Omosessualità a scuola? Si può, si deve

 

omosessualità a scuola? Si può

«Ah Matteo, quando imiti le mie movenze, lo fai perché pensi che il mio essere gay sia da insultare o solo da prendere in giro?» Seguì un silenzio imbarazzato. Il suo. Quello del mio studente (il nome è di pura fantasia) che, quando mi volto per i corridoi, e lui crede di non essere visto, fa mosse e mossettine in mia direzione, supportato dalle risate degli altri. Scena non nuova, a dire il vero. Quando ero io tra i banchi succedeva spesso. In età adulta mi fa sorridere, perché poi quando affronto la cosa quella spavalderia scompare. Rimane, appunto, l’imbarazzo di essere stati “sgamati” di fronte a qualcosa di cui poi, chissà perché, non si è fieri.

E allora, l’altro giorno, gli ho chiesto a cosa volesse alludere con quel modo di muovere le mani e di ancheggiare. Ne è seguito un piccolo dibattito sul senso della vergogna e della dignità. Gli ho detto che io non mi vergogno di essere ciò che sono – e cioè di essere gay – per il semplice fatto che mi reputo una persona rispettabile: vado a lavorare, pago le tasse, ascolto i loro problemi, cerco di stare vicino alle persone che amo. E così via. Un altro dei miei ragazzi mi ha guardato e mi ha detto «prof, lei fa bene!» e nei suoi occhi c’era molta comprensione e umanità. Penso di aver vinto, in quel momento. Per due buone ragioni.

La prima: rivangare il ricordo di un trauma è, di per sé, traumatico. Poi ok, siamo adulti e viviamo le cose con un certo distacco. Ma prima del distacco c’è quel momento in cui ti tremano la voce o i polsi. Poi lo superi. L’altro giorno ho agganciato la cosa con naturalezza. Nessuna crisi. Anzi, mi sono pure divertito. Insomma, sono diventato più forte, come sempre avviene quando chiami l’omofobia col suo nome e la depotenzi.

La seconda: con il mio esempio di vita ho agganciato uno dei miei studenti. Uno solo, forse (ma quest’anno lavoro in un contesto particolare, visto che ho adolescenti poco scolarizzati), ma nel suo sguardo c’era un moto di solidarietà, di vicinanza umana. Quando si troverà di fronte un’ingiustizia, lui avrà di nuovo quegli occhi. Queste cose le sai, anche se non puoi spiegarle.

Concludo, infine, con una riflessione più ampia. Tempo fa uno dei tanti “giuristi cattolici” – di quelli che chiudono un occhio sugli abusi che si fanno in chiesa sui/lle minori e poi magari denunciano insegnanti perché parlano di omosessualità in aula – mi disse che non potevo trattare certi temi con i miei allievi e le mie allieve se non avessi avuto prima il consenso delle famiglie. «Non puoi andare contro l’educazione dei genitori, che è tutelata dalla Costituzione.»

Ho cercato di fargli capire che insegnare il rispetto non è andare contro nessuno – oltre al fatto che la Costituzione tutela la libertà di insegnamento, per cui non è previsto che l’insegnante concordi gli argomenti delle sue lezioni – ma non ci voleva sentire. Di gay, lesbiche e trans in aula non si parla, punto. Un po’ come giocare a scacchi con un piccione: puoi mettere i pezzi a posto, ma quello te li rovescerà di continuo e ci cagherà sopra.

Chissà, secondo questo esimio crociato del diritto, come avrei dovuto comportarmi nel caso che ho raccontato. Chissà se avrei dovuto tacere, perché se di gay non si parla a maggior ragione un gay non dovrebbe parlare, giusto? O chissà se avrei dovuto toccare l’argomento trattando di un più generico rispetto, ma senza affrontare la cosa. Come andare dal medico e farsi prescrivere un farmaco a caso contro un malanno di cui non si è in grado di pronunciare il nome.

