Gli amici gay delle sentinelle? Forse esistono davvero

Vi prego di indugiare su alcune delle frasi proferite nella foto che segue:

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il resto dei commenti potete leggerli, integralmente, nel post di sabato. Vorrei solo far notare a certa gente – evidentemente un po’ troppo ingenua, poco colta, o ancora convinta che basti aver dato qualche esame all’università per dominare la conoscenza del mondo – quanto segue: Continua a leggere

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Essere gay con normalità?

Conchita Wurst, drag “fuori norma”

Mi sono imbattuto, proprio oggi, in un articolosull’Huffington Post in merito al recente spot della Findus, intitolato: “Essere gay con normalità: e se Capitan Findus aprisse il prossimo Pride?”. Già il titolo fa sorridere (anche se i sentimenti reali che suscita vanno in direzione opposta alla gioia) per tutta una serie di ragioni: chiederei, infatti, all’egregio autore com’è o come dovrebbe essere un gay normale. E di contro: chissà se un etero, proprio in quanto tale, può essere anche anormale… Insomma, si fa passare per l’ennesima volta il messaggio che dentro la fenomenologia dell’omosessualità alberghi naturalmente una componente di anormalità. Componente che invece non si considera nemmeno per chi LGBT non è. Basti fare un rapido esempio: si parla di omicidi in “ambiente gay”, ma nessuno si sognerebbe mai di indicare l’assassinio di Meredith Kercher come “vicenda etero”.

Ma, mi dicevo mentre facevo queste considerazioni, magari il problema è del titolista e non dell’autore. Poi però leggo l’articolo e mi cadono le braccia. Affermazioni come “Il rito un po’ stanco dei Pride, non riesce neanche più a fare notizia se si esclude qualche foto delle più bizzarre, che poco hanno a che fare con la stragrande maggioranza di coloro che vanno ad una manifestazione senza né piume né paillettes” non solo non tengono conto del fatto che il Roma Pride quest’anno ha avuto una buona copertura mediatica proprio grazie al lavoro di comunicazione dei/lle militanti, che si sono spesi/e in prima persona e a titolo assolutamente gratuito per una battaglia di libertà, ma ricalcano i soliti stereotipi moralisti: per essere rispettabili, noi “froci” dobbiamo apparire come il pensiero uniformante (e molto spesso omofobo) ci vuole. Un po’ come dire a un nero di cambiar pelle e a un ebreo di cambiar religione per farsi accettare dai bianchi cattolici. A livello di dinamica culturale, sia chiaro.

Ritornano poi deja vu verbali come “Il colpo d’ala richiesto a gran voce alla politica non viene certamente favorito dall’esposizione da Carnevale di Rio di tette e culi al vento”, quando basterebbe ricordare all’autore che la politica italiana si è caratterizzata per anni proprio per la sovraesposizione, con conseguente sottomissione, della figura femminile a fenomeni di mercificazione – un nome su tutti: bunga bunga – che poi non hanno impedito al nuovo corso renziano di fare accordi con il responsabile di tutto questo.

Ancora una volta, si chiede alla popolazione LGBT un grado di moralità che la massa normale (?) e normata (!) non riesce a garantire, né ha intenzione di farlo. Il bue che da del cornuto all’asino. Anzi, all’arcobaleno, nel caso specifico.

Passino poi frasi quali: “È una questione di straordinaria, borghesissima, normalità”, perché sì, la normalità ci piace, ma dipende appunto cosa si intende per norma e quella “borghese” – ed uso una categoria politica – ha dimostrato di esser tale solo se esclude ciò che viene percepito come diverso da sé. La storia degli ultimi due secoli nella lettura dei gender studies avrebbero molto da insegnare a Gasparotti, l’autore dell’articolo, in tal senso.

Concludo questo momento di tristezza e scoramento ricordando che vedo nel paese una pericolosa involuzione culturale, per cui si è assunto un modello come punto di arrivo e non come start per una riconsiderazione della struttura sociale, dei rapporti tra i generi (e di potere tra i generi), del ribaltamento del rigido binarismo eterosessista.

