Oggi su Gay’ Anatomy: “Al Quirinale voglio…”

In questi giorni convulsi, in cui non si vede uno spiraglio certo per la sorte del governo Bersani, destinato a navigare a vista nei tempestosi mari del Senato, la più alta carica dello Stato fa gola a molti, a cominciare da quel Berlusconi che già grida al golpe, perché secondo la sua lettura della Costituzione non sarebbe possibile una tripletta tutta a “sinistra”, insieme alla presidenza delle due camere già assegnate a Grasso e Boldrini.

Ignora, re Silvio, che ci sono diversi precedenti che assegnano alla maggioranza di governo non solo Montecitorio e Palazzo Madama, ma anche il Quirinale. Sarebbe il caso che qualcuno glielo ricordasse. Anche perché sarebbe gioco facile, per il PdL, sostenere adesso il Pd, ottenere la presidenza della Repubblica, ribaltare il tavolo, tornare a votare e fare l’en plain, tra esecutivo e altri palazzi, una volta tornati al governo. Per non parlare del fatto che un presidente in quota PdL farebbe passare qualsivoglia “porcata” di un futuro governo berlusconiano. E, in caso di governo Bersani, rallentare la sua azione con continui rimandi alle camere.

In questo quadro così complesso, perché scegliere Emma Bonino come futuro presidente della Repubblica? Scoprilo su Gay’s Anatomy.

Cancellieri contro noi lavoratori migranti: e la casta applaude

Vorrei fare notare alcuni aspetti sull’infelicissima frase di Anna Maria Cancellieri, il ministro dell’Interno, che sulla riforma del lavoro ha così sentenziato:

«Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà.»

Bene, se la signora Cancellieri ha detto realmente queste parole, dovrebbe dimettersi all’istante, perché dimostrerebbe di ignorare la realtà italiana, caratterizzata da una grande immigrazione di giovani da sud verso il nord, o dal contesto nazionale verso l’estero.

Per altro, Cancellieri dovrebbe ricordare al suo governo, di matrice cattolica e ultra-conservatrice, che non siamo noi “mammoni” a proporre il valore della famiglia come unico possibile. Se in questo paese ci fosse una reale politica basata sull’indipendenza economica dei singoli – come succede altrove, con assegni per gli studenti fuori sede, tanto per dirne una – migliaia di giovani sarebbero più inclini a lasciare il nido familiare, unico vero paracadute sociale, per tentare una carriera autonoma e indipendente.

Ignora, infine, questo governo assieme ai suoi rappresentanti, la matrice affettiva e, di rimando, anche economica del voler vivere, quando è possibile, vicino alla famiglia di origine. Siamo in un paese che non concede nulla alla vecchiaia, che taglia le pensioni, che non assiste i soggetti a fine vita. La presenza di un figlio, a volte e in certi casi, si traduce in una drammatica necessità.

Se i figli vivono lontani, ci si ritrova di fronte al dilemma di abbandonare i genitori – che magari li hanno aiutato in situazioni di precariato lavorativo – alle cure, sempre amorevoli e sicuramente mai dispendiose, di qualche istituto per anziani oppure di lasciare il lavoro per assistere i propri cari.

Il ministro, da sempre abituato a vivere negli agi di una professione che le ha consentito una vita più che dignitosa, non si rende conto della realtà italiana, fatta di precariato, di sacrifici, di quotidiana lotta per la dignità della persona.

Quest’affermazione, che oltre ad essere offensiva è allo stesso tempo volgare, ha avuto il plauso di personaggi il cui curriculum fa il paio col concetto di sacrificio: come Claudio Cicchitto, noto per aver lavorato nelle miniere del Belgio, Emma Bonino – che tra un salvataggio e l’altro della peggior compagine berlusconiana si è spaccata la schiena, si sa, nelle fabbriche della OMSA – e del finiano Raisi, compensato del suo duro e usurante lavoro con le magrissime risorse imposte dallo stipendio da parlamentare.

Sarebbe interessante, infine, vedere a quanti chilometri e con quale emolumento lavorano i figli di tutti questi personaggi citati. Giusto per dare il buon esempio.

