Un giorno scriverò del mio dolore e sarà come l’urlo di una strega

gerbera-1250285_960_720Il mio corpo, da qualche mese a questa parte, mi obbliga a fermarmi. Lo fa col dolore, fisico. Mi ha costretto a letto per una settimana, il mese scorso.
Mi obbliga a “star buono”, a “non correre”. Come se volesse che io andassi piano, dopo aver corso per tutta la vita dietro a ideali, persone e sentimenti. A illusioni. E lo fa rendendo fragili le mie ossa.
Mi obbliga infine a guardarmi, rendendo debole la mia pelle, sfaldandola a casaccio. Come riflesso del dolore, stavolta interno. Al di qua della pelle, appunto.

Un giorno scriverò di lui, del mio dolore. Lo scriverò tutto quanto su un foglio e sarà come l’urlo di una strega. Parlerò di quando, se fa freddo e mi sento solo, mi addormento sul divano accovacciato e coperto dal piumone bianco, per supplire a quelle braccia che non raccolgono le mie desolazioni passeggere. Scriverò di tutte le volte che non ho osato. Di chi ho lasciato andar via, perché mi sentivo immeritevole d’amore. Di chi non ho raggiunto in tempo. Delle notti senza speranza, immerso nel buio. Il mio. Della paura del tempo che passa. Delle assenze che sanguinano dentro. Di tutte le volte che manca il coraggio e delle parole che non riesco a pronunciare.

Di tutto questo scriverò, un giorno. E chissà se si spezzeranno le catene di questo incantesimo che, come nelle fiabe dei bambini, fa paura di notte, quando il silenzio amplifica ogni cosa.

E poi c’è questa cosa del dolore…

E poi c’è questa cosa del dolore. Quasi un marchio distintivo, sin da quando nasciamo.
Vieni al mondo e si capisce se sei vivo dall’angoscia del pianto.
Più di un autore ci ha speso il suo tempo, sul dolore e il suo significato.
Pare che la nostra stessa felicità sia una condizione fuori norma: il nostro corpo non è in grado di contenerla a lungo. E allora immette nel sangue delle sostanze che agiscono in senso opposto.
Succede lo stesso anche con la depressione, la tristezza e tutte quelle cose lì, ok. Ma fa strano pensare che il dolore è l’altra parte della medaglia della nostra esistenza. Come l’ombra proiettata dal corpo.
Se esisti, generi il buio da qualche parte. Ed è così che deve essere.

L’ironia di Dio

gesu'_simpaticoDio con me è molto ironico, in questo periodo.
Attraverso il mio corpo e le sue sofferenze – problemi alla pelle, problemi articolari, ecc – sta cercando di mandarmi un messaggio. Forse sul significato del “dolore”, secondo alcuni.
Quindi sta facendo in modo che gente detestabile si avvicini alle periferie della mia vita, privata e pubblica.

In entrambi i casi, premesso che gradirei un più discreto messaggio su telefono, vale lo stesso discorso per i testimoni di Geova e altre fedi invasive: lascia tutto pure nella cassetta della pubblicità, oh Signore. Poi se ho tempo, ci guardo.

Fragile

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Credo che non dovremmo mai aver paura di farci vedere fragili, perché è il momento in cui siamo veri. Autentici. Anche se c’è quel retrogusto di vergogna, dietro le lacrime. Quando ci rompiamo in tanti cocci, del fragore può rimanere la rabbia. Ma ciò che resta di noi possiamo metterlo ancora insieme, come fanno in Oriente, con stucco e polvere d’oro. E ciò che ha fatto il dolore, noi possiamo trasformarlo in bellezza. Ieri ho imparato questo.

L’argine

riparare-tazzina-rottaOgni tanto ci penso. A qualche amico che hai raccolto col cucchiaino, quando stava male.
Quando magari aveva lo stomaco in frantumi, per questioni di cuore.
E allora stavi lì, prendevi il nastro adesivo, la colla e cercavi di rimetterlo insieme.
Far combaciare i pezzi, quando altri cedevano sul più bello. E no, non ti rassegnavi. Accanto a un bicchiere di vino, sotto le fronde sferzate dall’inverno, sul viale alberato. L’inverno che prima di ogni altra cosa, precipitava sull’anima. Perché era giusto anche così, esserci solo per soffiare sulla tazza fumante, al momento del tè, perché non si bruciasse ancora di più.

E quindi ogni tanto ci penso. Soprattutto ora che è il tuo turno a sentirti un po’ scheggiato e dall’altra parte le cose vanno talmente bene che, insieme al dolore, ci si è dimenticati anche di chi provava a porgli un argine.

Viaggio nel tempo

403883_10150417854610703_732356119_nSuccede, di tanto in tanto.
Immagini rade, i tramonti all’orizzonte. Il colore dell’uva e del sangue.
Al loro cospetto, in questa giostra di memorie.
Di fronte a ciò che ero. Che avrei voluto essere.
Poeta, eroe, principe.

Adesso.

Con tutto quello che fa parte di me, sotto questa pelle. Con le mie cicatrici.
Con le parole destinate a non avere destino.
E tutto il tempo, perduto.
Che ci rende colpevoli nel tribunale dei sogni.
Perché è come il ricordo di un sapore, un movimento papillare.
La dolcezza acerba dei primi giorni in cui si scopre se stessi allo specchio.
Il colore delle mandorle verdi e dei tuoi occhi.
Ritrovarsi smarriti in viali di terra, tersa, arsa, le piante agli angoli, i glicini in fiore, i cancelli di ferro.
Percepire l’esatta consistenza dell’assenza, il suo vuoto di marmo, levigato, ineccepibile.
L’ingrediente primigenio della tua rabbia di adesso. Della tua forza senza destinatari.