Credo che il fine ultimo a cui tutti dovremmo mirare dovrebbe essere un modello di una società dove sia chi vuole sentirsi borghese, sia chi vuole sentirsi “fuori norma” trovi la sua collocazione. Invece si è adottato il sistema attuale, per cui c’è una realtà data per assodata, l’eterosessualità, e una minoranza che oltre a giustificarsi chiede di poter avere un recinto di accettabilità. Non piena liberazione, ma emancipazione da riserva indiana. Dimmi chi vuoi che tu sia per essere accettato, ed io lo sarò: questo articolo suggerisce questo. Ma delegare a terzi la nostra identità non ci rende davvero liberi/e…

La storia ci insegna che fine fanno certi ghetti, soprattutto mentali. Fa ancora più tristezza che a riprodurli siano persone che avrebbero dovuto imparare, dalla loro omosessualità, il valore “rivoluzionario” dell’essere e non la remissione rispetto a un modello ritenuto naturalmente o “normalmente” superiore.

Prostitute a 14 anni: una vicenda tutta eterosessuale

Ok, lascia a dir poco sconvolti il caso delle ragazze romane dei Parioli, costrette a prostituirsi in piena adolescenza. E ci fa sicuramente inorridire il fatto che a sollecitare questo tipo di pratiche fosse proprio la madre di una delle due. Per chi ha letto le intercettazioni, rimane un senso di vuoto e di squallore. È innegabile.

Questa storia tuttavia fa riflettere su come la notizia è stata data in pasto alle masse dai media. Tra prurito e pietismo. Con l’immancabile psicologa che parla di crisi di valori. Ma nessuno ha detto l’unica cosa che si doveva dire: il modello familista e maschile, per cui l’uomo domina e la donna è oggetto (molto spesso procreativo), è il grande accusato al banco degli imputati. Perché questa è una delle tante storie violente del potere maschile e familista sul corpo delle donne.

Ovviamente qui stiamo parlando della degenerazione di un sistema socio-culturale che dimostra, ancora una volta, di non rappresentare una garanzia per il perfetto e sano equilibrio dell’individuo: quello dell’eterosessismo. Anzi, tale modello, proprio così com’è, (de)genera (in) questo tipo di perversioni. La famiglia non protegge. “Famiglia classica”, modello a sessi “differenziati” e a finalità riproduttive. Anzi, diviene il luogo dove addirittura la violenza assurge al rango di sistema economico.

Faccio parte di un gruppo sociale – quello delle persone LGBT – che chiede diritti specifici, soprattutto in tema di genitorialità e tutela degli affetti.

Ci sentiamo dire, noi della gay community, che non possiamo accedere al matrimonio perché è riservato a soli uomini e donne, in quanto cellula fondamentale della comunità. E mettere in discussione (?) questo principio, significa distruggere la società stessa.

Ci dicono, ancora, che i figli non dobbiamo averli – meglio lasciare morire un negro in Africa che affidarlo a due froci, secondo illuminati/e esponenti di certo centro-sinistra, anche se detto in modo meno schietto – perché l’essere omosessuali sarebbe contraria alla felice crescita dell’individuo.

Riassumendo: siccome siamo gay, lesbiche, bisessuali o trans, non dobbiamo sposarci e non dobbiamo allevare bambini. Perché faremmo solo del male a tutti/e coloro che ci circondano. Non ci dicono come, ma dicono che è così. Per fede. Cattolica, il più delle volte…

In questa storia delle prostitute ragazzine, invece, nessuno ha messo in discussione l’eterosessualità della vicenda. Se la madre che incitava sua figlia a vendere il suo corpo fosse stata lesbica, che cosa si sarebbe detto? In quanti avrebbero trionfalmente portato il caso come prova inconfutabile che la fuoriuscita dai canoni della famiglia tradizionale porta all’abominio?

Eppure questa storia è tutta eterosessuale: lo sono le vittime, lo sono i clienti, lo sono i/le carnefici. Ma nessuno ci ha fatto caso. Contrariamente a quanto sarebbe accaduto a parti invertite. Dovremmo riflettere, e a lungo, su questo.

Famiglie tradizionali

Ho appreso con un certo orrore il caso della sposa-bambina yemenita, venduta dal patrigno a un quarantenne a soli otto anni, morta nella stanza d’hotel dove ha passato la “prima notte di nozze” in seguito alle conseguenze di un’emorragia interna.

I miei pensieri dopo l’annientamento rispetto a una vicenda così spietata, disumana e disumanizzante, mi hanno portato a riflettere su questioni che coinvolgono il significato di parole antiche, usate in modo nuovo e, soprattutto, in modo discriminatorio. Questi termini sono, appunto, “famiglia” e “tradizione”.