***

P.S.: chi scrive ha cominciato con la carriera universitaria, durata sette anni. Dopo la riforma Gelmini, tagliate le risorse all’accademia, ha preferito trasferirsi a cinquecento chilometri di distanza pur di lavorare, facendo, per altro, un lavoro poco qualificante a livello umano e professionale. La sorella di chi scrive, per le stesse identiche ragioni, è andata a lavorare al nord. Una nostra amica, sempre per questioni legate al lavoro, vive in un’altra nazione. E come questa, altre persone di mia conoscenza.

Alla luce di questo, il ministro Cancellieri dovrebbe semplicemente chiedere scusa, possibilmente con un minimo di senso della vergogna. Non penso di chiedere troppo.

Regionali 2010 e caso Bonino: il pd ha drogato la democrazia?

Cerchiamo di ricostruire i fatti.

L’intervento di Concita De Gregorio potete sentirlo direttamente voi qui: http://www.radioradicale.it/scheda/340729

Poi c’è il comunicato dei Radicali Italiani, pesantissimo, che si può riassumere così: «il Partito Democratico ha voluto far perdere Emma Bonino alle Regionali del Lazio».

La cosa di per sé non è una novità. Che certi partiti di centro-sinistra non amassero la candidatura di Emma Bonino è stata cosa fin troppo evidente.

Ma cosa ha detto l’ex direttrice dell’Unità? Raccontando di un suo incontro con un “altissimissimissimo” (sic) dirigente del partito democratico, sull’appoggio alla leader radicale, allora candidata per la coalizione progressista contro la destra, emerge che l’anonimo interlocutore abbia risposto così:

«A noi questa volta nel Lazio ci conviene perdere. Perché, siccome la Polverini è la candidata di Fini e siccome è l’unica sua candidata della tornata, se vince, Fini si rafforza all’interno della sua posizione critica del centrodestra e, finalmente, si decide a mollare Berlusconi e a fare il terzo polo, insieme a Casini. E noi avremmo le mani libere per allearci con Fini e Casini e andare al governo.  Senza ovviamente che gli elettori ci mollino, senza perdere troppo consenso. Perché non saremo noi a condurre questa operazione, noi perdendo oggi daremo solo il via, il resto lo farà la crisi economica».

Gli aspetti inquietanti di questa vicenda, finora non smentita da nessuno dei “altissimissimissimi” del pd, e contestata, per altro male, da alcuni suoi militanti (Cristiana, mi duole dirlo il tuo ragionamento fa torto alla tua onestà intellettuale), sono molteplici:

1. Concita De Gregorio non è una giornalista qualsiasi. È la direttrice dell’organo ufficiale del pd. È stata, cioè, la voce del partito. E questa voce ha detto che il partito, nella persona di un suo massimo dirigente, ha lavorato contro se stesso e contro i suoi militanti, che invece puntavano alla vittoria delle regionali del 2010.

2. Se quanto detto da De Gregorio è vero, e fino ad adesso pare che lo sia, cosa ci autorizza a non pensare che il pd non farà lo stesso in altre competizioni elettorali per seguire il disegno neoconservatore e reazionario dei suoi leader?

3. Il progetto di un’alleanza che coinvolga Casini – che, ricordiamolo, ha portato in parlamento un condannato per rapporti con la mafia (Cuffaro) e un indagato per lo stesso reato (Romano) – e Fini – ex fascista – è nei piani manifesti dell’attuale dirigenza del pd. I conti tornerebbero, in tal senso.

4. Il principale partito di opposizione pare aver bisogno dell’aiuto di frange integraliste cattoliche per poter ritornare al potere. Si mostra, dunque, incapace di riprodurre una strategia politica vincente che lo renda autonomo dai suoi alleati. Questi, per altro, non sono cercati a sinistra – come IdV o SEL – bensì in quella stessa destra che ha contribuito fattivamente a fare le fortune di Berlusconi negli ultimi diciotto anni.

5. Ancora sulle alleanze: il pd è fermo al 27% dei consensi secondo tutti i sondaggi. SEL e IdV, insieme, arriverebbero al 18%. Ancora, secondo i sondaggi, l’UdC non va oltre il 7% e Fini è fermo al 3%. Per quale ragione preferire un patto con una forza accreditata tra il 10-12%, per di più di destra clericale?

