Matrimonio gay e Stato di diritto: lettera aperta ai movimenti radicali antagonisti

Ragazzi e ragazze, non ci siamo. Siamo in Italia – membro dell’Unione Europea – nel 2012 e molti/e di voi vivono come se fossimo nella società di inizio ‘900, ancora a dividere il mondo in padroni e proletari. In bianchi e neri. In buoni e cattivi. Proprio non ci siamo.

Faccio parte della gay community da quattordici anni. Ho attraversato una maturazione da un pensiero più radicale a uno più pragmatico. Che non vuol dire aver rinunciato a certe idee, bensì significa cercare di capire come metterle in pratica in quell’Italia di questo presente.

Quando vi sento parlare di matrimonio e di Stato di diritto – soprattutto da parte dei soggetti che si definiscono antagonisti, di sinistra radicale e da parte di alcune compagne (vetero)femministe – mi vengono i capelli bianchi e visto che alla mia età non ne ho ancora, capirete quanto possa essere fastidioso tutto ciò. Sento dire troppo spesso che non bisogna rivendicare i diritti, perché provengono da una struttura patriarcale e noi rifiutiamo tutto di quella cultura. Vedo con quanta superficialità viene bocciata l’idea di accedere al matrimonio perché modello che ripropone la divisione dei ruoli e dei sessi. E lo ribadisco: superficialità.

E, se posso permettermi, metteteci pure una certa povertà di allargamento del vostro orizzonte politico. E non solo: aggiungeteci, anche se non vi piacerà, anche una buona dose di ipocrisia, a volte non so quanto inconsapevole. E vi spiego perché.

In primis: il nostro sistema di produzione è orripilante, non serve una raffinata analisi – magari marxista – per rendercene conto. Dovremmo semmai capire che ridurre tutto a un rapporto di produzione è disumanizzante come quel sistema che dite di voler combattere. Io preferirei parlare di sistema di rapporti sociali di cui l’economia è un aspetto, non è né il motore unico né il forgiatore supremo.

Non è vero, per altro, che di questo sistema rigettate ogni cosa: i diritti acquisiti, maturati dentro tale meccanismo perverso, piacciono a chiunque. E ci piacciono talmente tanto che facciamo di tutto per difenderli, dall’articolo 18 all’interruzione di gravidanza. Mi pare, in altre parole, che si sia disposti a mettere in dubbio solo i diritti che gay, lesbiche, bisex e trans avanzano per trovare un loro posto in questa società. A queste rivendicazioni rispondete con: «la società fa schifo per cui non c’è bisogno di lottare per entrarci». Ma detto da chi ci sta dentro, magari pure a pieno titolo, ecco, questo vi rende ben poco credibili.

Secondo poi: la struttura del matrimonio, così come è, è sicuramente maschilista. Accedervi da parte di coppie di soli uomini e di sole donne, tuttavia, scardina il cuore di quella struttura. Tant’è che la chiesa cattolica ne ha il terrore. Se dovessi usare il vostro metro di valutazione – e ovviamente sto usando una provocazione – dovrei dire che state dalla stessa parte dell’istituzione più maschilista del mondo.

State per altro regalando il significato della parola “famiglia” a coloro che dite di voler combattere. La famiglia è un concetto che cambia nel tempo e nello spazio. Per voi è un’entità immutabile, generata dal capitale. La famiglia dovrebbe essere il luogo dove gli affetti si verificano. E si sta lottando, udite udite, per fare in modo che diverse specificità vengano riconosciute dentro quel “luogo” – attraverso le unioni civili, il matrimonio esteso, i diversi vincoli affettivi – che deve essere prima di ogni altra cosa giuridico. Altrimenti non vale.

Potete dire che questo mondo così com’è fa schifo e che rifiutate tutto di esso, ok. Allora rinunciate al diritto allo studio, alle rivendicazioni sindacali, all’interruzione di gravidanza, al divorzio, alle pensioni di reversibilità, ecc. Tutte queste tutele nascono proprio dal sistema che dite di odiare. E, a ben vedere, a odiare queste conquiste ci stanno persone del rango di Ratzinger, Casini, Giovanardi, Buttiglione, Bindi, Binetti e via discorrendo. Da quale parte volete stare?

