Come aiutare Berlusconi? Dite che non cambia nulla

Continuo a leggere che con la decadenza di Berlusconi non cambierà nulla. Credo si tratti del solito disfattismo all’italiana, tipico soprattutto di una certa parte politica – che si colloca a sinistra – per cui tutto deve essere vissuto nel segno del disfattismo, anche quelle che si profilano come vittorie.

Perché aver accompagnato il “Cavaliere” o ciò che ne rimane alla porta delle istituzioni non è un fatto come tanti, ma una svolta epocale nella storia del berlusconismo stesso.

Innanzi tutto per l’aspetto simbolico della cosa. La famosa (e famigerata) “discesa in campo” del leader di Forza Italia aveva come fine quello di creare una larghissima impunità – oltre che una fattiva immunità – attorno alla sua figura. Dopo vent’anni sanguinosi la decadenza segna il fallimento concreto di quella parabola politica. A livello simbolico non è poco, né sotto la lente dello sguardo pubblico né nella percezione del destinatario stesso della sentenza. Il quale, se fosse vero che poco o nulla cambia con la decadenza, non avrebbe fatto il diavolo a quattro per evitare quanto è invece avvenuto.

Poi c’è il dato democratico. Ci lamentiamo spesso, in Italia, che non ci sia la certezza della pena e, quindi, la garanzia della legalità e del diritto. La decadenza va a favore proprio di quest’ultimo concetto. Anche i potenti, se sbagliano, finiscono in tribunale dove, se dichiarati colpevoli, devono scontare una condanna come qualsiasi altro cittadino. Vi sembra poco? A me per niente. Poi certo, possiamo aiutare il cittadino Berlusconi, adesso delinquente comune, a uscirne fuori costruendogli addosso questo alone di inefficacia giudiziaria, che a ben guardare è il mantra recitato a mo’ di rosario dalle Santanché, Comi, Mussolini e dai Bondi, Capezzone e Gasparri della situazione. Poi ci chiediamo perché la sinistra in questo paese non vince mai…

Terzo aspetto, il lato pratico. Berlusconi per sei anni perde ogni facoltà di candidarsi. Può rimanere il leader del centro-destra, siamo d’accordo. Ma non sarà lui a spingere i bottoni, dentro i palazzi. E per una personalità siffatta, che non riesce a delegare – e la delega, ricordiamolo, è una delle anime della democrazia – la cosa può essere addirittura usurante. Così come può essere problematico per chi, dentro il suo partito, dovesse fare il prestanome in sua vece. Ricordiamoci tutti cosa è successo ad Angelino Alfano.

E non dimentichiamoci ancora che ci sono altri processi in corso, a cominciare dal caso Ruby. Cade l’immunità, il legittimo impedimento, il castello di leggi ad personam efficaci se si ha lo scudo della permanenza a palazzo. A voi sembra davvero che sia tutto come prima? Liberi e libere di pensarlo, ma sappiate che state dando una mano enorme a un individuo che dovrebbe invece essere relegato all’oblio democratico e, possibilmente, assegnato ai servizi sociali. Come da condanna.

Dal corpo al diritto

uomo_vitruvianoTra qualche settimana ci sarà il congresso di Arcigay a Catania, l’associazione in cui milito attivamente giù in Sicilia. Ho scritto un documento – intitolato, appunto, Dal corpo al diritto – sull’importanza dell’autodeterminazione e la percezione del sé, in quanto “ingredienti” di una politica più grande e incisiva nei confronti del concetto di persona e funzionale a un nuovo umanesimo. Condivido con voi le mie stesse riflessioni, sperando che arricchiscano il dibattito dentro la comunità e il movimento LGBT.

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1. L’importanza del corpo

La nostra battaglia culturale parte dal concetto di “liberazione dei corpi” per arrivare al riconoscimento dentro la legge, nelle maglie del diritto, secondo il Dettato Costituzionale.

Non si deve fare l’errore, abbastanza miope, di confondere questo processo di liberazione con una generica libertà sessuale, in quanto il primo è un percorso di identità, un “divenire” appunto di tipo politico e culturale. La seconda è una pratica che non può avvenire se prima non si libera il corpo che ne è destinatario.

