Tutto il resto

Ogni tanto la vita ha il sapore delle cose dette da lontano e in quei momenti sei spaventosamente vicino a ciò che più c’è di vero in te.
Quando sai che le distanze, in quel punto segreto e vibrante della tua anima, non hanno nessun significato apparente.
Ogni tanto la vita ha lo stesso sapore di un venticello serale, che richiama l’autunno, i sogni inespressi, le aspirazioni, il tremare in solitudine, di quella felicità un po’ stramba che magari non ha tanto senso eppure dà un significato inesprimibile a ogni cosa.
Quel sapore che ti lascia abbracciare la quotidianità, che ti porta a chiamare le persone a cui vuoi bene, con cui parli delle cose che vorresti e di quelle che ti feriscono accidentalmente.
E ti lasci travolgere dai saluti notturni, dalle strade percorse su un motorino, dalla presenza rassicurante di chi sta lì per farti compagnia, senza mai giudicarti ma pronto a dirti, quando occorre, che magari anche basta con le solite cazzate. E tu sai che è così che deve essere.
Ogni tanto un sorriso spontaneo e le parole consuete rendono tutto meno pesante. Tra una sigaretta di troppo, un negroni proibito, le promesse che stasera non si fa tardi e basta bere che poi al risveglio sembriamo morti con una coscienza e il mal di testa.
Ogni tanto mettiamo sul tavolo il nostro dolore, le sconfitte, quella rabbia per chi non ha capito qual è la reale essenza con cui ci hanno impastato davvero.
Riusciamo a essere come stelle in un cosmo profondo, blu cielo, riusciamo ad essere una notte avvolgente, che protegge e include. Per questo dopo le labbra serrate e i porcatroia di rito lasciamo fluire tutto il resto. Perché è imprescindibile scegliere la vita, anche quando ci taglia, ci rompe le ossa e ci brucia la pelle. Dentro o fuori.
Sono grato alla mia vita per avermi dato la capacità di poter descrivere tutto ciò, anche se tutto è sempre molto confuso e inafferrabile. Mi lascia credere di rimanere aggrappato ai miei sogni, all’amore, alla voglia di continuare. Anche se a volte è difficile. Ma non vedo altra soluzione.

Dedico queste parole alle persone che stanno con me in questo percorso. E a quelle che ieri – cioè a Simone, Barbara, Sonia e Giada – mi hanno fatto ridere e sorridere. Di me. E di tutto il resto.

Il papa in Brasile: un bagno di follia

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Si consuma come di consueto il rituale del pontefice di turno che va in giro per il mondo, magari pure a spese del popolo italiano (otto per mille, do you know?), a curare gli interessi di santa romana chiesa col pretesto della parola di Cristo.

Il clou della kermesse di Rio de Janeiro, detta anche “Giornata mondiale della gioventù”, è stato raggiunto quando sua santità ha esibito una bambina anencefalica, nata cioè senza cervello. Una di quelle storie strazianti, che meritano il massimo rispetto (questi bambini non sopravvivono a lungo dopo la nascita), ma che dovrebbe essere vissuta nel proprio intimo umano e personale.

Un gesto, dicono in Vaticano, che vale più di mille discorsi contro l’aborto.

Dovrebbero ringraziare, nell’ordine:

1. le donne tutte, ridotte ancora una volta a uteri da utilizzare sempre e comunque al di là della loro volontà di esseri umani;

2. il concetto di dignità della persona, utilizzato attraverso la speculazione sul dolore per ribadire un progetto politico preciso, che poi è quello della sottomissione delle coscienze;

3. tutte le famiglie che hanno subito il dramma di avere un nascituro senza encefalo e che hanno preferito mettere al mondo un povero bambino destinato alla morte. Sentivano il bisogno di sentirsi criminalizzate dal fan club di Gesù di Nazareth.

