La grande illusione (Pascale e dintorni)

Pascale apre ai gay. E Forza Italia?

Sulla questione Pascale – al di là dei deliri di qualche giornalista che ancora non ha ben recepito la differenza tra comunità LGBT e associazioni, ma questo se vogliamo è ulteriore indice della decadenza della nostra cultura, che passa evidentemente anche per la sua inadeguatezza lessicale e semantica – su questa questione, dicevo, sento opinioni nutrite da molta buona fede e da una certa speranza che le cose cambino.

Credo che ci sia un errore di fondo, sulla valutazione delle aperture di certi personaggi collocati a destra del nostro panorama politico: considerare il nostro sistema come “normale”, cioè come potrebbe esserlo in Germania o in Regno Unito, per intenderci. E non vedere che abbiamo due grandi partiti basati sulla personalizzazione di un’identità singola e singolare (e questa è Forza Italia) e sullo snaturamento di un’identità politica nel tentativo di imitazione dell’avversario (e questo è il Pd).

Abbiamo una pseudo-sinistra che fa le veci della destra e una destra che fa gli interessi di uno solo. Poi c’è la protesta, ma non è questa la sede per affrontare un’analisi sul grillismo. In questo corto circuito sociale e politico insieme, i diritti delle persone LGBT rimangono ora lettera morta, ora diventano parte di un grande gioco delle parti. E nulla più.

In altre parole: che la destra apra ai diritti civili è sinonimo di progresso sociale, nessuno lo discute. Ma la nostra destra si è aperta al dibattito e al dialogo? Tra Meloni, Ncd, Biancofiore – che stanno in parlamento – e Pascale, che fa da first lady “senza feudo”, chi è più rappresentativo di una proposta politica? Chi pigia il bottone in parlamento, in buona sintesi?

Prima di avventurarsi in grandi illusioni e relative delusioni, i fautori e le fautrici del nuovo corso dovrebbero porsi questo tipo di domanda. E operare affinché sia destra sia pseudo-sinistra operino affinché il gioco delle parti sui diritti civili divenga proposta politica concreta e realizzabile.

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Oggi sul Fatto Quotidiano: “Elezioni europee: candidature arcobaleno”

 

quale candidato scegliere alle europee?

Un aspetto importante di queste elezioni europee «riguarda la qualità delle candidature. Essendo interno al movimento LGBT italiano non potrò non guardare a esse con l’occhio dell’attivista, senza perdere il senso dell’obiettivo comune e degli interessi della collettività. Ed emerge un’amara evidenza: il panorama italiano già avaro di candidature femminili – e questo la dice lunga sulla qualità della nostra democrazia – sembra non dare alcun peso alla “rappresentanza arcobaleno”. Ad eccezione, per quanto riguarda la sinistra, del civatiano Daniele Viotti (per il nord ovest) e di Camilla Seibezzi della Lista Tsipras (per il nord est). […]

Per maggior completezza di informazione, infine, ricorderò l’iniziativa di Arcigay e Anddos “A far l’Europa comincia tu”, un sito in cui si può valutare il grado di vicinanza dei/lle candidati/e in materia di diritti civili. Secondo queste associazioni Lista Tsipras e M5S risultano le forze più gay-friendly. Poi abbiamo qualche isola felice, qua e là, dentro il Pd, come Viotti appunto. E mandare in Europa persone sensibili a certe tematiche (e animate da autentica passione politica) sarebbe un passo importante per fare dell’Ue il luogo di tutti e tutte. Poi ognuno voti liberamente e come meglio crede. E che vinca la democrazia.»

Il resto lo puoi leggere sul Fatto Quotidiano di oggi.

Ottanta euro, il prezzo della democrazia

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Renzi ci comprerà per 80 euro?

Ho un problema con una parte del fan club di Matteo Renzi. Un problema di democrazia. Nel senso che non li tollero, i suoi supporter, e faccio pubblica confessione di questo.

