Diritti ai gay: Monti come Sabrina Ferilli

Così Monti, su matrimonio egualitario e omogenitorialità:

Il mio pensiero è che la famiglia debba essere costituita da un uomo ed una donna e ritengo necessario che i figli debbano crescere con una madre e un padre […] i Parlamenti possono trovare strumenti per altre forme di convivenze […] Nel nostro movimento ci sono idee pluralistiche su questo tema così come nella società e negli altri partiti.

Speriamo solo che il senatore, dopo aver sentenziato a pappagallo le sue cretinate sulla famiglia, si senta meglio a pensarla come Sabrina Ferilli e Lorella Cuccarini.

È comunque triste che l’ex premier per assicurarsi il voto della fetta peggiore della società – quella che non paga l’IMU e che protegge i preti pedofili, per essere più precisi – stia mettendo in mano il coltello al prossimo “svastichella” di turno.

Ma d’altronde non possiamo chiedere al professore di essere migliore rispetto alla classe politica che lo ha creato e rispetto al paese che pretende di governare.

Annunci

Il Pd, Elsa e Priebke al governo

Il Partito democratico non ce la fa. Non è nel suo DNA essere una formazione seria capace di creare indirizzi politici forti e, quindi, strategie vincenti per vincere le elezioni e governare il paese, per fare dell’Italia uno stato moderno, europeo, realmente democratico, laico e liberale.

Si era visto, per altro, già dalla sua costituzione, assolutamente contro natura, per cui un partito di sinistra (o presunto tale) ha svenduto il suo patrimonio elettorale ai residuati bellici dell’ex DC – Bindi, Fioroni, ecc – o lo ha regalato a quei trasformisti della politica italiana a cominciare da Rutelli. Roba che manco una drag queen, in confronto.

A guidare questa transizione verso una delle pagine più grigie della storia della Repubblica, l’ex sindaco di Roma, Veltroni, che facendo cadere il governo Prodi ha consegnato il paese intero in mano a Berlusconi, assieme ad altre due colonne della politica italiana: Rutelli e Fassino. I quali passeranno alla storia per aver decretato la morte dell’unico partito possibile, un soggetto socialista-democratico (senza nessuna e) sul modello della SPD o del PSF, per intenderci. E invece…

Adesso questo transatlantico alla deriva è pilotato da un capitano la cui stessa base mette in discussione – altrimenti Renzi non avrebbe ragion d’essere – rappresentativo solo della poltrona che occupa, esempio “illuminato” di una casta di sciagurati che in un paese serio qualsiasi, sarebbe già stata sterminata, politicamente parlando.

Nel contesto italiano, sarebbe facile, adesso, vincere le elezioni. Pressare il governo per non far passare le leggi ultra-conservatrici che favoriscono banche e speculatori a danno dei cittadini onesti, ad esempio. Minacciare gli alleati di far saltare ogni cosa, se dovesse passare la proposta di legge elettorale che penalizzerebbe una probabile coalizione SEL-Pd. E invece…

Bersani vuole Casini, in un impeto affettivo talmente incomprensibile che potrebbe dar adito al sospetto di pulsioni omoerotiche – mi si conceda la provocazione, non lo penso e non lo auspicherei nemmeno: i gay italiani non potrebbero subire anche questa mostruosità.

Casini lo vuole o politicamente morto, o subalterno alla sua politica confessionale e centrista, scenario che evidentemente a Bersani piace – ché forse è insita nella natura dei mediocri l’esser marginali o la stessa prospettiva di fare tale fine. Ma il Pd continua ad anelare alleanze con chi, in parlamento, o vota perché la comunità gay di questo paese venga ancora discriminata, oppure, quando non dà sfogo alla propria omofobia, fa eleggere personcine a modo come Totò Cuffaro.

Tutto questo è Casini, assieme il suo partito.
Tutto ciò Bersani desidera disperatamente.