Anche a me le cose, come stanno, non piacciono poi così tanto. Ma il senso della politica dovrebbe essere quello di rendere il mondo un posto più bello e vivibile, non ragionare per contrapposizioni, cercare lotta e conflitto anche quando si sceglie la bustina dello zucchero per il caffè al bar – tanto arricchireste sempre un detentore di capitale, ci avete mai pensato? – e dire a chi no ha diritti di non avanzarli nemmeno. Mentre magari, voi, quei diritti, li avete già.

Perché questo forse vi metterà in pace con le vostre coscienze. Ma di certo vi rende invisi e invise a milioni di persone che vorrebbero poter vivere la loro vita nella pienezza delle loro scelte. E voi, di fatto, col vostro integralismo politico state impedendo tutto questo.

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Ma la famiglia tradizionale, per esistere, ha bisogno dell’odio per i gay?

Dando anche solo uno sguardo un po’ distratto alla “Conferenza sulla famiglia” parrebbe che si tratti di una gigantesca pezza, proposta attraverso la solita vetrina mediatica, per nascondere i reali problemi che attanagliano le famiglie italiane oggi e sviando l’attenzione su questioni altre che nulla hanno a che fare con i problemi in questione.

Innanzi tutto va ricordato che la conferenza è stata voluta da Giovanardi, ex dirigente dell’UdC, il partito che ha organizzato il Family Day con quel Cosimo Mele poi scoperto a far festini a base di sesso e droga; e la stessa conferenza poi doveva essere presentata da Silvio Berlusconi, rimbalzato nuovamente agli onori della cronaca per il suo “bunga bunga” e per la presunta predilezione per escort minorenni. Un riproposizione dei valori cristiani, evidentemente, che porta linfa nuova al concetto di famiglia tradizionale tanto propugnato da una chiesa che non ha ancora risolto i suoi problemi con la pedofilia e che è difeso dai suoi sicari parlamentari, gli stessi dei festini e della droga per intenderci.

In secondo luogo non si capisce perché, sempre a sentir ciò che si blatera in quella sede, la cosiddetta famiglia tradizionale, per esistere, debba aver bisogno di un nemici naturali ovvero single, gay e coppie di fatto. Adesso in natura, e secondo logica, qualcosa esiste di per sé e non in opposizione a qualcos’altro. I cattolici di piddì del PdL però sembrano non rendersene conto e, puntualmente, appena gli è consentito dirlo, lanciano i loro strali omofobi e anticostituzionali contro le categorie citate.

L’ultima in ordine di tempo, dopo le più antiche dichiarazioni di Rosy Bindi – sempre a una conferenza sulla famiglia che per esistere ha bisogno di istigare all’odio gli italiani su altre forme di affettività – arriva il sindaco di Roma che, da Milano, afferma:

«In un momento di crisi non si può dare tutto a tutti, bisogna sporcarci le mani. Se vogliamo aiutare le famiglie, che sono quelle sposate, vuol dire aumentare le tasse ai single e alle coppie con pochi figli […] e quindi ai gay e ai single, altrimenti non faremo mai politiche familiari. Bisogna concentrarci sulla famiglia della Costituzione formata da un uomo e una donna che fanno figli.»

Adesso, il buon Alemanno dovrebbe spiegarci nell’ordine:

  • come fa a indicare chi è single e chi no? In base a quale parametro? Non essere sposati rende una persona single? Perché allora già dal compimento dell’età di matrimonio molte famiglie italiane avranno figli in giro per casa a cui pagare la penale per non essere sposati;
  • se un single è costretto a pagare più tasse, come farà a mettere denaro da parte in vista di un progetto di vita a due? Non è un po’ la storia del cane che si morde la coda?
  • se sa quanto costa a un single affittare una camera singola nella sua città. Come faranno migliaia di cittadini, magari emigrati, a sostenere le spese ordinarie e assieme un aggravio punitivo per una condizione personale?
  • come farà a tassare i gay visto che non esiste un registro apposito in cui ci si dichiara gay? Vorrà forse procedere con schedature o liste di proscrizione per altro vietate per legge?

Ecco, in base a queste e molte altre argomentazioni che per adesso tralascio, parrebbe che la boutade di Alemanno sia solo l’ennesimo occhiolino ai soliti poteri religiosi in vista di future elezioni.

Sarebbe forse il caso di parlare di altri elementi di crisi della famiglia, dei singoli individui e, di conseguenza, della società tutta: dai licenziamenti al caro-affitti, dalla mancanza di lavoro alla mancanza di tutele per chi è precario.