Mi sembrano la derivata prima dei berlusconiani della prima (e ultima) ora in quanto a tendenza idolatrica del leader, nonostante l’evidenza della bolla di sapone che rappresenta. E hanno la stessa affezione al rispetto per gli altri del grillino medio, solo che non usano parolacce. Solo il metodo. Se non fai parte del gruppo, se non concepisci la politica come asservimento tout court alle parole del capo, sei una merda. Solo che non hanno  il coraggio di dirtelo.

Ammetto di essere fumantino, non ho problemi a cancellarti da Facebook, a defollowarti da Twitter, a dirti che se te la bevi tutta e non sei disposto a mettere in discussione nulla del verbo del tuo leader, per me sei un collaborazionista. Mi si accusa perciò – in ordine casuale – di “fascismo”, di insulto, di subire l’onta della lesa maestà. Mai un dubbio sul fatto che tu possa avere idee del cazzo, tuttavia. Per ipse dixit. Egli lo ha detto, sei tu (cioè io) che ti ostini a pensare.

Due fatti, per dare l’idea di quanto sia degradato e degradante il dibattito politico: più volte, parlando con renziani/e più o meno celebri, mi sono sentito dire frasi del tipo “non capisco come tu possa fare l’insegnante”, o più esplicitamente “tu non meriti di fare l’insegnante”. Si mette in dubbio la mia professionalità sul luogo di lavoro per le mie idee politiche. Roba da ventennio, ma da parte di esponenti e militanti di un partito che si chiama “democratico”. Lo stesso che ha votato una norma (renziana, si ricordi) che permette di dire nelle scuole che essere froci è una malattia, ma che poi si scandalizza per un vaffanculo in mezzo a una discussione concitata.

Ancora, la questione degli ottanta euro. Non si concepisce che si possa pensare che riscuotere venti centesimi l’ora, di fronte agli squilibri permanenti, gli sprechi di denaro pubblico e i privilegi della casta, sia un insulto. E si pretende che chi denuncia la stortura esibisca una moralità maggiore di chi invece ha deciso di accontentarsi del sistema criticato. Tradotto: in molti mi hanno chiesto di rinunciare all’aumento in busta paga. Come se avessi suggerito di rifiutarli, quei soldi. Come se il prezzo per poter criticare un’azione che reputo demagogica ed elettorale (e non solo io) fosse di manco tre euro al giorno. “Sempre meglio di niente”, questa è l’analisi, raffinata e sofferta, che mi si oppone. E si pretende dimostrazione di onestà intellettuale. Da me.

Per cui, rilancio, quando diciamo che questo paese è uno schifo in merito ai diritti civili per coerenza ce ne dovremmo andare in massa oppure ce lo dovremmo far piacere così com’è. Lo suggerì pure Rosy Bindi, a suo tempo. E lo disse di noi gay.

Oppure, secondo la stessa logica, dovremmo accogliere con una certa gratitudine la già citata legge Scalfarotto sull’omofobia: rispetto al niente di prima è pur sempre qualcosa, no? Anche se non è molto. Anche se ci offende.

E vorrei davvero che mi si rispondesse in merito – anche se poi i renziani non rispondono, se interrogati – fosse non altro per sapere quanta coerenza devo dimostrare a chi non è disposto a tollerare che si possa avere un’idea al riguardo.

E vi dirò di più, amici e amiche pro-Renzi, questa idea la potete lasciare a costo zero. Perché la democrazia non si compra e non si vende. Al massimo, qualche volta, la si può accompagnare con qualche parola di troppo. Per quella facoltà, garantita dalla Costituzione, che si chiama libertà di pensiero. O almeno così si spera.

Tra legge elettorale, parità di genere e questione LGBT

Quote rosa o parità di genere?

