Fragile

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Credo che non dovremmo mai aver paura di farci vedere fragili, perché è il momento in cui siamo veri. Autentici. Anche se c’è quel retrogusto di vergogna, dietro le lacrime. Quando ci rompiamo in tanti cocci, del fragore può rimanere la rabbia. Ma ciò che resta di noi possiamo metterlo ancora insieme, come fanno in Oriente, con stucco e polvere d’oro. E ciò che ha fatto il dolore, noi possiamo trasformarlo in bellezza. Ieri ho imparato questo.

L’argine

riparare-tazzina-rottaOgni tanto ci penso. A qualche amico che hai raccolto col cucchiaino, quando stava male.
Quando magari aveva lo stomaco in frantumi, per questioni di cuore.
E allora stavi lì, prendevi il nastro adesivo, la colla e cercavi di rimetterlo insieme.
Far combaciare i pezzi, quando altri cedevano sul più bello. E no, non ti rassegnavi. Accanto a un bicchiere di vino, sotto le fronde sferzate dall’inverno, sul viale alberato. L’inverno che prima di ogni altra cosa, precipitava sull’anima. Perché era giusto anche così, esserci solo per soffiare sulla tazza fumante, al momento del tè, perché non si bruciasse ancora di più.

E quindi ogni tanto ci penso. Soprattutto ora che è il tuo turno a sentirti un po’ scheggiato e dall’altra parte le cose vanno talmente bene che, insieme al dolore, ci si è dimenticati anche di chi provava a porgli un argine.

Viaggio nel tempo

403883_10150417854610703_732356119_nSuccede, di tanto in tanto.
Immagini rade, i tramonti all’orizzonte. Il colore dell’uva e del sangue.
Al loro cospetto, in questa giostra di memorie.
Di fronte a ciò che ero. Che avrei voluto essere.
Poeta, eroe, principe.

Adesso.

Con tutto quello che fa parte di me, sotto questa pelle. Con le mie cicatrici.
Con le parole destinate a non avere destino.
E tutto il tempo, perduto.
Che ci rende colpevoli nel tribunale dei sogni.
Perché è come il ricordo di un sapore, un movimento papillare.
La dolcezza acerba dei primi giorni in cui si scopre se stessi allo specchio.
Il colore delle mandorle verdi e dei tuoi occhi.
Ritrovarsi smarriti in viali di terra, tersa, arsa, le piante agli angoli, i glicini in fiore, i cancelli di ferro.
Percepire l’esatta consistenza dell’assenza, il suo vuoto di marmo, levigato, ineccepibile.
L’ingrediente primigenio della tua rabbia di adesso. Della tua forza senza destinatari.

Vorrei abbracciarti, per ciò che sei stato e che non sono riuscito a proteggere.
Nel perdono, nel qui ed ora.

Questa voglia di vivere

voglia-di-vivere-68c468ce-b3d1-4d65-b372-8da87cc09bdf.jpgE poi c’è questa voglia di vivere.
Che fa tutt’uno col dolore. Che lo riconosce, lo ringrazia. Ok, sei la cartina al tornasole del mio sangue nelle vene. Però adesso, ecco, va bene così.
Perché c’è la rabbia, e il vento. E c’è il sole. Le sue scaglie sulle onde. C’è la primavera dallo stesso sapore delle mandorle verdi.
C’è la tempesta, le parole che si affollano sulle dita, quelle che popolano i pensieri.
C’è la voglia di gridare, di ridere, di piangere. La voglia di abbracciarli tutti e tutte, per dire loro che sì, sono qui, anche se a volte sembro distante, come i miei occhi innamorati.
C’è la paura. E fare sì, con un leggero movimento del capo. Con la necessità di andare avanti, qualsiasi cosa accada. Perché non c’è alternativa a tutto questo.

C’è questo. La vita, appunto. Con la sua luce e le sue ombre. Tanto più dense quanto è più forte la prima. Il calore e il rifugio. Gli abbracci e le pause. Ci sono io, ed è già un buon inizio.

