Dove c’è Barilla c’è casa. Ma non per i gay

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«Non metterei in una nostra pubblicità una famiglia gay perché noi siamo per la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d’accordo, possono sempre mangiare la pasta di un’altra marca. Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri». Guido Barilla a La zanzara, su Radio24, 25 settembre 2013.

Pensate se avesse detto: «Non metterei in una nostra pubblicità una famiglia ebrea perché noi siamo per la famiglia cattolica». O ancora: «Non metterei in una nostra pubblicità una famiglia di neri perché noi siamo per la famiglia bianca».

Lascio a voi le considerazioni del caso.

Mi limiterò, per quanto mi riguarda, ad alcune riflessioni.

Innanzi tutto, premesso che mai nessuna associazione gay ha chiesto spot calibrati sulla causa omosessuale, qui non si sta mettendo in discussione la libertà dell’azienda di scegliere il proprio target o le proprie campagne di marketing. È la motivazione addotta che è volutamente escludente.

Rientra, mutatis mutandis, nel Bindi pensiero la cui idea di società è eterocentrica, per cui ai gay è “permesso” vivere in Italia ma senza eguale dignità giuridica. Poi se non ci piace, possiamo sempre cambiar paese.

Adesso, se la pasionaria del Pd aveva torto, e in tanti e tante ci arrabbiammo per le sue parole, anche la dichiarazione del signore del Mulino Bianco è discutibile.

Ancora: il signor Barilla, con quella motivazione, ha offeso i suoi e le sue dipendenti LGBT, che contribuiscono con il loro lavoro a fare dell’azienda una “casa” che li esclude.

Terzo: non si capisce perché le “scelte” delle persone LGBT debbano essere descritte come potenzialmente fastidiose rispetto alla “norma” eterosessuale. Ciò alimenta, per altro, quell’atteggiamento per cui una minoranza per vivere in pace o esser degna deve dimostrare di avere una moralità maggiore rispetto al popolo dei “normali”.

Vi faccio notare, infine, che se fosse successo in America, in signor Barilla avrebbe dovuto chiedere pietà in mondovisione.

Poi ognuno si regoli come vuole, ma riguardo a me, finite le scorte il marchio di cui sopra sparirà dalla mia credenza fino a quando non avrò una buona ragione per cambiare idea.

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Famiglie tradizionali

Ho appreso con un certo orrore il caso della sposa-bambina yemenita, venduta dal patrigno a un quarantenne a soli otto anni, morta nella stanza d’hotel dove ha passato la “prima notte di nozze” in seguito alle conseguenze di un’emorragia interna.

I miei pensieri dopo l’annientamento rispetto a una vicenda così spietata, disumana e disumanizzante, mi hanno portato a riflettere su questioni che coinvolgono il significato di parole antiche, usate in modo nuovo e, soprattutto, in modo discriminatorio. Questi termini sono, appunto, “famiglia” e “tradizione”.

Cominciamo da quest’ultima: è tradizione in certe culture che a otto, nove e dieci anni le bambine si sposino – magari dopo compravendita – con adulti. Se la cultura dominante, a cominciare dalla nostra, considera la tradizione e la sua immutevolezza un valore, a rigor di logica sarà difficile sostenere che queste consuetudini siano sbagliate.

Tanto più, e ritorniamo all’altra parola, ovvero “famiglia”, che la consuetudine di cui si sta parlando – nel caso dello Yemen nella fattispecie, ma applicabile nel tempo e nello spazio a qualsiasi altra società – ricalca il modello eterosessuale: un maschio, una femmina, progetto riproduttivo e procreativo (di lungo corso, nel caso specifico).

Semplificando, e di molto: la situazione appena descritta – prescindendo dal suo epilogo tragico – corrisponderebbe in larghe linee a un modello generalmente accettato. La cultura occidentale rifiuta il fatto che ci sia una distanza di età così abnorme, ma lo rifiuta adesso! Dopo millenni in cui certe tipologie di accordo prematrimoniale rientravano nella norma del sistema giudaico-cristiano (si pensi alla differenza di età tra Maria vergine e san Giuseppe, per avere la reale dimensione della cosa di cui stiamo parlando).

Mi si dirà: ma ciò è successo in un paese “incivile”, con cultura e religione diverse dalla nostra. E questo è sicuramente vero. Ma il sostrato di quella diversità ha forti punti in comune con la nostra cultura: la rigida divisione tra generi e la differente rilevanza sociale dei sessi, la sottomissione culturale e quotidiana della donna nei confronti dell’uomo, il maschilismo diffuso, il modello della virilità come valore predominante, ecc. In una parola soltanto: il sessismo. Insieme all’eterosessismo, che è ciò che accade alla società se quel sistema valoriale di cui si è appena data descrizione diviene modello unico e dominante.

Sintetizzando, potremmo dire che questo è ciò che succede quando il paradigma eterosessista raggiunge l’apice della sua applicazione pratica.

Oggi in Italia parleremmo – e a ragione in un caso siffatto – di pedofilia, femminicidio, schiavismo e via discorrendo. Altrove si chiama “famiglia tradizionale”. Parole che, di fronte all’evidenza di ciò che riescono a produrre, non sono poi così rassicuranti.