In questa parabola di miseria umana e di terrore istituzionale, l’ultima sortita per pedere definitivamente l’elettorato progressista, il nostro Pierluigi l’ha partorita poco fa: se Fornero vuol far parte del suo governo, non ha che da chiederlo. Poco importa che questa gentile signora insulti milioni di giovani, tra precari e disoccupati, con epiteti esotici o che abbia già taglieggiato pensioni e diritti sociali. A Bersani basterà che la nostra si dichiari di sinistra. Poi potrà continuare, anche sotto il suo governo, il suo massacro sociale.

Due considerazioni sorgono lecite, a questo punto.

La prima è un’affermazione, quasi un consiglio: caro Bersani, guarda che se non li vuoi i voti della sinistra, basta dirlo eh!

La seconda è una domanda: visti gli alleati di cui ti circondi, il prossimo chi è, Priebke con delega alle pari opportunità?

In tal caso, basterà che l’ex comandante utilizzi la parola “compagno”. Visti i criteri di selezione, per Bersani sarà più che sufficiente.

Carta d’intenti, diritti generici

Il patto tra Bersani, Nencini e Vendola ha partorito una carta d’intenti che porta alcune novità, nel quadro della futura compagine di governo tra il Pd e i partiti di sinistra (SEL e PS) sui diritti soprattutto in quel «contrasto alle discriminazioni: di genere, orientamento sessuale, etnia, religione, età, portatori di differenti abilità».

Il rischio tuttavia è quello di lastricare di buone intenzioni una strada che può portare, come sempre accade in questi casi, all’inferno. Non dimentichiamoci, a tal punto, le primarie del 2005 e l'”impegno” dei DS di fare una legge sulle unioni civili che avesse una dimensione pubblicistica. Da lì a pochi anni si sarebbe arrivati prima ai DiCo e, quindi, al niente al quale ci hanno abituato i compagni poi confluiti nel progetto neocentrista e conservatore incarnato dall’attuale partito di Bersani e Bindi.

È vero, a leggere il documento, che si proporrà «una legge urgente contro l’omofobia» ed è giusto che «sul piano dei diritti di cittadinanza l’Italia attende da troppo tempo una legge semplice ma irrinunciabile» per cui «un bambino, figlio d’immigrati, nato e cresciuto in Italia, è un cittadino italiano».

Ma se seguitiamo a leggere emerge sì l’esigenza di dare «sostanza normativa al principio riconosciuto dalla Corte costituzionale, per il quale una coppia omosessuale ha diritto a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico». Posta in questo quadro, tuttavia, anche i tanto vituperati – e a ragione – insufficienti DiCo potrebbero costituire una forma di riconoscimento di fronte alla legge.

Si pongono numerosi interrogativi, in merito:
1. le coppie gay e lesbiche saranno riconosciute e parificate, a prescindere dall’istituto giuridico di riferimento, a quelle sposate?
2. i diritti riconosciuti, anche se non tutti, saranno uguali a quelli previsti dal matrimonio?
3. i figli delle coppie omogenitoriali saranno garantiti?
4. si potrà pronunciare il fatidico sì di fronte a un pubblico ufficiale oppure saremo costretti all’umiliazione di una raccomandata, così come predisposto, nel 2007, dall’attuale presidente del Pd per venire incontro alle esigenze omofobe e dei vescovi che non volevano che le coppie di fatto venissero riconosciute in quanto tali?

Queste questioni non sono nemmeno accennate e il quadro continua ad apparire pericolosamente generico. E se leggiamo l’incipit della voce diritti leggiamo, ancora una volta, il ricorso ai diritti individuali. Eppure i diritti delle coppie sono, appunto, non certo quelli dei singoli bensì prerogative riguardanti un’unione affettiva, non certo l’insieme di due identità separate!

Insomma, niente di nuovo sotto il sole. Solo ombre. E visti i presupposti e data la storia non troppo remota, il sospetto dell’ennesima truffa ai danni di milioni di cittadini e cittadine, nonché contribuenti, è, scusatemi tanto, più che giustificato.

