Primo maggio?

Quarto_Stato_(Volpedo)_DetailPrimo maggio. Festa dei lavoratori e delle lavoratrici. Perché sì, siamo in due metà, da questa e quella parte del cielo. Ma non solo. Siamo in un paese in cui una donna, se vuole trovare un’occupazione, si sente dire “ma lei ha intenzione di avere figli?” e se risponde di sì, non ottiene il posto. E bene così.

In Italia è ancora possibile discriminare sul posto di lavoro per la propria identità sessuale: non solo se appartieni al sesso femminile, ma anche se sei “fuori norma”. Se sei gay, trans, ecc. Ci sarà sempre qualcuno che penserà di poterti rendere la vita un inferno e lo Stato non è riuscito a legiferare per in tal senso. E l’unica legge che è stata pensata (e giace ancora in Senato, in attesa di non si sa bene cosa) per combattere l’omo-transfobia, ammette che in fabbrica, nel sindacato o nelle scuole si possa dire qualcosa sul nostro essere persone LGBT. Anche qualcosa di poco carino, tipo che i gay si possono curare e amenità similari.

Siamo in una nazione in cui le riforme si fanno in inglese (pensiamo a come è stata nominata la riforma del lavoro), novello “latinorum” del governo in carica. Una riforma che con la scusa del tempo indeterminato ti rende licenziabile in qualsiasi momento. “Però adesso abbiamo diritti che prima non avevamo”, dicono i possibilisti. Sì, magari occorrerebbe capire che quei diritti sarebbero garantiti costituzionalmente e che non è il potere politico che li concede, ma noi cittadini/e a doverli esigere perché sono già nostri.

E che se ti “concedo” di avere una cosa, uno stipendio o la possibilità di unirti con chi vuoi, allo stesso modo posso toglierti tutto questo in ogni istante, con o senza giusta causa. A ben vedere, è così che funziona il jobs actEd è così che funzionerà, a regime, la cosiddetta “buona scuola”. Sei un/a prof? Si obbedisce al preside, altrimenti ti manda via. Ad un convegno qualcuno utilizzò il termine “contrastivo” per indicare l’insegnante da mandar via. Incensando la riforma scolastica, perché “adesso si può fare”.

E ricordiamoci che tali nuove regole sono fatte in un’Italia in cui, ancora oggi, essere persone LGBT può portare a mobbing e a scarse tutele. Insomma, vi vedo messi/e bene. Per cui, non so se oggi ha poi tanto senso festeggiare. Di certo c’è la necessità di riflettere, sul senso da dare alle ricorrenze, se esse abbiano ancora valore nell’Italia renziana in cui i diritti, quando non spacciati per privilegi, sono continuamente sviliti al rango di facoltà ottriate. E lo dico da persona che va contenta a lavorare, ogni mattina. Ma ecco, credo che dovrebbe essere la norma, non una fortunata eccezione.

Annunci

In tour

12273113_10207971702720264_1464923026_n

Il mio ultimo libro Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile a quanto pare sta suscitando interesse un po’ in tutta Italia. Dopo le presentazioni di Roma, Catania, Milano e altre città, nelle prossime settimane presenterò il saggio a:

  • Bologna, 25 novembre – ore 21, presso il Cassero per il Laboratorio Kult
  • Ragusa, 4 dicembre – ore 18, presso la Libreria Flaccavento, ospite di Agedo ed Arcigay
  • Pesaro, 11 dicembre – ore 21, ospite degli amici e delle amiche di Arcigay Agorà.

Spero sia una buona occasione per incontrarsi, discutere e creare dibattito non solo sull’omofobia giovanile (e le sue estremizzazioni), ma anche sull’uso del linguaggio: è esso, infatti, veicolo primario di diffusione delle discriminazioni. Ma ne parleremo dal vivo. Vi aspetto!

Meno cinquantatré per i gay renziani

Il Corriere della Sera si è svegliato e concede spazio alle affermazioni omofobiche di Bagnasco il quale dice che è scorretto applicare «gli stessi diritti della famiglia ad altri tipi di relazione». Non so cosa sia immensamente più triste in tutta questa vicenda. Se le parole del quotidiano quali “governo diviso” sulle unioni civili, come se prima invece fosse compatto. Se le solite ingerenze di un’organizzazione che sa dire di no solo ai diritti delle persone LGBT e poi chiude gli occhi su pedofilia al suo interno, mafia ai suoi funerali e altre amenità similari. Se l’ira di Scalfarotto. O del ruggito dell’afide. Perché il sottosegretario si è arrabbiato, a quanto pare. Ma dubito che il Vaticano sia stato percorso da un fremito di terrore.