Credo di rintracciare un preoccupante parallelismo tra le resistenze dei parlamentari (maschi) di Forza Italia alla parità di genere nelle liste elettorali, in merito all’italicum (sulla cui bontà, affidabilità e sul fatto di estenderla solo alla Camera dei Deputati penso tutto il male possibile) e le vicende più o meno recenti sulla questione LGBT italiana.

Andiamo per ordine: la legge elettorale dovrebbe prevedere un uguale numero di uomini e donne nella compilazione delle liste. Ma così com’è, paventano le donne in politica, c’è il rischio che i posti che garantiscono l’elezione potrebbero essere occupati, in misura maggiore, dai colleghi maschi.

Forza Italia si difende affermando frasi del tipo: “no ad una legge sessista”. Basterebbe l’evidenza di quest’asserzione per evidenziarne l’imbecillità. Ma siamo in Italia, e un po’ di chiarezza sulla terminologia usata non guasterà.

Il sessismo è quella subcultura che fa credere a chi ne è affetto che appartenere a un sesso è più importante che essere del sesso opposto. Poiché, storicamente, si registra uno stato di sottomissione della donna rispetto all’uomo, il sessismo si configura come consustanziale al maschilismo. La norma per la parità di genere, quindi, non è pensata – come scrivono i deputati di FI – per discriminare il sesso maschile, ma per riequilibrare la presenza tra i due sessi nelle istituzioni.

A ben vedere, il fenomeno a cui si assiste  ha la seguente dinamica:
1. si individua un problema (il sessismo, nello specifico)
2. si propone una soluzione (la parità di genere)
3. si prende la soluzione e la si confonde col problema di partenza.

Per cui il sessismo che si vuole combattere diventa, così, l’essenza della norma che si vuole approvare. Tradotto in termini più semplici: garantire a tutti e tutte uguale dignità corrisponde, per la pleiade berlusconiana, una discriminazione per il genere maschile.

Lo stesso identico procedimento è stato applicato, con successo, per la legge sull’omofobia:
1. il problema è la discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere
2. si propone una norma antidiscriminatoria
3. si accusa chi vuole fare tale norma di voler applicare discriminazioni contro gli eterosessuali.

Basti ricordare le illuminanti affermazioni di personaggi come Buttiglione – “così diventa più grave picchiare un eterosessuale che un omosessuale” – Giovanardi, Binetti et similia. E così una norma che doveva servire a difendere i soggetti svantaggiati (anche eterosessuali discriminati da un eventuale capo gay nel luogo di lavoro, per fare un esempio) è divenuta una norma che vuole limitare la libertà di pensiero. E per scongiurare questo male, si è introdotta una norma che legalizza le affermazioni omofobe nella chiesa, nei partiti, nelle scuole, nei sindacati.

Confondere la causa con il male e accusare la categoria discriminata di essere portatrice del problema che si vuole debellare. Come se si fosse detto a Rosa Parks che la sua battaglia era funzionale a non far più prendere l’autobus ai bianchi.

L’uso di parole “impazzite”, drogate ad arte per generare confusione e paura e, soprattutto, per mantenere gli squilibri sociali che fanno soffrire le minoranze. Questo è il fine di chi si ribella ai miglioramenti che renderebbero il nostro paese non certo una succursale di Arcigay o una sala parto per extracomunitari – Angelino Alfano dixit – ma, semmai, un luogo migliore dove vivere. Questa è la nostra destra, (anche) questo è il berlusconismo.

Chiudo queste riflessioni sottolineando altri tre aspetti.

In primis: pare che l’onorevole Dorina Bianchi (Ncd), cattolica di ferro, abbia auspicato l’intercessione di Francesca Pascale per far cambiare idea al leader di FI e, occasionalmente, suo compagno di vita. Questo per capire a che livello di progresso civile è ridotta l’Italia.