Monumenti all’inciviltà

Volevo tanto rispondere a tale Michele Fusco, autore dell’articolo Care coppie gay, una storia riuscita non è la soluzione al problema figli. Riassumendo, in parole più semplici: un figlio ha bisogno di un padre e di una madre (e che schifo i froci), quest’ultima parte sussurrata, perché non è politicamente corretto dirlo, ma solo pensarlo.

Seguono richiami alla natura, al fatto che una donna deve fare la madre ma che può farlo solo con accanto un uomo. Altrimenti si cade nel peccato di egoismo. Con un’aggravante: voi gay, dice l’autore, siete felici coi vostri figli a carico, ma questa felicità, aggiunge, è lecita?

Di fronte a tale becerume intellettuale, condito dalla solita sequela di luoghi comuni e spacciato per paternale concessione per cui ok, i gay possono esistere purché si limitino a fare i froci, due o tre cosette avrei anche voluto dirgliele, al Fusco qui sopra. E invece, per fortuna questo articolo omofobo (e sessista) è scritto talmente male che non lo leggerà nessuno. E chi lo leggerà, non capirà niente.

Faccio solo notare una cosa: oggi è il primo ottobre del 2012. In questa data, nel 1989, in Danimarca Axel e Eigil Axgil (li vedete nella foto) si univano civilmente: era la prima coppia, formata da persone dello stesso sesso, a farlo in Europa e nel mondo. Teniamocelo, quindi, l’articolo in questione. È un monumento al ritardo culturale dell’Italia rispetto al resto del mondo civile.

O come dicevan tutti, Renzi

Premetto una cosa, affinché su questo io possa essere molto chiaro da subito: sono dell’idea che Renzi abbia tutto il diritto di correre alle primarie, di vincerle e di guidare il Pd e il prossimo governo, in caso di vittoria elettorale. La democrazia, per altro, è l’arte del possibile…

Per tale ragione non mi stupisce che il sindaco di Firenze abbia diversi sostenitori, sia tra le file dei big della politica, sia tra le persone comuni. E non mi stupisce nemmeno che dietro i suoi sostenitori politici ci siano persone come Alicata e Scalfarotto, esponenti della comunità LGBT.

Capisco di meno le critiche di chi vede in Renzi il male del mondo. E men che mai le capisco se provengono dall’interno del suo partito. Lo etichettano, infatti, come il “nuovo Berlusconi”, quando si dimentica però che il Pd è stato uno degli alleati di ferro del sistema berlusconiano – se non c’era questa attuale classe dirigente, il cavaliere non sarebbe sopravvissuto alla prima legislatura, e invece…

Oppure lo additano come probabile responsabile della svolta “a destra” che subirà il Partito democratico in caso di una sua vittoria. Ricordo, ancora, che quella svolta a destra c’è già stata addirittura dentro i DS: fu D’Alema, ad esempio, a permettere che venissero finanziate le scuole private – leggi: cattoliche – che, secondo la Costituzione, non dovrebbero ricevere nemmeno un soldo pubblico. E invece.

Se Renzi dovesse diventare il leader del Pd, penso, finalmente quel partito completerà una dolorosa ma necessaria (per esso) transizione tra posizioni identitarie novecentesche e una nuova dimensione pragmatista e post-ideologica di nuovo millennio. Si definirà di centro-sinistra, per non dispiacere al suo elettorato. Ma sarà uno dei tanti partiti conservatori europei, forse pure moderatamente accomodante su alcune questioni – diritti civili, fine vita, ecc – ma pur sempre un partito di destra economica, vicino alle istanze dei vari Marchionne, Marcegaglia, ecc.

Cosa che, vi ricordo, è già: basti pensare agli osanna dei vari Chiamparino al modello Marchionne… Solo che adesso nessuno, dentro il Pd, può dirlo apertamente.