Come previsto, Bergoglio si classifica come il peggiore della triade Wojtyła-Ratzinger-se stesso. Questo sponsor a favore della tragedia, alla quale nulla di umano può porre rimedio, per cui abbandoniamoci pure al pietoso abbraccio cristiano, altro non è che becero marketing.

Il male spacciato per soluzione. La rimozione del dolore attraverso la sua sublimazione. La volontà di deresponsabilizzare uomini e donne, perché tanto c’è chi pensa a loro e, udite udite, pure per loro, in nome di un qualcosa detto vita eterna che prima o poi, forse e chissà, verrà.

E ancora, il richiamo ai valori di “fecondità” che stanno per tutto ciò non consideri l’idea di preservativo, libera sessualità, salute pubblica, autodeterminazione e così via. E il Vaticano SPA a gestire il tutto. Bravo davvero, Bergoglio.

Lo avesse fatto la Coca Cola, mutatis mutandis, staremmo tutti a vomitare bestemmie. Invece la folla, umana e mediatica, applaude.
O la follia, fate un po’ voi.

Mi passerà

Domani mi passerà. E questa sensazione di abbandono e di continuo sgretolamento sarà solo un pensiero della notte. Uno dei tanti, buoni solo a spodestare il sonno.

Perché siamo fatti male. Perché, nella nostra specie, abbiamo inventato l’addomesticamento delle volpi e la solitudine dei pianeti lontani.

Domani mi passerà, ma per adesso è qui, mi tiene per mano e mi accarezzo sullo stomaco, e mette dentro, come una Pandora al contrario, tristezza, lacrime, rabbia, coraggio, onnipotenza, desolazione.

E tutto questo ha il suono di un violino, l’andirivieni della risacca, la morbidezza del manto di un gatto, la consistenza del piumone, il rumore della pioggia, un disco col fruscio, le chiacchiere delle amiche nella stanza vicina, il profumo delle cose cucinate, persistente come l’eco della memoria.

Domani mi passerà, ok. E andrò in giro per strada, con le mani in tasca e il mondo sotto i piedi. Ma per adesso no. Per adesso voglio assaporare questa tenerezza dolorosa, questo mio sentirmi profondamente umano, questo desiderio di sentire bisogno di un abbraccio, di qualcuno che mi dica che non c’è niente di cui avere paura.

Prendere forma

Casa prende forma. Il disordine del corridoio è un sinonimo, uno dei tanti, del caos. Da cui è nata tutta la storia possibile, dei pianeti e delle rocce. Da quello è nato il sussurro dei ruscelli di montagna, la fierezza dei gatti nell’estate del sud, il procedere pacato degli albatros e dei cammelli al cospetto dell’universo.

Prendiamo gli oggetti, pezzetti di noi, li riponiamo negli armadi nuovi, togliamo la polvere, asciughiamo il sudore dalla fronte, a dispetto del gelo oltre l’inferriata bianca. Buttiamo qualcosa che non ci assomiglia più. Diamo una nuova consistenza al piumone sul letto, nell’immagine di chi, domani, si sveglierà nell’ennesimo abbraccio, candidato, anch’esso, a divenire quello definitivo. Forse…

E mentre i libri ritrovano una nuova dimora e la musica accompagna ogni sforzo, mentre il sole disegna la sua parabola di un domani che insegue sempre se stesso, i tasselli della memoria si lanciano nella mente come coriandoli di ciò che è stato. Adesso penso a quando ero qui per amore, a come vi sono tornato per sopravvivere, al tesoro segreto trovato mentre, distratto, cercavo tutt’altro, al bacio di qualcun altro, troppo breve e assoluto per essere dimenticato, al morso del vampiro, agli errori dell’istinto, alle cicatrici delle parole cattive, alla maledizione estinta di quelle malate, al registro nuovo di quelle da pronunciare.