Cominciamo da quest’ultima: è tradizione in certe culture che a otto, nove e dieci anni le bambine si sposino – magari dopo compravendita – con adulti. Se la cultura dominante, a cominciare dalla nostra, considera la tradizione e la sua immutevolezza un valore, a rigor di logica sarà difficile sostenere che queste consuetudini siano sbagliate.

Tanto più, e ritorniamo all’altra parola, ovvero “famiglia”, che la consuetudine di cui si sta parlando – nel caso dello Yemen nella fattispecie, ma applicabile nel tempo e nello spazio a qualsiasi altra società – ricalca il modello eterosessuale: un maschio, una femmina, progetto riproduttivo e procreativo (di lungo corso, nel caso specifico).

Semplificando, e di molto: la situazione appena descritta – prescindendo dal suo epilogo tragico – corrisponderebbe in larghe linee a un modello generalmente accettato. La cultura occidentale rifiuta il fatto che ci sia una distanza di età così abnorme, ma lo rifiuta adesso! Dopo millenni in cui certe tipologie di accordo prematrimoniale rientravano nella norma del sistema giudaico-cristiano (si pensi alla differenza di età tra Maria vergine e san Giuseppe, per avere la reale dimensione della cosa di cui stiamo parlando).

Mi si dirà: ma ciò è successo in un paese “incivile”, con cultura e religione diverse dalla nostra. E questo è sicuramente vero. Ma il sostrato di quella diversità ha forti punti in comune con la nostra cultura: la rigida divisione tra generi e la differente rilevanza sociale dei sessi, la sottomissione culturale e quotidiana della donna nei confronti dell’uomo, il maschilismo diffuso, il modello della virilità come valore predominante, ecc. In una parola soltanto: il sessismo. Insieme all’eterosessismo, che è ciò che accade alla società se quel sistema valoriale di cui si è appena data descrizione diviene modello unico e dominante.

Sintetizzando, potremmo dire che questo è ciò che succede quando il paradigma eterosessista raggiunge l’apice della sua applicazione pratica.

Oggi in Italia parleremmo – e a ragione in un caso siffatto – di pedofilia, femminicidio, schiavismo e via discorrendo. Altrove si chiama “famiglia tradizionale”. Parole che, di fronte all’evidenza di ciò che riescono a produrre, non sono poi così rassicuranti.

Nudi e vestiti, domani pride!

Domani sarà il mio primo pride della stagione. Si comincia con Roma, per proseguire con Palermo e Catania.

Ancora di recente vedo, nei dibattiti pubblici e nei discorsi sui social network, come la querelle della presunta sobrietà (o mancanza della stessa) della manifestazione tenga banco, a dispetto della valenza politica e dell’importanza della rivendicazione che essa porti con sé. Trovo anche molto triste – per non dire politicamente suicida – che a fare certe considerazioni siano proprio le stesse persone omosessuali. Ciò dimostra come la cultura della nostra comunità, qui in Italia, sia ancora all’anno zero della questione omosessuale.

Adesso, parlare di “carnevalata”, “sobrietà”, “non rappresentatività” della marcia dell’orgoglio è inutile, demistificatorio, fuorviante, addirittura moralista. Perché?

Prima di tutto, il pride non è una “carnevalata” per un’evidenza culturale: al corteo alcuni/e – per altro largamente minoritari/e – si spogliano dell’identità che la società cuce loro addosso per appropriarsi del loro io più vero, mentre per la festività chiamata dal banco dell’accusa ci si traveste per nascondere se stessi. Da una parte abbiamo la ribellione al sistema sociale, dall’altra la mimetizzazione al fine di contestare lo stesso. I due eventi, quindi, sono semmai l’uno l’antitesi dell’altro. Poi ben venga anche il carnevale, sia ben inteso!

Il concetto di “sobrietà” poi impone alla comunità LGBT quel sentimento di supremazia che la maggioranza agita contro le culture ritenute marginali. Si pretende con essa, imponendola o evocandola, che omosessuali e transessuali dimostrino di essere moralmente migliori rispetto alla massa che non è in grado di, e soprattutto non vuole, fare altrettanto. La società siffatta mercifica il corpo, soprattutto quello femminile, lo sfrutta nei processi produttivi, lo sacrifica quando necessario per questioni etico-mediche, lo mortifica per fatti religiosi. Questi aspetti vengono dati per normali e non messi in discussione. Vengono persino visti come indicatori garanti di libertà personale. Però quando tale libertà si modula in modo non convenzionale, scatta il dispositivo della censura. Benvenuta coerenza, che in questo caso ha le iniziali e il significato di coercizione.

