Tra legge elettorale, parità di genere e questione LGBT

Quote rosa o parità di genere?

Credo di rintracciare un preoccupante parallelismo tra le resistenze dei parlamentari (maschi) di Forza Italia alla parità di genere nelle liste elettorali, in merito all’italicum (sulla cui bontà, affidabilità e sul fatto di estenderla solo alla Camera dei Deputati penso tutto il male possibile) e le vicende più o meno recenti sulla questione LGBT italiana.

Andiamo per ordine: la legge elettorale dovrebbe prevedere un uguale numero di uomini e donne nella compilazione delle liste. Ma così com’è, paventano le donne in politica, c’è il rischio che i posti che garantiscono l’elezione potrebbero essere occupati, in misura maggiore, dai colleghi maschi.

Forza Italia si difende affermando frasi del tipo: “no ad una legge sessista”. Basterebbe l’evidenza di quest’asserzione per evidenziarne l’imbecillità. Ma siamo in Italia, e un po’ di chiarezza sulla terminologia usata non guasterà.

Il sessismo è quella subcultura che fa credere a chi ne è affetto che appartenere a un sesso è più importante che essere del sesso opposto. Poiché, storicamente, si registra uno stato di sottomissione della donna rispetto all’uomo, il sessismo si configura come consustanziale al maschilismo. La norma per la parità di genere, quindi, non è pensata – come scrivono i deputati di FI – per discriminare il sesso maschile, ma per riequilibrare la presenza tra i due sessi nelle istituzioni.

A ben vedere, il fenomeno a cui si assiste  ha la seguente dinamica:
1. si individua un problema (il sessismo, nello specifico)
2. si propone una soluzione (la parità di genere)
3. si prende la soluzione e la si confonde col problema di partenza.

Per cui il sessismo che si vuole combattere diventa, così, l’essenza della norma che si vuole approvare. Tradotto in termini più semplici: garantire a tutti e tutte uguale dignità corrisponde, per la pleiade berlusconiana, una discriminazione per il genere maschile.

Lo stesso identico procedimento è stato applicato, con successo, per la legge sull’omofobia:
1. il problema è la discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere
2. si propone una norma antidiscriminatoria
3. si accusa chi vuole fare tale norma di voler applicare discriminazioni contro gli eterosessuali.

Basti ricordare le illuminanti affermazioni di personaggi come Buttiglione – “così diventa più grave picchiare un eterosessuale che un omosessuale” – Giovanardi, Binetti et similia. E così una norma che doveva servire a difendere i soggetti svantaggiati (anche eterosessuali discriminati da un eventuale capo gay nel luogo di lavoro, per fare un esempio) è divenuta una norma che vuole limitare la libertà di pensiero. E per scongiurare questo male, si è introdotta una norma che legalizza le affermazioni omofobe nella chiesa, nei partiti, nelle scuole, nei sindacati.

Confondere la causa con il male e accusare la categoria discriminata di essere portatrice del problema che si vuole debellare. Come se si fosse detto a Rosa Parks che la sua battaglia era funzionale a non far più prendere l’autobus ai bianchi.

L’uso di parole “impazzite”, drogate ad arte per generare confusione e paura e, soprattutto, per mantenere gli squilibri sociali che fanno soffrire le minoranze. Questo è il fine di chi si ribella ai miglioramenti che renderebbero il nostro paese non certo una succursale di Arcigay o una sala parto per extracomunitari – Angelino Alfano dixit – ma, semmai, un luogo migliore dove vivere. Questa è la nostra destra, (anche) questo è il berlusconismo.

Chiudo queste riflessioni sottolineando altri tre aspetti.

In primis: pare che l’onorevole Dorina Bianchi (Ncd), cattolica di ferro, abbia auspicato l’intercessione di Francesca Pascale per far cambiare idea al leader di FI e, occasionalmente, suo compagno di vita. Questo per capire a che livello di progresso civile è ridotta l’Italia.

Ancora: i giornali parlano di quote rosa da salvaguardare. Non comprendendo che lo stesso concetto di “quota” riservata alle donne è di per sé discriminatorio. La politica non dovrebbe prevedere una riserva indiana per gruppi sociali specifici, bensì dovrebbe essere il luogo pubblico dove chiunque, uomo o donna (ma anche eterosessuale e non), dovrebbe avere le stesse opportunità.