Al di là di quelle che sembrano questioni di gossip di palazzo – dov’è la notizia su Bagnasco contrario, col plauso di Lega e Ncd? – andiamo alle questioni sostanziali.

La legge sulle unioni civili è stata utilizzata come cavallo di battaglia nella retorica del premier prima per vincere le primarie, poi per arrivare a palazzo Chigi. Da quando è su quella poltrona, Renzi è riuscito a portare avanti riforme impopolari – jobs act e “buona” scuola, per fare due soli esempi – infischiandosene del malumore suscitato tra sindacati e insegnanti, base elettorale del Pd stesso (pare, per altro, che il partito del premier sia scivolato sotto il 30% nei sondaggi). Dopo diciannove mesi quella legge è ancora in Senato, impantanata tra migliaia di emendamenti e senza nessuna volontà governativa di portarla avanti. Strano che un presidente del Consiglio così decisionista su molte altre questioni, non faccia pressioni analoghe su un suo tema di campagna elettorale. Lo spettro di trovarci di fronte l’ennesima presa per i fondelli è lì all’orizzonte. La data ultima è il 15 ottobre. Vedremo che passi si faranno, alla riapertura delle camere.

Mentre si spaccia per “la volta buona” un sostanziale ritardo sull’approvazione della legge (io ho perso il conto sul numero di rinvii, non so voi), tra le file dei gay renziani (e pure delle lesbiche) cresce il nervosismo. Categoria singolare, quella. Almeno in Italia. Non serve, infatti, per portare le istanze della piazza dentro i palazzi del potere. Funzionano esattamente al contrario: stanno lì perché si possa dire che il Pd del “cambia verso” di occupa di questioni LGBT e per insultare quella militanza che, pur tra mille contraddizioni, qualche risultato a casa l’ha portato (dalla Corte Costituzionale ai pronunciamenti dei tribunali, il merito va alle associazioni). Si ricordi Scalfarotto, appunto, cosa disse alla gay community che si mostrò perplessa di fronte a una legge che sdoganava l’omofobia. E si vedano certe firme sulla nuova Unità, affidata a ventenni che si scagliano contro il matrimonio egualitario, considerandolo l’origine di tutti i mali. Dopo gli attacchi, poi, arrivano puntuali le lodi al leader. Solo che stavolta hanno fatto un errore: indicare una data. E la data è, appunto, il 15 ottobre. Entro quel giorno, dovremmo avere l’ok alla camera alta.

Ne consegue che se ciò non dovesse verificarsi – e ho i miei dubbi, visto l’iter parlamentare – questa gente dovrebbe rispondere non solo del loro atteggiamento verso la comunità LGBT italiana, ma anche del loro ruolo dentro il Pd. Il tempo sta scadendo. Dopo il 15 ottobre non si accetteranno più scuse, né per il loro partito, né per il governo che difendono, né per quello che rappresenterebbero agli occhi dell’opinione pubblica. Ma ci rivediamo, appunto, a ottobre. Fino a quel momento sospendiamo il giudizio.

unita

E ora obbligare Renzi a fare le unioni civili

Monica Cirinnà

Il referendum irlandese ha messo in luce, come ci ricorda Matteo Winkler in un suo articolo sul Fatto Quotidiano, l’inadeguatezza della politica italiana di fronte a una società che si dimostra sempre più pronta ad accogliere l’allargamento dei diritti civili per le persone LGBT.

Perché diciamocelo chiaramente: avremo pure il Vaticano che frena, ma il problema principale è quello di una classe dirigente che nella sua interezza non è capace di fare il grande salto verso una legge che sia, qualora non pienamente dignitosa, per lo meno giusta.

E questo avviene per due ragioni:
1. chi dice di essere per il matrimonio egualitario, non ha i numeri per farlo approvare (e mi riferisco a SEL e al M5S)
2. chi ha i numeri, non vuole il matrimonio egualitario seppure in varia misura (dal no senza se e senza ma dell’NCD alla timidezza del Pd in merito).