Ancora: i giornali parlano di quote rosa da salvaguardare. Non comprendendo che lo stesso concetto di “quota” riservata alle donne è di per sé discriminatorio. La politica non dovrebbe prevedere una riserva indiana per gruppi sociali specifici, bensì dovrebbe essere il luogo pubblico dove chiunque, uomo o donna (ma anche eterosessuale e non), dovrebbe avere le stesse opportunità.

Dulcis in fundo: il maschilismo e il sessismo si configurano come subculture nemiche non solo delle persone LGBT, ma anche di oltre il 50% della società italiana. Quando persone come Binetti, Bindi, Roccella, ecc, si prodigano per difenderne le istanze contro la questione omosessuale, non fanno altro che provvedere al mantenimento dello stato di sudditanza di categorie specifiche (e quindi di loro stesse) nei confronti del potere maschile. Ne consegue che l’omofobia, in particolar modo l’omofobia femminile, è una forma anche abbastanza idiota e autolesionistica di collaborazionismo.

Anche in questo caso è un problema di linguaggio, che (tras)forma la realtà e la determina. Tutto parte da lì. Prima cambieremo gli usi linguistici in direzione della piena dignità di ciascuno/a di noi, prima saremo più simili alle grandi democrazie del pianeta. Fino ad allora ci spettano personaggi del calibro dei/lle rappresentanti del Nuovo Centro-destra, di Scelta Civica, di Forza Italia e di buona parte del Partito democratico. Prospettiva drammatica, me ne rendo perfettamente conto. Ma, al momento, l’unica apparentemente possibile. Ahinoi.

Governo Renzi e diritti LGBT? Meglio un fantasy

Matteo Renzi, nuovo premier italiano

Finalmente è nato il governo Renzi. Otto uomini e otto donne e già i renziani doc si spellano le mani per questo mirabile esempio di equilibrio di genere nella composizione dell’esecutivo. Ma mi (e vi) domando: otto uomini tutti in dicasteri con portafoglio, le donne in cinque e le altre tre in poltrone giocattolo vi sembra vera uguaglianza?

Abolito il ministero per le Pari Opportunità, che non serve a niente e siamo d’accordo, ma ricordiamoci che un punto qualificante della nascita dei nuovi equilibri di palazzo è il niet del Nuovo Centro-Destra verso qualsiasi tentativo di apertura sui diritti civili. Insomma, se il ministero è simbolico, la sua soppressione è un atto politico concreto.

E per quanto riguarda i diritti delle persone LGBT? La composizione della squadra del sindaco di Firenze si distingue per affermazioni omofobe e discriminatorie. Ma diamo la parola ai diretti interessati:

«Il matrimonio nel nostro ordinamento è un’unione tra sessi diversi.» Graziano Del Rio, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (ma a quanto si dice, pare che l’abbia proferito a sua insaputa).

«Noi siamo molto chiari: sui matrimoni gay e adozioni gay siamo pronti a uscire dal governo. L’Italia non diventerà né una grande sala parto per immigrati né un grande locale Arcigay» Angelino Alfano, ministro della Giustizia (quello che ha fatto deportare Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, insieme alla figlia. Perché lui alla famiglia ci tiene).

Marianna Madia, neoministra renziana

«Se si parla di famiglia io penso a un uomo e una donna che si sposano e fanno dei figli. Scegliendo per la vita.» Marianna Madia, ministra della Pubblica Amministrazione (ma due gay o due lesbiche che decidono di sposarsi scelgono la morte?)

«Mi stupisce che si cerchi di far passare i matrimoni tra omosessuali per parità di diritti. È il segno estremo della grande confusione figlia del relativismo culturale.» Beatrice Lorenzin, ministra della Salute (quella che gestisce la sanità pubblica di tutta Italia con il solo diploma del liceo classico, per capire di chi stiamo parlando).

«La famiglia, quella fondata sul matrimonio tra uomo e donna è uno dei pilastri fondamentali… non si può pensare che ogni desiderio possa diventare un diritto, e in ogni caso sono due sfere diverse, perche’ sovrapporle vuol dire non avere il coraggio di dire che ci sono delle priorità.» Maurizio Lupi, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti (poi è pure ciellino, toccante retroscena che ci aiuta a capirne i limiti).

