Profumo di rovina per la scuola

Dopo il concorso truffa, il ministro Profumo esordisce con un’altra impopolarissima misura a danno del mondo della scuola: ovvero, aumentare di sei ore a settimana il monte ore in classe di ogni singolo insegnante, a stipendio invariato.

Cercherò di spiegare perché, a mio giudizio, tale norma è irricevibile.

1. Il lavoro dell’insegnante non si svolge solo in aula, ma anche al di fuori di essa. Per ogni ora di lezione dobbiamo conteggiarne un’altra di lavoro da svolgere a casa, tra preparazione delle lezioni, adattamento delle strategie didattiche, correzione dei compiti, l’aggiornamento professionale, ecc.

2. A tale lavoro frontale va aggiunto quello pomeridiano: collegi docenti, riunioni per i portatori di handicap, incontri con i genitori (questi anche mattutini), laboratori, mense scolastiche, consigli di classe e scrutini, ecc.

3. Il lavoro in aula è di per se stesso psicologicamente usurante. Per non parlare delle responsabilità legali – con rilievo civile e penale – in caso di incidenti a danno di un minore. Il tutto per 1300 euro al mese, contrariamente a molti colleghi di altri paesi dove si lavora di meno (in media sedici ore d’aula a settimana) e si guadagna il doppio.

4. Se ne deduce che l’aumento delle ore in aula comporterebbe a un incremento di tutte queste attività. Il che è possibile, va da sé. Ma da che mondo è mondo, un maggior carico di lavoro dovrebbe essere pagato di più, altrimenti si rischia lo sfruttamento.

5. L’incremento di tali attività genererebbe, inoltre, un maggiore carico di stress psico-fisico all’insegnante, che avrebbe minori energie da dedicare a classi già affollate, per effetto dei tagli della “riforma” Gelmini-Tremonti. E se a questi elementi aggiungiamo la frustrazione di una classe docente nemmeno ben remunerata per il lavoro che fa, ci rendiamo conto che tale norma andrebbe solo a totale danno di insegnanti, allievi e genitori.

6. Se un contratto dice che bisogna lavorare 18 ore a settimana, durante l’anno scolastico, occorrerebbe capire la ragione per cui, per decreto legge, un ministro si arroga il potere di cambiare le norme senza averne parlato prima con le parti sociali. Questo è un attentato nei confronti di regole e democrazia.

7. Tale provvedimento taglierebbe, per altro, decine di migliaia di posti di lavoro in un colpo solo affamando ancora di più i precari, oggetto di vero e proprio disprezzo istituzionale da parte di Profumo.

8. Infine: l’incipit di Profumo nel presentare la norma che prevede l’aumento del monte ore è decisamente offensivo. «Con i professori ci vuole il bastone e la carota». Credo che la categoria che ha in mano il compito di formare le generazioni future meriterebbe più rispetto da parte del ministro che ha l’onere di provvedere al suo benessere. E invece…

Tutte queste considerazioni, già di per se stesse indicatrici della gravità del momento che stiamo attraversando, si ammantano di una certa irricevibilità se pensiamo che Profumo è stato messo a capo di un ministero da un governo che non ha neppure l’avallo democratico. Una legge siffatta, infatti, dovrebbe essere valutata dall’elettorato attraverso libere elezioni. E dubito che in qualsiasi paese serio un provvedimento simile sarebbe accettato dalla società come semplice imposizione dall’alto.

Se Profumo vuole recuperare denaro da investire dentro il mondo della scuola, cominci a tener chiuse le scuole di sabato – con conseguente risparmio di elettricità e riscaldamento – e, soprattutto, azzeri i finanziamenti ai diplomifici cattolici che, in barba al Dettato Costituzionale, succhiano le già magre risorse pubbliche prelevandole alle uniche scuole che meriterebbero di averle: le scuole pubbliche italiane!

Il ministro e il suo governo, invece, si guardano bene dal fare provvedimenti giusti e sembrano occupati, semmai, a tagliare ancora l’istruzione pubblica a danno di milioni di contribuenti. Ragion per cui queste persone devono essere rimosse al più presto dal loro incarico e lasciare spazio a libere e democratiche elezioni. È sempre più una questione di giustizia sociale.