Nasciamo, infatti, in un contesto di tipo “sessista” e conseguenzialmente maschilista in cui il corpo è legato a un’identità sessuale specifica. Dal fiocco rosa o azzurro fino alle convenzioni su ruoli e comportamenti, per cui se sei maschio non puoi essere fragile, se sei femmina non puoi essere autonoma nelle tue scelte. E, a prescindere da tutto questo, che si sia uomo o donna, non si è mai veramente liberi.

Il processo della liberazione del corpo ha questo presupposto fondamentale: liberare il sé, a prescindere dal corpo in cui abita. E poiché il sé agisce attraverso il corpo, sarà solo con la sua liberazione, col dispiegamento della sua volontà nelle azioni quotidiane e nell’esercizio del pensiero, che si potrà arrivare alla liberazione di uomini e donne non “nonostante”, ma proprio dando importanza alla diversità biologica, fisica, psicologica e intellettuale.

2. Tra libertà e pratica

Sbaglia, a nostro giudizio, chi riconduce la questione della libertà dell’individuo a un esercizio di “libera” sessualità. Perché è vero che oggi non si vieta alle persone LGBT di praticare le loro relazioni sessuali, ma tale esercizio è solo un aspetto della cura del sé, che nasce proprio con gli atti di volontà gestiti attraverso l’uso del corpo.

La sessualità delle persone LGBT viene, appunto, tollerata ma, di contro, viene anche confinata al di fuori di una norma eterosessista per cui è lecito solo l’atto procreativo. Ce lo insegna Mario Mieli nei suoi Elementi di critica omosessuale, d’altronde.

Alle persone LGBT, viene, dunque, permesso di esistere e di praticar sesso, ma sotto la lente di una norma che al massimo tollera tali esistenze e pratiche.

Noi, invece, dobbiamo rovesciare la questione: la sessualità è una conseguenza o di un’esperienza affettiva, in cui l’amore trova il suo completamento, o è risultante di un istinto per cui si asseconda il principio del piacere. In entrambi i casi tutte le sessualità, purché agite e vissute nel rispetto dell’individuo, sono lecite e rispettabili. Ognuno poi eserciterà le forme e le pratiche in cui si riconosce di più. Non c’è più un rapporto verticale tra eterosessismo (in alto) e ciò che non lo è, più in basso. Questo ribaltamento non può non verificarsi se, coerentemente col pensiero di Mieli, di Foucault e di altri pensatori e altre pensatrici dei gender studies, non si mettono i discussione quei ruoli sessuali legati a questioni di genere che hanno, a loro volta, origine nella visione di una certa politica dei corpi.

Si può anche baipassare questo ragionamento, comprendiamo che è difficile e ardua è la sua messa in pratica. Ma come tutti i processi nobili, virtuosi e rivoluzionari (laddove rivoluzione non coincide necessariamente col clamore della tempesta, ma con la placida verità del cambiamento), occorre partire proprio dalla messa in discussione di uno status quo che fa ancora differenze tra l’esser maschio e l’esser “altro” e, di conseguenza, tra uomini e donne, tra eterosessuali e persone LGBT, ecc.

3. Dal privato al pubblico

Le considerazioni fino a ora svolte riguardano la sfera individuale della persona nell’autopercezione del sé, ma investono una rilevanza pubblica quando esse si sposano a rivendicazioni politiche ben precise.

Le persone LGBT partono dal loro vissuto nella costruzione del proprio io. Nell’adolescenza si opera un doppio percorso di decostruzione, non solo dei modelli familiari per cui ci si costruisce un’etica autonoma, ma anche dai modelli familisti, per cui ci si deve costruire un’identità non prevista dal sistema.

Il non essere previsti, nel privato, ha ricadute oggettive nel pubblico: disprezzo, derisione, non riconoscimento dell’integrità fisica, morale e psichica dell’individuo, fino alla negazione dei diritti, a cominciare da quelli più elementari, come il diritto della cura di sé, attraverso la tutela della propria sicurezza, e come il diritto all’affettività nelle sue forme di tutela delle situazioni di coppia, nella genitorialità.