«Le coppie di fatto sono una cosa diversa dalla famiglia.» Dario Franceschini, ministro della Cultura (individuo talmente anonimo che non si riesce nemmeno a fare mezza freddura).

Il padre di Renzi condivide un messaggio antigay

Il padre di Renzi condivide un messaggio antigay

Mettiamoci pure che il neo-premier è figlio di quel Tiziano che di recente, sulla sua bacheca di Facebook, ha ripreso il post di una fake omofoba, condividendone il contenuto.

E ricordiamoci sempre che è opera di un renziano la legge “contro” l’omofobia che di fatto la legittima dentro le scuole, nei partiti, nei palazzi di potere, nelle chiese in nome della libertà di opinione.

Per cui, chi pensa ancora che l’avvento di questo discutibile personaggio possa portare vantaggi reali per le persone LGBT non ha che da fare i conti con la realtà circostante. Se si ha bisogno di credere nelle favole, esistono sempre i fantasy e pubblicazioni di settore più egregie (e piacevoli) delle dichiarazioni di lor signorie.

Natale e uteri in affitto

fecondazione eterologa: sì o no?

Oggi su Facebook un mio amico scriveva uno stato sulla fecondazione eterologa. Diceva di non condividerla, di non accettare “non-genitori” che vendono sperma o ovuli ed altre non-madri che affittano l’utero. Non condivide l’idea di «una clinica che gioca a fare Dio taglia e cuce spermatozoi e ovociti per ottenerne un essere vivente» e men che mai per soldi. Seguono tutta una serie di commenti, che auspicano la fine della “barbarie” e che recitano più o meno lo stesso mantra: se proprio volete un figlio, se proprio dovete dar sfogo al vostro egoismo (voi gay o sterili), adottate un bambino.

Condivido il fatto che la genitorialità non deve essere un business. Condivido meno, anzi per nulla, di tutto il resto.

Premetto che questo mio amico è gay e attentissimo alle questioni dei diritti civili, per cui il mio non è un attacco alla sua persona ma una critica alle radici del suo pensiero. Un pensiero innanzi tutto che semplifica la cosa come mero atto di “taglia e cuci” genetico, dietro il pagamento di somme inimmaginabili. La fecondazione eterologa non è questo, per fortuna, o sarebbe solo mercificazione.

Un pensiero che, inoltre (e tanto per cambiare), ha le solite vittime privilegiate: coppie gay e coppie sterili che per essere rispettabili devono dimostrare una moralità maggiore rispetto alla massa eterosessuale “normale”, o lottare il triplo o passare dal “sacrificio” per ottenere qualcosa che ad altri si dà come diritto imprescindibile. Se vuoi essere padre/madre devi soffrire o limitare la tua voglia di essere genitore.

Poco male se poi la massa che pretende questo atteggiamento da parte delle minoranze citate, appartiene a un gruppo sociale che massacra (fisicamente e psichicamente) i bambini. Si pensi ai lanci nei cassonetti, alle violenze in famiglia, ecc. Però, chissà perché, sono gli atti di volontà di categorie altre a dare fastidio. Categorie altre che però rendono la vita possibile, con la scelta di mettere al mondo un figlio o una figlia, appunto. Bambini che altrimenti non esisterebbero.

Senza considerare, poi, che tale discorso aprirebbe alla negazione del diritto all’interruzione di gravidanza…

Credo, e lo ribadisco anche qui, che le scelte delle persone, se consenzienti e se finalizzate non solo alla creazione di nuova vita, ma improntate alla tutela di tutti gli attori coinvolti, siano da rispettare. Suggerire strade altre, dare patenti di moralità, bollare il desiderio di genitorialità come egoismo (ma solo quando si parla di coppie gay e lesbiche) significa non rispettare la vita di queste persone, dei loro figli, del dolore (eventuale) che si è dovuto affrontare per arrivare al pari con quel desiderio di “normalità”.