Dulcis in fundo: il maschilismo e il sessismo si configurano come subculture nemiche non solo delle persone LGBT, ma anche di oltre il 50% della società italiana. Quando persone come Binetti, Bindi, Roccella, ecc, si prodigano per difenderne le istanze contro la questione omosessuale, non fanno altro che provvedere al mantenimento dello stato di sudditanza di categorie specifiche (e quindi di loro stesse) nei confronti del potere maschile. Ne consegue che l’omofobia, in particolar modo l’omofobia femminile, è una forma anche abbastanza idiota e autolesionistica di collaborazionismo.

Anche in questo caso è un problema di linguaggio, che (tras)forma la realtà e la determina. Tutto parte da lì. Prima cambieremo gli usi linguistici in direzione della piena dignità di ciascuno/a di noi, prima saremo più simili alle grandi democrazie del pianeta. Fino ad allora ci spettano personaggi del calibro dei/lle rappresentanti del Nuovo Centro-destra, di Scelta Civica, di Forza Italia e di buona parte del Partito democratico. Prospettiva drammatica, me ne rendo perfettamente conto. Ma, al momento, l’unica apparentemente possibile. Ahinoi.

Governo Renzi e diritti LGBT? Meglio un fantasy

Matteo Renzi, nuovo premier italiano

Finalmente è nato il governo Renzi. Otto uomini e otto donne e già i renziani doc si spellano le mani per questo mirabile esempio di equilibrio di genere nella composizione dell’esecutivo. Ma mi (e vi) domando: otto uomini tutti in dicasteri con portafoglio, le donne in cinque e le altre tre in poltrone giocattolo vi sembra vera uguaglianza?

Abolito il ministero per le Pari Opportunità, che non serve a niente e siamo d’accordo, ma ricordiamoci che un punto qualificante della nascita dei nuovi equilibri di palazzo è il niet del Nuovo Centro-Destra verso qualsiasi tentativo di apertura sui diritti civili. Insomma, se il ministero è simbolico, la sua soppressione è un atto politico concreto.

E per quanto riguarda i diritti delle persone LGBT? La composizione della squadra del sindaco di Firenze si distingue per affermazioni omofobe e discriminatorie. Ma diamo la parola ai diretti interessati:

«Il matrimonio nel nostro ordinamento è un’unione tra sessi diversi.» Graziano Del Rio, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (ma a quanto si dice, pare che l’abbia proferito a sua insaputa).

«Noi siamo molto chiari: sui matrimoni gay e adozioni gay siamo pronti a uscire dal governo. L’Italia non diventerà né una grande sala parto per immigrati né un grande locale Arcigay» Angelino Alfano, ministro della Giustizia (quello che ha fatto deportare Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, insieme alla figlia. Perché lui alla famiglia ci tiene).

Marianna Madia, neoministra renziana

«Se si parla di famiglia io penso a un uomo e una donna che si sposano e fanno dei figli. Scegliendo per la vita.» Marianna Madia, ministra della Pubblica Amministrazione (ma due gay o due lesbiche che decidono di sposarsi scelgono la morte?)

«Mi stupisce che si cerchi di far passare i matrimoni tra omosessuali per parità di diritti. È il segno estremo della grande confusione figlia del relativismo culturale.» Beatrice Lorenzin, ministra della Salute (quella che gestisce la sanità pubblica di tutta Italia con il solo diploma del liceo classico, per capire di chi stiamo parlando).

«La famiglia, quella fondata sul matrimonio tra uomo e donna è uno dei pilastri fondamentali… non si può pensare che ogni desiderio possa diventare un diritto, e in ogni caso sono due sfere diverse, perche’ sovrapporle vuol dire non avere il coraggio di dire che ci sono delle priorità.» Maurizio Lupi, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti (poi è pure ciellino, toccante retroscena che ci aiuta a capirne i limiti).

«Le coppie di fatto sono una cosa diversa dalla famiglia.» Dario Franceschini, ministro della Cultura (individuo talmente anonimo che non si riesce nemmeno a fare mezza freddura).