Forti di questa consapevolezza che nasce proprio dalla valutazione dell’essere umano nella sua libertà a partire dalla percezione e nella gestione del corpo, Arcigay Catania crede che sia fondamentale che le persone LGBT possano accedere alla piena uguaglianza giuridica, al momento riservata alle sole persone eterosessuali, attraverso provvedimenti quali:

  • l’approvazione di una legge contro l’omo-transfobia
  • la tutela delle situazioni di coppia attraverso l’approvazione del matrimonio egualitario e, contemporaneamente, di istituti più leggeri per chi non vuole sposarsi, come le unioni civili estese anche alle coppie eterosessuali
  • la tutela delle situazioni di omogenitorialità
  • l’estensione della facoltà di adozione alle persone LGBT e, più in generale, ai/lle single
  • la depatologizzazione della transessualità
  • la riattribuzione del sesso percepito per le persone trans prima ancora dell’intervento di riassegnazione
  • una nuova politica di tutela della saluta e di prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili
  • la tutela delle persone HIV positive e di quelle già in AIDS, per rimuovere lo stigma sociale e per garantire cure adatte e una migliore qualità della vita.

Noi non chiediamo alla “norma”, così come intesa da Mieli, di darci il permesso di esistere o di tollerare la nostra presenza. Noi pretendiamo dalla società un cambiamento reale di fronte alle nuove sfide del presente, proprio perché soggetti che stanno a pieno titolo nel tessuto sociale di relazioni che qualificano la tenuta democratica di questo paese.

Per questo partiamo dal corpo: per liberare anime e coscienze. E, attraverso esse, per arrivare al diritto di tutti e di tutte non di essere “normali”, ma di essere uguali di fronte alla legge. Perché la normalità, come ci insegna la storia, non ha mai coinciso con l’uguaglianza. Ma lavorare per l’uguaglianza, dentro la norma giuridica, ci rende titolari della stessa dignità.

Per questo partiamo da lontano, nel privato dell’individuo: per arrivare al cuore del problema e per cercare di risolverlo, a livello pubblico.

Cos’è l’omofobia (e chi sono gli omofobi)

Rispondo a Mario, un signore che ha commentato il mio precedente articolo sul suicidio dell’adolescente romano di ieri e che mi chiede:

Buongiorno, io vorrei capire esattamente cosa si intende per omofobia, ovvero se pensare che l’omosessualità sia una condizione patologica sia omofobia di per sè oppure solo se da ciò si deduce (sbagliando a mio parere) che gli omosessuali devono essere discriminati ed emarginati. Chiedo anche, sempre perché non mi pare nessuno lo dica apertamente, se pensare che i rapporti omosessuali non siano secondo natura sia omofobia o se lo sia solo quando da questo dipende un atteggiamento di rifiuto nei confronti della persona. Questo mi pare il punto da chiarire, perché le discriminazioni sono sempre un male da combattere, soprattutto se portano a tali sofferenze e a tali tragici epiloghi, ma le discriminazioni non si combattono facendo finta che tutto sia uguale e si equivalga, perché questo è palesemente falso. Che poi tutti abbiano la stessa dignità in quanto esseri umani, bianchi o neri, cristiani o ebrei, etero o omosessuali, ciò è un principio che solo l’ignoranza può oscurare, e bisogna fare di tutto per affermarlo sempre e comunque, ma non a costo della verità scientifica e neppure rinunciando (o pretendendo di imporre agli altri che è un altro lato della medaglia) le proprie convinzioni ideologiche, filosofiche o religiose. Ringrazio in anticipo per la risposta.

Quindi, riepilogando le questioni sono le seguenti:

1. considerare l’omosessualità come patologia è omofobia?
2. pensare che i rapporti omosessuali siano contrari alla natura è omofobia?
3. continuare a credere in queste affermazioni porta davvero a discriminazione e violenze?

Risponderò a ognuno di questi interrogativi, partendo da una premessa e da una evidenza.