Sulla “non rappresentatività” io vi dico: volete che il movimento LGBT vi assomigli? Benissimo, siamo in democrazia. Lavorateci sodo, fecondaleto e trasformatelo come più vi piace. Credo che l’ingresso di nuove menti e nuove energie non possa far altro che rivitalizzarlo. Ovviamente bisogna anche immettervi contenuti politici. Ma è politica “nuova”, mi e vi chiedo, un’ideologia basata sulla paura del sé? Riflettiamo, per favore.

Concludo con una questione: vogliamo forse impedire un messaggio di liberazione? Sicuramente forte, di impatto e politicamente scorretto. Ma la domanda è: non rientra nella libertà dell’individuo il poter esprimere, laddove è possibile, liberamente il proprio io? E guardate, è proprio in nome di ciò che sono nati il movimento di liberazione sessuale, il femminismo, la questione omosessuale. Quando qualcuno/a un bel giorno ha detto: «tu mi obblighi ad essere come tu vuoi? Ebbene, la mia risposta è no!».

Per cui, domani venite e vestitevi o spogliatevi come più vi piace. Io parteciperò in maglietta o camicia, jeans a mezza gamba perché fa caldo e scarpe comode. E così come (quasi) tutte le persone che conosco. E non andrò per esibire un look “normale” o per rassicurare qualche ben pensante. Andrò a chiedere il matrimonio egualitario, le adozioni, la protezione dei bimbi delle famiglie omogenitoriali, la legge contro l’omo-transfobia, i diritti per i/le trans e quello alla salute per le persone HIV-positive e per i malati di AIDS. E lo farò col linguaggio della gioia! Vi fa davvero così paura?

Se non vedete tutto questo, ma solo tette e culi, vuol dire che non riuscite a capire nient’altro di più complesso di un perizoma o di un reggiseno. E il problema sarebbe comunque vostro. La libertà, converrete, ha maglie decisamente più grandi di un “sentimento dello scandalo” da agitare solo quando fa più comodo per stare in pace con sé.

Unioni omoaffettive, recinti per froci

Ho letto il testo della legge presentata da Giancarlo Galan in merito alle cosiddette “unioni omoaffettive”. Non entrerò nei dettagli tecnici, perché non ho una cultura giuridica, per cui rimando i commenti in merito a coloro che ne sanno più di me. E vi dirò di più: considero quel testo di legge, in merito ai diritti e ai doveri che garantisce, addirittura un buon progetto. Non ottimo, va da sé, ma accettabile. Se non fosse per una serie di ragioni che lo rendono, invece, persino lesivo del concetto di dignità della persona.

Cercherò di spiegare le mie ragioni per punti.

1. La questione del nome: unione omoaffettiva non significa niente sotto il profilo semantico. Nel nostro ordinamento se due persone si amano e vogliono regolarizzare la loro unione esiste il matrimonio. Non esistono “unioni eteroaffettive”. L’amore, come lascia intuire l’introduzione stessa alla legge, non ha natura, non ha colore, non ha valenze relative a chi lo vive. L’amore è. Per cui se per gli eterosessuali il progetto di vita basato sui rapporti affettivi (e non solo sentimentali, come vedremo dopo) prevede il matrimonio, negarlo ai cittadini gay e alle cittadine lesbiche, dando loro, al contrario, un istituto a parte rappresenta un atto di segregazione. La locuzione “unioni omoaffettive” esclude le coppie gay e lesbiche dalla terminologia della giurisprudenza dell’eguaglianza. Manda a dire al cittadino: il matrimonio rimane a voi eterosessuali, per i “froci” c’è un recinto a parte. Già questa impostazione, che dà il via a tutto l’impianto, è inaccettabile e da rigettare in blocco.