Per cui non mi scandalizza e non mi sembra strano che esponenti del mondo LGBT sostengano Renzi e, come si sostiene, fosse anche in previsione di poltrone sicure (e chiarisco anche su questo punto: per me è legittimo sostenere qualcuno per crescere politicamente e avere riscontri in tal senso). Perché se vincesse Bersani, o se gli stessi fossero a favore di quest’ultimo, le dinamiche rimarrebbero immutate nella gestione dei rapporti di potere dentro il partito – tradotto: io ti sostengo, tu mi dai una poltrona – e le politiche economiche e sociali sarebbero in direzione degli interessi del capitale, soprattutto del grande capitale, con qualche magro contentino alle classi lavoratrici.

Certo, vero è pure che Renzi piace un sacco a Adinolfi, che è omofobo. E a Paola Binetti, che sta alla democrazia come Giuliano Ferrara sta al fitness. Ma questo è un problema interno a un partito che non riesce ancora a esprimere una classe dirigente che obbedisca a due criteri fondamentali: essere progressista e di respiro europeo.

Per cui, ben venga pure Renzi, a guidare il Partito democratico. Non sarà peggiore di Massimo D’Alema (per cui finanzierà la scuola privata, impoverendo quella pubblica) o di Rosy Bindi (prevederà istituti minori per le coppie gay, scongiurando che si arrivi al matrimonio) e così via.

Io – stando così le cose – continuerò a non votarlo. Lui e il suo partito. Come ho sempre fatto.

Pride: in the name of?

Ieri non sono andato deliberatamente alla riunione di movimento per l’assegnazione del Pride nazionale, che si è tenuta a Roma alla sede del Circolo Mario Mieli, l’associazione in cui milito.

Un po’ perché avevo gli operai in casa, un po’ perché non me la sentivo di star chiuso dentro una stanza a sorbirmi, com’è successo negli anni passati, discussioni infinite di tipo conciliare su argomenti affini al sesso degli angeli. Male tutto italiano, ad essere onesti – ricordiamo le discussioni infinite dentro il centro-sinistra se usare o meno il trattino nell’omonima dicitura? Ecco… – ma che mi appassiona ben poco.

Dai commenti che ho letto su Twitter, dai messaggi pervenuti e parlando con alcune persone che lì erano andate, è emerso che si è discusso per quattro ore di seguito su “cos’è un pride” e se sia il caso di togliere alla manifestazione l’aggettivo “nazionale”.

Eppure non mi sembra così difficile… in quattordici anni di militanza ho imparato che un pride è una manifestazione a cui partecipano gay, lesbiche, bisex e transessuali, insieme a una vasta compagine eterosessuale – insomma, la società tutta – in nome della visibilità e mirante a ottenere specifici riconoscimenti giuridici.

Ed è nazionale una manifestazione che raccoglie adesioni e, soprattutto, presenze da tutto il territorio. In tal senso potremmo dire che tutti i pride italiani sono, in realtà, manifestazioni di carattere per lo più regionale – e non è detto che questo sia necessariamente un male – alle quali partecipano delegazioni di più associazioni sparse sul territorio italiano (come è successo a Bologna, ultimamente, ma non solo).

Credo, a sentire chi c’è stato a quella riunione, che il problema fosse se assegnare o meno la dicitura di “pride nazionale” alla sede di Palermo, che da due anni porta avanti la manifestazione LGBT più grande e partecipata dell’isola. E nel contesto nostrano di pride itineranti, non capisco perché ciò che fino a ieri è andato bene per Torino, Genova, Bologna e Roma, adesso debba essere messo in discussione per il capoluogo siciliano. Davvero mi sfugge.

Al di là di queste facezie, faccio notare che ieri, mentre a Roma si discuteva per quattro ore sull’opportunità di togliere un aggettivo accanto al nome “pride”, in Sicilia un mio amico ha fatto coming out con la sua famiglia e, da quello che so, la cosa non è andata benissimo… non ho più notizie di questa persona – un ragazzo di grande intelligenza e di profonda umanità – dalle 16:40 di ieri.