La premessa è di tipo giuridico: cos’è l’omofobia lo dice già una risoluzione del Parlamento Europeo del 2012. Ed essa sancisce che “consiste nella paura e nell’avversione irrazionali provate nei confronti dell’omosessualità femminile e maschile e di lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBT) sulla base di pregiudizi” e che “si manifesta nella sfera pubblica e privata sotto diverse forme, tra cui incitamento all’odio e istigazione alla discriminazione, scherno e violenza verbale, psicologica e fisica, persecuzioni e uccisioni, discriminazioni a violazione del principio di uguaglianza e limitazione ingiustificata e irragionevole dei diritti, e spesso si cela dietro motivazioni fondate sull’ordine pubblico, sulla libertà religiosa e sul diritto all’obiezione di coscienza“.

L’evidenza riguarda invece il concetto di natura, che non è per nulla pacifico e che consiste in un costrutto culturale e filosofico per cui il concetto stesso di natura sarebbe “contro natura”, visto che la natura non pensa se stessa. Ciò vuol dire che essendo una elucubrazione umana può prestarsi a varie definizioni, dall’osservazione sic et simpliciter di ciò che accade nell’ambiente circostante (col paradosso, in tal senso, che se tutto accade tutto è naturale), fino all’elaborazione culturale su atti e pratiche ammesse per alcune specie e non per altre (tra cui gli atti omosessuali, considerati “bestiali” e quindi naturali per le bestie, ma non ammessi per gli esseri umani in quanto superiori alla condizione ferina) rientrando però nella valutazione morale, che è una costruzione del pensiero.

Risolto quindi il dilemma di cosa è l’omofobia e di fronte all’impossibilità di definire la natura, o meglio ancora di fronte all’inutilità di questo stesso procedimento, per cui sarebbe innaturale lavarsi i denti e trapiantare cuori ma biologicamente lecito lo stupro a fini procreativi (come avviene in molte specie), passo a rispondere ai tre quesiti di cui sopra.

1. L’APA, l’Associazione degli psichiatri americani, ha condotto studi per cui esclude che l’omosessualità sia una malattia. Essa è stata pure depennata dall’elenco delle malattie mentali dall’OMS nel 1990. I rilievi di tipo scientifico perciò ci dicono che essere omosessuali non corrisponde a essere malati, sotto il profilo mentale e fisiologico. Continuare a credere nell’equazione “omosessualità = patologia” riconduce perciò a un giudizio aprioristico rispetto a quanto detto dalla scienza. Si rientra quindi nel novero dei pregiudizi già incontrati nella risoluzione del Parlamento Europeo.

2. Gli atti omosessuali esistono in “natura” e non avvengono, come sostiene ulteriormente il mio commentatore, in condizioni di violenza o di coabitazione coatta tra maschi della stessa specie. Anche qui l’evidenza scientifica sostiene l’esatto contrario. Si ricordi il caso dei pinguini dello zoo di Toronto, che nonostante la compagnia di esemplari femmine decisero di formare una coppia. I responsabili dello zoo furono costretti, in quel caso, per arrivare a farli riprodurre, ad andare contro la loro propensione e separarli. Analoghi casi si registrano tra leoni, delfini e le scimmie bonobo. Per cui la “cosiddetta” natura insegna che la sessualità tra elementi dello stesso sesso è prevista anche nell’istinto sessuale che non è solo procreativo. Riguardo alla specie umana, l’omosessualità è stata considerata dalla scienza una variante naturale della sessualità, per cui anche in questo caso definire “innaturali” o contrari alla norma i rapporti tra persone dello stesso sesso ci fa ricadere in quei pregiudizi omofobi già visti e stigmatizzati dalla risoluzione europea.

3. vivere in un contesto in cui si descrive una minoranza come contraria all’ordine naturale, come portatrice di scarsa salute pubblica, assimilabile al concetto di patologia, non gioca a favore della piena integrazione tra la maggioranza e chi viene visto e percepito come un corpo estraneo e pericoloso. Processi del genere sono per altro già stati messi in moto nei confronti di altre minoranze, come ad esempio gli ebrei, con risultati, nel corso dei secoli fino alla Shoah, che tutti e tutte conosciamo. Per altro vivere in un contesto in cui si viene additati come “pervertiti”, “malati mentali”, “errori della natura” – giusto per citare alcuni degli argomenti più alla moda utilizzati in direzione delle persone LGBT – costituisce una violenza psicologica vera e propria che non gioverebbe alla salute psichica di chiunque venisse trattato in un modo siffatto.