Ferite e feritoie

Cuore-FeritoOggi ho appreso che il prezzo da pagare per non essere monadi è quello di accettare la nostra sensibilità. E che si è sensibili laddove si è feriti. Perché è in quella lacerazione che riusciamo a far entrare l’altro. Questo non significa ritornare dentro quel dolore, ma tornarci sopra, per guarirlo o per tentare di farlo.

Ho anche capito una verità forse da un po’ dimenticata: troppo spesso chiediamo agli altri il permesso di essere liberi. Succede quando teniamo in considerazione il loro giudizio. E questo ci fa perdere noi stessi.

E poi c’è quella storia dei rami secchi. Che li tagli e ci fai una piccola catasta e dai fuoco a tutto. Per non guardare l’albero della tua vita. Perché a volte è più comodo distruggere. Come è più semplice dimenticare o far finta di nulla di fronte al dolore. Ma non funziona esattamente così. La legna brucia, diventa cenere. Ma sotto, il fuoco arde ancora e può tornare in fiammate improvvise. E illumina il tuo albero, la tua esistenza, le verità dimenticate, i nuovi saperi.

Basta solo un po’ di coraggio in più. Per trovarlo, ne serve molto. Ma non è detto che sia impossibile.

Sta di fatto che devo vivere

«Non so cosa pensare. Con tutto il dolore che ho intorno, comincio a vergognarmi di prendere sul serio i miei umori. Eppure devi continuare a prenderti sul serio, devi rimanere il centro, e in qualche modo devi venire a capo dei fatti di questo mondo; in nessuna situazione puoi chiudere gli occhi, devi “confrontarti” con questi tempi orribili, e cercare una risposta alle numerose questioni di vita e di morte che essi ti pongono. E allora forse troverai una risposta ad alcune di esse, non solo per te stesso ma anche per gli altri. Sta di fatto che devo vivere, e che devo affrontare ogni cosa.»

Etty Hillesum, Diario 1941 – 1943; Adelphi, Milano, 1981, p. 56-57.

Tutto il resto

Ogni tanto la vita ha il sapore delle cose dette da lontano e in quei momenti sei spaventosamente vicino a ciò che più c’è di vero in te.
Quando sai che le distanze, in quel punto segreto e vibrante della tua anima, non hanno nessun significato apparente.
Ogni tanto la vita ha lo stesso sapore di un venticello serale, che richiama l’autunno, i sogni inespressi, le aspirazioni, il tremare in solitudine, di quella felicità un po’ stramba che magari non ha tanto senso eppure dà un significato inesprimibile a ogni cosa.
Quel sapore che ti lascia abbracciare la quotidianità, che ti porta a chiamare le persone a cui vuoi bene, con cui parli delle cose che vorresti e di quelle che ti feriscono accidentalmente.
E ti lasci travolgere dai saluti notturni, dalle strade percorse su un motorino, dalla presenza rassicurante di chi sta lì per farti compagnia, senza mai giudicarti ma pronto a dirti, quando occorre, che magari anche basta con le solite cazzate. E tu sai che è così che deve essere.
Ogni tanto un sorriso spontaneo e le parole consuete rendono tutto meno pesante. Tra una sigaretta di troppo, un negroni proibito, le promesse che stasera non si fa tardi e basta bere che poi al risveglio sembriamo morti con una coscienza e il mal di testa.
Ogni tanto mettiamo sul tavolo il nostro dolore, le sconfitte, quella rabbia per chi non ha capito qual è la reale essenza con cui ci hanno impastato davvero.
Riusciamo a essere come stelle in un cosmo profondo, blu cielo, riusciamo ad essere una notte avvolgente, che protegge e include. Per questo dopo le labbra serrate e i porcatroia di rito lasciamo fluire tutto il resto. Perché è imprescindibile scegliere la vita, anche quando ci taglia, ci rompe le ossa e ci brucia la pelle. Dentro o fuori.
Sono grato alla mia vita per avermi dato la capacità di poter descrivere tutto ciò, anche se tutto è sempre molto confuso e inafferrabile. Mi lascia credere di rimanere aggrappato ai miei sogni, all’amore, alla voglia di continuare. Anche se a volte è difficile. Ma non vedo altra soluzione.