Il padre di Renzi condivide un messaggio antigay

Il padre di Renzi condivide un messaggio antigay

Mettiamoci pure che il neo-premier è figlio di quel Tiziano che di recente, sulla sua bacheca di Facebook, ha ripreso il post di una fake omofoba, condividendone il contenuto.

E ricordiamoci sempre che è opera di un renziano la legge “contro” l’omofobia che di fatto la legittima dentro le scuole, nei partiti, nei palazzi di potere, nelle chiese in nome della libertà di opinione.

Per cui, chi pensa ancora che l’avvento di questo discutibile personaggio possa portare vantaggi reali per le persone LGBT non ha che da fare i conti con la realtà circostante. Se si ha bisogno di credere nelle favole, esistono sempre i fantasy e pubblicazioni di settore più egregie (e piacevoli) delle dichiarazioni di lor signorie.

Maschi che difendono maschi

io“Sei un maschio che difende altri maschi.”

Me lo hanno scritto, ultimamente. Non in tanti/e, ma in un paio di casi, qui sul blog come su Facebook. Perché difendevo un politico di sesso maschile vittima, a mio modo di vedere le cose, di una gogna mediatica sproporzionata per un errore (e siccome non voglio tornare sul caso Piras, diamo per pacifico, anche se non è il mio pensiero, che abbia peccato di odio verso le donne).

La cosa mi ha fatto riflettere. Per i miei detrattori e per le mie detrattrici, non ero un “maschilista” o un “misogino”; ero semplicemente un maschio (primo livello di insulto) che compiva il peccato supremo: difendere qualcuno del suo stesso sesso. E se è una colpa nascere in un certo modo, figuriamoci difendere un altro portatore di pene.

Non amo il maschilismo, per quanto sia consapevole che essere nati e cresciuti in un contesto in cui vige un sistema culturale che vede nelle donne delle creature inferiori possa portarmi a cadere nelle sue trappole (dalle battute, apparentemente innocue, agli “sfoghi” da volante). Mi è già successo e temo, anche se spero il contrario, che accadrà ancora. Credo di essere una persona, tuttavia, che impara dai propri errori e che si mette in discussione.

Credo altresì che il maschilismo sia una degenerazione del concetto stesso di umanità, perché crea solchi irrecuperabili tra una categoria specifica (l’essere adulti, di sesso maschile ed eterosessuale) e tutte le altre (bambini/e, donne, omosessuali, trans, ecc). Credo che la base di questa disumanizzazione stia nel sessismo, arricchito a seconda del contesto di altri ingredienti, quali la religione, il nazionalismo e via discorrendo.

Ma se la radice del male è il sessismo, non sarà utilizzando ulteriori categorie sessiste che si arriverà alla piena liberazione dei corpi, delle coscienze, delle sessualità, della dignità umana. Credo sia sbagliato sostituire un sessismo con un altro. Non vorrei vivere in un mondo alla rovescia, per cui essere maschi è sbagliato come adesso lo è, nella percezione comune dei più, sia essa inconscia o meno, essere donne.

Essere considerati di serie B perché appartenenti a un genere specifico è una violenza uguale e contraria a quella generata del maschilismo, nella sua declinazione machista, di cultura cristiana ed etnicamente connotata in senso “bianco”.

Se poi ci mettiamo in mezzo che per tutta la mia vita sono stato insultato e deriso poiché “maschio” quanto più vicino all’essere simile a una “femmina”, la cosa assume connotati ridicoli.

Vorrei vivere in un mondo migliore, dove ad avere la meglio sia il concetto di onestà intellettuale e la critica basata su argomentazioni politiche e culturali. Purtroppo viviamo in un pianeta dove l’attribuzione di valore in base agli organi sessuali che la natura ci ha dato è un dato più forte della valutazione della persona. E per me questo è un sintomo di profonda stupidità, sia che esso colpisca uomini, sia che colpisca donne, in egual misura.