Tutto questo ha un senso, tra le mensole nuove, i vestiti messi in ordine e qualcosa che non trova ancora la sua giusta collocazione. Ogni cosa è uguale a me. Anche il dolore, ormai passato. Anche quell’anelito in assonanza col poi.

Casa intanto prende forma. La mia vita pure.

On air:

«Io devo diventare una persona normale
me lo dico spesso quando parlo d’amore
immagino di un cielo ricoperto di stelle
che viene ad abitare qui sulla mia pelle
(anche se, ad un’attenta analisi, e tenendo in considerazione le variabili del cambiamento)…»

Celeste Gaia, Io devo diventare una persona normale

Bombe alla scuola di Brindisi: solo rabbia e dolore

«A quanto pare gli ordigni – sarebbero tre – sono stati collocati su un muretto vicino a una scuola. I ragazzi sarebbero rimasti feriti mentre passavano di lì e stavano entrando per le lezioni.»

«Secondo la Protezione civile una studentessa è morta e altri sette ragazzi sono rimasti feriti – un altro sarebbe in pericolo di vita…»

«Centinaia di studenti sono ammassati dietro alle transenne e altri sono andati in ospedale. La notizia della morte della ragazza è stata confermata anche dal pronto soccorso, dove gli studenti sono scoppiati in lacrime. Tanti anche i genitori che sono arrivati sul posto e cercano i figli.»

«IL NOME DELLA VITTIMA È MELISSA BASSI, 16 ANNI.»

«Stavo aprendo la finestra e la deflagrazione mi è’ arrivata addosso. Ho visto i ragazzi a terra, tutti neri, i libri erano in fiamme. Una scena terrificante. Sono ragazzini, chi è che ha potuto fare una cosa simile?»

«Quello che si vede fuori dall’istituto è impressionante – prosegue il preside – ci sono quaderni zuppi di sangue, brandelli di oggetti. L’esplosione l’hanno sentita in tutta Brindisi, non era certo una azione dimostrativa.»

«È stato fatto per uccidere…»

«La scuola Morvillo Falcone aveva vinto il primo premio della prima edizione del concorso sulla legalità»

«La studentessa, gravemente ferita, Veronica Capodieci, è ancora nella sala operatoria del quinto piano dell’ospedale brindisino. Le sue condizioni sono disperate.»

Fonte: Repubblica

(non riesco a trovare parole. Le cose accadute sono più forti, purtroppo, di ogni cosa che potrebbe essere aggiunta)

Ore piccole

A volte hanno il suono di un violino silenzioso.
Dei bilanci di quanto accaduto fino un attimo prima di abbandonare i nostri vestiti sulla sedia, senza ordine, in armonia col caos. E in assonanza col dolore.
Hanno le parole della canzone che ascolti sempre in momenti come questo.
Il suo sguardo, fuggito per chissà dove. Ma nella rassicurante certezza del per sempre.
Il sapore del sonno, che tarda ad arrivare.
Il rumore delle cose perdute. E dei pensieri che si trascinano dietro, come barattoli dalla macchina di uno sposo. Uno soltanto.
Ripetono cose pronunciate da altri. Alle quali non credi, ma che ti appartengono. In un certo qual senso.
Si portano dietro il canto di un uccello ignaro dell’unisono con l’alba.
Hanno tutto il volume della solitudine. Impalpabile. Insostenibile.
Hanno il silenzio e si accontentano. Siamo noi a riempirlo di ogni cosa che, a ben guardare, esiste se non al di qua della pelle.

Hanno il silenzio e il nulla. Non hanno mai chiesto la rabbia e l’impotenza dell’asfalto. E si accontentano, appunto. Siamo noi semmai, ancora svegli e coi nostri dilemmi solo umani, ad esser fuori posto.