Il mio allievo, credo, è stato “educato” dai suoi familiari a non cogliere il rispetto per le minoranze. Ricordandogli cosa significa rispettare una persona per quello che è – e non a prescindere da quello che rappresenta – è un insegnamento superiore rispetto a quelli impartiti da famiglie distratte o, in alternativa, accecate da falsi miti educativi (uno tra tutti: Sodoma e Gomorra).

E si badi: lo avrei fatto anche se un musulmano mi avesse detto che una donna è inferiore o se il figlio di un fascista mi avesse detto che gli ebrei sono una “razza” da discriminare. Anche se nelle loro famiglie si impone questo tipo di idee. Perché creare divari di umanità tra persone non è “educazione”, è solo prerogativa comune tra persone orribili. E il compito della scuola è quello di creare senso di cittadinanza, non certo di fare in modo che certi squilibri permangano. Con buona pace dell’occasionale giurista cattolico troppo occupato a difendere i bambini e le bambine dai prof (anche gay) e lasciandoli in pasto al prete di turno, contro il quale mai nulla farà. Converrete.

Le famiglie, i gay, la chiesa e le parole corrotte

La recente sentenza della Corte di Cassazione non va proprio giù ai cattolici. L’Osservatore Romano, infatti, commenta:

Linguisti e psicologi stanno mettendo in guardia la società dallo svuotare del significato proprio i termini: il concetto di famiglia non si può allargare a dismisura, senza distruggere l’identità di una delle istituzioni più importanti di una società, e altrettanto avviene per la definizione di madre e di padre. Perché non ascoltare la parola di chi segnala questi errori? Essere cattolici è molto di più che abbracciare una posizione culturale alla moda, e i responsabili di “Témoignage chrétien” – nonostante questo endorsement verso il matrimonio omosessuale – lo sanno bene.

Sentendomi chiamato in causa, in quanto studioso di Linguistica e anche perché proprio a questo argomento ho dedicato diverse analisi e una pubblicazione, cercherò di fare chiarezza sul perché queste parole sono di per se stesse false e fuorvianti.

È vero che c’è un tentativo di svuotare le parole del proprio significato, ma questo tentativo è sempre diretto dall’alto, cioè dai cosiddetti poteri “forti”, siano essi politici, religiosi, ecc. Basti pensare alla parola “libertà”, ormai ridotta, nel linguaggio partitico, a mero ingrediente lessicale per questa o quella formazione. O basti pensare all’informazione mediata dai regimi totalitari.

Quest’accusa, quindi, va rimandata al mittente. Non sono i creatori di nuove realtà giuridiche e sociali a sconvolgere il reale con l’uso distorto del linguaggio. È proprio la chiesa, in questo caso, che utilizza le parole per ritorcerle contro l’autodeterminazione dell’individuo. Pensiamo al termine “vita”, sempre più appiattito su quello di “fisiologia” o di “biologia”. Pensiamo al termine “dignità”, che per molti cattolici è un tutt’uno col concetto di accanimento terapeutico. Il caso Englaro insegna, a tal proposito…

Guardiamo adesso al termine “famiglia”, che deriva da una parola latina, familia, a sua volta mutuata da una parola dei dialetti italici coesistenti all’idioma della Roma arcaica: famel. Questo termine significava “casa”, per cui inviterei i puristi dell’etimo a considerare l’evidenza che è “famiglia” quel progetto comune che si sviluppa dentro la stessa dimora. Oppure, più agevolmente, si potrebbe considerare un’altra evidenza e cioè che la famiglia è mutata nel corso dei secoli, per cui la famiglia romana non è come la famiglia siciliana dell’età araba che a sua volta non era come la famiglia dei popoli germanici nell’impero Carolingio e via discorrendo.

