Avere figli gay? Per il simpatico Bergoglio è una sfortuna

Bergoglio, papa di Roma

Ho sempre pensato che Bergoglio fosse un grande bluff, un’operazione di cosmesi rispetto alla consueta omofobia d’oltre Tevere. Il suo “chi sono io per giudicare” circa i gay (lesbiche e trans non erano ancora pervenute alla sua santa attenzione) era corredato da una chiosa: è già scritto tutto nel catechismo. È nel catechismo c’è scritto che essere gay è peccato mortale. Mi arrabbiai moltissimo con chi salutò con favore questo ribadire una condizione di minorità delle persone LGBT.

Adesso il nostro, anzi, il vostro simpatico pontefice torna alla carica con la sua solita omofobia travestita da buoni propositi. La notizia la riporta il Quotidiano.net, il cui titolo è già evocativo: «Papa. “Sì ai divorziati come padrini e aiuto a chi ha figli gay”», come se fosse un handicap o una disgrazia. Adesso questa è una semplificazione del titolista, ma se andiamo a scavare nel testo e riprendiamo le dirette parole del pontefice, non andiamo molto lontano da questa impostazione:

nessuno ha parlato di matrimonio omosessuale nel Sinodo. Quello di cui abbiamo parlato è come una famiglia che ha un figlio o una figlia omosessuale, come lo educa, come lo cresce, come si aiuta questa famiglia ad andare avanti in questa situazione un po’ inedita. Dunque al Sinodo si è parlato della famiglia e delle persone omosessuali in relazione alle loro famiglie, perché è una realtà che incontriamo nei confessionali…

Si notino almeno tre aspetti:

1. si ribadisce il no all’allargamento della sfera dei diritti. Nessuno ha parlato di matrimonio. Si mantiene la prospettiva del permanere di una discriminazione

2. la situazione di eccezionalità dell’avere un gay o una lesbica in famiglia. Bergoglio non dice – e non può dirlo, per evidenti limiti culturali di tipo omofobico, caratteristici della fede di cui è capo indiscusso – che avere prole LGBT può essere una cosa come un’altra, per quanto minoritaria (un po’ come avere figli mancini o bimbe coi capelli rossi, per capirci fino in fondo), ma lo pone sotto l’ottica dello scarto rispetto alla norma. Il richiamo al confessionale, inoltre, lo ammanta di quell’aura di peccato che tanta fortuna ha nei soliti ambienti cattolici

3. avere un/a figlia omosessuale rientra nell’ottica di uno svantaggio, per cui la famiglia “colpita” da questa situazione “un po’ inedita” ha bisogno d’aiuto.

Insomma, per Bergoglio avere figli omosessuali (le lesbiche ancora non sono pervenute, le trans meno che mai) è e rimane una sfortuna. L’unica cosa che non ha detto è che bisognerebbe intervenire sugli attori principali di diffusione di omofobia e odio sociale contro le persone LGBT: partiti cattolici, omelie nelle chiese, gruppuscoli antigay nelle piazze… tutti soggetti che operano per rendere un inferno la vita della gay community in Italia. Chissà perché contro queste persone sua simpatia, pardon, sua santità non dice niente.

Annunci

Luxuria a scuola: i cattolici umiliano la democrazia e il sapere

Vladimir Luxuria

Il caso: Vladimir Luxuria era stata invitata al liceo Muratori di Modena per confrontarsi con gli studenti e le studentesse di quella scuola sul tema della transessualità. L’incontro era stato voluto dagli/lle alunni/e dopo una votazione democratica che aveva sancito l’evento. Alcune famiglie, tuttavia, si sono messe di traverso, minacciando che non avrebbero rinnovato l’iscrizione per l’anno successivo dei/lle loro figli/e. L’appuntamento è quindi saltato.

A colorare di grottesco una vicenda di per sé gravissima – perché non solo crea un precedente pericoloso, ovvero impedire che si tenga un’assemblea e tradendo così uno dei momenti di democrazia in un istituto scolastico, ma anche perché segna l’intromissione dei genitori nell’autonomia della scuola – ci pensa Giovanardi, con uno dei suoi soliti deliri: la scuola non è luogo di indottrinamento. I rappresentati cattolici protagonisti della vicenda, si sono trincerati dietro al fatto che mancava un contraddittorio.