Per cui continuare a sostenere che essere gay, lesbiche, bisessuali e trans sia una malattia o sia contro una norma naturale rappresenta il primo gradino di una violenza che può avere ricadute sulla serenità delle persone LGBT a livello psichico, giuridico e sociale. Ed è evidente agli occhi dei più chi sono, oggi, gli attori sociali e politici che continuano in questa operazione di diffusione di idee omofobe:

  • la chiesa cattolica
  • certi media soprattutto quelli sensazionalisti
  • ampi settori della sinistra interni soprattutto al Partito Democratico
  • i teodem e il cattolicesimo parlamentare (Binetti e Bindi, per capirci meglio)
  • la stragrande maggioranza del PdL
  • la Lega Nord nella sua interezza
  • i movimenti e i partiti di estrema destra, le organizzazioni confessionali (cattoliche e non).

Tutti questi, infatti, rientrano nelle condizioni espresse dalla risoluzione del Parlamento Europeo a cui si rimanda.

Poi, va da sé, ognuno è libero di credere ciò che vuole, dall’esistenza di Babbo Natale alla presunta inferiorità di neri ed ebrei. La società italiana biasima fortemente questo ultimo tipo di credenze, mentre è disposta a concedere una deroga a chi si ostina a propagandare che essere eterosessuali sia una condizione di superiorità morale e biologica rispetto al non esserlo. Quando scienza e giurisprudenza, a livello europeo e internazionale, suggeriscono l’esatto opposto.

Rifletterei sul ritardo culturale del dibattito italiano, invece di cercare rassicurazioni e certezze che, lo abbiamo visto, affondano le loro radici sul pregiudizio. A cominciare da quello di tipo ideologico e religioso.

Cuori di carta e passione civile

Sono appena tornato dalla manifestazione organizzata dal gruppo dei ragazzi e delle ragazze di Condividilove, ieri lanciata in rete, su Facebook, che prevedeva il concentramento in via della Conciliazione, di fronte al colonnato del Vaticano.

Ero lì, non ho partecipato fisicamente alla manifestazione, nel senso che non mi sono unito al gruppo, perché non avevo i cartelloni – e voi lo sapete come la penso: meglio un dignitoso anonimato, che un ridicolo protagonismo – ma sono stato tutto il tempo accanto a loro per documentare i fatti (come potete vedere dalle immagini).

Non c’era tanta gente, una ventina di manifestanti in tutto. Molti cartelloni colorati, a forma di cuore. Le scritte inneggiavano a messaggi di civiltà: “siamo venuti in pace”, “parlami d’amore”, “omofobia=morte”, ecc.

A un certo punto arriva una signora molto cortese e mi chiede i documenti. Le chiedo perché e mi domanda se fossi tra i manifestanti, mentre un altro poliziotto mi fa notare che se avessi partecipato alla manifestazione avrei dovuto comunque esibire la carta di identità. Gli parlo: «lei mi considera pericoloso, vero?». Il signore, dagli occhi buoni, mi fa notare che sta facendo solo il suo lavoro. Me lo dice con umiltà.

Dico loro che non ho esposto il cuore perché non lo avevo e la donna mi fa, con sufficienza: «ok, lei quindi è qui ma si dissocia». Io, di contro, le ribatto che non mi dissocio per nulla! Che condivido tutto al cento per cento, solo che non ho esposto il cartellone. «Se poi proprio lo vuole, ecco qua!» tiro fuori il portafogli e mostro il mio documento. Non l’hanno più voluto.

Rimango lì e l’agente di prima, notandomi ancora, mi fa: «visto che lei si dissocia se ne può andare», per cui mi sono sentito in dovere di far notare alla simpatica tutrice dell’ordine che non era lei a dirmi dove potevo o non potevo stare e che ho ribadito la mia assoluta adesione.