Tutti questi problemi Alemanno e i quattro cialtroni della Conferenza milanese li hanno mai presi in considerazione? Vero è pure che in molti casi si troverebbero di fronte a un mea culpa, ma molto spesso le assunzioni di responsabilità, se da una parte non portano alla rielezione, dall’altra assicurano un posto nell’Olimpo dell’onestà intellettuale.

Dote che evidentemente manca a certa gente che parla a vanvera di famiglia, sull’onda di una nuova campagna d’odio che, dai tempi del miglior nazi-fascismo, ha bisogno di categorie sociali su cui sviare l’attenzione per non affrontare i reali problemi del presente. Ieri gli ebrei, oggi single e gay.

Il problema, invece, è proprio all’opposto: la mancanza di diritti per i single e le coppie non sposate, etero o meno poco importa, espone la società tutta a un grave pericolo sociale ed economico. Una società che mantiene al suo interno un intero segmento in stato di minorità e di apartheid nella fruizione del diritto è una società debole. E una società siffatta è, di conseguenza, più insicura per tutti, famiglie tradizionali comprese. Ma questo ai fautori dell’odio verso i diversi e del nulla di fatto verso chi dichiarano di voler proteggere sembra non interessare per nulla.

Chissà se questo sarà di aiuto concreto alle famiglie di chi, perché cassintegrato o senza lavoro, non arriva a fine mese. Io ho le mie perplessità.

SEL 2010: rinasce la Sinistra italiana (con qualche se e qualche ma)

Finalmente un leader che dice delle cose di sinistra. E dice cose che non hanno niente a che fare con D’Alema, il suo grigiore e la sua vicinanza culturale e politica all’Opus Dei. A cominciare dalle famiglie gay e lesbiche. Laddove D’Alema le insulta, Vendola spende parole a loro favore.

«Cosa vi ha ferito e vi ferisce, due persone dello stesso sesso che si amano, o le politiche liberiste che hanno impoverito la famiglia?»

Parole parziali – che a onor del vero Bersani non saprebbe nemmeno come pronunciare – ma pur sempre di tono diverso dell’ex leader diessino che, sempre facendo leva sul sentimento religioso di questa Italietta berlusconiana, le invitava a non emulare il matrimonio per non offendere il sacramento cristiano. Quanto meno, Vendola, in questo caso, non ha peccato di ignoranza e di squallore intellettuale.

Ma non è tutto. Il neopresidente di SEL, acclamato all’unanimità al congresso che si è appena svolto, ha parlato di grandi temi sociali e politici. Ha parlato di lavoro, ha ricordato Moro e ha suggerito a certi partiti, che si ostinano a pensare di poter interpretare i bisogni del paese ma incapaci di darne una lettura concreta – e in questo sta la loro ugualità (per cui definire identici pd e PdL non è qualunquismo, è analisi del vero) – che anche il leader democristiano avrebbe capito la piazza della FIOM.

Diritti civili e diritti sociali portati sullo stesso livello. Questa è sinistra. E la sinistra è rinata, in un partito piccolo che fa leva su un leader carismatico, altra grave mancanza di ciò che rimane di quella sinistra italiana che giace sulle macerie di un cattocomunismo che ha permesso il ventennio berlusconiano.

Vendola, per fortuna, ha il carisma che manca al soporifero Bersani e una visione politica che farebbe (e di fatto fa) invidia a quei generali che conquistano solo brucianti sconfitte quali il già citato D’Alema o l’inutile e dannosissimo Veltroni.

Tutto questo lascia ben sperare.

Certo, il discorso del governatore della Puglia ha le sue ombre. Troppo morbida, quasi compiacente, la sua affezione per i cattolici. Secondo me ha fatto male a prestare il fianco ai cattolici. Il clericalismo da lui citato si combatte proprio con l’anticlericalismo. È ora di abbattere i privilegi della chiesa, non dare corda a un’istituzione che per metodi e effetti sociali ricorda sempre di più una riproposizione in chiave pseudo-spirituale di fascismi e mafie varie, i quali non si sono combattuti e non si combattono con il dialogo, ma eliminandone le certezze economiche e le influenze politiche.

Che poi, dietro questo disegno, ci sia della buona fede (nel senso che Vendola, secondo me, crede davvero di intrecciare un’alleanza programmatica con certi personaggi) e alte finalità politiche è abbastanza evidente. Peccato, tuttavia, che se ti allei con gli esponenti di una élite che pare sia culturalmente più vicina al tradimento di Giuda che al sacrificio di Cristo, alla fine ci rimani fregato. La storia dovrebbe insegnarlo.