Da queste evidenze, emergono due ulteriori considerazioni.

La prima: se domani si proponesse un’alleanza pd-terzo polo, sarebbe la fine di qualsiasi intervento politico su questioni vitali per i diritti civili. Testamento biologico e coppie di fatto, ad esempio, verrebbero cestinati per sempre nel nostro panorama politico. Per non parlare di altri settori strategici, come sanità e scuola. I fondi pubblici sarebbero destinati a enti religiosi, in spregio della nostra Costituzione e del concetto stesso di laicità.

La seconda: i militanti e gli elettori del pd sono stati trattati, da quel dirigente, come pecore disposte ad accettare supinamente le decisioni dei piani alti. Vedremo se è vero. Perché in qualsiasi paese serio, un partito serio defenestrerebbe immediatamente quel dirigente. In alternativa, il partito perderebbe milioni di consensi in pochi mesi. Anche se io temo che non accadrà nulla di tutto questo.

Un fatto rimane, comunque, incontrovertibile: Emma Bonino ha perso e la democrazia pare esser stata drogata proprio dalla dirigenza di quel partito che porta, dentro il suo nome, l’aggettivo che si rifà ad essa. Non è decisamente un buon segno.

Ma io approvo la missione in Libia.

Sono un non violento, anche se a volte mi incazzo e medito sterminio. Ma sono i deliri dell’indignazione. Ho sempre pensato che l’occidente invada alcuni territori, in nome della libertà e della democrazia, per ottenere potere e ricchezza. L’Iraq insegna. Adesso il Mediterraneo brucia e c’è la guerra, dietro casa mia. Siracusa è a pochi chilometri dalle coste libiche. Se davvero Gheddafi avesse delle armi, potrebbe essere colpita la mia città, assieme alla mia terra, e questo mi terrorizza.

Eppure stavolta io sono d’accordo con la missione internazionale.

Sono e sarò sempre contro la guerra. L’Italia, per altro, non dovrebbe mandare i suoi caccia a bombardare Tripoli, su questo non ho dubbi. Perché lo dice la nostra Costituzione.

Ma dall’altra parte non c’è un dittatore che è stato accusato, ingiustamente, di avere gas nervini. Dall’altra parte c’è un uomo che tutti abbiamo schifato quando, pochi mesi fa, qui a Roma, è venuto a farsi omaggiare come un satrapo.

Gheddafi spara sulla folla che chiede giustizia e libertà. Gli spara addosso con i missili, dagli aerei. Non so se avete visto i corpi bruciati, accatastati senza identità, vicini, dalle identità perdute per sempre.

La Libia sta cercando di darsi un futuro. La rivoluzione libica è una rivoluzione di popolo. Noi dovremmo sostenerla. E purtroppo, per sostenere i ribelli, occorre fermare la macchina da guerra del Colonnello. E un carro armato che sta per sparare si ferma solo in un modo.

L’Italia dovrebbe giocare su due fronti: quello dell’appoggio militare, con le sue basi, e quello del rilancio delle relazioni diplomatiche. Dovrebbe dire ai suoi alleati: noi non possiamo bombardare un altro paese, se non per legittima difesa. Ma possiamo aiutarvi a portare giustizia. Dovrebbe essere questo il senso della nostra partecipazione a quella che è l’ennesima missione di guerra, ma che dovrebbe essere improntata in modo nuovo.

Io penso questo.

Mi stupiscono gli strepiti di chi, da Gino Strada in poi, si trincera dietro affermazioni di principio sterili e fini a se stesse. Non credo che ci siano persone sane di mente a cui piaccia la guerra. Ma qui non si tratta di invadere un paese straniero. Si tratta di impedire a un criminale di uccidere ancora.

Non prendere una posizione, in nome dell’integralismo pacifista, significa approvare il lancio dei missili del regime di Tripoli su Misurata, Bengasi e le altre città in mano ai ribelli.
Significa essere dalla stessa parte di una orrenda Lega Nord che invece di guardare al dramma, pensa che verranno milioni di clandestini e che non avremo più petrolio.
Significa stare dalla parte di chi lascia che quei migranti che non raggiungono l’Italia muoiano nel deserto.