La polizia oggi ha perso, ai miei occhi, molta credibilità. Anche perché, mentre eravamo lì, altri agenti dicevano ai manifestanti cose del tipo: «avanti, avete ottenuto ciò che volevate, vi hanno fatto le fotografie e finirete sui giornali». Per questa gente, che dovrebbe proteggerci e rappresentare lo Stato, è tutta una questione di ostentazione?

Sono tornato a casa con una profonda amarezza – anzi, me ne sono andato anzi tempo perché sentivo di esplodere e poi avrei potuto passare dei guai seri, perché quando mi arrabbio, io, mi arrabbio.

Avrei voluto chieder loro se hanno dei figli. Se pensano che quanto fanno a noi questi signori – chiesa, politici e media – sarebbe più tollerabile se applicato alle esistenze dei loro cari. Volevo gridarglielo in faccia, ma per questa volta la rabbia ha preso il sopravvento, e ho preferito cedere alla mia fragilità.

Purtroppo oggi eravamo – tanto per cambiare – veramente pochi, forse anche per l’incertezza del tempo climatico, per l’orario del raduno, per la repentinità dell’organizzazione. Però, mentre tornavo a casa, oscuro come il cielo di adesso, una consapevolezza rinnovata mi avvolgeva e mi faceva sentire più forte: noi siamo dalla parte del giusto. Ce lo dicono le politiche di Regno Unito e Francia, la storia dei diritti civili in Spagna e nelle democrazie nordiche, ce lo dicono i recenti referendum negli States e la rielezione di Obama.

Non possiamo rinunciare a tutto questo, al lato luminoso della storia, per i pruriti e i pudori di una setta religiosa basata sul potere economico, altrimenti detta chiesa cattolica romana. Non possiamo arrenderci all’insufficienza di una politica complice, il cui sangue delle vittime di omofobia sporca le coscienze dei suoi rappresentanti.

I cuori esposti, oggi, erano di carta, ma la forza che li ha prodotti è assolutamente umana, grandiosa: ha la forza dei più alti ideali. Oggi si doveva scegliere se stare dalla parte di questa giustezza o dalla parte di una chiesa che sa produrre solo divieti, odio sociale, che alimenta diseguaglianze sociali ed è elemento di disgregazione civica.

Bisogna lottare oggi più che mai, perché questi mesi saranno cruciali. In questi mesi non si deciderà solo per il nostro futuro, su varie tematiche, questione omosessuale compresa. Nel tempo che verrà si capirà se siamo una comunità degna di avere dei diritti e sarà lo sforzo di ognuno di noi a mettere un tassello in più per rinforzare tali prerogative.

Oggi il gruppo di Condividilove ha mostrato, comunque siano andate le cose, un grande coraggio e una grande passione civile. Onore al merito. Ma tutti gli altri devono capire che è finito il tempo delle deleghe. Adesso tocca scendere in piazza, mettersi in gioco e agire. Con ogni mezzo possibile, dentro i confini della democrazia, prima che questi diventino recinti e poi gabbie.

Matrimoni gay: per la chiesa è peccato, per la democrazia è diritto

Oggi su R2 di Repubblica si può trovare uno speciale sul matrimonio e l’estensione dei diritti alle coppie gay e lesbiche. Tra gli articoli proposti, vi è un pezzo molto interessante di Stefano Rodotà che fa notare due aspetti fondamentali della questione omosessuale italiana.

Il primo: con la sentenza 138/2010 la Corte Costituzionale ha dato rilevanza giuridica alle unioni omosessuali. In altre parole, la corte suprema italiana ha stabilito che l’amore tra due uomini o tra due donne rientra nei principi salvaguardati dalla Carta fondamentale del diritto italiano. Su questo c’è poco da discutere, bisogna solo prenderne atto.

Il secondo: nonostante la sentenza, il parlamento continua a far finta di nulla, imprigionato tra la prudenza di una sinistra incapace e il fondamentalismo e la violenza ideologica di un centro e di una destra altrettanto incapaci di cogliere il dato del presente.