Non so cosa avrebbe detto Vladimir Luxuria in quel contesto, ma inviterei tutti e tutte a riflettere sul fatto che si trattava di un’assemblea non finalizzata a convertire gli studenti alla transessualità, ma per parlare delle problematiche di un gruppo sociale. Niente di indottrinante – contrariamente allo studio della religione cattolica, nei nostri istituti – ma, semmai, qualcosa che avrebbe portato conoscenza di un fenomeno.

Magari si sarebbe scoperto, ad esempio, che “transessualità” non è sinonimo di “prostituzione”. E magari si capirebbe perché essa viene scelta da alcune persone transessuali. Forse si sarebbe parlato dei problemi che si incontrano a maturare il percorso di appropriazione della propria identità di genere. Non credo che serva contraddittorio per un processo di conoscenza, anche perché ciò che contraddice il sapere è, appunto, l’ignoranza.

O forse il problema è la transessualità in sé, ma questa sarebbe discriminazione. Forse Giovanardi e i genitori (presumibilmente cattolici), che hanno ferito la democrazia di questo paese, confondono l’omo-transfobia con la libertà di pensiero, forse anche grazie al nuovo clima culturale introdotto dalla legge di riferimento, votata nei mesi scorsi alla Camera, che permetterebbe di esprimere opinioni non costruttive (se non veri e propri insulti) contro le persone LGBT, proprio nelle scuole.

Dovrebbero chiedersi, infine, tutte le persone di buona volontà, se quando si tratta di altri argomenti, sempre per prenderne conoscenza, si debba chiedere, ad esempio, l’intervento di un antisemita per il tema della persecuzioni del popolo ebraico, la presenza di un razzista se si discute di integrazione e immigrazione, o l’opinione di un uxoricida se si deve parlare di femminicidio. A Vladimir Luxuria è stato chiesto di parlare di sé a condizione che ci fosse qualcuno che parlasse contro la sua vita. Mi chiedo quanti cattolici sarebbero disposti a farlo, nei confronti della loro fede. Eppure, il loro “diritto” di essere contrari a qualcosa per cui nutrono un pregiudizio – l’essere trans, nello specifico – ha coinciso con il fatto che si è impedito a una libera cittadina della Repubblica Italiana il diritto (senza virgolette) di esercitare la sua libertà di pensiero.

Canone RAI? I gay devono “non pagare”

la presidente RAI, Anna Maria Tarantola

Ieri sera guardavo uno dei tanti spot della RAI, di quelli che ti invitano a pagare il canone pena la trasformazione di un familiare in una creatura mostruosa e inquietante, e ho scritto su Twitter: «la pubblicità del canone Rai è uno dei tanti buoni motivi per non pagare il canone.»

Stamane ho trovavo questo commento di risposta: «l’unico motivo è la disonestà … il resto sono panzane (detto da uno che lo paga sempre).»

Adesso lasciamo perdere che chi lo ha scritto è un renziano, e che dai renziani non accetto patenti di nessun tipo – non dopo che il loro leader ha riabilitato e dato agibilità politica a un delinquente comune – ma vi do un paio di buone ragioni per cui le persone LGBT devono non pagare il canone.

Ricordate il film Tutto su mia madre, di Almodovar? Più volte rimandata, poi programmata in prima serata, la pellicola – un capolavoro assoluto – ha subito un vero e proprio muro di fuoco,  per i temi trattati: quelli della sessualità e dell’amore tra donne e tra una donna e una trans.

Stessa sorte per I segreti di Brokeback Mountain. Il film, dopo mille polemiche, è stato sì trasmesso ma la scena del bacio tra i due cow boy è stata eliminata.

Non parliamo della miriade di programmi pomeridiani e non, nei quali la questione omosessuale viene ancora presentata come macchietta o come perversione. E i grandi talk show politici semplicemente ignorano la questione LGBT. Ballarò non ha mai trattato l’argomento, per fare un esempio.

Fa eccezione per il caso recente di Vespa, dove però è stato invitato l’immancabile Giovanardi, e la costante di questi programmi è invitare sempre un omofobo, come a voler dimostrare che i sentimenti d’odio contro le persone LGBT devono avere cittadinanza in questo paese. Ma a ben vedere, sul suo profilo Twitter il presentatore di Porta a porta pubblicizzava la cosa in termini di “guarigione”.

Dulcis in fundo, alla recente udienza con il pontefice Bergoglio, la presidente RAI Tarantola ha deliberatamente escluso tutte quelle coppie che non fossero regolarmente sposate. Conviventi e coppie gay/lesbiche sono stati trattati come parenti di cui vergognarsi.