Per altro, il referendum irlandese ha messo anche in luce la storica divisione della comunità LGBT italiana, divisa tra chi vuole una legge dignitosa e anche giusta e chi si accontenta di tutto, pur di non disobbedire al proprio partito di riferimento (e poi ci lamentiamo del Vaticano?).

Sì, perché qui in Italia la situazione è questa: per la comunità non esiste un obiettivo comune (il matrimonio) e una strategia da adottare per arrivarci (e su cui discutere), ma esiste una divisione in fazioni. Da una parte c’è chi lavora nelle scuole, chi fa campagne di sensibilizzazione, chi si occupa di fare prevenzione, ecc (e questo è il mondo delle associazioni). Dall’altra se non sei per il leader carismatico di turno, sei contro. E quindi, inevitabilmente, vecchio, da rottamare e gufo. Basta vedere i commenti di uno Scalfarotto qualsiasi che si rivolge alle associazioni così come Renzi si rivolge contro i sindacati. Poi pazienza se Scalfarotto può fare quello che fa perché in passato le associazioni che tanto disprezza hanno lavorato sul tessuto sociale mentre lui era tra Londra e Mosca a pensare (e giustamente) alla sua carriera. Gli fa eco la piccola militanza di partito. Se non ami il ddl Cirinnà, anche a costo di un suo svuotamento, sei il nemico.

Mi sono arrivate accuse, sui social, da parte di chi in nome dell’obbedienza cieca di cui sopra mi addita come nemico dei diritti civili, attivista gay di professione, disfattista e tutto il resto della retorica post-berlusconiana adottata dal premier. Non hanno capito, questi infausti figuri, che io non sono contro il ddl Cirinnà, semmai pavento un suo depotenziamento. E che non vivo di attivismo, ma che insegno in una scuola. Ma mi rendo conto che in una mente binaria (si/no, vero/falso, pro/contro, ecc) non può sopravvivere più di un’idea alla volta. Me ne farò una ragione, come si dice in certi ambienti a loro più cari.

Ritornando al tema in questione, il mio pensiero in merito è noto da tempo: occorre, allo stato attuale, pretendere che venga approvato il disegno di legge sulle unioni civili così com’è e di pretendere dal presidente del consiglio che tale provvedimento sia come egli stesso lo ha pensato. Ovvero: omogeneo al matrimonio, con le stepchild adoption e con la reversibilità della pensione. Bisogna dire a Renzi, in buona sostanza, che il suo partito deve seguire la sua linea secondo quanto ha promesso sin dai tempi delle primarie. Né più né meno.

Poi si potrà capire, seguendo questa condotta, se il leader del Pd è sostanzialmente un opportunista – ed è questa la mia idea in merito – oppure se ha mantenuto quanto promesso. In tal caso si porta a casa un risultato. Minimo, lo so benissimo. E lontano dal concetto di dignità della persona (ragazzi e ragazze, stiamo parlando del Pd, non di un partito serio, mettiamocelo bene in testa). Ma pur sempre un risultato che risolverebbe alcuni problemi per non poche famiglie LGBT. Poi starà a noi persone di buona volontà premere perché subentri la piena parità: il matrimonio. Non è un accontentarsi, è capire che da un branco di pecore non puoi ottenere altro che belati, lana grezza e latte.

Vedremo, quindi, se il partito di Renzi sarà in grado di essere risoluto anche su questo tema – così come lo è quando si è trattato di togliere diritti a chi lavora e di peggiorare le condizioni professionali migliaia di insegnanti – o se lo ha usato solo per fare campagna elettorale sulla nostra pelle.

Nel primo caso, avremo un punto di partenza su cui apportare delle migliorie.
Nel secondo, avremo smascherato un bugiardo.
In entrambi i casi non aspettatevi scuse dal fan club di gay e lesbiche che lavorano alla corte renziana. Per loro va bene tutto così com’è. Il lavoro sporco, tanto per cambiare, tocca ad altri.