2. Segregazionismo giuridico: nel progetto di legge si parla di “forme assimilabili al matrimonio”, di “legge ad hoc” e di “analogia col matrimonio”. I presupposti culturali della disciplina sulle “unioni omoaffettive” partono dunque con la volontà di separare dal consesso dei cittadini e delle cittadine ritenuti/e “normali” quella minoranza percepita come marginale. Questa marginalità, per altro, si traduce in differenziazione di trattamento rispetto all’accesso ai diritti. Non è vero che queste unioni sono uguali in tutto al matrimonio, fuorché il nome. Sono invece diverse rispetto al matrimonio perché – coerentemente col principio ispiratore dei DiCo, per cui in quanto gay e lesbiche veniamo esclusi/e da specifici diritti – non si prevede l’adozione dei minori e non si ravvisa nessuna tutela della genitorialità già esistente. Ci sono migliaia di bambini/e che vivono in coppie omogenitoriali ma il genitore non biologico non è tutelato dalla legge. Questa disciplina li ignora, semplicemente. Per non parlare di sgravi fiscali e pensioni di reversibilità: ciò che alle coppie sposate (ed eterosessuali) è dato da subito, le coppie di gay e di lesbiche dovranno sudarselo dopo due anni di convivenza registrata. Mentre magari stanno insieme da decenni… questa sarebbe l’uguaglianza, per Galan.

3. La morale eterosessista: l’impianto della legge e la sua filosofia partono dall’evidenza che due gay o due lesbiche possano stare insieme solo se c’è il salvacondotto dell’amore a rendere lecita e legittima l’unione (salvo poi trattare questo amore come alla stregua di un cane da compagnia – da trattare con riguardo perché gli animali non si maltrattano – ma da far dormire fuori, nel giardino delle unioni omoaffettive, perché nella casa del matrimonio sporca). La stessa etica non si applica alle coppie sposate, in quanto lo Stato non indaga sulle ragioni per cui due eterosessuali decidono di stare insieme, fosse solo per denaro, perché fanno bene sesso insieme, per noia dopo anni di relazione oppure – e ben venga – per affinità sentimentali. Ancora una volta due gay o due lesbiche, proprio perché tali, per stare insieme devono dimostrare di essere migliori degli eterosessuali attraverso il coinvolgimento del più nobile dei sentimenti (che per altro è indimostrabile, quindi il presupposto si prospetto pure ipocrita oltre che offensivo).

4. I limiti della legge: questo disegno esclude tutta una fetta di cittadinanza. Ad esempio, penso alle persone eterosessuali che non vogliono o possono sposarsi ma che vorrebbero essere tutelate nelle nuove convivenze da una legge, magari più light, sulle unioni civili (da estendere anche alle coppie omosessuali parallelamente a una legge sul matrimonio egualitario). Gay o etero, indifferentemente. Questa legge, proprio in virtù di quella morale di cui sopra e proprio perché segregazionista, invece di aumentare l’eguaglianza di ogni cittadino/a, rimarca le diversità tra categorie sessuali (salvo poi non riconoscerne la diversità nel processo di nominazione, sommando ipocrisia a ipocrisia).

Concludendo: io sono un cittadino italiano, di sesso maschile a anche gay. In quanto cittadino e poiché maschio che ama (o desidera) altri maschi, vorrei avere una disciplina uguale a quella che regola le unioni tra eterosessuali. Stessi diritti, stessi doveri, stesso nome. Sono anche gay, è vero, ma in un paese civile questa particolarità dovrebbe essere secondaria. Invece nel 2013 è basilare per creare impianti giuridici dai nomi improponibili e dall’edificio filosofico vetero-novecentesco. Certo, il tutto è intriso da buonismo cristiano e una bella fetta di ipocrisia tutta italiana. Ma ciò rende il papocchio ancora più indigesto, se possibile.

Adesso bisogna solo vedere cosa faranno i nostri eroi. Se riusciranno ad approvare questo testo così com’è, se lo peggioreranno – si aspettano, in tal senso, gli intimi pruriti dei vari cattolici presenti nei vari schieramenti da tradurre in emendamenti – o se, come prevedo io, non se ne farà niente. D’altronde ci hanno già abituati/e a questo. A noi non rimane altro che attendere. Poco speranzosi, per di più.

Che vi piaccia o meno saranno i froci a rendervi liberi

Questo post farà arrabbiare, assai probabilmente, molte persone. Ma andiamo per ordine.
Ho avuto la fortuna di conoscere don Barbero, un uomo straordinario che vive la sua fede di cristiano senza la necessità di scovare il (presunto) peccatore che vive in ogni uomo. Il suo pensiero può essere efficacemente espresso dalle seguenti parole:

“C’è una tradizione secolare che ha eretto il modello eterosessuale ad unico modello. Gli omosessuali sono stati e sono una rivoluzione. Fanno vedere che fuori dal modello esistono diverse possibilità di amore, ma chi ha il potere vuole un modello, solo perchè si governa più facilmente. Quando però l’amore esplode non lo governi più.”