P.S.: poiché questo post mi tocca corde molto profonde, che recuperano anche dolori antichi, come credo sia facilmente intuibile, ho preferito mettere come immagine il mio volto. Come se volessi parlarvi a quattr’occhi. Mettiamola così… ;)

L’otto marzo, oggi a scuola

Oggi ho spiegato ai miei allievi e alle mie allieve perché l’otto marzo non va considerato un giorno di festa, ma una giornata di commemorazione. Così come non si festeggia la shoah, ma la si ricorda. Appunto. Perché le donne, nel corso dei secoli, hanno lottato contro sfruttamento, ignoranza, sessismo.

Ho cominciato con l’articolo 3 della nostra Costituzione. Poi ho fatto vedere loro questo video:

Alla fine del filmato, Miss Celie, magistralmente interpretata da Whoopi Goldberg, dice:

Io sono povera, sono nera, sono anche brutta. Ma buon Dio, sono viva! Sono viva!

Quindi sono tornato alla Costituzione. Ed è stato bello vedere che i miei ragazzi e le mie ragazze hanno trovato queste stesse parole, scritte in modo diverso, riconoscendo la non importanza delle distinzioni di sesso, razza (anche se io preferisco parlare di etnie), di condizioni personali e sociali nella valutazione del valore di ognuno/a.

Oggi mi sento una persona migliore. Utile e migliore.

Addio professoressa

Quando in classe, ai miei allievi e alle mie allieve, parlo di Rita Levi Montalcini, lo faccio per un insieme di ragioni.

Innanzi tutto, perché era una donna, un premio Nobel, un esempio di impegno nonostante le avversità della vita: la dimostrazione che lo studio, la cultura e il sapere sono cose che, ancora oggi, possono renderci fieri di essere, prima ancora che italiani, delle persone. Di questi tempi, e credo di interpretare il pensiero di molti, non è poco.

Ne parlo perché era ebrea, perché il regime fascista la allontanò dall’università, perché ha pagato, sulla sua pelle, il segno ignominioso della discriminazione, dell’emarginazione, le conseguenze più tragiche della stupidità e della follia umane.

Ne parlo perché aiutava i partigiani a nascondersi e li curava, in segreto, mentre l’Italia era in mano ai criminali nazi-fascisti. Lei seppe combatterli con le due uniche armi che aveva: il coraggio e la scienza.

Ne parlo, e ne parlerò ancora, perché era una persona che aveva una grandissima coscienza civica, democratica e politica. Perché era un esempio luminoso di laicità. Perché in un paese come il nostro, consegnato quotidianamente dalla politica nelle mani del vescovo di turno, persone come lei sono sempre più rare da trovare nelle istituzioni.

Per tutte queste ragioni ho sempre parlato di lei, durante le ore di educazione civica: perché rappresenta, con la parabola di vita, un esempio umano altissimo per poter parlare di condizione femminile, di minoranze, di laicità, di antifascismo. Valori che la Repubblica sta perdendo, in mano a questa pletora che si distingue per arrogante inettitudine.

«L’assenza di complessi psicologici, la tenacia nel seguire la strada che ritenevo giusta, l’abitudine a sottovalutare gli ostacoli – un tratto che ho ereditato da mio padre – mi hanno aiutato enormemente ad affrontare le difficoltà della vita.»

Addio professoressa Levi Montalcini. Lei è sempre stata, per me, un grande esempio. Lo dico senza retorica. Lo dico con le lacrime agli occhi.

Il giusto spazio

Ieri pomeriggio ho fatto l’errore di pubblicare su Facebook uno stato che recita esattamente così:

oggi ai miei studenti ho spiegato che un mondo è giusto se dà il giusto spazio alle donne.

Parlo di errore, perché mi si è scatenato addosso il furor di chi pensa che la traduzione di quelle parole sia: “io maschio dominante, concedo a te donna alcuni diritti”. Mi si chiede, insistentemente, quale sia il “giusto spazio” e chi è che debba concederlo. Dando per scontato che quel “giusto” corrisponda al significato di “ridotto”.