Credo che il senso del nostro agire dovrebbe avere, come obiettivo, situazioni come quella appena descritta. risolvere il disagio, operare a livello culturale e politico, affinché non si verifichino più. E invece…

Fatti come quelli appena descritti, al cospetto di un’emergenza umanitaria purtroppo ancora invisibile (e irrisolta) ma non per questo meno reale, dentro migliaia di famiglie italiane, mi pongono di fronte all’interrogativo di quale senso abbia, arrivati a questo punto, militare dentro l’attuale movimento gay.

Martini comunque era omofobo. Poi, pace all’anima sua

Il commento più sensato che fino ad ora ho trovato in rete lo ha fatto Paolo Pedote, autore di una pregevole Storia dell’omofobia, edita da Odoya. Queste le sue sue parole, testuali:

Detto proprio fuori dai denti, vedere tutti questi omosessuali devoti così addolorati per il cardinal Martini, non è proprio un gran bello spettacolo, eh? Non c’è niente da fare: moriremo di Vaticano.

Carlo Maria Martini è riconosciuto come uomo del dialogo, come vescovo progressista – sebbene lui stesso smentì questa etichettatura, definendosi, invece, conservatore – come interlocutore privilegiato dentro una chiesa che lo vedeva con sospetto. Eppure, non basta esser (finti) avversari di Ratzinger per essere persone di cui potersi fidare.

Ho comprato, tempo fa, un volumetto curato da Ignazio Marino, del Pd, e scritto in coppia con il cardinale in questione, Credere e conoscere, edito da Einaudi.

Le posizioni di Martini sull’omosessualità sono le seguenti:

Personalmente credo che Dio ci ha creato uomo e donna e che perciò la dottrina morale tradizionale conserva delle buone ragioni su questo punto. […] Sono pronto ad ammettere il valore di una amicizia duratura e fedele tra due persone dello stesso sesso. […] Se viene intesa anche come donazione sessuale, non può allora, mi sembra, venire eretta a modello di vita come può esserlo una famiglia riuscita. Quest’ultima ha una grande e incontestata utilità sociale. Altri modelli di vita non lo possono essere alla stessa maniera e soprattutto non vanno esibiti in modo da offendere le convinzioni di molti. (pp. 48-49)

Ancora, sul riconoscimento di una legislazione ad hoc sulle coppie gay e lesbiche:

Io ritengo che la famiglia vada difesa perché è veramente quella che sostiene la società in maniera stabile e permanente e per il ruolo fondamentale che esercita nell’educazione dei figli. Però non è male, in luogo di rapporti omosessuali occasionali, che due persone abbiano una certa stabilità e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. […] Io penso che la coppia omosessuale, in quanto tale, non potrà mai essere equiparata in tutto al matrimonio (pp. 50-51)

A ben vedere, queste posizioni sono le stesse di almeno tre personaggi molto discutibili e tacciati, più di una volta, di posizioni omofobe quali:

1. Massimo D’Alema, che parlò di matrimonio come sacramento cristiano e intimò le coppie gay di non scimmiottare le famiglie per non offendere il sentimento di molti
2. Rosy Bindi, il cui pensiero è uguale a quello del cardinale, la cui unica differenza sta che almeno egli non minacciava e non offendeva l’interlocutore
3. Giorgia Meloni, che non riconosce il sentimento tra coppie dello stesso sesso, generalizzandolo dietro il termine di “amicizia”.

Ritornando alle parole di Pedote, leggo commenti da parte di amici/he e di personaggi pubblici, anche gay, che si stracciano le vesti per la scomparsa di un uomo, sicuramente colto, sicuramente diverso dai modi beceri e disumani di certi suoi confratelli, ma di certo affine, nella sostanza, a quel pensiero omofobo – secondo quanto stabilito dal Parlamento Europeo – che noi tutti/e cerchiamo di combattere.