E il dato è: la società è cambiata, profondamente. L’omosessualità non è una malattia, non è una perversione, non è un vizio. Chi crede ancora queste cose si appella a un testo epico-letterario che prevede la morte per chi mangia crostacei o per chi rivolge la parola a una donna con le mestruazioni.

Questa è la distanza tra il paese reale – dove è ormai norma che eterosessuali e non eterosessuali convivano pacificamente – e il palazzo, unitosi contro natura con santa romana chiesa e tradendo il principio di laicità dello Stato.

Intanto, mentre la situazione italiana ci ricorda sempre di più certa subcultura che ci rende più vicini all’Iran e all’Arabia Saudita, in tema di diritti civili, negli USA un altro stato – il Maryland – ha aperto le porte al matrimonio per tutti. Proprio in virtù del fatto che la Costituzione americana concede il diritto alla felicità a tutti i suoi e le sue abitanti. Se due donne o due uomini, perciò, per essere felici vogliono sposarsi, secondo quanto stabilito dalla legge, devono poterlo fare.

Questo passaggio è fondamentale. Perché ci fa capire due modi di vedere le cose totalmente all’opposto.

Per le religioni, infatti, l’amore, in qualsiasi sua forma, è sempre peccato. E non lo è solo se subordinato alla procreazione, che è conseguenza e non presupposto del sentimento.
Per la democrazia esso è un aspetto del diritto alla felicità. E da quel diritto può scaturire ogni altra cosa, vita inclusa.

A noi, poi, la scelta tra i dettami di una superstizione qualsiasi o la ricerca della parte più vera di cui siamo capaci.
Allo Stato, invece, il dovere di metterci in grado di operare questa scelta.

Una chiesa inadatta alla democrazia

Le ultime dichiarazioni di monsignor Babini su Vendola e la sua omosessualità dovrebbero essere bollate come noiose e ripetitive, indice del fatto che la chiesa cattolica non solo non sa adeguarsi ai tempi, ma è incapace di leggere la realtà se non attraverso lo sguardo di un testo epico-religioso scritto migliaia di anni fa.

Sarebbe, poi, ancora meglio ignorare il vescovo emerito di Grosseto che ha capito – al pari di Buttiglione, Giovanardi, Adinolfi e di altre tristi primedonne dell’omofobia – che basta produrre dichiarazioni di un certo tenore per aver assicurate prime pagine di giornali, testate on line, blog e via dicendo.

Quello che però salta agli occhi, questa volta, non è la condanna morale di un modo di essere da parte di un’istituzione in costante crisi di credibilità nel suo ruolo, autoproclamato, di “agenzia etica” della società contemporanea.

Babini ha messo a confronto due cose tra loro non paragonabili. Da una parte una condizione personale – l’omosessualità del governatore della Puglia – e dall’altra le pratiche sessuali del nostro presidente del consiglio.

Essere gay può essere ancora, nel mondo dei cavernicoli e nei corridoi vaticani (purché irrorati dalla luce del sole e di fronte a un microfono acceso) un disordine mentale o un’aberrazione della natura. Ma non è un crimine, almeno per il nostro codice penale e fino a quando l’Italia, secondo quello che pare essere il disegno dei vescovi, non assomiglierà all’Iran o all’Arabia Saudita.

Le notti hard del premier, invece, hanno una doppia conseguenza sul valore etico e penale. In primo luogo perché, se è vero quel che si dice, si usa il corpo della donna e la sua mercificazione per avviare intere carriere politiche. In secondo luogo perché andare con prostitute minorenni è reato.

Monsignor Babini, nella sua ansia di rinverdire le sue fortune mediatiche o nella sua missione di radere al suolo ogni moderna Sodoma, non riesce a distinguere tra comportamenti personali e crimini. Occorrerebbe ricordargli, per altro, che le legislazioni democratiche non riconoscono il peccato, ma valutano la liceità dei comportamenti personali sul piano del diritto.

Questa semplice evidenza lo rende, assieme all’istituzione che lo foraggia, poco credibile e inadatto su qualsiasi piano della vita pubblica e civile di un paese europeo, moderno e democratico.