Primo maggio e altre amenità 

  

Oggi è la festa di chi lavora. Due cose soltanto: uno, ricordiamoci di chi oggi non ha nulla da festeggiare perché il lavoro non ce l’ha; due, ricordiamoci pure di chi potrebbe fare a meno di scrivere del primo maggio, tra quanti/e sostengono o hanno votato l’attuale premier consentendogli, tra jobs act e “buona” scuola, di distruggere i diritti di lavoratori e lavoratrici. Giusto per essere coerenti.

CGIL e Leopolda, ovvero: lavoratori VS miliardari

la piazza della CGIL a San Giovanni

la piazza della CGIL a San Giovanni

Rispetto alle due “piazze” che si sono confrontate e scontrate ieri, tra Firenze e Roma, è difficile schierarsi così come è facile capire dove sta il torto e dove c’è la ragione.

Cominciamo dalla fine, ovvero da chi ha ragione e chi no. Va da sé che la piazza radunata dalla CGIL riesce a essere ancora gloriosa, ma non certo così temibile. C’erano pensionati/e e chi il lavoro già ce l’ha, categorie che a ragione non vogliono vedere erodere i loro diritti. Il sindacato tuttavia, per essere credibile sulla battaglia del lavoro e incisivo sul piano politico, deve capire che la piazza di ieri rappresenta l’Italia di ieri. Nel qui ed ora ci sono anche le partite IVA, precari e precarie. E per far fronte ai problemi delle nuove generazioni, oltre a quelli di chi perde il lavoro e ha già cinquant’anni, bisogna trovare soluzioni nuove che coinvolgano non solo le classi agiate ma anche chi ieri e giustamente manifestava contro il governo Renzi.

A Firenze, invece, i media hanno restituito l’immagine di una Leopolda in cui le star non sono state le persone che lavorano, che si alzano alle cinque per andare in fabbrica, il precario che non ha il diritto alle ferie o la partita IVA che non può nemmeno ammalarsi, altrimenti non viene pagata. Vi erano amministratori delegati, magnati della finanza, gente sostanzialmente ricca. Un solo esempio: Davide Serra, il cui nome se cercato su Google ci riporta alle isole Cayman, ha già fatto sapere quale dovrà essere la priorità del nuovo Pd, ovvero la riduzione del diritto di sciopero.

Mentre queste due realtà si confrontavano, i residui del vecchio Pd – ovvero chi ha la responsabilità storica e politica di aver distrutto la sinistra in Italia – lanciavano frecciatine al veleno contro Renzi, accusandolo di aver chiuso con la sinistra nel nostro paese. Che poi a parlare sia Rosy Bindi, cattolica centrista e per di più omofoba, e che ciò dia al tutto il sapore della tragicommedia, è un fatto su cui non mi dilungherò oltre. Gustosa, invece, la piccata reazione di Debora Serracchiani, partita come speranza emergente della sinistra del domani, trasformatasi in starletta post-berlusconiana, incapace di ribattere ad accuse abbastanza banali – bastava dire: i primi ad aver distrutto la sinistra in questo paese siete stati voi – e quindi ridotta a dover difendere le scelte del leader, ripetendo il solito mantra preconfezionato. Ci mancava solo che le desse della “gufa” e il copione sarebbe stato recitato fino alla fine.

il tavolo dei diritti civili alla Leopolda

il tavolo dei diritti civili alla Leopolda

Riguardo alle questioni dibattute alla Leopolda, oltre alla fine dello stato sociale, dei diritti dei lavoratori ed altri temi cari alla sinistra classica, c’è stato il capitolo delle unioni civili, ad un tavolo apposito diretto dall’immancabile Scalfarotto, ormai icona del gaysmo che non piace ai gay e quindi ottimale per il renzismo di facciata, e la povera Cirinnà che ancora crede che il suo testo avrà un futuro qualsiasi in questo parlamento e con questo governo.

Concludendo: la sinistra in Italia ci sarebbe pure, ma è in mano a un pugno di persone che, ok, sa cantare Bella ciao e agitare il pugno chiuso ma non sa andare oltre, a livello di innovazione e di risposta ai problemi della contemporaneità. Anche qui ci vorrebbe, a parer mio, uno svecchiamento di modi, di dinamiche, di approcci e di linguaggio. Ferme restando le priorità (il lavoro e i diritti) e gli ideali (la tutela dei più deboli).