Non so come finirà la crisi libica, ma occorrerebbe farsi da subito delle domande su quale senso abbia appoggiare dittature sanguinarie, idolatrarle come ha fatto più volte Berlusconi proprio con Gheddafi – ennesima riprova che è inadatto a governare e che deve andarsene per sempre dalla vita politica del paese – perché come ha fatto notare giustamente Emma Bonino, a Che tempo che fa, queste prima o poi si sfaldano.

Speriamo, come dice Cristiana Alicata, che la missione duri poco e che faccia pochissimi danni. È l’unica cosa che, al momento, possiamo fare.

Siamo al centro del Mediterraneo, dovremmo creare una rete di popoli tra noi e il Maghreb, tra noi e l’Europa, in nome della pacifica convivenza. Cominciamo a non avallare la tirannide dei satrapi.

La più amata dagli italiani.

L’Espresso ha lanciato un sondaggio:

Una donna a Palazzo Chigi:
voi chi preferireste? Dopo lo scandalo Ruby, sono in molti a pensare che l’opposizione alle prossime elezioni dovrebbe proporre una candidata donna. Quale sarebbe secondo voi la più adatta e quella con maggiori possibilità di vincere?

Seguono una sfilza di nomi. Tra questi, tra cui spicca un’unica politica degna di voto, Emma Bonino, (con un occhio di benevolenza alla Serracchiani), ne spuntano di improponibili e assolutamente inutili, per non dire dannosi, quali la Finocchiario, la Melandri e, addirittura, la Lanzillotta.

In quello che appare un omaggio all’epica della tristezza, a vincere è lei: Rosy Bindi. E non poteva essere diversamente.

La cretinaggine italiana, che fino a oggi ha dato potere a Berlusconi, se si dovesse votare una donna, vorrebbe una mezza-suora laica, nonché criptolesbica e omofoba.

Dentro gran parte dell’elettorato di centro-sinistra non si riesce ad andare oltre la sciatteria, politica e umana, di quella donna. Si vorrebbe governare, cioè, la complessità del presente affidandola a chi non va oltre la superstizione a cui si ispira per la sua azione “politica”.

I miei connazionali si meritano decisamente il peggio.
Fosse non altro perché lo rincorrono.

Un po’ di speranza, aspettando i risultati elettorali

Una cosa che ieri non ho detto a Cristiana e agli altri del suo comitato elettorale, mentre prendevamo un aperitivo al Coming Out, è che dopo mesi hanno riacceso in me la speranza. La speranza che qualcosa possa cambiare: sia in questo paese, sia nei partiti che ardiscono a governarlo, a cominciare dal maggior partito d’opposizione. Se per fortuna (o per disgrazia, ma non nostra) dovessero vincere la Bresso, Vendola e la Bonino, tutti assieme, nelle rispettive regioni, sarebbe l’inizio di qualcosa di nuovo a livello nazionale.

Innanzi tutto, come si discuteva ieri con Cri e gli altri, sarebbe la fine del paradigma dalemiano. I dalemo-bersaniani ce l’hanno messa tutta per far fuori due candidati d’eccellenza, quali la Bresso e il governatore della Puglia, fallendo miseramente. Se anche le urne saranno a loro favore, sarà la pietra tombale di ogni aspirazione di quella classe dirigente che è già sin d’ora, a prescindere dall’esito delle regionali, obsoleta, vecchia, inadeguata a cogliere il cambiamento sociale: basti vedere le ultime dichiarazioni del segretario del pd sulle coppie di fatto, uguali a quelle della Ferilli e della Cuccarini. Credo sia drammatico che un leader di un partito di massa, su questioni che riguardano l’affettività di milioni di persone, abbia la stessa dimensione intellettuale di una cafona che pubblicizza sofà.

Un altro aspetto che va giustamente tenuto in considerazione, come mi è stato fatto notare ieri, è che il voto cattolico ne uscirebbe a pezzi. Vero è che l’UDC in Piemonte sostiene Mercedes, ma vero è pure che la Bonino e Vendola sono stati osteggiati proprio da Casini. La vittoria di questi tre candidati, dunque, sconfesserebbe le manovre in atto, frutto di un accordo tra Opus Dei (della quale D’Alema è simpatizzante) e ex comunisti per allargare la maggioranza di centro-sinistra al partito di Cuffaro, al partito di chi dice di difendere la famiglia e poi è pieno di divorziati, al partito di Casini insomma.