Al di là di queste ombre, gravose per l’appunto, il progetto di SEL appare di ampio respiro. Il nuovo partito si colloca idealmente in quell’ambito di rinnovamento sociale che ha radici solide – i legami col marxismo senza assumerne il velleitarismo rivoluzionario – ma che guarda al presente per costruire il tempo a venire. Un presente in cui i problemi sono quelli dei cassintegrati, della scuola ridotta a un cumulo di rovine del sapere, degli operai che difendono il loro posto di lavoro nonostante personaggi di dubbia “qualità” umana come Marchionne, degli immigrati che aiutano a ripopolare il paese con energie nuove e con spirito di sacrificio, di milioni di persone GLBT che vanno avanti in una quotidianità che continua a non (pre)vederli.

La sinistra, al congresso di SEL, è perciò rinata. Se il partito democratico ha a cuore le sorti del paese, come dice da quando è nato, pur avendo consegnato il paese a Berlusconi, dovrebbe limitarsi a fungere da bacino elettorale per il disegno vendoliano: affermazione che può apparire offensiva o provocatoria, ma che a ben vedere richiama un’altra realtà, visto che l’elettorato del pd ha digerito in modo quasi egregio la svendita dei valori della sinistra al progetto neoclericale portato avanti da gente come Rutelli, Fioroni, Bindi, Binetti e compagnia (non) bella. E questa alleanza dovrebbe includere anche l’Italia dei Valori e i Radicali, le cui forze propulsive non possono che portare un beneficio alla nuova sinistra italiana, a quello che appare, oggi più che mai, come l’unico leader possibile e, in definitiva, al paese che ha davvero l’ultima chance per salvarsi dal disegno berlusconiano.

Noi GLBT di sinistra, per il rinnovamento di tutta la società

Riflettevo su quello che sta accadendo in Italia in questi ultimi mesi. Abbiamo sostanzialmente due poteri “forti” in profonda crisi di credibilità. Abbiamo una destra, ormai corrosa dal suo stesso malcostume, che perde pezzi, che è un campo di battaglia dove tutti sono contro tutti, ma si evita di dirlo, visto il regime monarchico-autoritario che regge quel sistema di rapporti. E abbiamo una chiesa, cattolica apostolica e romana, dilaniata dallo scandalo della pedofilia, che ha perso e continua a perdere credibilità agli occhi di milioni di fedeli in tutto il mondo.

Per la sinistra, in Italia, sarebbe gioco facile dare una spallata a questa catapecchia istituzionale chiamata “governo”, mandare tutti a casa, qualcuno in galera e mettere a zittire la pretaglia che fino a ieri ha ricattato un’intera classe politica su questioni quali coppie di fatto, fine vita, laicità delle istituzioni e via dicendo.

L’agenda politica, a ben vedere, sta tutta lì.

Basterebbe far capire a quell’operaio che ha votato Lega perché la sinistra radicale si occupava solo di froci e zingari, che adesso che al potere c’è chi i froci li vuole picchiare – ricordiamo certi interventi a Radio Padania – e chi zingari e extracomunitari li caccia via, le cose non vanno meglio, che le fabbriche continuano a chiudere come e peggio di prima, che non c’è nessuna prospettiva per il suo (nostro) futuro.

E bisognerebbe far capire a chi ha votato Berlusconi perché prometteva sicurezza che le nostre città hanno poliziotti pagati di meno, che le nostre istituzioni sono popolate da corrotti e collusi, che nelle strade si continua a violentare le donne, a rapinare la gente per bene e che tutto questo non si grida più nei TG perché chi sta al timone ha tutto l’interesse di nascondere il suo fallimento, qualora non il suo disinteresse alla cosa.

Quei poteri che ieri hanno negato i diritti a migliaia di gay e lesbiche adesso sono gli stessi che nascondo le magagne di mafie e pedofili. Bisogna far capire che nella guerra tra bene e male, non eravamo noi a stare dalla parte sbagliata.

Almeno, questo è quello che dovremmo gridare a chiare lettere noi persone GLBT di sinistra. Gridarlo ai nostri “amici” in parlamento, perché ci pensino due volte prima di far finta che i nostri problemi esistano. Soprattutto a chi, dentro il pd, già sta pensando a governi di unità nazionale con l’UDC. Tanto per fare un esempio.