La famiglia è, nel corso dei secoli, un prodotto culturale che utilizza semmai il dato biologico per la riproduzione, assieme ad altri di natura economica e di controllo sociale. Ma la vera differenza tra ieri e oggi, sta nel fatto che la cosiddetta cellula fondante della società – e anche qui ci sarebbe da ridire, visto che si tratterebbe di molecole, semmai, riservando il ruolo di atomo sociale all’individuo – nel presente si forma come atto di volontà mosso, il più delle volte, dall’affettività.

Le parole quindi cambiano, è vero. Lo stesso cristianesimo è responsabile di grandi mutamenti dentro il linguaggio. Se l’umanità avesse seguito, nel corso della sua evoluzione, i timori e i pruriti dell’Osservatore Romano saremmo ancora al cuneiforme. Le parole cambiano con i cambiamenti sociali. A volte li registrano, altre ancora contribuiscono a determinarli. Ma non si può fermare ciò che nasce spontaneamente. E ciò che nasce è l’evidenza di un rinnovato valore della genitorialità, non più legato a un solo tipo di costruzione sociale, ma allargato a quelle coppie che vogliono, invece, contribuire a rendere più forte e saldo quel tessuto antropologico in cui sono pienamente inserite, in cui lavorano, per cui pagano le tasse e contribuiscono anche alla crescita demografica.

Ancora, sul significato di termine “padre” e “madre”, credo che sarebbe riduttivo e profondamente ingiusto legare queste parole al mero dato biologico-genetico: abbiamo prova di molti genitori, tutti eterosessuali al momento, incapaci di crescere bene la prole. E di altri, non biologici, che grazie all’adozione hanno salvato vite intere. A meno che non si voglia affermare che la famiglia costruita sull’eterosessualità sia migliore, ma questo andrebbe dimostrato e, sempre fino ad adesso e nonostante gli strepiti di qualche pasionaria del cilicio, gli studi condotti negli USA e in Canada dicono l’esatto opposto.

Credo, e concludo, che dietro questi attacchi vi sia, invece, la più semplice paura di perdere un potere, da parte delle gerarchie religiose e della loro servitù intellettuale, basato sulla differenziazione (anche giuridica) tra uomo e donna, per cui si mantiene uno squilibrio tra i due sessi. Quello squilibrio genera una crepa nel tessuto sociale e, in quella crepa, può entrarci davvero di tutto. Maschilismo, sessismo, eterosessismo, violenze, ecc.

Le nuove famiglie nascono invece da un atto di volontà e dimostrano a tutta la società che si può essere liberi di amare chi si vuole e di procreare come si vuole, nel pieno concetto di autodeterminazione e nel rispetto degli articoli della nostra Carta fondamentale. È normale che tutto questo faccia paura a un’organizzazione che ha basato il suo potere, nei secoli, su fenomeni quali la schiavitù, l’eccidio del diverso, la caccia alle streghe, l’antisemitismo, l’umiliazione sistematica della donna, l’appoggio alle peggiori dittature e via discorrendo.

A lezione contro l’omo-transfobia

Il ministro della Pubblica Istruzione, Francesco Profumo, ha invitato le scuole a celebrare la Giornata Mondiale contro l’omofobia e la transfobia, attraverso una circolare ministeriale inviata a tutti gli istituti di ogni ordine e grado.

Nel documento si legge:

L’Unione Europea ha indetto per il 17 maggio di ogni anno la Giornata internazionale contro l’omofobia (risoluzione del Parlamento Europeo del 26 aprile del 2007) ossia contro ogni forma di atteggiamenti pregiudiziali basati sull’orientamento sessuale.
La giornata rispecchia i principi costitutivi sia dell’Unione Europea sia della Costituzione italiana: il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, l’uguaglianza fra tutti i cittadini e la non discriminazione. Sono le condizioni che consentono alla società di promuovere l’inclusione di tutti e di ciascuno e di battersi contro ogni offesa alle persone.
La scuola si cimenta ogni giorno con la costruzione di una comunità inclusiva che riconosce le diversità di ciascuno. È, infatti – ad un tempo – la prima comunità formativa dei futuri cittadini e un luogo importantissimo per la crescita e la costruzione dell’identità di ciascuna persona. Così, le scuole favoriscono la costruzione dell’identità sociale e personale da parte dei bambini e dei ragazzi, il che comporta anche la scoperta del proprio orientamento sessuale. […]
Le scuole, nello svolgere tale prezioso lavoro educativo ogni giorno, contrastano ogni forma di discriminazione, compresa l’omofobia.