Un primo dato, comunque, è certo: l’astensionismo. Se Berlusconi giustificherà una eventuale sconfitta elettorale con la solita leggenda metropolitana che ad astenersi sono le persone di destra, non fa altro che confermare la sua inadeguatezza politica. Se la gente non ti vota è perché non gli piaci. Se non ti votano più i tuoi, è perché gli fai schifo. Pensierino che dovrebbero fare pure a sinistra, tuttavia.

Detto questo, aspettiamo i primi risultati elettorali. Come ho già detto, dopo anni li guarderò con trepidazione, con ansia, con la speranza di chi, e non so se questo è un bene o meno, è tornato a credere che possa esserci una possibilità di cambiare le cose in questo paese bellissimo eppure così maltrattato.

(Im)manifesti elettorali

Non so se lo avete notato. Almeno chi vive a Roma. E pure Queerway ci ha fatto un post. Parlo della campagna elettorale delle regionali.

La cosa funziona più o meno così. Da una parte – a destra, cioè – una selva di personaggi, più o meno oscuri, almeno per me, che promettono, anche con ardite prodezze linguistiche, di realizzare qualsiasi tuo desiderio. Manco fossero la lampada di Aladino. A capo di questo olimpo, lei, la dea con tailleur e pantalone, colei che ha fatto della monotonia la bussola estetica per il taglio dei capelli, la sempregrigia Renata.

Roma è tappezzata dei suoi manifesti in cui assicura di proteggere la famiglia, le imprese, il lavoro e tutto ciò possa sembrare rassicurante a un elettore medio del centro-destra italico.

A questa sovraesposizione mediatica, le opposizioni rispondono male, in modo disorganizzato e, soprattutto, senza comunicare nulla.

I manifesti del partito democratico, ad esempio. Nessuno di questi pubblicizza la candidatura Bonino. Il pd ha messo in giro facce di elementi che sembrano venuti fuori da un film, uno qualsiasi, e che richiamano l’estetica di un album di Carmen Consoli o di una stagione di Lost e che dicono, guarda un po’, tutto ciò possa sembrare rassicurante a un elettore medio del centro-destra italico. A capo di questa montagna di niente, spunta fuori il faccione di Bersani, eccitante come un attacco narcolettico, a commentare “in poche parole, un’altra Italia”. E amen.

Per cui: da una parte il candidato della destra alle regionali, con tutto il suo empireo ghignante. Dall’altra Bersani col suo esercito del niente. E adesso, io sono uno di quelli che si impressiona facilmente – e a dirla tutta, amo sia la Consoli sia Lost – ma vedere quei visi sofferenti che suggeriscono, senza dir come, che tutto dovrebbe essere migliore non è che ti mette esattamente di buon umore.

La ciliegina sulla torta di questo delirio che ha, come unica conseguenza, il trionfo del peggio – a cominciare dagli alberi tagliati inutilmente per permettere a questi loschi individui di esporre impunemente certe inanità – è rappresentata dalla campagna elettorale dell’UdC, che ha scelto una linea chiara e elementare: il tricolore ricucito, il simbolo del partito sul bianco e il nome del leader in bella vista.

Casini – che almeno ha avuto il buon gusto di risparmiarci il suo ipocrita sorrisino da secchia – vuol dare l’idea di essere colui che salverà l’Italia dalle lacerazioni tra una sinistra incapace e una destra oscena. Sì, alleandosi con entrambe. Vuol far dimenticare, forse, che se Berlusconi è arrivato dov’è arrivato è anche per merito suo. In quanto allo slogan “estremo centro”, ho reminiscenza di qualche lettura passata (perdonerete se non ricordo il titolo del testo) in cui furono proprio i fascisti a esser definiti estremisti di centro. Forse  l’elettore medio del centro-destra italico non lo sa ma, a livello subcosciente, anche questo potrebbe essere rassicurante. Almeno per quella fetta di elettorato che vede nello strapotere di un uomo solo una garanzia di libertà per tutti.