Quel partito che dovrebbe essere di sinistra – sì, sto parlando del Pd – ma ragiona e agisce come avrebbero fatto i conservatori inglesi ai tempi della Tathcher, ha tutto il diritto di trasformarsi in un soggetto politico che guarda a destra. Dovrebbe solo fare un ulteriore passaggio: dichiararlo, a chiare lettere, a chi lo vota. Renzi per altro può star tranquillo, di fronte a questa ipotesi: l’elettorato del Pd ha già dato prova di ottusità elettorale, in passato. Lo voterà comunque, quindi, anche dopo anni in cui si dichiarava alternativo al berlusconismo per poi adottarne l’intera politica economica e sociale pur di poter dire che è in grado di vincere le elezioni in un paese sostanzialmente orrendo. Sul piano politico, almeno.

Un pensiero affettuoso, infine, va a quei gay e quelle lesbiche renziani – di vecchio e nuovo corso – che adesso, dopo esser stati banditi dai pride, non potranno più partecipare nemmeno a uno sciopero. Gli rimarrà sempre l’illusione di far parte di un qualcosa di importante e di avere una sinistra “normale” in un’Italia sostanzialmente folle.

Gay renziani e coerenza a corrente alternata

In questi giorni sto litigando con un alcuni gay di fede renziana o, più genericamente, piddina per le mie ultime considerazioni sulle elezioni europee trascorse. Riassumendo, penso quanto segue.

Il Pd per anni è stato un ostacolo reale al tentativo di qualsiasi miglioramento delle condizioni di vita delle persone LGBT: PaCS, DiCo, CUS, legge antiomofobia sono state battaglie venute dal basso, adottate da qualche grigio burocrate di quel partito e poi svendute al peggiore dei compromessi. E questa è storia.

Queste battaglie hanno ottenuto un solo effetto: creare un clima di sentimenti anti-gay tra la popolazione (si pensi alla recrudescenza dei movimenti omofobi quali “Sentinelle in piedi”, ecc), senza però aver portato risultati tangibili. Di tutte quelle leggi, infatti, nessuna è stata approvata. Ci rimangono, in buona sostanza, solo gli elementi deteriori. Per intenderci, anche in Francia hanno avuto problemi e non di poco conto. Ma almeno hanno ottenuto il matrimonio e per altro da Hollande, che non sembra proprio un’aquila. Chi mi dice perciò che il Pd sia l’unico strumento per conquistare i diritti, è smentito dall’evidenza dei fatti e dalla cronaca parlamentare.

Renzi è arrivato al potere promettendo non piena uguaglianza, ma dignità limitata. Limitata alle unioni civili (non sono il matrimonio) e stepchild adoption (non sono le adozioni). Ok, è qualcosa, direte, e possiamo anche essere d’accordo. Ma vi faccio notare che aveva promesso che le avrebbe fatte entro i primi cento giorni. Di giorni ne sono passati un po’ di più e niente di tutto questo è arrivato.

Pesa sull’identità del “gay renziano” un vizio d’origine di non poco conto: la legge Scalfarotto. La stessa che prevede che in scuole, partiti, chiese e associazioni sarà possibile insultare le persone LGBT, forse non con le parolacce, ma con frasi tipo «l’omosessualità è una malattia che va curata», «i gay sono pervertiti e non devono avere gli stessi diritti» e amenità similari. Con buona pace del prossimo adolescente che si lancerà da un balcone.

Quindi, il bilancio è il seguente: bastoni tra le ruote e nulla di fatto sul versante dei nostri diritti e libertà di insulto contro la gay community. E queste non sono opinioni, ma fatti reali e concreti. Chi domenica scorsa ha votato Partito democratico, se gay e se renziano soprattutto, ha detto di sì a tutto questo.

Per questo non posso accettare che gli esponenti di tale categoria – penso ad Alicata, Ballini et alii – si facciano poi portatori di messaggi, lettere aperte e suggestioni della causa: perché questa gente, che ha detto di sì a quanto appena esposto, di fatto fornisce ai nostri avversari un argomento inoppugnabile perché continuino a trattarci come hanno sempre fatto: sostenere e votare un Renzi che non ha toccato l’argomento della piena uguaglianza nemmeno per errore, durante la campagna elettorale, in un contesto in cui il Pd ha dimostrato diffusa omofobia in più di un’occasione, legittima in pieno questo tipo di atteggiamento. Che lo faccia la casalinga di Voghera, amen. Che lo facciano un gay o una lesbica è, a parer mio, gravissimo. Che poi gli stessi parlino in nome del loro essere LGBT, un insulto.