Provo a chiarire, andando per gradi:

1. forse il mio stato può lasciare intendere a qualcuno che io stia concedendo degli spazi riservati naturalmente ai maschi. Capisco che la troppa sintesi può generare qui pro quo o pericolose semplificazioni, ma chi mi conosce sa perfettamente che io non vedo il mondo come uno spazio dominato da una categoria che concede diritti ad altre (essendo per altro io stesso membro di una categoria discriminata), per cui spero di potere dare rassicurazioni in tal modo

2. penso che lo spazio “giusto” – e non solo per le donne, ma per ogni categoria, discriminata e non – sia quello dell’accesso alle uguali opportunità senza guardare se davanti ci troviamo di fronte a un uomo, una donna, un gay, un ebreo, un nero, ecc. Tale accesso dovrebbe essere garantito in merito al concetto di meritocrazia – riesci a fare una cosa? Il lavoro è tuo! – e visto che anche la meritocrazia può avere una prevalenza maschile – viviamo in una società ancora patriarcale – credo sia doveroso che lo stato preveda una parità di rappresentanza in istituzioni, luoghi di lavoro, ecc

3. faccio presente che ho parlato di fronte una platea di undicenni. Certo, potevo utilizzare tutto il repertorio – che conosco bene, ve lo garantisco – del politicamente corretto, ma ho preferito usare la semplicità comunicativa. Ho detto: nel mondo ci sono uomini e donne, è giusto che tutti e tutte abbiano le stesse opportunità, il giusto spazio, appunto, di realizzare i propri desideri. Tale affermazione risulta offensiva? Credete che trasudi maschilismo? Credete che sia dannosa in merito al concetto di uguaglianza? Se è così, me ne scuso, sin d’ora. E eviterò di fare ulteriori danni. Magari lascerò lo spazio per un’educazione civica, che dovrei insegnare in quanto docente di storia, ai colleghi di religione, con tutto quello che può derivarne, nel bene e nel male. Ma almeno certi elementi critici saranno in pace con loro stessi sul fatto che un maschio non si permetta di parlare di questione femminile

4. ho la netta sensazione che non siano le cose che io dico a infastidire o a generare le perplessità, bensì il fatto che io sia di sesso maschile e, per tale ragione, di invadere un campo di non pertinenza. Non è per altro nemmeno la prima volta che certe persone puntano il dito contro le mie intenzioni solo che, a questo punto, queste dovrebbero essere oneste fino in fondo, e dovrebbero accusarmi delle oggettive colpe che vedono, invece di essere allusive e inquisitorie. A ben vedere, questo è l’atteggiamento (il loro) di quel potere maschile che pretende una giustificazione da ciò che considera una diversità naturalmente nemica

5. viviamo in una società dove il maschio bianco, eterosessuale e cattolico detiene di fatto il potere. Io credo che possiamo contrastare questo problema in due modi: o una bella rivoluzione (e ci credo poco), o un progetto culturale di assunzione delle responsabilità. Io cerco di impartire il senso del dovere che, ripeto, non è dare istruzioni sulla concessione delle prerogative. Cerco di fare del mio meglio, forse non è sufficiente, ma almeno ci provo. Poi posso anche sbagliare, ma in quel caso credo che dei consigli – sempre bene accetti – siano più indicati di un dito puntato contro e dall’accusa, generica e non ancora dimostrata, sulla mia presunta inadeguatezza

6. faccio notare, ancora, che non cedo più ai ricatti, più o meno striscianti, sulla mia presunta inadeguatezza. Trovo per altro questo atteggiamento una dinamica di tipo di tipo sovietico o (neo)fascista. Per me non c’è molta differenza, in merito, sotto il profilo formale

7. ribadisco un aspetto fondamentale: il “giusto spazio” sta nell’allargamento delle opportunità a qualsiasi categoria, discriminata e non

8. ringrazio queste persone per il fatto di considerarmi una merda. Ma come ho già detto sopra, abbiano almeno il coraggio di dirlo apertamente. Dicesi onestà intellettuale. Dote rara, ma non cara.

Quindi, concludendo, visto che il mio tentativo di costruire un’educazione alla cittadinanza nel nome delle pari opportunità è considerato una gentile concessione del maschio verso il mondo femminile, smetterò di insegnare in classe che uomini e donne devono essere uguali. Mi adeguerò ai programmi che prevedono educazione stradale e ecologia, sicuramente altrettanto importanti.