Ergo: o ci ignorano, o ci descrivono come malati, o come mostri o come potenziali protagonisti di barzellette. Fermo restando che su di noi chiunque può dire la sua.

Voi andreste a comprare in un supermercato o in una boutique che vi tratta in questo modo?
E allora, mi spieghereste la ragione per cui un gay, una lesbica, un/a trans dovrebbe dare il proprio denaro alla RAI?

Abbiamo pochi margini di disobbedienza fiscale in questo paese. Non pagare il canone a una TV che ci tratta da reietti è un dovere morale specifico. Farlo ci renderebbe complici di una televisione che si fa promotrice di omofobia manifesta e indiretta.

P.S.: poi sarebbe buona cosa non guardare per nulla RAI e Mediaset e, come me, preferire il web e lo streaming.

La deputata del Pd che rassicura gli omofobi

Tornando nella mia città, Siracusa, mi è stato fatto notare da alcuni amici il contenuto di una comunicazione ufficiale di Sofia Amoddio, parlamentare del Partito democratico eletta proprio nella circoscrizione dove voto abitualmente e dove a febbraio scorso ho dato la mia preferenza per “Italia Bene Comune”, la coalizione che ha portato la deputata al Parlamento anche grazie al mio voto, nonostante io abbia preferito l’alleato Sinistra Ecologia e Libertà.

Tale documento mi ha profondamente turbato perché il suo contenuto mi tocca personalmente in quanto cittadino italiano, in primis, e come persona dichiaratamente omosessuale, in secondo luogo.

Rimando alla lettura della lettera in questione, sintetizzando qui di seguito alcuni suoi punti centrali:

  • ci sono persone che hanno paura di non poter più esprimere la loro contrarietà al matrimonio egualitario e alle adozioni da parte di gay e lesbiche
  • Amoddio rassicura queste persone: non verrà esteso un punto della legge Mancino che prevede di punire “chiunque propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi” che in origine doveva essere opportunamente modificato per le persone LGBT
  • la legge “non interessa la fattispecie di “propaganda” […] di idee fondate sulla omofobia o transfobia, contenuta nella prima parte della legge”.

Di conseguenza, e questa è una deduzione logica, si potrà dunque professare la presunta superiorità dell’essere eterosessuali rispetto all’essere gay, lesbiche, bisessuali, trans, ecc.

A questo punto, mi preme fare alcune osservazioni all’esponente politico del Pd, la quale ammette di avere “una visione cristiana dell’esistenza e di vicinanza agli ultimi”, così come dimostra dalla sua intera parabola esistenziale. Andrò, come sempre, per punti:

1. Mi chiedo e chiedo alla deputata se la possibilità di vivere in un paese in cui possono sussistere pensieri di superiorità tra esseri umani rispetto ad altri, considerati conseguenzialmente inferiori, possa renderla in pace con la sua coscienza. Se avesse prole di orientamento omosessuale o di identità transessuale, sarebbe questa signora felice di poter rassicurare coloro che vogliono limitarne il diritto alla piena umanità, all’accesso alla felicità e alla pari dignità sociale, così come invece scritto sulla Costituzione, tanto decantata in quelle parole? Lo dubito fortemente. Allora perché si sente in dovere di rassicurare individui siffatti? Una contraddizione, questa, almeno a leggere le sue dichiarazioni, che esige molte spiegazioni in merito.

2. Citerò la risoluzione del 22 maggio 2012 del Parlamento Europeo su omofobia e transfobia:

considerando che l’omofobia consiste nella paura e nell’avversione irrazionali provate nei confronti dell’omosessualità femminile e maschile e di lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBT) sulla base di pregiudizi, ed è assimilabile al razzismo, alla xenofobia, all’antisemitismo e al sessismo; che si manifesta nella sfera pubblica e privata sotto diverse forme, tra cui incitamento all’odio e istigazione alla discriminazione, scherno e violenza verbale, psicologica e fisica, persecuzioni e uccisioni, discriminazioni a violazione del principio di uguaglianza e limitazione ingiustificata e irragionevole dei diritti, e spesso si cela dietro motivazioni fondate sull’ordine pubblico, sulla libertà religiosa e sul diritto all’obiezione di coscienza

per cui il testo licenziato in Commissione giustizia ammetterebbe la violazione del principio di uguaglianza, proprio a livello culturale, per venire incontro proprio a quelle motivazioni fondate su una presunta libertà di espressione religiosa e/o personale. Peccato che l’Europa vada in direzione opposta.