Il disco rotto di Ratzinger sulla famiglia

«Chiamata a essere immagine del Dio unico in tre persone non è solo la Chiesa, ma anche la famiglia, fondata sul matrimonio tra l’uomo e la donna». Sembra un disco rotto, Joseph Ratzinger, star indiscussa dell’ennesimo, ideologico – e quindi inutile – e propagandistico Family Day.

L’Incontro mondiale delle famiglie si sta riducendo, per effetto dei suoi ispiratoti e organizzatori, in niente di più di un raduno di cattolici integralisti il cui unico scopo pare quello di rimarcare l’ottimalità di una norma a discapito di tutte quelle realtà che in essa non si riconoscono o che ad essa non si piegano e il conseguente disprezzo per queste ultime.

Tale appuntamento sembra, quindi, concepito sostanzialmente per suggerire il concetto che i gay rappresentano il male e, attraverso questo concetto, autoconvincersi, attraverso la pratica della reiterazione compulsiva, che c’è una sola forma di unione familiare. Ancora una volta il cattolicesimo ratzingeriano diventa una tacita incitazione all’odio sociale. Cristo, come dico in questi casi, si starà rivoltando nella tomba…

Qualcuno dica, invece, a “sua santità” che è famiglia ogni progetto che nasce dall’amore. E l’amore non conosce confini di identità di genere o di orientamento sessuale. Il resto è burocrazia.

Benedetto XVI e il suo entourage sanno benissimo che i tempi stanno cambiando e il cambiamento travolgerà anche questa chiesa. Ricordo un libro, Le nebbie di Avalon, in cui le sacerdotesse del culto della Dea Madre non riuscivano a rassegnarsi all’avvento del cristianesimo che, nonostante tutti i loro sforzi, prendeva il sopravvento sul paganesimo.

Sulla questione delle famiglie fatte dalle persone LGBT sta succedendo la stessa cosa: da una parte abbiamo la realtà, dall’altra i dogmi di una casta sacerdotale che sta inesorabilmente perdendo ogni appiglio sulla quotidianità, sulla vita reale delle persone.

E per questa ragione quella chiesa è terrorizzata, perché le strade che si aprono sono due e due soltanto:

1. rimanere isolata di fronte all’esplosione di una realtà che ammette ogni forma di amore
2. essere costretta ad ammettere nel proprio ambito anche le famiglie di gay e lesbiche.

In ogni caso, la sconfitta sul piano culturale è un dato di fatto, come è già successo in passato con la vicenda di Galileo: provarono, gli ayatollah di Dio, a fermare la nascita della scienza moderna, ma riuscirono solo a condizionare un uomo, non ciò che questi aveva creato.

Con le famiglie gay e lesbiche sta accadendo la stessa cosa: l’esplosione dell’amore travolgerà questo clero povero di sentimenti e di emozioni. È solo questione di tempo, la sconfitta, ripeto, è qui ed ora. Resta solo il momento della sua verbalizzazione e della sua ammissione, da parte delle gerarchie ecclesiastiche. Con la speranza che, come nel caso di Galileo e di altri grossi errori “made in Vatican City”, questa non avvenga, come al loro solito, tra quattrocento anni.

La sosia della Camusso

      

No cioè, scoprire che la tua gatta Manolita è la sosia in chiave felina di Susanna Camusso è la svolta…

(Si ringrazia Himelda per avermi fatto notare la somiglianza e «la stessa espressione di schifato distacco!». Io, da solo, non ci sarei mai arrivato.)

Anno nuovo, merda vecchia

Non pensavo di scrivere il primo post del 2011 dovendo tornare sul tema dell’omofobia, non tanto perché pensavo che magicamente i botti di Capodanno avrebbero fatto saltare in aria gli amici della Lega del cranio molle – alla magia ci si può credere, ai miracoli un po’ meno – ma davvero non pensavo che gli istinti più abietti del genere umano si sarebbero manifestati anche in un periodo siffatto o almeno così in fretta.

E invece.