Per noi, invece, che crediamo allo stato di diritto, non rimane che qualche cartellone con volti sofferenti e, allo stesso tempo, senza espressione alcuna.

Crocifisso obbligatorio: il pd rassicura teodem e UDC

La vocazione peggioritaria del partito democratico segna un punto a suo favore con la proposta di legge numero 1947 che, qualora venisse approvata, renderà obbligatoria l’esposizione del crocifisso in tutte le aule scolastiche, in barba ai più elementari principi di laicità e di rispetto per le differenze religiose e per il diritto all’ateismo.

Nel testo di legge, reperibile sul blog di Maurizio Cecconi, si legge che tale normativa è fatta «in considerazione del valore della cultura religiosa, del patrimonio storico del popolo italiano e del contributo dato ai valori del costituzionalismo, come segno del valore e del limite delle costituzioni delle democrazie occidentali». Un falso storico senza precedenti che riduce la storia della repubblica e il valore della democrazia a mera conseguenza di un cattolicesimo che ha sempre fatto a pugni con il più elementare principio di libertà e di rispetto della persona: basti pensare le frequentazioni del fu Giovanni Paolo II con dittatori quali Pinochet e Fidel Castro, i favori che il Vaticano ha fatto ai fuggitivi del regime nazista, per non parlare di quella graziosa abitudine pretesca che nei manuali di criminologia è chiamata col nome di pedofilia.

Per altro, in un momento siffatto, con un Bersani che ricorda a Berlusconi che le misure contro la crisi dovrebbero essere prioritarie sulle leggi ad personam, ci dovrebbero spiegare quale utilità o quale urgenza abbia una legge destinata ad alimentare nuove laceranti polemiche.

La risposta potrebbe ritrovarsi nel fatto che questo raro esempio di intelligenza politica si colloca a ridosso della vittoria di Vendola in Puglia, della candidatura di Emma Bonino in Lazio e dopo le minacce di Paola Binetti di lasciare il partito democratico, reo di essere “di sinistra”. Una marchetta fatta non solo ai cattolici interni, ma anche a quelli che si voglion portare dentro la nuova coalizione di semprepiùcentro-menosinistra (con o senza trattino fate voi) che dovrebbe includere l’UDC – il partito che candida uomini che favoriscono la mafia – assieme al pd e a chi ci vuol star dentro.

Il pd, in altre parole, cerca di rassicurare certe falangi antilibertarie e omofobe – si vedano le ultime mirabolanti imprese di Volontè, nel Consiglio d’Europa – a discapito dei suoi stessi elettori, quelli più illuminati, laici, e perciò democratici ed europei, in quello che si potrebbe definire un rigurgito idolatrico a scopo elettoralistico. Il che per un cattolico fervente e, in altra misura, per un cultore della ragione, dovrebbe rappresentare una vergogna. Una delle tante di questo partito, questo sì, da appendere al muro una volta per tutte.

La diamo una mano a Emma?

Vittorio Zambardino ha scritto una lettera molto significativa – che potete leggere in calce – su ciò che dovrebbe fare tutto il movimento GLBT in Lazio per uscire dalle splendide, e inutili, torri d’avorio in cui è arroccato da qualche tempo a questa parte.

Nonostante ci siano alcuni punti che meriterebbero ulteriore approfondimento, trovo costruttivo l’impianto generale di questo documento per quella che dovrebbe essere una strada da seguire: a cominciare dalla deideologizzazione dei nostri percorsi politico per arrivare a un’alleanza tra movimento e politica in cui, in un secondo momento, far pesare la nostra capacità di far numero e di dare proposte e risposte valide a problemi oggettivi.

Il rischio, va da sé, è che queste parole restino inascoltate e che i “leader” di movimento si rendano sempre più simili non tanto ai faraoni, di cui emulano il distaccato e altezzoso comportamento nei confronti della “base”, quanto alle mummie che quegli stessi faraoni son diventati a distanza di millenni.

L’opportunità, in tal caso, è tutta della base. Una base che ormai non si riconosce nelle ormai note sigle e che non vede il movimento solo come giustificazione etica della movida romana, che tutti e tutte noi amiamo profondamente ma che è poca cosa, ammettiamolo, rispetto al tutto che c’è da fare. È arrivato, in buona sostanza, il momento di far capire al mondo la fuori che ci siamo e siamo portatori di valore politico: cioè, di capacità di mediare, di offrire delle alternative, di vedere il futuro. Allora, riprendendo le parole di Zambardino, aiutiamo Emma?