3. Lancio una provocazione: potrebbe conseguirne, se ognuno può esprimere la propria opinione, che sarebbe allora moralmente lecito sostenere che non si vogliono rom o ebrei nelle scuole, o ne(g)ri nelle istituzioni – a cominciare dalla sua compagna di partito e ministra Cecile Kyenge – e magari donne nei ruoli chiave della politica e dell’economia, ecc. Ovviamente sto esagerando e volutamente, perché non è questo il mio pensiero. Però cosa direbbe la deputata se al posto delle persone LGBT ci fosse una delle categorie appena citate? Se la sentirebbe di rassicurare maschilisti, razzisti e antisemiti o inorridirebbe di fronte a tale evenienza? Allora perché per la diffusione di idee omofobe e transfobiche è disposta a fare delle eccezioni?

4. Esprimere la propria contrarietà contro il matrimonio egualitario e contro le adozioni da parte di gay e lesbiche ha una matrice omofoba. E questa ha, a sua volta, delle motivazioni di tipo culturale. La legge non interviene però su quelle radici, ma solo sui danni ad esse conseguenti. E tutti e tutte dovremmo sapere che i crimini di odio si prevengono proprio a livello della cultura sociale. Se si potrà dire che essere gay è una condizione di inferiorità, si potranno di conseguenza ammettere le limitazioni nel godimento dei diritti che abbiamo appena visto, ma che non piacciono al Parlamento Europeo. Anche questa è una contraddizione di cui molte persone dentro il parlamento, pronte a votare quel testo, devono rispondere in prima persona a cominciare dai suoi relatori.

5. Si verrebbe a creare una situazione paradossale: un po’ come dire che non si ha nulla contro i neri, purché non adottino bambini bianchi, perché quel bambino ha diritto ad avere genitori dello stesso colore della pelle. Un’enormità che però viene ammessa per le persone LGBT.

6. Abbiamo visto come in passato altre società abbiano teorizzato la superiorità di una condizione specifica rispetto a un’altra. In un passato, nemmeno troppo remoto, essere bianchi era considerato un motivo di ottimalità. Nel secolo scorso essere ebrei era considerato una gravissima colpa. Ne sono conseguiti fenomeni come la schiavitù, l’apartheid, la shoah. Oggi in Russia essere gay e dichiararlo è un reato e la società sta rispondendo con la violenza, le torture e l’uccisione di giovani omosessuali. Vogliamo davvero che in Italia il pensiero di chi reputa le persone LGBT inferiori rispetto al pieno godimento dei diritti abbia piena cittadinanza come massima espressione di libertà?

7. Non dovremmo cominciare a considerare l’idea che se un pensiero – sia esso politico, filosofico o religioso – ha bisogno di creare dislivelli tra persone (e relative discriminazioni) per poter sopravvivere non è una legge egualitaria a esser sbagliata ma, al contrario, quel pensiero stesso? E chi si oppone alla piena dignità giuridica tra esseri umani non andrebbe redarguito e fermato, con strumenti prima di tutto culturali?

8. Sono felice e mi rassicura umanamente che la deputata abbia a cuore il destino degli ultimi. Ma dovrebbe spiegarmi perché considera automaticamente le persone LGBT come categorie marginalizzate da una parte per poi consentire ai loro detrattori di continuare a trattarle, almeno a livello culturale, come tali.

9. Personalmente non mi sento un paria, un ultimo o un soggetto più sfortunato di altri perché gay. So, tuttavia, di avere eventuali maggiori difficoltà nel lavoro, nella gestione della mia vita affettiva o addirittura nella pratica della mia sicurezza personale proprio a causa dell’esistenza di quelle persone che la deputata ha voluto prontamente rassicurare e che hanno un nome e uno soltanto: omofobi! E l’omofobia, così come la transfobia, non sono libertà di pensiero, ma crimini.

Concludendo: la legge, così come concepita, crea una categoria apparentemente protetta, quella delle persone LGBT. E invece dovrebbe intervenire contro l’omofobia e la transfobia, sia nell’esercizio di violenze e discriminazioni sia nella teorizzazione delle stesse a più livelli. Anche perché, e su questo occorre essere chiari da adesso all’eternità, dichiarare che due gay o due lesbiche non possano sposarsi o accedere a forme di genitorialità è un esempio di disprezzo sociale e una forma di violenza essa stessa che non trova né può ammettere giustificazioni dentro la libertà di pensiero o l’obiezione di coscienza. La stessa Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è chiara in tal senso.