Mi giunge voce da amici romani che a Trastevere, qualche giorno fa, un ragazzo, l’ennesimo nella capitale, è stato insultato e malmenato perché gay.

In Puglia, invece, un gruppo di militanti del PdL, un’azione che si qualifica a metà tra lo squadrismo e certa goliardia da minus habens – la quale, a riprova, ha ottenuto il malcelato consenso da parte di un sempre più gelatinoso Gasparri – si è abbattuta su Vendola, svegliato nel sonno, in casa sua, tra molestie e insulti.

Fosse successo a Berlusconi avremmo avuto i tg di tutta Italia a parlare di vile atto terroristico. Poiché invece riguarda il “nemico”, i servi di sua maestà si sono affrettati a minimizzare il fatto, dando la colpa dell’accaduto alla sinistra, al comunismo e, naturalmente, al governatore pugliese, reo di un certo vittimismo tipico di chi non ha argomenti politici.

Da questo se ne deduce che nella visione di Gasparri e degli ominidi a lui antropoliticamente vicini politica è fare scherzi da teppistelli di provincia. Il fatto, adesso, è che noi ci crediamo pure che per questa gentucola la politica è chiasso, sberle e sberleffo. Non abbiamo bisogno di ulteriori prove. Eppure queste rassicurazioni continuano ad arrivarci. Purtroppo.

D’altronde si sa: Berlusconi, La Russa e tutta la marmaglia che siede ai più altri scranni del potere, per loro fortuna e per sfortuna di noi tutti, è tale perché frutto di un popolo che si riconosce in quei toni e in quel tasso di civiltà.

Il becerismo istituzionale degli ex-colonnelli di AN, la violenza verbale dei leccapiedi di Berlusconi, il razzismo a buon mercato (ma di pessima qualità) di Bossi e pattume leghista al seguito, sono solo la conseguenza di un elettorato che è tale: violento, militaresco, razzista, omofobo, ignorante servile e senza dignità alcuna. Basta ascoltare Radio Padania, il TG4 e qualsiasi programma di varietà targato Mediaset per rendersene conto.

E così si spiegano certi commenti, apparsi sulla pagina del Giornale su Facebook, e che potete visionare alla fine di questo post, circa l’aggressione subita da Vendola dai facinorosi militanti del PdL pugliese. Commenti infimi, come chi li ha scritti. Inutili, rozzi, aggressivi, acritici ma vigorosi, squallidi. In una parola sola: berlusconiani.

Si va dalle facili allusioni sessuali (il fascino esercitato dal richiamo al frutto della banana è evidentemente molto in voga dietro le file berlusconiale) al paragone gay-donna-trans che, al di là di una semplificazione prodotta da cervelli di fatto minidotati, dimostra il grande rispetto che hanno i berlusconiani per la donna, paragonata in negativo a coloro che hanno una mascolinità “corrotta”, svenduta, dentro una pelliccia, al marciapiede sotto casa.

Questa gente ha madri, mogli e figlie e non si rende conto che dire a un gay, in modo spregiativo, che è una femmina mancata è un insulto – ammesso e non concesso che essere donne sia un demerito – che fanno non solo ai gay, ma in particolar modo alle donne.

Ma non per niente stiamo parlando di elettori di un uomo che usa il sesso femminile nel modo che tutti conosciamo. Le madri, le mogli e le figlie dell’elettore (maschio) berlusconiano medio e mediocre vengono insultate, in primo luogo, dentro la cabina elettorale.

Stupisce poi che queste donne continuino a stare accanto a persone simili, fatto che però spiega il clima politico dell’ultimo quindicennio: se non ami te stesso, non puoi amare chi ti circonda. Un disprezzo per la propria persona che si traduce in un disprezzo di massa. Disprezzo che coinvolge tutto l’elettorato di destra e che è ingrediente primario del successo elettorale di Berlusconi e della sua corte dei miracoli.

A questo forse ci siamo abituati. Questo stupisce un po’ meno. Dovremmo forse insegnare alle elettrici del PdL di volersi bene, a cominciare dalla scelta dell’uomo che sposeranno e/o che cresceranno come figlio. Chissà che non cominci da lì la fine del berlusconismo.

Buon anno davvero.

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