Con Alessandro il Filosofo siamo giunti, per altro, a elaborare, in separata sede, la teoria del carattere rivoluzionario dell’omosessualità. Che non vuol dire che domani arriveranno i carri armati sovietici a mettere la bandiera rossa in piazza San Pietro (anche se quasi quasi…), bensì proprio perché in un mondo che non ammette l’eccezione dalla norma – norma che, ricordiamolo, è una delle tante eccezioni che si è imposta sulle altre con la violenza, trasformando tutto il resto in eresia – fornire un modello di felicità alternativo al grigiore dell’eterosessismo (attenzione, sto dicendo, per l’appunto, eterosessismo e non eterosessualità) scardina diverse certezze.

Ne parlavo per altro con la Adry, giusto l’altro giorno mentre tornavamo a casa da una festa. Noi gay e lesbiche nel nostro processo di crescita proseguiamo il processo della doppia distruzione e della doppia ricostruzione. Gli eterosessuali si rassegnino, loro distruggono e ricostruiscono una volta sola. Perché noi non dobbiamo solo mettere in dubbio il super io – dicesi anche: conflitto generazionale – per cui prendi tutto ciò in cui ti hanno fatto credere mamma e papà e lo metti ferocemente in discussione. Noi, almeno quelli della mia generazione, abbiamo dovuto confrontarci con un modello che non ci ha mai previsti e produrne uno nuovo. Che poi, a ben vedere, e questo ti fa capire quanto in malafede sia chi crede alle parole di un Buttiglione qualsiasi, non è quello di distruggere la famiglia bensì quello di renderla meno stronza. Includere la diversità dando ad essa piena legittimità esistenziale.

Tradotto in termini pratici: portare il mio compagno ai pranzi di famiglia dovrebbe essere accettato allo stesso modo in cui accetti l’idea che si possa cambiar tinta ai capelli. Poi va da sé la tintura può anche non piacerti, ma l’idea che si possa cambiar colore alla propria chioma non genera scompensi e non sfocia in tragedia, ne converrete. Fate le dovute sostituzioni, voi che siete persone intelligenti, e capirete dove voglio arrivare.

Il processo “naturale” di messa in discussione del pregresso del nucleo familiare ci rende individui.
Il processo di ricostruzione di un nuovo modello sociale in cui l’omosessualità – ma anche la transessualità, eh! – abbia diritto di cittadinanza ci rende umani. Perché ci ritagliamo un ambito in cui poter far vivere tutti i nostri affetti, nella loro più assoluta completezza. E attenzione: ho utilizzato le parole “tutti” e “affetti”, che tradotto per quelli di cranio più duro, significa poter stare insieme alla mamma e alla fidanzata (se sei lesbica) proprio in giorni come questi.

[Digressione necessaria, arrivati a questo punto: il sesso, unica cosa a cui pensano certi etero quando si parla di omosessualità, dovrebbe rivestire una dimensione privata. Vero è pure che far capir questo a una “civiltà eterosessista” che ha creato un sistema politico basato sulla tetta facile data in pasto al popolo a partire dalla pubblicità per i chewing gum è impresa quasi vana, ma non impossibile.]

La propria condizione “sessuale” (senza i prefissi etero, omo o altri ancora che la precedono, per intenderci) deve servire per liberarci dal modello che altri ci hanno imposto con l’unico fine di dominarci meglio (e ri-cito don Barbero). Quando sei etero e vedi un mondo di uguali a te è più difficile metterti in discussione. Quando sei omo (o trans) quel modello – quello della pubblicità delle gomme con le tette che poi ti spacciano per famiglia naturale – va naturalmente in crisi. Che vi piaccia o meno, perciò, saranno i froci a rendervi liberi. Non tutti, ovvio, e in intima alleanza con gli etero che non vedano se stessi come i figli del peccato. Ma così è, se vi pare oppure no.

Il fine dell’esser gay (e tutto il resto) dovrebbe dunque esser quello di far aprire gli occhi al mondo per suggerirgli che l’amore libera e l’eros (non carne) sublima. Il mondo di adesso, a ben vedere, sembra avere l’amore come dovere e il sesso come via di fuga. Ciò, per altro, getta una luce nuova sulla castità scelta come rimedio (peggiore del male?) al modello imperante. Ma poi ciò che ne viene fuori sono soggetti come Rosy Bindi e Formigoni. Cioè ragazzi, fate un po’ voi.