Vorrei abbracciarti, per ciò che sei stato e che non sono riuscito a proteggere.
Nel perdono, nel qui ed ora.

Questa voglia di vivere

voglia-di-vivere-68c468ce-b3d1-4d65-b372-8da87cc09bdf.jpgE poi c’è questa voglia di vivere.
Che fa tutt’uno col dolore. Che lo riconosce, lo ringrazia. Ok, sei la cartina al tornasole del mio sangue nelle vene. Però adesso, ecco, va bene così.
Perché c’è la rabbia, e il vento. E c’è il sole. Le sue scaglie sulle onde. C’è la primavera dallo stesso sapore delle mandorle verdi.
C’è la tempesta, le parole che si affollano sulle dita, quelle che popolano i pensieri.
C’è la voglia di gridare, di ridere, di piangere. La voglia di abbracciarli tutti e tutte, per dire loro che sì, sono qui, anche se a volte sembro distante, come i miei occhi innamorati.
C’è la paura. E fare sì, con un leggero movimento del capo. Con la necessità di andare avanti, qualsiasi cosa accada. Perché non c’è alternativa a tutto questo.

C’è questo. La vita, appunto. Con la sua luce e le sue ombre. Tanto più dense quanto è più forte la prima. Il calore e il rifugio. Gli abbracci e le pause. Ci sono io, ed è già un buon inizio.

Ferite e feritoie

Cuore-FeritoOggi ho appreso che il prezzo da pagare per non essere monadi è quello di accettare la nostra sensibilità. E che si è sensibili laddove si è feriti. Perché è in quella lacerazione che riusciamo a far entrare l’altro. Questo non significa ritornare dentro quel dolore, ma tornarci sopra, per guarirlo o per tentare di farlo.

Ho anche capito una verità forse da un po’ dimenticata: troppo spesso chiediamo agli altri il permesso di essere liberi. Succede quando teniamo in considerazione il loro giudizio. E questo ci fa perdere noi stessi.

E poi c’è quella storia dei rami secchi. Che li tagli e ci fai una piccola catasta e dai fuoco a tutto. Per non guardare l’albero della tua vita. Perché a volte è più comodo distruggere. Come è più semplice dimenticare o far finta di nulla di fronte al dolore. Ma non funziona esattamente così. La legna brucia, diventa cenere. Ma sotto, il fuoco arde ancora e può tornare in fiammate improvvise. E illumina il tuo albero, la tua esistenza, le verità dimenticate, i nuovi saperi.

Basta solo un po’ di coraggio in più. Per trovarlo, ne serve molto. Ma non è detto che sia impossibile.

Sta di fatto che devo vivere

«Non so cosa pensare. Con tutto il dolore che ho intorno, comincio a vergognarmi di prendere sul serio i miei umori. Eppure devi continuare a prenderti sul serio, devi rimanere il centro, e in qualche modo devi venire a capo dei fatti di questo mondo; in nessuna situazione puoi chiudere gli occhi, devi “confrontarti” con questi tempi orribili, e cercare una risposta alle numerose questioni di vita e di morte che essi ti pongono. E allora forse troverai una risposta ad alcune di esse, non solo per te stesso ma anche per gli altri. Sta di fatto che devo vivere, e che devo affrontare ogni cosa.»

Etty Hillesum, Diario 1941 – 1943; Adelphi, Milano, 1981, p. 56-57.

Tutto il resto

Ogni tanto la vita ha il sapore delle cose dette da lontano e in quei momenti sei spaventosamente vicino a ciò che più c’è di vero in te.
Quando sai che le distanze, in quel punto segreto e vibrante della tua anima, non hanno nessun significato apparente.
Ogni tanto la vita ha lo stesso sapore di un venticello serale, che richiama l’autunno, i sogni inespressi, le aspirazioni, il tremare in solitudine, di quella felicità un po’ stramba che magari non ha tanto senso eppure dà un significato inesprimibile a ogni cosa.
Quel sapore che ti lascia abbracciare la quotidianità, che ti porta a chiamare le persone a cui vuoi bene, con cui parli delle cose che vorresti e di quelle che ti feriscono accidentalmente.
E ti lasci travolgere dai saluti notturni, dalle strade percorse su un motorino, dalla presenza rassicurante di chi sta lì per farti compagnia, senza mai giudicarti ma pronto a dirti, quando occorre, che magari anche basta con le solite cazzate. E tu sai che è così che deve essere.
Ogni tanto un sorriso spontaneo e le parole consuete rendono tutto meno pesante. Tra una sigaretta di troppo, un negroni proibito, le promesse che stasera non si fa tardi e basta bere che poi al risveglio sembriamo morti con una coscienza e il mal di testa.
Ogni tanto mettiamo sul tavolo il nostro dolore, le sconfitte, quella rabbia per chi non ha capito qual è la reale essenza con cui ci hanno impastato davvero.
Riusciamo a essere come stelle in un cosmo profondo, blu cielo, riusciamo ad essere una notte avvolgente, che protegge e include. Per questo dopo le labbra serrate e i porcatroia di rito lasciamo fluire tutto il resto. Perché è imprescindibile scegliere la vita, anche quando ci taglia, ci rompe le ossa e ci brucia la pelle. Dentro o fuori.
Sono grato alla mia vita per avermi dato la capacità di poter descrivere tutto ciò, anche se tutto è sempre molto confuso e inafferrabile. Mi lascia credere di rimanere aggrappato ai miei sogni, all’amore, alla voglia di continuare. Anche se a volte è difficile. Ma non vedo altra soluzione.

Dedico queste parole alle persone che stanno con me in questo percorso. E a quelle che ieri – cioè a Simone, Barbara, Sonia e Giada – mi hanno fatto ridere e sorridere. Di me. E di tutto il resto.