Al solito, giochiamo di sostituzione: se io facessi parte di un’associazione per la lotta alla mafia e poi votassi un partito – uno a caso – che con i suoi atti sostiene cosche e malaffare, quanto sarei credibile? E se fossi al tempo stesso una vittima di quel sistema, come verrei visto da chi combatte davvero contro certi fenomeni?

Per tale ragione non ho problemi ad affermare che, secondo il mio punto di vista, chi si comporta in questo modo non si discosta poi tanto dal concetto di collaborazionismo. Per chi non sapesse cosa significa (o per chi è già pronto a gridare all’insulto, nuovo mantra del piddino medio e mediocre) riporto la definizione da dizionario: «disponibilità a svolgere lavoro politico, organizzativo e di sostegno ideologico a favore del nemico».

Trovo infine curioso che chi appoggia un partito che garantisce il diritto degli omofobi a insultare le persone LGBT, per un non meglio identificato concetto di libertà di pensiero, poi abbia problemi ad accettare un pensiero libero. E motivato, come nel mio caso. Evidentemente oltre i gay a dignità limitata, dentro certe correnti del Pd, abbiamo anche quelli coerenti a corrente alternata.

A quel 40% LGBT che ha votato Pd

Questo sarà un post molto amaro, lo dico fin d’ora. Un post che mi alienerà simpatie e possibilmente mi allontanerà da persone con cui ho avuto rapporti di collaborazione e amicizia. Ma arrivati a questo punto, mentre lo sfacelo è totale e nessuno se ne accorge, non ha poi così tanta importanza.

È un post che dedico agli elettori e alle elettrici LGBT di Renzi, nello specifico, e del Pd più in generale.

Ai primi dico: cari amici gay e amiche lesbiche renziani/e, vi informo che avete dato la vostra preferenza e il vostro tempo a una forza politica che vi tratta come froci. Così, da tenere in mente quando da oggi in poi la mattina andrete a pettinarvi allo specchio. E per voi non aggiungo altro, perché sarebbe un inutile spreco di parole. 

A chi invece ha votato il partito e il progetto politico, tra molte incertezze e non pochi mal di pancia, farò una semplice domanda: per quale ragione dovrei lottare per voi e accanto a voi, per ideali quali il matrimonio, la genitorialità, la lotta all’omofobia, la vera uguaglianza giuridica, quando poi avete dato fiducia a chi, in questi anni, ha sempre tradito su questi temi?

Ho sentito oggi Renzi che ribadiva le sue priorità, tra queste non c’è stato il benché minimo accenno alla questione LGBT. Eppure voi lo avete votato lo stesso e adesso sembrate addirittura felici. Anestetizzati e felici. Mi spiegate perché dovremmo continuare, a questo punto, fare ancora un pezzo di strada insieme? In nome di quale progetto?

Ho sentito esponenti di associazioni di città anche importanti che mi dicevano «altrimenti chi votare?» e allora mi spiegate la ragione per cui poi mi invitate a partecipare ai vostri pride, a discutere insieme di politica, di futuro, di speranza, se i primi siete voi a non avere un progetto (anche politico) di speranza?

Perché mettete i like sui miei articoli contro le Sentinelle in piedi, Costanza Miriano e qualsiasi altra declinazione del fronte omofobo, se poi date fiducia a un partito che reputa queste persone come soggetti con cui interloquire politicamente? Cosa è cambiato dai drammatici giorni della legge sull’omofobia a ieri, per essere ancora più chiari?

Quando a giugno scenderemo in piazza per gridare che vogliamo pari dignità, accanto a chi dovrò farlo? Perché volere uguale dignità è prima di ogni altra cosa un atto politico e c’è poco di dignitoso nel delegare il proprio futuro a un partito che al massimo ha legiferato sui DiCo per poi non votare manco quelli.

