Dante gay-friendly

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Gustave Doré, Dante incontra Brunetto Latini

«Poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro
quelli che vince, non colui che perde».
(Inferno: XV, 121-124)

Perché ogni tanto rileggi Dante e comprendi che lui, già al suo tempo, aveva già capito che l’omosessualità non è un vulnus del valore di un uomo. Sono le parole dedicate al maestro, il “sodomita” Brunetto Latini. Il quale, dopo aver parlato con lui, nell’inferno, torna alla sua schiera con tutta la sua dignità. Colui che, come se stesse concorrendo al palio del drappo verde di Verona, sembra colui che vince, non “colui che perde”. Dante sa che se è diventato quello che è, lo deve a lui. E anche se tra i dannati, non può che onorarlo.

Fa bene vedere che l’umanità è capace di queste forme di profonda solidarietà. E ti rende un po’ orgoglioso constatare che è nella letteratura che puoi trovarne traccia. Perché è un po’ come se le parole, che in altre occasioni ti hanno ferito, in questo caso ti guariscono. Con il tocco della poesia.

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Caro Benigni, ieri ne hai dette un paio, di boiate…

No, caro Roberto, proprio non ci siamo. Adesso io capisco che il tuo intervento di ieri è stato un inno all’amore e al bello per il nostro paese e credimi: ho molto apprezzato la visione del fatto che siamo noi ad appartenere a quelle opere “italiane” che tutto il mondo va a vedere al Louvre o nei musei degli altri paesi e non viceversa. È veramente suggestiva questa immagine di filiazione dalla bellezza e non di possesso di essa.

Però, Roberto, se dobbiamo dire le cose diciamole bene.

Perché fare di un condottiero romano un italiano ante litteram – come tu hai fatto con Scipione l’Africano – è come sostenere che Attila era sovietico o che Toro Seduto fosse statunitense.

E dire che la Divina Commedia non poteva essere scritta in dialetto è assolutamente falso, perché Dante usò il volgare della sua epoca e, fino a Pietro Bembo e alle sue Prose, il volgare era il nome che si dava ai dialetti d’Italia.

E credo che tali errori siano il frutto di una grande semplificazione, di un po’ di fretta. Ma è importante ricondurre la storia alla verità. Dire il vero rafforza la nostra identità, non la sminuisce di certo.

Rivendicare l’italianità della nostra cultura vuol dire conferirle una dignità filologico-scientifica ed è questo l’unico modo di preservarla nella sua più assoluta dignità. Ammettere la storia che c’è stata in Italia senza forzature ideologiche può solo aggiungere forza alla nostra identità.

Far confusione, invece, può essere pericoloso.

È quello che fanno i leghisti, quando parlano di radici celtiche, o la destra, quando mette sullo stesso piano repubblichini e Resistenza. E sappiamo tutti e due, caro Roberto, che questo non va affatto bene.

La sfranteide

L’aggressione al papa durante la messa della vigilia ha messo in evidenza un fatto di cui tutta la rete parla e che il mondo dei media, egregiamente scodinzolante, finge di non aver visto: la finocchiaggine imperante nella chiesa.

Il protagonista di quella spintarella non è stato, infatti, sua santità, bensì un giovane seminarista la cui qualifica è stata prontamente declinata al femminile a alla quale sono stati associati calorosi aggettivi del lessico frocesco, a cominciare da “sfranta”.

Quest’associazione tra il sembiante del giovane futuro sacerdote, le sue maschie movenze e quel sentore che egli appartenga alla vasta schiera dei compagni di girone di Brunetto Latini, non produce per altro considerazioni omofobe. Si prende bellamente per i fondelli, semmai, l’affetto di santa romana chiesa per tutto il popolo GLBT, a cominciare dalle ultime disposizioni josephiniane che vieterebbero a persone gay di prendere i voti.

Tradotto in altri termini: quando Ahmadinejad (o come diavolo si scrive) alla Columbia University disse di fronte agli studenti lì riuniti che in Iran i gay non esistono, la platea esplose in una sonora risata che seppellì la tracotanza di un leader criminale di fronte al mondo intero.

Sua santità, a ben vedere, ha un po’ fatto la stessa fine: si prodiga tanto per debellare la (per lui) piaga della sodomia ma poi basta una piccola “distrazione” che tutto il mondo gli ricorda che anche in Vaticano, così come in Iran, in Europa e nel resto del mondo, esistono i gay. Cosa che di per sé non è (almeno nei paesi civili) un problema. Ma se un problema dovesse essere, come lo è per il Vaticano (che di conseguenza si identifica come paese non civile), e questa è la lezione, prima di pensare alle sorti dell’Italia e della Spagna, tanto per citar due paesi, si pensi a far “pulizia” dentro casa propria. Ammesso che ci si riesca, va da sé. Poi dopo, e solo dopo, si pensi a tutto il resto del mondo. Ammesso, ripeto, che ci si riesca. E la storia, lo sappiamo, così come qualche terzina della Commedia, ci ricordano l’esatto contrario.