Anna Paola Concia fa notare che Maria Stella Gelmini, quando occupava lo stesso dicastero, mai ha concesso udienza alla deputata e alle associazioni per affrontare il tema. In questo riconosco di aver nutrito più di un pregiudizio verso il “cattolico” Profumo. E quando sbaglio, io lo riconosco.

Cos’altro dire? Se lo ha detto il “capo”, occorre darsi da fare. E allora oggi strutturerò una lezione che si svolgerà in maniera seguente:

1. darò la definizione di omofobia e di transfobia, per capire di cosa si tratta, legandole ai concetti di orientamento sessuale e di identità di genere

2. farò vedere come esse si manifestano, concretamente, negli atti e nel linguaggio, perché noi siamo ciò che diciamo, oltre a ciò che facciamo

3. farò vedere il video italiano contro l’omofobia, commissionato da Carfagna, facendo notare i suoi limiti, pur nello sforzo di una cultura politica ancora profondamente discriminatoria. I gay e le lesbiche, in questo video, infatti, non compaiono e se le differenze non contano, perché allora non farle vedere?

4. farò vedere, quindi, il video portoghese, in cui si capisce come va trattato il tema e, soprattutto, come va trattato il fenomeno – e diciamoci la verità, le due vecchiette sono imperdibili

5. proporrò, ancora, il video irlandese che si spinge oltre, e invita i ragazzi e le ragazze eterosessuali a difendere i/le loro compagni/e in caso di bullismo omofobo

6. darò esempi di dichiarazioni favorevoli al matrimonio esteso a tutti/e, con le ultime dichiarazioni di Hollande e di Obama

7. mostrerò, infine, una mappa in cui si vede in quali nazioni le coppie sono tutelate e in quali stati le persone GLBT rischiano di perdere la libertà e/o di morire.

Come sempre, alla fine di questo percorso, inviterò i miei studenti e le mie studentesse al dibattito sul tema proposto. E chissà, magari aggiungerò un mattoncino, anche uno soltanto, sulla strada che porterà questo nostro paese a essere un po’ più civile.

Buona Giornata contro l’omofobia a tutti e a tutte!

P.S.: oggi è meraviglioso avere l’avallo istituzionale per combattere l’omo-transfobia a scuola. Mi fa sentire un cittadino in piena regola, fiero delle mie istituzioni e del mio paese. Grazie davvero!

Educatori sentimentali

La verità è che siamo figli di due generazioni che hanno solo combinato casino.

Quando i nostri nonni erano fidanzati non potevano stare da soli, nella stessa stanza, se non in compagnia di un esercito di sorelle, di zie zitelle, di sguardi minacciosi e senz’appetito alcuno.
I nostri genitori, invece, sono i figli della rivoluzione sessuale e hanno sperimentato una libertà che poi ha fatto compromessi con un’idea di famiglia che era quella da cui provenivano.

Nessuno di loro, tra la repressione del sesso e la sua liberazione successiva, ha elaborato un’educazione sentimentale e per questo, io credo, ne è conseguita la follia dei nostri tempi. Per questo abbiamo paura di esprimere i nostri pensieri, di chiedere un numero di telefono, per questo, troppo spesso, riduciamo tutto al contenuto di un preservativo usato. Quando va bene.

E tutta questa verità, di cui oggi, dopo la piscina e prima di pranzo, discutevo con la mia coinquilina, mi serve per dire che ho incontrato, per l’ennesima volta, il mio vicino sexy e affascinante senza aver avuto nemmeno il coraggio di reggere il suo sguardo.

Che vita di merda.