Dovremmo gridarlo ai gay di destra, giusto per far capire loro di chi è che vanno a fidarsi. E dovremmo gridarlo al nemico – che è rappresentato, oggi più che mai, proprio da destra, chiesa e dagli uomini di chiesa dentro ai partiti – per ricordargli che non siamo disposti a cedere di un passo sulla nostra dignità, al cospetto del loro essere indegni di qualsiasi cittadinanza.

Penso che il movimento, nella sua complessità, non debba essere soggiogato all’insegna di questo o quel partito. Penso che siano i partiti che da noi debbano prendere idee nuove, per un’estensione del diritto su molteplici aspetti della vita civica. È questo il senso della nostra presenza politica sia sulla piazza, sia nel dialogo con gli altri soggetti.

Noi, gay, lesbiche, bisex e trans di sinistra, possiamo essere portatori di una nuova cultura del rispetto e dell’accoglienza che la destra al momento non ha, non sa e non può avere – i gay di destra potrebbero fungere da cavallo di troia, ma a costo di un lungo percorso e di un sapiente addestramento, che passi dalla rinuncia incondizionata dell’adorazione di capi antichi e attuali.

Sento che le cose stanno cambiando e sento che i vertici dei partiti sono inadeguati a cogliere il cambiamento, a eccezione di un paio di nomi. Sta a noi fare da humus, da fermento, che porti uomini e donne di buona volontà a capire non solo che la sigla GLBT non è contraria al benessere civico e sociale ma che proprio dentro quella sigla ci sono germi positivi per una rinascita di una società tutta.

Percorso lungo, doloroso e irto di ostacoli. Ma se non lo facciamo noi, se non partiamo da noi, rimarrà sempre come adesso. E com’è adesso non è bene.

Perché votare Cristiana Alicata alle regionali in Lazio

Per fortuna non voto nel Lazio, perché sarebbe un bel dilemma. E le ragioni di questo dilemma potete leggerle qui.

Tuttavia, poiché mi è stato chiesto di dare un’opinione e per non peccar di ignavia, avevo già detto, giorni addietro, che avrei dato la mia indicazione di voto. E, nonostante io mi senta più vicino alle istanze di SEL e sebbene nutra una stima infinita per gli altri due candidati, la mia scelta cadrebbe – e uso il condizionale solo perché non voterò a Roma in quanto non residente – su Cristiana Alicata.

Le mie ragioni sono le seguenti:

1. è una donna, e voglio una politica più in rosa;
2. è lesbica, è voglio una politica più rainbow;
3. è una persona con cui ho litigato molte volte, perché non ho accettato la sua militanza dentro un partito considerato nemico delle persone GLBT, ma lei mi ha fatto capire che la sua lotta dentro il pd è giusta e solo dando al partito democratico rappresentanti migliori, riusciremo ad avere un partito migliore;
4. è sì una candidata lesbica, ma la questione omosessuale è un aspetto della sua campagna, non l’aspetto primario o univoco. Questo dà pari dignità a questo tema, rispetto ad altri da lei portati avanti;
5. è una persona di sinistra che non rinuncia a una identità politica specifica, declinandola sulle esigenze del presente e della società odierna.

E poi, se vogliamo dirla tutta, la pensa come me su una questione fondamentale. Vuole la luna, ma ha i piedi per terra. Per cui vai Cri, gli elfi, il piccolo popolo e le streghe buone, per stavolta, tifano per te!

Sostenere i candidati GLBT del Lazio: una scelta di democrazia

Tra poche settimane saremo chiamati a votare per le elezioni regionali. Non tutti, ok. Io che sono siciliano, ad esempio, verrò risparmiato dalla solita pantomima locale di scegliere tra candidati voluti dalle varie e spesso poco trasparenti clientele di turno. Ma in molte regioni d’Italia si voterà per decidere i governatori e, quindi, le politiche economiche e sociali di importanti territori.

Alcune regioni sono strategiche. Veneto e Lombardia, complici l’egoismo sociale dei loro abitanti, sembrano destinati per molti anni ancora a discutibili personaggi politici sotto il profilo umano: razzismo e omofobia governeranno a Venezia e a Milano, in parole molto povere.

Piemonte, Puglia e Lazio sono le zone dove si giocano le partite più importanti. Perché se i candidati del centro-sinistra vinceranno, passerà il messaggio – che si spera i dirigenti del pd capiranno – di una coalizione che vince su candidati di valore e non su accordi di palazzo, che tanto piacciono a gente del calibro di D’Alema e di chi, in questa o quella trasmissione televisiva, passa i bigliettini all’avversario politico contro gli alleati parlamentari.