Si può essere egoisti anche da eterosessuali e sposati, nel volere un figlio a tutti i costi, per mandare avanti un matrimonio,  per una questione di status sociale, ecc. Eppure, chissà perché, il problema sta sempre altrove.

Vi lascio con queste riflessioni e con l’augurio di buone, laiche, feste.

P.S.: domani per altro si festeggia la nascita per utero in affitto più famosa del “creato”. Così, per concludere quanto espresso prima.

Lettera aperta a Cristiana Alicata sulle civil partnership

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Cara Cristiana,

questo post è un tentativo di dialogo, per una volta non arrabbiato (sai quanto mi feriscono certe questioni), che ha lo scopo di spiegarti perché non credo al progetto delle civil partnership proposte da Renzi.

Lo farò articolando il discorso su due piani, uno sostanziale e uno formale.

In primo luogo: la proposta di regolamentare i progetti affettivi delle persone LGBT con un istituto parallelo e dedicato non è uguaglianza ma equivalenza. Vuol dire che verremo trattati non da pienamente uguali ma da diversamente tali. Quando Rosa Parks non si alzò dal posto in autobus di fronte all’arroganza di un bianco, non inaugurò una lotta per l’equivalenza, ma protestò per potersi sedere negli autobus esattamente come i bianchi. Fai le dovute sostituzioni e capirai (anche se so che la pensiamo allo stesso modo) cosa voglio dire.

Dal punto di vista formale, mi si dice: il meglio è nemico del bene. O si addita chi come me vuole la piena uguaglianza, di essere un ostacolo oggettivo contro l’affermazione di diritti di base. Personalmente non ho incarichi di potere, non sono iscritto a nessun partito, non faccio la corte ai potenti (anche perché sono tutti decisamente poco sexy) e non ho mai deciso di votare sì o no rispetto a un provvedimento qualsiasi. Da libero cittadino sono un elettore che sceglie quale partito mandare in parlamento (e alle recenti elezioni ho votato una coalizione capeggiata dal Pd) e che si fa un’opinione in base a ciò che vede attorno a sé.

Ciò che ho visto fino ad adesso non lascia ben sperare. Ho visto Veltroni, già sindaco di Roma, far fallire il progetto delle unioni civili nella capitale votando con Storace.
Ho visto D’Alema, Bindi e altri alti dirigenti insultare le persone LGBT. Ho visto tuoi compagni di percorso a cui ho anche dato il voto alle primarie del 2005 (parlo di Ivan) prima dialogare con personaggi e forze politiche che ci dipingono come malati mentali o potenziali pedofili (hai presente Paola Binetti, vero?) ottenerne il plauso pubblico e poi insultare (a quanto pare è una moda) il movimento di cui faccio parte, perché reo di volere pari dignità giuridica a parità di doveri (le tasse le pago anch’io esattamente come Giovanardi).

Anche in questo caso siamo stati descritti come coloro che fanno fallire i percorsi parlamentari, quando mi pare evidente che questi si concepiscono pronti per essere abortiti non certo per colpa nostra ma forse di chi fa in modo che non abbiano il dovuto sostegno, sia dentro il parlamento sia fuori dai palazzi.

Adesso Renzi sta parlando di civil partnership alla tedesca, che è un po’ come dire una parmigiana alla francese o un tiramisù all’etiope. Suona male, con buona pace delle gastronomie dei paesi scomodati nell’esempio. Ed è un caso di sciatteria linguistica che getta poca chiarezza sulle reali intenzioni del Pd.

Leggo già, sul tuo profilo dove mi hai postato il tweet di Renzi o su Twitter, che “il meglio è nemico del niente”, mentre qui non si tratta di scegliere il più o il meno, ma l’uguale, appunto.