Quest’ultimo punto non viene tuttavia toccato dal disegno di legge per stessa ammissione di una rappresentante delle istituzioni. Ne prendo atto, ma se avessi saputo che avrei mandato, anche grazie al mio voto, un personaggio simile a rappresentarmi ai massimi gradi della democrazia, probabilmente la mia scelta sarebbe stata decisamente diversa.

Italia, omofoba e volgare

20130726-080751.jpg

Buongiorno da una Parigi malinconica e uggiosa. Oggi, in Italia, si doveva votare su quella legge antiomofobia pensata per permettere agli omofobi di rimaner tali.

Mi chiedo come potranno andare in giro i parlamentari del Pd senza provar vergogna. In modo diverso dal solito, intendo.

Per la cronaca, ieri il gruppo omofobo “Manif pour tous” ha aperto a Roma la sua sezione italiana. Pochi i manifestanti gay contro le centinaia di simpatizzanti, cattolici e preti in primis, per l’iniziativa che pretende che insultare (e magari anche picchiare) le persone LGBT rientri nelle libertà fondamentali.

Per cui mi raccomando, finocchie elettroencefalogrammicamente piatte, fate passare lo scandalo sulla legge andandovene al mare e parlando di idiozie in discoteca.

Faccio notare, infine, un triste paradosso storico: quando una componente sociale viene discriminata, essa tende a emigrare in paesi più sviluppati. Si pensi ad Einstein, ebreo, fuggito negli USA. O alla fuga di gay e lesbiche verso quei paesi dove esistono diritti e tutele.

Gli omofobi invece riparano in Italia… un paese, il nostro, che per azione di qualche solerte giudice non si può più accostare ad escremento alcuno ma in cui vivono o trovano rifugio interi eserciti di elementi siffatti.

Spero che almeno mi sia concesso di dire che il nostro è un paese decisamente volgare, proprio per la classe politica asservita agli interessi di partito (o di qualche suo imbarazzante leader) e smarrita di fronte all’eventualità di non poter più dire “ah frocio” allo stadio, magari in mezzo a una rissa, o all’uscita dalla messa domenicale.

Il mondo, altrove e per fortuna, funziona in modo completamente diverso.

Legge antiomofobia: i cattolici potranno odiare i gay

Riporto uno stralcio di un articolo di Francesco Bilotta su Italialaica, in merito alla legge contro l’omo-transfobia:

Le norme attualmente vigenti (contenute nella c.d. Legge Mancino – Reale) puniscono le seguenti condotte, tenute sulla base di motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, o dirette contro gli appartenenti a una minoranza linguistica:

a) la propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico;

b) l’istigazione a commettere o la commissione di atti di discriminazione;

c) l’istigazione a commettere o la commissione di violenza o atti di provocazione.

La richiesta avanzata da tempo è l’estensione di tale tutela penale alle persone omosessuali e trans. Il testo approvato ieri si limita, però, a estendere la tutela penale solo agli atti di discriminazione, lasciando fuori le altre ipotesi.

Bilotta continua spiegando egregiamente le ragioni culturali di certe omissioni. Voglio aggiungere alcune considerazioni, a margine.

1. Una legge che punisce la propaganda di idee fondate sulla “superiorità dell’essere eterosessuali o l’odio basato su criteri sessisti” – giusto per calibrare il testo sul corrispettivo della legge Mancino in merito alla questione omosessuale – colpirebbe in primo luogo l’azione della chiesa cattolica, il cui magistero pare conformarsi a posizioni di palese disprezzo della comunità LGBT italiana.

2. Ne consegue sacerdoti, con l’escamotage proposto, potranno continuare a dire dai loro pulpiti, dal Vaticano in giù, che essere gay è una minaccia per la pace, che le famiglie omogenitoriali portano alla distruzione della società, che essere eterosessuali è l’unica scelta sana e via discorrendo. Peccato che laddove le norme contro l’odio omofobico siano state applicate, si è proceduto proprio con la rimozione culturale di questa descrizione della società.