E non si può combattere un pensiero nella bocca di alcuni, per poi accettarlo nelle parole di altri. Se un pensiero è sbagliato, lo è sempre, anche se i toni sono concilianti o, semplicemente, bene educati.

Martini, in altre parole, ammetteva per i gay il diritto di esistere. E concedeva, dall’alto, allo Stato il via libera per fare i DiCo.

A questa evidenza dovremmo rispondere: io esisto, senza concessioni di sorta. E non ho bisogno di elemosina giuridica, ma di diritti veri. Vogliamo ricordare Martini? Benissimo. Cominciamo a ricordare, in merito alle questioni LGBT, come la pensava veramente. Credo che sia il miglior servizio che si possa fare a chi, con toni pacati, aveva sposato le ragioni di un’omofobia che non siamo disposti a perdonare a molti altri.

Diritti civili e nessun leader gay

Il dibattito sul matrimonio (che non si farà) e sulle unioni civili (che dicono di voler fare) non è solo lo specchio di una politica, assieme alla sua classe dirigente, logora e ammuffita. È anche la cartina al tornasole di un movimento gay assolutamente incapace di darsi una direzione e, quindi, di affrontare la questione secondo una strategia non solo comune ma, addirittura, vincente.

Dentro il movimento, e più in generale anche dentro la comunità LGBT, si stanno polarizzando due posizioni. Chi sostiene la necessità del matrimonio – e io sono tra questi – e chi, invece, mira a una mediazione sulle unioni civili, perché più a portata di mano, almeno secondo chi perora questa causa.

Premetto un aspetto fondamentale: le due cose possono benissimo coesistere anche dentro lo stesso schema di pensiero. È ovvio che questo parlamento, che sarà a lungo in ostaggio, come la democrazia che dovrebbe rappresentare, di personaggi quali D’Alema, Bindi, Berlusconi e Casini, non produrrà niente di buono sul versante dei diritti civili. Si arriverà a una legge che, nella migliore delle ipotesi, assomiglierà agli attuali PaCS francesi. E se pensiamo ai DiCo di bindiana memoria, sicuramente questo è un passo in avanti. Rispetto un mondo che però, su quel passo, ne ha già fatti mille in più. Il movimento tutto questo non riesce a vederlo, sia tra i “duri e puri” del matrimonio, sia tra i “possibilisti” circa l’opportunità dell’uovo oggi, in attesa della gallina del futuro domani, per il momento molto, troppo futuro.

Di fronte a questo stato di cose, se domani il parlamento legiferasse, nella migliore delle ipotesi, per una civil partnership sul modello inglese, con diritti pressoché uguali a quelli garantiti dal matrimonio, saremmo davvero a un passo avanti e ciò non toglierebbe, a noi fautori del matrimonio, un orizzonte politico di più vasto respiro, mentre metterebbe a tacere chi, da Imma Battaglia in poi, si accontenta di formule di serie B con tanto di elogi a Casini e teodem vari.

Il problema, è appunto, di strategia, non di obiettivi di medio termine.

Si sente moltissimo la disunità del movimento, il suo totale scollamento dalla comunità di gay e lesbiche. Non c’è una voce comune. non un leader che la rappresenti. Solo presidenti di associazioni, alcune delle quali pure inutili e dannose, perché personalistiche. Altri ancora sono talmente invischiati nelle logiche di partito che dovrebbero avere il buon senso di tacere, per non scomodare il sospetto del conflitto di interesse, anche elettorale. E invece…

Chi è pro-matrimonio non mi sembra si stia irregimentando dentro una strategia di lungo periodo.
Chi è pro-unioni, invece, si limita a elogiare entusiasticamente una serie di intenti che non sono supportati dalla prova dei fatti, ma che, al contrario, sono conditi da insulti (vedi Casini) e intimidazioni (vedi le ultime di Bindi).