In direzione opposta

Io sono di quelli che leggono le poesie, nei bar del pomeriggio.
Io sono di quelli che si immedesimano nelle canzoni.
Oscillando tra rabbia e dolore. Senza mai passare dalla noia. E concedendo, raramente, il diritto di parola alla gioia.
Di quelli che piangono guardando i telefilm alla tv. Contravvenendo a tutte le leggi dell’ “essere uomini”.
Io sono di quelli che bruciano.
Io sono di quelli che baciano una volta soltanto. Ormai troppo spesso.
Di quelli che a volte non baciano nemmeno.
Di quelli che, però, guardano ancora i cartoni animati. Manga giapponesi, possibilmente.
Che ancora, a volte, e pur tuttavia, ci crede. E non sappiamo del tutto perché Pandora aprì il vaso di ogni male possibile, ma conosciamo l’ultimo che vi rimase.
Io sono di quelli che pecca di hybris. Per scontare la punizione degli dèi.
Io sono di quelli che non vedrai mai sul carro della vittoria. I trionfi assoluti richiedono luci nitide e anime intatte. È ogni piccola crepa, al contrario, uno scrigno d’ombra.
Sottolineo le righe dei libri che leggo. Nell’illusione di trattenerli meglio nel vaso rotto della memoria.
E sono di quelli che non riesce a perdere dieci chilogrammi ormai da due anni a questa parte.
E che non segue nessuno sport con la dovuta regolarità.

Io sono di quelli di cui nessuno si innamora. E quando questo è accaduto, gli eventi e i venti spiravano in direzione opposta.

In terrazza sopravvivono le fragole

Succede come  in una saga di magia, quando ci lasciano per sempre. Spezzano la nostra anima in due, e poi ancora, e così via. E appare l’oscuro signore, a frapporsi tra noi e ciò che desideriamo. Tra come dovrebbe essere e ciò che siamo davvero.

È facile dire che occorre cercare i nostri oggetti maledetti e distruggerli uno per uno.
Fin troppo elementare comprendere che distrutti quelli, basterà sferrare l’attacco finale, perché il nostro aguzzino diventi una nuvola di cenere.

Eppure basta guardare un po’ meglio per vedere oltre il cappuccio della tunica e trovarvi il nostro volto. Questo ci paralizza. Non è difficile impugnare un artiglio di basilisco. È la battaglia ad essere spaventosa. E a volte basta solo questo ad annientarci sul serio. Stiamo parlando di magia oscura, d’altronde…

Quindi ti svegli. Tuttavia. E il cielo è allegro, ed è strano ma poi pensi: non è lui a seguire il tuo umore, sei tu ad esser figlio e fratello delle nuvole.

Ritorni alla notte passata, alle risate amiche, agli abbracci, ai “che vuoi che sia”. Ritrovare alleati. La certezza di una casa, o più d’una. E imparare dal buio: per nasconderti quando sei ferito o più fragile, non certo a temerlo.

E guardare, ancora, fuori, sopra i tetti arancioni, mentre in terrazza, nei vasi di primavera, sopravvivono le fragole. E la tua coinquilina, superVale, ti dice che è arrivato il tempo di cambiare arredamento alla stanza.

I segnali, a vederli, ci sono tutti. Gli oggetti maligni mi spaventeranno ancora, ma ho stretto un patto indissolubile con le stelle e ogni sorriso.

Il signore oscuro non abbia nulla da temere: soltanto al mio abbraccio, ultimo e tenero, sparirà per sempre. Dentro me, al sicuro, nella sua casa dei rimpianti interrotti, delle cose rinfacciate che non fanno più male.

Ago e filo

Il vento di gennaio, al cospetto del cielo limpido, porta sempre con sé qualcosa di doloroso e rassicurante allo stesso tempo.

Il mio tempo interiore prosegue con l’andare delle stagioni… arriverà primavera.

Nel frattempo, occorre guarire quel frammento di anima che gronda di sangue. Ogni goccia che cade sul suolo genera mostri ed errori. Vado a prendere ago, filo e magia. Per quanto doloroso.