Dedico queste parole alle persone che stanno con me in questo percorso. E a quelle che ieri – cioè a Simone, Barbara, Sonia e Giada – mi hanno fatto ridere e sorridere. Di me. E di tutto il resto.

Il papa in Brasile: un bagno di follia

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Si consuma come di consueto il rituale del pontefice di turno che va in giro per il mondo, magari pure a spese del popolo italiano (otto per mille, do you know?), a curare gli interessi di santa romana chiesa col pretesto della parola di Cristo.

Il clou della kermesse di Rio de Janeiro, detta anche “Giornata mondiale della gioventù”, è stato raggiunto quando sua santità ha esibito una bambina anencefalica, nata cioè senza cervello. Una di quelle storie strazianti, che meritano il massimo rispetto (questi bambini non sopravvivono a lungo dopo la nascita), ma che dovrebbe essere vissuta nel proprio intimo umano e personale.

Un gesto, dicono in Vaticano, che vale più di mille discorsi contro l’aborto.

Dovrebbero ringraziare, nell’ordine:

1. le donne tutte, ridotte ancora una volta a uteri da utilizzare sempre e comunque al di là della loro volontà di esseri umani;

2. il concetto di dignità della persona, utilizzato attraverso la speculazione sul dolore per ribadire un progetto politico preciso, che poi è quello della sottomissione delle coscienze;

3. tutte le famiglie che hanno subito il dramma di avere un nascituro senza encefalo e che hanno preferito mettere al mondo un povero bambino destinato alla morte. Sentivano il bisogno di sentirsi criminalizzate dal fan club di Gesù di Nazareth.

Come previsto, Bergoglio si classifica come il peggiore della triade Wojtyła-Ratzinger-se stesso. Questo sponsor a favore della tragedia, alla quale nulla di umano può porre rimedio, per cui abbandoniamoci pure al pietoso abbraccio cristiano, altro non è che becero marketing.

Il male spacciato per soluzione. La rimozione del dolore attraverso la sua sublimazione. La volontà di deresponsabilizzare uomini e donne, perché tanto c’è chi pensa a loro e, udite udite, pure per loro, in nome di un qualcosa detto vita eterna che prima o poi, forse e chissà, verrà.

E ancora, il richiamo ai valori di “fecondità” che stanno per tutto ciò non consideri l’idea di preservativo, libera sessualità, salute pubblica, autodeterminazione e così via. E il Vaticano SPA a gestire il tutto. Bravo davvero, Bergoglio.

Lo avesse fatto la Coca Cola, mutatis mutandis, staremmo tutti a vomitare bestemmie. Invece la folla, umana e mediatica, applaude.
O la follia, fate un po’ voi.

Mi passerà

Domani mi passerà. E questa sensazione di abbandono e di continuo sgretolamento sarà solo un pensiero della notte. Uno dei tanti, buoni solo a spodestare il sonno.

Perché siamo fatti male. Perché, nella nostra specie, abbiamo inventato l’addomesticamento delle volpi e la solitudine dei pianeti lontani.

Domani mi passerà, ma per adesso è qui, mi tiene per mano e mi accarezzo sullo stomaco, e mette dentro, come una Pandora al contrario, tristezza, lacrime, rabbia, coraggio, onnipotenza, desolazione.

E tutto questo ha il suono di un violino, l’andirivieni della risacca, la morbidezza del manto di un gatto, la consistenza del piumone, il rumore della pioggia, un disco col fruscio, le chiacchiere delle amiche nella stanza vicina, il profumo delle cose cucinate, persistente come l’eco della memoria.

Domani mi passerà, ok. E andrò in giro per strada, con le mani in tasca e il mondo sotto i piedi. Ma per adesso no. Per adesso voglio assaporare questa tenerezza dolorosa, questo mio sentirmi profondamente umano, questo desiderio di sentire bisogno di un abbraccio, di qualcuno che mi dica che non c’è niente di cui avere paura.