Si ringraziano certi commenti – di persone interne o vicine a certi settori di estrema sinistra e di certo pensiero vetero-femminista – per le suggestioni che mi hanno spinto a questa decisione. Grazie davvero. Voi sì che porterete avanti il mondo.

***

P.S.: in realtà questo post è solo una provocazione, che mira a far capire quanto possano essere inutili, pericolosi e sostanzialmente stupidi certi argomenti ideologici e veteroqualcosa.

Non do il potere a nessuno di impedire a portare avanti la mia battaglia, che reputo più importante dei mille distinguo su ogni piccola virgola. Ecco.

Tutti i numeri del precariato

Siamo tre milioni e cinquecentomila. Precario in più, precario in meno. Contrariamente a quello che si dice, non siamo un peso per lo Stato, e per due ragioni: la prima, svolgiamo un servizio senza il quale scuole, ospedali ed enti pubblici chiuderebbero. In altre parole, lavoriamo, non chiediamo l’elemosima. La seconda ragone: di quella cifra solo un terzo lavora nel pubblico impiego. Gli altri stanno tutti nel privato.

A quanto pare solo il 15% è laureato. Moltissimi i giovani. La media retributiva è di 800 euro al mese. Le donne, strano ma vero, sono pagate di meno.

La maggior parte dei precari sta laddove c’è disoccupazione, cioè nelle regioni del sud.

I numeri, usciti oggi in un articolo di Repubblica, ci lasciano una fotografia che suggerisce un’evidenza: combattere il precariato significa risolvere almeno tre mali storici del nostro paese. La disoccupazione giovanile, la subalternità delle donne, la questione meridionale.

La politica di domani deve ricominciare da qui. Tutto il resto è già visto. E porta a nuovi eserciti di disperati. Di cui non si sente davvero il bisogno.

L’otto marzo e il cognome dei maschi

A volte mi dicono che sono maschilista. Non sempre, ma alcune volte, pare, lo sono. E sicuramente sarà vero, e non certo per mia volontà. Viviamo in una società che usa il cognome dei maschi così com’è; quello delle donne, al contrario, è sempre accompagnato dall’articolo. Tanto per dirne una.

È “normale” che certi retaggi emergano, come automatismi, ma dovrebbe non esserlo.

Da un po’ di tempo ho cominciato a praticare proprio su queste pagine quell’uniformità linguistica dei cognomi che stenta a decollare altrove. Non sentirete più, per intenderci, parlare della Fornero, della Bindi o della Marcegaglia, bensì di Fornero, Bindi, Marcegaglia. E così via.

All’inizio è un po’ strano, perché l’abitudine della lingua stona un po’ con la pratica egualitaria, ma dopo ci si abitua.

In classe, ma questo lo faccio già da diversi anni, utilizzo sempre la doppia forma del maschile e del femminile: «sono presenti cinque allievi/e…», «gli studenti e le studentesse presenti…» e così via.

Evito di imprecare – in macchina, per esempio – utilizzando i classicissimi “puttana” e “bastardo”. In entrambi i casi a farci una figura non proprio buona è sempre la donna. Perché – e chiedo scusa per l’affermazione sessuofoba – o si concede a tutti, come nel primo caso, oppure fa figli senza sapere chi è il padre, nel secondo. E ad ogni modo l’uso di “stronzo/a” ha effetti egualmente catartici.

E faccio tutto questo non perché sono più bravo rispetto ad altri (e ad altre), ma perché credo che il cambiamento avviene sempre a livello verbale, prima di ogni altra cosa. Diciamo le cose che pensiamo. Ma se ci fermiamo a riflettere, su quello che dobbiamo dire, e se apriamo all’universo femminile, al rispetto e alla giusta ricollocazione della sua presenza, forse si possono abbattere non poche barriere.

Per cui mi perdonerete se ogni tanto dimenticherò di essere non dico politically correct, che fa tanto riserva indiana, ma politicamente adeguato. Non si sarà fatto apposta, per l’appunto.