Cari amici,

uno che quando avevo la vostra età andava forte, scriveva: “Gli oppressi ragionano male”. Ecco, si avvicinano le elezioni regionali e non vorrei che, anche stavolta, si ragionasse malissimo.

Non entro nel ginepraio delle divisioni politiche del movimento lgbt e non mi ricordo più che altro, dal quale mi tengo per scelta accuratamente fuori. Mi concentro su un punto: fra circa 60 giorni in questa regione si vota per il governo della Regione. Il candidato del centro sinistra, per la prima volta in questo paese, è Emma Bonino. Cioè un leader internazionalmente riconosciuto delle lotte per i diritti civili: no, non parlo solo di quelle italiane, ma del Burqa, delle mutilazioni genitali femminili, la libertà di rifiutare l’accanimento terapeutico (a proposito, è una libertà che ci hanno appena tolto).

E’ che vi vedo distratti. Anche un po’ separatisti. Ci sono persone impegnate in lotte disperate che “somigliano” a quelle radicali degli anni passati nelle loro forme, il digiuno. Ma sono disperate perché non hanno, della non violenza, l’elemento del dialogo col potere. Rischiano di morire nel silenzio. Del resto con chi dialoga il movimento dei diritti dei gay in Italia? Con nessuno. Si possono riempire piazze di grandi folle, com’è successo, ed essere maledettamente soli.

Ecco perché vorrei chiedervi di pensarci. Al fatto che bisogna dare una mano ad Emma Bonino per la sua elezione. Per farlo è necessario mescolarsi con le pesti radicali – hanno caratteri di difficilissima sopportazione ma è un calice che si può bere – e provare a far vincere questa candidatura sul terreno del dialogo.

Vedete, proprio perché gli oppressi pensano male, in questi anni sui palchi di certe manifestazioni si sono sentiti urli e insulti. Certo c’è da urlare, insultare, essere indignati davanti a piccoli soprusi quotidiani che si mascherano per di più. Ma l’urlo non porta voti, a meno che non sia l’urlo del potere. L’insulto non crea amici, a meno di non essere insulto di clan. L’urlo è solo un grido di sofferenza.

La candidatura della Bonino può vincere se non diventa il manganello anticlericale che qualcuno vorrebbe. Se impone la presenza di parole e di immagine della candidata in televisione. Dove è evidente, la amano poco, a partire dai conduttori “di sinistra”, bòni quelli. Se riesce a farsi ascoltare fuori dagli schieramenti di partito puri e semplici e se passa nei media. Ragazzi qui c’è un muro da sgretolare: non è vero che è facile. Sono al lavoro palazzinari e preti, partiti e notabili, apparati e funzionari. E da questa parte: niente.

Si può provare a dialogare con chi voterà e ha sempre votato in un altro modo. In fin dei conti gay e lesbiche sono costretti a questo fin dall’inizio della loro vita consapevole: quando debbono dire a madri padri figli fratelli sorelle di cosa è fatta la loro vita quotidiana. E debbono così scalare l’effetto rifiuto. Sono parole che, dette con serenità, possono cambiare il mondo. La serenità che manca da anni, perché l’isolamento politico l’ ha spazzata via.

Oggi quell’isolamento, all’improvviso, è venuto meno. E’ bastato che il nome di Emma Bonino apparisse accanto a quello del Pd perché “tutto fosse illuminato”. Ma se poi si perde, gli sconfitti di adesso torneranno al gioco delle oligarchie e della corsa al centro, dell’isolamento dei “laicisti” e della “distruzione della famiglia”.

Si tratta di dimostrargli che si può convincere “gli altri” senza dover necessariamente mettere in lista cilici e altri orpelli da diavoli. Si può vincere senza svendere. L’Italia, voi lo sapete, è piena di mamme e di padri, di figli e fratelli, pronti a capire. Si tratta di fare per 60 giorni, e magari dopo, una politica non separatista. Non omosessualista.

La diamo una mano ad Emma?

Vittorio Zambardino