Come pensate, in buona sostanza, di risultare ancora credibili quando col vostro voto rendete vani tutti gli sforzi e ogni tentativo di costruzione di una cittadinanza, che nel nostro caso non è data per scontata, ma va costruita, giorno dopo giorno, con atti forti e concreti?

Perché è vero che non esiste un voto gay e che ognuno è solo in questa terra, e quelle cose lì, ma nonostante questo la voglia di mandarvi affanculo e di dirvi “i diritti fateveli fare da Marianna Madia e Ivan Scalfarotto” è tanta, lo ammetto.

Idahot 2014: giornate contro l’omo-transfobia

Si è appena conclusa la Giornata Internazionale contro l’omo-transfobia, un appuntamento ormai decennale che ricorda a tutto il mondo, civile e non, che non si deve discriminare nessuno/a per il suo orientamento sessuale e per la sua identità di genere.

Tradotto: se sei gay, lesbica, bisessuale, trans, queer, intersessuale (e qualsiasi declinazione tu abbia della tua identità affettiva) hai la stessa dignità della maggioranza eterosessuale.

Per celebrare tutto questo, diverse realtà hanno organizzato diversi appuntamenti. Due per tutti: la Settimana contro l’omofobia organizzata dal Movimento Pansessuale di Siena e la Queer Week di Roma, alla quale hanno partecipato diverse realtà LGBT della capitale.

Sono stato invitato a Siena per parlare della figura di Mario Mieli, a Roma per analizzare il rapporto tra media e rappresentazione delle sessualità non normative e, proprio ieri, nella Repubblica di San Marino per presentare il mio libro, I gay stanno tutti a sinistra. È emersa un po’ ovunque l’esigenza di una maggiore democrazia da estendere, nella sua interezza, a chi eterosessuale non è, non può e non vuole esserlo.

Tornando a casa, stanco ma soddisfatto per i riscontri, per lo scambio di idee e per aver trovato molti/e compagni/e di percorso, ero in treno e guardavo su Twitter le immagini di chi – soprattutto nel mondo eterosessuale – si spendeva per la causa della piena uguaglianza.

Due considerazioni, su tutto questo. La prima: se molti gay fossero come quelle persone, staremmo già a buon punto ma purtroppo c’è molto da lavorare proprio all’interno della comunità. La seconda: due mie amiche di social network (grazie Lucia e Elisabetta) si sono esposte con la loro identità. Perché non fare altrettanto? Anche lì, davanti a tutti/e. Ho preso carta e penna e ho fatto questo

Idahot 2014

Idahot 2014

…il mio contributo per quest’anno l’ho dato. Sperando che ben presto si possa celebrare non più qualcosa contro, ma un giorno per il raggiungimento della piena uguaglianza e per la totale dignità, di tutti e di tutte.

Renzismo, cittadinanza e plebe omosessuale

20140414-091318.jpg

gay renziani o adeguati al potere?

Ogni tanto mi arrabbio. Soprattutto con quei gay e con quelle lesbiche (di più i maschi, tuttavia) che ti fanno discorsi del tipo:

“Non puoi pretendere diritti in un momento di crisi come questo.”

“L’alleanza con Berlusconi è necessaria, solo così si può cambiare.”

“La legge di Scalfarotto, ok apre all’omofobia, ma cosa puoi pretendere di più dalla situazione attuale?”

E amenità similari.

Mi spaventa per altro il grado di accondiscendenza verso progetti politici che stravolgono l’equilibrio dei poteri, aprendo a derive autoritarie. Pare che il desiderio di una maggiore tranquillità sociale (ammesso e non concesso che certe riforme la garantiscano) sia più forte di quello della dignità.

La storia ci insegna che i processi di democrazia finiscono ogni qual volta si perde la cognizione, sicuramente più complessa, di essere cittadinanza per assumere il ruolo di popolo (e conseguentemente di plebe). Da questo si comprende il successo del renzismo.

Che questo sia patrimonio mentale collettivo è grave. Il popolo si sta adagiando a un processo che lo renderà servo, il dato storico appare evidente. Che lo facciano anche appartenenti alla comunità LGBT è semplicemente vergognoso: noi avremmo dovuto imparare sulla nostra pelle il prezzo della libertà. Che vale più di ottanta euro in busta paga, i della promessa che avrai non tanto più lavoro quanto la possibilità di essere licenziato per sempre. Per dire.