Proprio in Lazio, poi, si profilano tre candidature di eccellenza, per la storia personale che queste personalità portano come dote agli elettori e alle elettrici, per la passione politica che le anima, per il grande idealismo non sganciato dal rapporto con la realtà. Queste candidature sono quelle di Cristiana Alicata per il Partito Democratico (e per stavolta, visto di chi si parla, scrivo il nome del partito in maiuscolo), di Saverio Aversa per Sinistra Ecologia e Liberta, e di Sergio Rovasio per il Partito Radicale. Ma andiamo per ordine (rigorosamente alfabetico).

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Per chi mi conosce e mi segue da tempo, sa che il mio rapporto con Cristiana Alicata non è stato facile. All’inizio l’ho criticata aspramente per la sua scelta di campo, perché pensavo che una persona GLBT dovesse combattere il Pd, e non certo sostenerlo. Cristiana, tuttavia, ha seguito un percorso molto difficile, perché criticata, per le stesse ragioni, da molti altri compagni di lotta. Eppure col senno di poi posso dire che la sua scelta è stata giusta e, soprattutto, onesta. Cristiana non è una “yes-woman” di partito, rappresentante di categoria che serve alla sua dirigenza per vestire i panni della foglia di fico su questioni che quel partito non vuole affrontare. Cristiana dice le cose come stanno, attacca e combatte l’omofobia interna al Pd, crede in quel che fa e lo fa perché ci crede. Chi la conosce sa di cosa sto parlando. La sua campagna elettorale, poi, è incentrata sui bisogni delle persone a cominciare dalla campagna sugli asili nido, secondo una strategia a parer mio egregia che mira a far comprendere che essere lesbiche e lottare per i diritti delle famiglie, tutte, è una strada non solo percorribile ma auspicabile. Altri temi fondamentali, accanto all’accessibilità, sono quelli dell’efficienza, della trasparenza e della difesa dei valori laici.

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Saverio Aversa è un caro amico. Educatore professionale in centro di riabilitazione disabili, la sua parabola personale, dentro il PDS prima (è stato il creatore dei CoDS) e Rifondazione dopo, ne fanno una delle personalità politiche più di spicco all’interno del panorama GLBT italiano. Originale la sua campagna elettorale che, coerentemente col nome del suo partito, non vuole incidere negativamente sullo spreco delle risorse cartacee e non vuole contribuire alla deturpazione del decoro cittadino con la pratica del manifesto selvaggio. Saverio sta presentando i suoi cartelloni virtuali in cui enuclea, in pillole, il suo programma: diritti sociali e diritti civili, laicità, la salvaguardia delle risorse idriche, tutela degli anziani e democrazia intesa come partecipazione. Una visione della sinistra, in altre parole, che non rinuncia alla sua vocazione di alternativa sociale senza trincerarsi, tuttavia, nelle facili nostalgie ideologiche e guardando ai fatti concreti e ai problemi reali per trovare soluzioni vere.

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Militante storico dei radicali italiani, nonché segretario di Certi Diritti, Sergio Rovasio porta come dote l’importante pronunciamento che la Corte Costituzionale sarà chiamata a pronunciare per il 23 marzo, a ridosso dell’appuntamento con le urne. A Certi Diritti va riconosciuto il fondamentale traguardo, mai ottenuto da altre associazioni di settore, di aver fatto della questione GLBT argomento istituzionale pregnante e concreto. La data del 23 marzo, già citata, parla da sola. Accanto a questa svolta, Rovasio presenta al proprio elettorato potenziale temi quali la salvaguardia dei “diritti civili e umani per le persone più deboli, discriminate, che subiscono ingiustizie a causa della loro condizione e orientamento sessuale”. Tutela alle coppie conviventi, lotta all’omo-transfobia, abbattimento dei privilegi ai consiglieri regionali e tutela ambientale sono gli altri cavalli di battaglia di Sergio.