Essere un prof di sinistra (e anche gay) oggi: le nuove famiglie

Un metodo di conoscenza che insegnerò sempre ai miei ragazzi, almeno finché mi verrà permesso, ché dati i numeri non è detto che l’anno prossimo sarò riconfermato – questa d’altronde è la destra: togliere fondi alla scuola e alla cultura per creare un popolo di analfabeti pronti a votare chiunque sia in grado di prometterti favole – è il dubbio. E non perché non abbia delle certezze ma, più semplicemente, perché è il dubbio che fa progredire l’essere umano.

Tempo fa lessi un albo di Martin Mystère nel quale uno scienziato scopriva che il mondo era così come gli antichi lo avevano descritto: piatto, sotto una volta chiusa di stelle che altro non erano che fuochi in mezzo al tetto del cielo. E così via. Secondo questo fumetto, quando l’uomo aveva raggiunto tutto il sapere possibile, si era rifugiato nell’ipse dixit aristotelico e aveva creato il medio evo. L’annullamento del dubbio, perché tutto era già stato detto e nulla poteva essere messo in discussione. Quindi una setta segreta aveva cominciato a diffondere menzogne – la sfericità della Terra e l’infinitezza del cosmo, ad esempio – per creare nuovo sapere, per fecondare la mente umana di nuovo dubbio: solo così si sarebbe potuto andare avanti, oltre la barbarie di quei tempi.

Noi, che abbiamo la fortuna di vivere in un universo infinito e in un mondo variegato, non abbiamo bisogno di inventarci bugie per andare avanti. Ci basterà interrogarci sui fenomeni che ci circondano. Analizzarli e, conseguentemente, farci un’idea. Perché il dubbio non è l’incapacità di non sapere che pesci prendere, quanto la facoltà di interrogarsi su una serie di scelte possibili da fare e di pensieri da accogliere.

Dico tutto questo perché, come già scritto altrove, ho deciso di parlare in classe di famiglia e di famiglie. Di un concetto che è fisso è immutabile nella mente di alcuni e che, come dimostrano gli storici, è ampiamente mutato nel corso dei secoli e dei millenni. Poiché, poi, nel resto del mondo si è affacciato il fenomeno delle nuove famiglie, ho deciso di dare rappresentanza anche a queste. Accanto alla famiglia tradizionale – o meglio, tradizionalmente detta – ho citato le famiglie delle coppie di persone dello stesso sesso, le famiglie interreligiose, le famiglie monoparentali, le famiglie allargate e così via.

Prima di arrivare a queste tematiche, ho fatto leggere su un libro dato alla scuola e patrocinato dalla Presidenza della Repubblica, dalla Presidenza del Consiglio dei ministri e dal Ministero dei Beni Culturali: Speak Truth to Power di Kerry Kennedy. In questo libro si parla, e non è un caso (e si badi che la Kennedy è cattolica), di diritti delle persone GLBT. Mi è sembrato un buon punto di partenza per parlare anche di altri fenomeni, quali l’omofobia, la questione transessuale, l’accettazione delle diversità. Il discorso si è poi allargato ai grandi temi etici dibattuti in questi ultimi anni, a cominciare dal testamento biologico.

Durante questi discorsi, sono emerse alcune domande e alcune considerazioni.

Tra le prime ricordo con un certo affetto quella di un ragazzino che mi ha chiesto «professore, ma perché non facciamo i diritti delle persone normali?». Da questa è partito un dibattito su ciò che è normale e su come si fa a considerare normale una varietà tra tutte le altre. Una domanda apparentemente stupida e irritante. E invece, portatrice di un intero mondo da esplorare.

Un altro ragazzo mi ha anche chiesto se io fossi a favore delle “famiglie” omosessuali. Al di là della mia risposta, che non ha senso ripetere, c’è da dire che sono rimasto molto colpito dal fatto che questi abbia usato il termine “famiglia”.

Altri ancora mi hanno fatto notare che «se fossimo abituati a vedere più coppie che vanno in giro mano nella mano non ci faremmo caso. È solo una questione di abitudine.»

In tutto questo diverse volte si è arrivati alla domanda cruciale di quale poteva essere la soluzione a certe problematiche: a cosa arrivare a credere, in buona sostanza. Perché gli studenti e le studentesse ti chiedono questo: una verità assoluta. Ho fatto presente che nessuno deve per forza farsi piacere le “scelte” di vita degli altri, ma che tutti dovremmo portare rispetto per la vita degli altri, pur non condividendola. E ho suggerito loro di interrogarsi a lungo quando sono posti di fronte alla diversità, qualunque essa sia. Per capire se le considerazioni che fanno sono in frutto di un giudizio a priori su una cosa che non si conosce o l’elaborazione di conoscenze e idee su un fenomeno che si è osservato a lungo. Li ho visti, per lo più, assertivi. Alcuni distratti, altri rapiti. Il dubbio per me è questo. Continua ricerca. Il fine, invece, è il rispetto. Le risposte, quindi, arriveranno col tempo. Io cerco di insegnare anche questo.