Ci vorrebbe un movimento che faccia, assieme alla comunità, corpo unico e che andasse a parlare con Bersani, con Vendola, con Di Pietro e Casini e dicesse: noi spostiamo un milione di voti. Se li volete, vogliamo nero su bianco sin d’ora la firma del vostro impegno sulla proposta di legge e il testo della stessa che andrà presentata in parlamento. Su quella vi daremo il voto e, va da sé, quella pattuita dovrà essere presentata, senza se e senza ma. A sostegno e come garanzia, si dovrebbero pretendere alcuni rappresentanti, interni al movimento, da far eleggere in parlamento, come indipendenti, per vigilare sullo stato dei lavori.

Almeno venti parlamentari sicuri, tra Camera e Senato, prelevati dall’associazionismo e dalla comunità. Da scegliere, magari, col meccanismo delle primarie.

Se il governo mantiene la promessa, bene. Avrà, anche in futuro, i nostri voti. Il movimento, dal canto suo, dovrebbe impegnarsi a costruire una maggiore cultura del consenso dentro partiti e società civile per rendere il nostro paese più vicino ai mille passi in avanti di Francia, Spagna, Regno Unito, democrazie nordiche, USA, democrazie sudamericane, ecc.

Questo dovrebbe esser fatto, nel medio periodo. Ma una voce unica, su tutto questo, non esiste. Esiste, invece, l’ordine sparso, tanto caro a molti “non leader” del nostro movimento, perché in quel caos è più facile dire la propria e ululare alla luna dell’opportunismo.

Avremo una grande responsabilità come movimento e come comunità per quelli che saranno i mesi futuri, gli accordi elettorali, i programmi, le cose da fare. La politica farà la sua pessima figura, di fronte a noi e di fronte al mondo. E noi non saremo migliori. Temo.

Oggi su Gay’s Anatomy: “Il colpo di coda (e qualche domanda scomoda)”

Il segretario del Partito Democratico continua a fare il vago attorno alla questione omosessuale? Ecco alcune semplici domande alle quali rispondere con un sì o con un no:

1. la legge sulle famiglie dello stesso sesso prevede una dimensione pubblica?
2. potremo unirci civilmente – visto che di matrimonio non ne volete sentir parlare nemmeno sotto tortura – di fronte a un pubblico ufficiale?
3. saranno garantiti i diritti dei figli presenti nelle famiglie omoparentali?
4. i diritti che prevedete sono uguali a quelli previsti dal regime matrimoniale?
5. il suo partito è culturalmente pronto a recepire l’idea che si è famiglia anche al di fuori della descrizione che i cattolici fanno di questa realtà?
6. si rende conto che le scuse che adducete circa l’incostituzionalità del matrimonio egualitario sono invenzioni che il suo partito si inventa per non affrontare la questione?
7. si rende conto che i suoi elettori, proprio su questo argomento, hanno perso la pazienza?
8. si rende conto che un’alleanza con Casini inficerebbe tutto il discorso dell’uguaglianza giuridica per come è stata posta nelle domande precedenti?

Il resto potete leggerlo su Gay’s Anatomy di oggi!

Diritti civili in classifica

Allora, proviamo a spiegare i diritti civili e la questione delle famiglie formate da persone dello stesso sesso con uno schema di tipo calcistico:

• Matrimonio – serie A
• Unione Civile – serie B
• PaCS – serie C1
• DiCo – serie C2

Per chi non lo sapesse:

• il matrimonio prevede le stesse prerogative tra famiglie gay e famiglie etero
• le unioni civili differiscono solo nel nome e in una piccola parte dei diritti, come l’adozione ad esempio
• i PaCS hanno diritti simili a quelli matrimoniali, ma non tutti e non del tutto uguali
• i DiCo stabiliscono per legge diritti minori alle coppie gay e tutti i diritti a quelle sposate, creando perciò discriminazione per legge.

Senza la possibilità di adozione, in nessun caso, è come giocare solo amichevoli. Non è un campionato vero, insomma.

Ognuno poi decida da che parte stare…