3. Una legge che non agisce sulle matrici culturali del problema è una legge sostanzialmente inutile. Immaginate un provvedimento che punisce le discriminazioni contro neri ed ebrei, ma permette a chiunque di dire che neri ed ebrei sono un pericolo per l’ordine sociale? Sarebbe come pretendere di curare una malattia infettiva applicando solo un cerotto, qua e là, sulle pustole che la stessa produce. Quando invece occorrerebbe applicare un vaccino o un antidoto.

4. Temo che nel quadro siffatto la legge rischi di essere inapplicabile. Cosa si intende per discriminazioni? Quelle sul luogo del lavoro? Le disparità di trattamento per l’iscrizione in palestra o al sindacato? Sappiamo benissimo che quelle sono le più difficili da denunciare, proprio perché il più delle volte un licenziamento scaturito da omofobia, nell’azienda x o nell’ufficio y, viene giustificato con mille altre ragioni, magari inoppugnabili. Mentre abbiamo visto tutti e tutte l’evidenza delle aggressioni, degli accoltellamenti, delle lesioni sulle persone. Perché questi reati non dovrebbero prevedere un’aggravante se scaturiti proprio dall’odio che li determina e che altrimenti non li genererebbe?

Scrivo queste riflessioni all’indomani del voto in parlamento che ha bloccato le attività delle camere. Mi ha fatto molto male vedere che i deputati del Pd, la cui coalizione ho votato, siano stati – renziani a parte – ostaggi del ricatto berlusconiano. Significa che quel partito non ha la forza necessaria per opporsi a un disegno rispetto al quale si era presentato come alternativo, alle scorse elezioni. Significa sapere che se si dovesse andare a votare, perderebbero rovinosamente. Significa, in altre parole, essere uguali a quel partito e a quel personaggio che dicono di voler combattere ma con cui, di fatto, sono alleati.

Questa legge, agitata ad uso e consumo di una minoranza oppressa, le persone LGBT, ma fatta per tutelare i cattolici che potranno continuare a disseminare pregiudizi in modo indisturbato, dimostra che le critiche fino a ora arrivate che vedono il Pd come un partito a cui è caduta una consonante rispetto al suo (non più) antagonista parlamentare, hanno ragion d’essere.

Lo avevamo già visto ai tempi dei DiCo: si era fatto un provvedimento, per fortuna mai approvato, che stabiliva per legge che due gay o due lesbiche, insieme, non formavano né coppia né famiglia. Il principio del ddl antiomofobia sembra essere lo stesso. Se l’odio arriva dalla chiesa e dai suoi sponsor, non è tale. E invece, noi cittadini e cittadine di buona volontà, ci aspettavamo qualcosa di decisamente migliore. Forse anche di più vero ed efficace.

Unioni omoaffettive, recinti per froci

Ho letto il testo della legge presentata da Giancarlo Galan in merito alle cosiddette “unioni omoaffettive”. Non entrerò nei dettagli tecnici, perché non ho una cultura giuridica, per cui rimando i commenti in merito a coloro che ne sanno più di me. E vi dirò di più: considero quel testo di legge, in merito ai diritti e ai doveri che garantisce, addirittura un buon progetto. Non ottimo, va da sé, ma accettabile. Se non fosse per una serie di ragioni che lo rendono, invece, persino lesivo del concetto di dignità della persona.

Cercherò di spiegare le mie ragioni per punti.

1. La questione del nome: unione omoaffettiva non significa niente sotto il profilo semantico. Nel nostro ordinamento se due persone si amano e vogliono regolarizzare la loro unione esiste il matrimonio. Non esistono “unioni eteroaffettive”. L’amore, come lascia intuire l’introduzione stessa alla legge, non ha natura, non ha colore, non ha valenze relative a chi lo vive. L’amore è. Per cui se per gli eterosessuali il progetto di vita basato sui rapporti affettivi (e non solo sentimentali, come vedremo dopo) prevede il matrimonio, negarlo ai cittadini gay e alle cittadine lesbiche, dando loro, al contrario, un istituto a parte rappresenta un atto di segregazione. La locuzione “unioni omoaffettive” esclude le coppie gay e lesbiche dalla terminologia della giurisprudenza dell’eguaglianza. Manda a dire al cittadino: il matrimonio rimane a voi eterosessuali, per i “froci” c’è un recinto a parte. Già questa impostazione, che dà il via a tutto l’impianto, è inaccettabile e da rigettare in blocco.