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Dirò nei prossimi giorni su chi cadrebbe, nello specifico, la mia scelta personale. Per adesso mi limito a dire quanto segue: credo che raramente l’elettore di centro-sinistra si sia trovato di fronte alla possibilità di scegliere un candidato ottimale per questioni che riguardano tutti i settori della società. I bisogni dei quali vengono portati avanti proprio dalle persone GLBT dei rispettivi partiti che li hanno candidati. Personalmente spero che tutti e tre i miei amici riescano a  superare il cerchio di fuoco delle urne. Il Lazio, i rispettivi partiti di appartenenza e la nostra società nel complesso ne risulterebbero indubbiamente migliori, più aperti, più ricchi di diversità e, di conseguenza, inclusivi delle esigenze collettive. Secondo lo spirito che dovrebbe animare una democrazia matura, efficiente e degna di essere definita “europea”.

Essere di sinistra in modo intelligente

Il vecchio anno si è concluso con una vicenda che, a quanto pare, la stampa locale siciliana ha reputato indegna di interesse: il licenziamento, da parte dei più alti rappresentanti istituzionali della Facoltà di Lettere di Catania, di ben diciotto collaboratori mai regolarizzati tra addetti alla sicurezza, bidelli e personale amministrativo e bibliotecario.

I motivi di tale scelta, che dimezza di fatto l’organico non docente della Facoltà, stanno nei famigerati tagli del ministro Gelmini. Le polemiche, va da sé, sono roventi. Licenziare tutta questa gente, al di là delle drammatiche conseguenze sul piano umanitario, significa rallentare la vita universitaria, peggiorare la fruizione dei servizi e incidere negativamente sulla qualità della vita della facoltà stessa. Da quello che si legge in una nota su Facebook, inoltre, parrebbe che i dirigenti abbiano deciso di tagliare sul personale ma non abbiano toccato voci di spesa quali l’auto blu in dotazione al preside, per fare un solo esempio.

Una brutta storia, per dirla con altre parole, che vede da una parte quelli che vengono definiti “i baroni”, che non risentiranno dei tagli, almeno sul piano economico, dall’altra i licenziati e da un’altra ancora le associazioni studentesche e le varie sigle politiche che in queste ore stanno organizzando una manifestazione per il 4 gennaio, a mezzogiorno, in piazza dell’Università.

Per quel che mi riguarda, faccio solo due piccole constatazioni.

La prima: sarebbe interessante sapere o scoprire le intenzioni di voto dei diciotto licenziati. Viste le cifre bulgare che il PDL prende a Catania, credo sia una curiosità più che lecita. Se sindacati, partiti di un certo tipo (non pare che il pd si straccerà le vesti per queste persone) e organizzazioni varie si vogliono spendere per una giusta causa, capire chi stanno difendendo e fare, anche pubblicamente, una riflessione politica su eventuali scelte elettorali dei loro “assistiti” sarebbe un ottimo spunto per incidere su qualche coscienza. Forse.

La seconda: mi fa un po’ sorridere la presa di posizione anche a favore del personale della sicurezza. Ovviamente non ho nulla contro queste persone e credo fermamente che anche il loro diritto al lavoro debba essere salvaguardato. Tuttavia non può non farmi sorridere il fatto che coloro che oggi difendono anche la security sono, politicamente parlando, gli stessi che fino a qualche anno fa gridarono alla militarizzazione dell’ateneo per la presenza dei vigilantes.

Se dovessi ragionare come una certa filosofia politica impone ai suoi fautori, dovrei dedurre che certe frange “contriste” si sono convertite alla presenza del manganello per i corridoi della facoltà (uso termini che vennero utilizzati quando a Lettere ci si dotò della vigilanza). Ma poiché non ragiono in quel modo – perché essere di sinistra, a mio giudizio, non significa aderire dogmaticamente a sempiterni e immutabili umori “duri&puri” ma valutare la legittimità dell’agire politico (esercizio faticoso, lo so) dentro un panorama culturale di riferimento – ovviamente non lo farò.

Concludo, infine, ricordando a tutte e a tutti che lo stesso giorno, a Roma, due ragazzi, Manuel Incorvaia e Francesco Zanardi, cominceranno lo sciopero della fame per vedere riconosciuto il proprio diritto al matrimonio. Per quel che mi riguarda, penso di essere dapprima a piazza Università e in serata a un’iniziativa che si farà, sempre a Catania, a favore della coppia gay. E, contrariamente al comportamento di certi “duri&puri” nei confronti dei diritti civili, sarò in piazza senza pretendere che i diciotto da salvare siano a favore del matrimonio gay. D’altronde, essere di sinistra, almeno in modo intelligente, non è proprio da tutti. Purtroppo, aggiungo.