ad Arcigay non perché la società impone dei ghetti relazionali che passano dalla repressione dei costumi sessuali, ma per puro desiderio, perché il novero delle scelte che adotta per usufruire del suo corpo e della sua sessualità è libero. Sarà vincente quando la parola “transessuale” non verrà associata, in automatico, al campo semantico della prostituzione. Quella sarà la vera vittoria e non solo per la Battaglia, ma per tutte e tutti.

Ma temo che in un movimento fatto di personalismi, in quello che pare un pollaio in cui ci sono troppi galli e galletti che si sono messi in testa di fare le galline e l’individualismo è elevato a cifra politica, ci sia poco spazio per la considerazione della comunità. E questo, mi spiace per la Battaglia, ma spiace ancor più per me e per tutte le persone GLBT, è una disfatta clamorosa, tragica, insopportabile. Per tutte e per tutti.