2. Segregazionismo giuridico: nel progetto di legge si parla di “forme assimilabili al matrimonio”, di “legge ad hoc” e di “analogia col matrimonio”. I presupposti culturali della disciplina sulle “unioni omoaffettive” partono dunque con la volontà di separare dal consesso dei cittadini e delle cittadine ritenuti/e “normali” quella minoranza percepita come marginale. Questa marginalità, per altro, si traduce in differenziazione di trattamento rispetto all’accesso ai diritti. Non è vero che queste unioni sono uguali in tutto al matrimonio, fuorché il nome. Sono invece diverse rispetto al matrimonio perché – coerentemente col principio ispiratore dei DiCo, per cui in quanto gay e lesbiche veniamo esclusi/e da specifici diritti – non si prevede l’adozione dei minori e non si ravvisa nessuna tutela della genitorialità già esistente. Ci sono migliaia di bambini/e che vivono in coppie omogenitoriali ma il genitore non biologico non è tutelato dalla legge. Questa disciplina li ignora, semplicemente. Per non parlare di sgravi fiscali e pensioni di reversibilità: ciò che alle coppie sposate (ed eterosessuali) è dato da subito, le coppie di gay e di lesbiche dovranno sudarselo dopo due anni di convivenza registrata. Mentre magari stanno insieme da decenni… questa sarebbe l’uguaglianza, per Galan.

3. La morale eterosessista: l’impianto della legge e la sua filosofia partono dall’evidenza che due gay o due lesbiche possano stare insieme solo se c’è il salvacondotto dell’amore a rendere lecita e legittima l’unione (salvo poi trattare questo amore come alla stregua di un cane da compagnia – da trattare con riguardo perché gli animali non si maltrattano – ma da far dormire fuori, nel giardino delle unioni omoaffettive, perché nella casa del matrimonio sporca). La stessa etica non si applica alle coppie sposate, in quanto lo Stato non indaga sulle ragioni per cui due eterosessuali decidono di stare insieme, fosse solo per denaro, perché fanno bene sesso insieme, per noia dopo anni di relazione oppure – e ben venga – per affinità sentimentali. Ancora una volta due gay o due lesbiche, proprio perché tali, per stare insieme devono dimostrare di essere migliori degli eterosessuali attraverso il coinvolgimento del più nobile dei sentimenti (che per altro è indimostrabile, quindi il presupposto si prospetto pure ipocrita oltre che offensivo).

4. I limiti della legge: questo disegno esclude tutta una fetta di cittadinanza. Ad esempio, penso alle persone eterosessuali che non vogliono o possono sposarsi ma che vorrebbero essere tutelate nelle nuove convivenze da una legge, magari più light, sulle unioni civili (da estendere anche alle coppie omosessuali parallelamente a una legge sul matrimonio egualitario). Gay o etero, indifferentemente. Questa legge, proprio in virtù di quella morale di cui sopra e proprio perché segregazionista, invece di aumentare l’eguaglianza di ogni cittadino/a, rimarca le diversità tra categorie sessuali (salvo poi non riconoscerne la diversità nel processo di nominazione, sommando ipocrisia a ipocrisia).

Concludendo: io sono un cittadino italiano, di sesso maschile a anche gay. In quanto cittadino e poiché maschio che ama (o desidera) altri maschi, vorrei avere una disciplina uguale a quella che regola le unioni tra eterosessuali. Stessi diritti, stessi doveri, stesso nome. Sono anche gay, è vero, ma in un paese civile questa particolarità dovrebbe essere secondaria. Invece nel 2013 è basilare per creare impianti giuridici dai nomi improponibili e dall’edificio filosofico vetero-novecentesco. Certo, il tutto è intriso da buonismo cristiano e una bella fetta di ipocrisia tutta italiana. Ma ciò rende il papocchio ancora più indigesto, se possibile.

Adesso bisogna solo vedere cosa faranno i nostri eroi. Se riusciranno ad approvare questo testo così com’è, se lo peggioreranno – si aspettano, in tal senso, gli intimi pruriti dei vari cattolici presenti nei vari schieramenti da tradurre in emendamenti – o se, come prevedo io, non se ne farà niente. D’altronde ci hanno già abituati/e a questo. A noi non rimane altro che attendere. Poco speranzosi, per di più.

Spot antiomofobia? Non è da Rai!