Per il resto, come sempre in questo giorno, un augurio importante e bello a tutte le nostre madri, le nostre sorelle, le nostre amiche, le nostre colleghe, le nostre vicine di casa, le nostre compagne di viaggio, le nostre mogli, fidanzate e amanti, le nostre figlie, le nostre sconosciute dietro il bancone del mercato o all’ufficio postale e tutte le donne che esistono, che sono state e che verranno.

E, anche, auguri a quel lato femminile che sta dentro tutti noi.

Perché i Soliti Idioti sui gay sono stati offensivi

Ci risiamo. Succede un po’ nella vita di tutti i giorni, un po’ qui in queste pagine. Non appena ci si lamenta di fronte a un atteggiamento ritenuto poco carino o offensivo nei confronti dei gay, arriva sempre qualcuno con la pretesa che chi denuncia mente o ha torto, a prescindere, mentre il comportamento denunciato è indiscutibilmente sano e corretto.

Ho sentito qualche amico, anche gay, dirmi, in merito all’esibizione dell’altra sera dei Soliti Idioti, «ma che male c’è?».

Premetto una cosa fondamentale: criticare e fare satira su certi atteggiamenti di specifici personaggi gay a me va benissimo. Così come ironizzare su alcuni aspetti legati all’omosessualità. Poi, una cosa è sorridere, in un ambito in cui non si stigmatizza un comportamento o una condizione, un’altra cosa è irridere e sbeffeggiare.

La stessa differenza che può esserci, in altre parole, su un prodotto come Will & Grace e la solita barzelletta sui froci che comprano il salame intero perché il loro culo non è un salvadanaio. Non so se è chiaro il discrimine.

Tornando ai nostri solidi Idioti: sapete perché quello sketch è volgare e offensivo?

Cominciamo dall’incipit. Il personaggio a un certo punto dice, con un certo disappunto:

Come mai che quest’anno a Sanremo non c’è nessuna canzone sugli omosessuali?

Si lascia così intendere che il mondo gay esiga che si parli di sé: quante volte è successo che qualsiasi associazione o personaggio gay abbia fatto una richiesta simile? Chi ne ha memoria, alzi la mano.

In realtà ciò che si chiede è, semmai, proprio il diritto all’indifferenza. Nessuno, infatti, pretende che ci siano canzoni a tematica gay a Sanremo, semmai si spera che quando certi argomenti si trattano – vedi il caso Povia – lo si faccia con un minimo di cognizione di causa.

Il numero intanto prosegue con una serie di battute poco felici per la loro vena cominca intrinseca, mentre uno dei due dimostra di avere una spiccata dipendenza da iPhone – senza nemmeno saperlo usare, visto che si fotografa senza rivolgere a sé l’obiettivo sullo schermo (vogliamo usare uno stereotipo? Bene, un gay non commetterebbe mai un simile errore) – fino a quando emergono altri particolari poco edificanti della rappresentazione dei due gay.

Innanzi tutto, la pretesa di omosessualizzare il mondo: Fabio, per dimostrare a Morandi che la società è popolata da gay, pretende che il pubblico faccia in blocco coming out. Poi, quando si rende conto che è minoranza, grida al complotto omofobo.

C’è pure un vago riferimento alla politica e alla vicenda Giovanardi, ma è sbiadito, poco accennato, il pubblico non lo coglie nemmeno.

Si continua, ancora, con la ridicolizzazione del matrimonio. I due gay lì presenti sono rappresentati come persone superficiali, che sottovalutano l’importanza del sentimento e dell’istituzione matrimoniale. L’altro Fabio, alla proposta di prender marito, risponde con un “non lo so”. Morandi, quando “coniuga” i due, dice loro «vi dichiaro marito e non lo so». Si ricalca, così, uno stigma sociale che deprezza (e disprezza) il sentimento tra due persone dello stesso sesso. Non si è in grado di dire nemmeno “marito e marito”. Che, guarda caso, è il fine della lotta per l’allargamento del matrimonio a gay e lesbiche.

Quindi comincia la canzone e qui si viene sottoposti a una messe di cliché offensivi per più di una categoria sociale. Esser omosessuali è come «esser donna senza il ciclo mestruale», per cui si ripropone l’equazione gay/femmina e, in una società maschilista, sappiamo quanto valore possa avere un accostamento simile. Le donne, ovviamente, ringraziano.

Si accenna al fatto che le coppie gay vogliono un figlio, che sia ovviamente omosessuale, «un po’ sano un po’ normale». Un po’ appunto. Il lato nero della luna in cui sono apposti i termini “salute” e “normalità” rievoca, di contro, parole infelicissime di malattia e anomalia. Altri due elementi che, nell’immaginario comune, rappresentano l’esser gay nell’Italia del 2012.

Quindi si arriva al seguente verso:

E tu che ti vanti di essere normale, intransigente nella tua scelta genitale…prima o poi lo sai c’è un dubbio che ti assale, sarò mica omosessuale?

Tradotto: tu che sei come dovresti essere, prima o poi potrebbe capitare di non esserlo più, di essere “non normale”. Di essere, cioè, gay. E l’opposizione gay/etero si gioca tutta sulla sfera sessuale: si parla di “scelte”, per di più “genitali”. Ciò che distingue le due categorie, cioè, non è l’affettività bensì l’uso del pene e qualcos’altro. Essere gay o meno è una questione di direzione del pene, un tiro al bersaglio che può colpire un centro piuttosto di un altro: o vagina o ano. E anche gli etero, almeno i più consapevoli, ringraziano, a questo giro.

Mi si dirà (e mi si è detto): è un tentativo di prendere in giro un certo modo di rappresentare l’omosessualità. Ecco, appunto. Perché c’è questa esigenza di ridicolizzare una categoria che già deve scontrarsi, quotidianamente, con aggressioni fisiche e verbali, leggi non approvate, negazione dello stato di diritto, dichiarazioni omofobe e via discorrendo?

Secondo poi, questo spettacolo (indecoroso) ha abbattuto i pregiudizi o li ha alimentati?

A tal proposito, vi faccio notare una cosa: avete fatto caso che, quando Fabio invita a dichiararsi pubblicamente, la parola omosessuale è ripetuta solo dalla componente femminile della platea?

E adesso chiedo, ai difensori dei due, se questo non significa nulla.
Per me è fin troppo chiaro.

Giovanardi non sa distinguere tra l’amore e la pipì

Queste le ultime dichiarazioni di Carlo Giovanardi a una trasmissione di Radio 24, “Non ci sono più le mezze stagioni”:

«Ci sono organi costruiti per ricevere e organi costruiti per espellere [...] Ci sono anche faccende delicate, ci sono infatti problemi di batteri, che richiedono una grande attenzione nel momento in cui si fanno certe pratiche. Onde evitare malattie, eccetera eccetera. Quindi nel momento dell’educazione sessuale nelle scuole, è normale, corretto e fisiologico dare un modello: gli organi dell’uomo e della donna sono stati creati per certe determinate funzioni».

Sempre Giovanardi, sull’apertura della ministra Fornero ai diritti dei gay:

«Se il ministro avesse inteso diversamente di insegnare che sono naturali anche i rapporti tra omosessuali, avrebbe la rivolta del Parlamento».

E alla domanda su cosa proverebbe se dovesse vedere due donne baciarsi in pubblico, ecco che il delirio del cattolico Giovanardi arriva ai massimi livelli:

«A lei che effetto fa se uno fa pipì? Se lo fa in bagno va bene, ma se uno fa la pipì per strada davanti a lei, può darle fastidio».

Apprendiamo, da tutto questo, e con una certa preoccupazione, quanto segue dalle parole di Giovanardi:

1. Non sa cos’è l’educazione sessuale, visto che la confonde con il proselitismo sessuale a favore di questa o quella categoria.
2. Qualora un ministro intendesse varare delle leggi a favore della componente GLBT, si troverebbe contro il parlamento. Appunto, il parlamento, non la società civile.
3. Non sa distinguere un atto d’amore da un bisogno fisiologico.

Un po’ come se io dicessi che il giusto afflato alla vita di questo signore avesse la stessa dignità di un atto fecatorio.

Se pensassi una cosa simile, nessuno mi voterebbe mai, per decidere sui destini ultimi del paese. E invece Giovanardi siede in parlamento.