Lo denunciano, rispettivamente, i siti Agenparl e Gay.tv. Riporto integralmente il contenuto:

“Sì alle differenze. No all’omofobia” è il titolo di uno spot che giace sulla scrivania di qualche dirigente Rai. Realizzato dal Dipartimento per le pari opportunità di Palazzo Chigi al fine di promuovere la “cultura del rispetto”: il rispetto della persona, dei diritti e delle differenze.

“La paura del diverso spesso diventa un automatismo che produce atteggiamenti difensivi che sfociano nella discriminazione. La Campagna, senza retorica, mette in scena normali caratteri connotativi, primi piani di persone autodefinite da un tratto specifico – mancina, rosso di capelli, alto, omosessuale, intonata – unite da un’affermazione sostanziale: “E non c’è niente da dire”. Si legge sulla pagina del dipartimento che presenta la campagna pubblicitaria nel gennaio 2013.

A quanto apprende l’AgenParl la trasmissione dello spot sarebbe stata stoppata perchè contenente le parole “gay” e “lesbica”, una scelta che per Ivan Scalfarotto deputato del Pd è “incomprensibile”.

“Queste parole non sono parolacce ed è inutile dargli un’accezione negativa. La conoscenza è la base della convivenza. – afferma il deputato che preannuncia all’AgenParl un’interrogazione parlamentare – La Rai come servizio pubblico dovrebbe essere il primo canale della promozione della convivenza. E’ importante dire le parole con rispetto senza attribuirgli significati che non gli appartengono”.

La vicenda parla da sola. Per la Rai uno spot contro l’omofobia può essere trasmesso solo a due condizioni:

1. che non si pronuncino mai le parole gay o lesbica
2. che gli oggetti della discriminazione non siano nemmeno riconoscibili.

Eppure il principio di non discriminazione dovrebbe partire da un’evidenza: la visibilità del soggetto appartenente alla minoranza in questione e l’enucleazione delle ragioni per cui la disparità di trattamento non è (mai) auspicabile e sempre da evitare. Ovvero: si individua la vittima potenziale e la si protegge.

Non è difficile. Basta guardare cosa succede nel resto del mondo civile e prenderne atto. In Rai, a quanto pare, sono parecchio indietro col concetto di civiltà e di rispetto. Peccato.

Intanto, nell’auspicio che nelle sedi opportune della televisione italiana di Stato si rendano conto della differenza che sussiste tra una clava e un codice di leggi, godiamoci questo gradevolissimo spot:

Addio professoressa

Quando in classe, ai miei allievi e alle mie allieve, parlo di Rita Levi Montalcini, lo faccio per un insieme di ragioni.

Innanzi tutto, perché era una donna, un premio Nobel, un esempio di impegno nonostante le avversità della vita: la dimostrazione che lo studio, la cultura e il sapere sono cose che, ancora oggi, possono renderci fieri di essere, prima ancora che italiani, delle persone. Di questi tempi, e credo di interpretare il pensiero di molti, non è poco.

Ne parlo perché era ebrea, perché il regime fascista la allontanò dall’università, perché ha pagato, sulla sua pelle, il segno ignominioso della discriminazione, dell’emarginazione, le conseguenze più tragiche della stupidità e della follia umane.

Ne parlo perché aiutava i partigiani a nascondersi e li curava, in segreto, mentre l’Italia era in mano ai criminali nazi-fascisti. Lei seppe combatterli con le due uniche armi che aveva: il coraggio e la scienza.

Ne parlo, e ne parlerò ancora, perché era una persona che aveva una grandissima coscienza civica, democratica e politica. Perché era un esempio luminoso di laicità. Perché in un paese come il nostro, consegnato quotidianamente dalla politica nelle mani del vescovo di turno, persone come lei sono sempre più rare da trovare nelle istituzioni.

Per tutte queste ragioni ho sempre parlato di lei, durante le ore di educazione civica: perché rappresenta, con la parabola di vita, un esempio umano altissimo per poter parlare di condizione femminile, di minoranze, di laicità, di antifascismo. Valori che la Repubblica sta perdendo, in mano a questa pletora che si distingue per arrogante inettitudine.

«L’assenza di complessi psicologici, la tenacia nel seguire la strada che ritenevo giusta, l’abitudine a sottovalutare gli ostacoli – un tratto che ho ereditato da mio padre – mi hanno aiutato enormemente ad affrontare le difficoltà della vita.»

Addio professoressa Levi Montalcini. Lei è sempre stata, per me, un grande esempio. Lo dico senza retorica. Lo dico con le lacrime agli occhi.