Anche perché questi discorsi poi diventano la strada maestra per proporre il peggio travestito da ottimale. Tipo quella legge che doveva proteggere le persone LGBT dai crimini d’odio e invece rende legali gli insulti contro di noi detti in chiesa o nei dibattiti politici. Anche lì ci dissero che il meglio era nemico del bene. E per non sbagliare hanno votato il peggio.

Sono stato cresciuto in un contesto sociale che mi ha insegnato il valore della dignità umana, valore che cerco di trasmettere ai ragazzi e alle ragazze a cui insegno. Faccio politica in un movimento che ha molte responsabilità per non essere stato un abile gruppo di pressione, ma le persone con cui io ho lavorato e lavoro non si sono mai arricchite con l’associazionismo, non ne hanno fatto un trampolino di lancio per carriere di sorta. Vedono il volontariato come un valore elevato, assoluto. Con queste persone ho appreso che c’è dignità solo se c’è piena uguaglianza. La politica del tuo partito, fino a ora perseguita, non va in questa direzione invece. Così come quella di tutta la politica italiana, per essere onesti fino in fondo (a parte qualche lodevole eccezione).

Mi pare che in Italia ci siano tre fazioni che si agitano di fronte alla questione LGBT: chi fa finta che i diritti di gay, lesbiche e trans non esistano; chi li tratta come capricci di cui ridurne la portata; di chi, come il mio movimento, crede nell’articolo 3 della Costituzione.

La proposta delle civil partnership non rispetta l’articolo in questione, ma crea cittadini più uguali degli altri e costruisce ghetti giuridici per noi che abbiamo la “colpa” di innamorarci di persone del proprio sesso. Questo lo trovo iniquo.

A questo aggiungiamoci il già visto. Promettere qualcosa, accordarsi per il peggio, non fare nulla.

Per cui mi perdonerai se ci credo poco, anzi, se non ci credo affatto. Spero ovviamente di essere smentito dai fatti, ma le magnifiche sorti progressive sui diritti civili le abbiamo già viste, magnificate e mortificate, da Prodi, Veltroni e Bersani. Perché con Renzi dovrebbe essere diverso?

Poi va da sé, un provvedimento che desse tutti i diritti delle coppie sposate con tutela dell’omogenitorialità almeno per quei figli già presenti nelle coppie gay e lesbiche, sarebbe sicuramente un punto di partenza.
Discutibile, per le questioni di forma e sostanza di cui ti ho parlato, ma in larga misura accettabile. A patto che sia, appunto, l’inizio di qualcosa di nuovo che vada verso la totale parità e dignità delle persone LGBT.

E poiché credo di essere una persona intellettualmente onesta e mi prendo la responsabilità delle cose che dico, sono disposto a offrirti una cena qualora venisse approvato un istituto equivalente con diritti uguali al matrimonio.

Perché per una volta mi piacerebbe scoprire di esser stato smentito. Fino a quel momento preferisco non credere. Perché quando arriverà la delusione sarò già abituato a quel sapore. In caso contrario, ti aspetto da Necci. O a casa mia. Scegli tu.

Confronto Pd sui diritti civili: vince Civati, ma…

Ho visto i tre candidati a confronto per la segreteria del Pd, su Cielo. Per ovvie ragioni, mi si sono drizzate le antenne quando i tre candidati alla segreteria del partito hanno parlato di diritti civili delle persone LGBT. Riassumendo molto velocemente:

civatiCivati: è per la piena eguaglianza. Sì al matrimonio egualitario, si alle adozioni, sì all’affido, sì alla tutela dell’omogenitorialità. Per una questione di democrazia e di cultura. Richiama la riflessione che già esiste sul piano internazionale e a quella si rifà. Ma non cita la questione trans. Voto: nove.

Cuperlo: posizione moderata. Non dice quasi nulla su cosa fare, accenna a generici diritti e doveri delle coppie, dicitura che ci ricorda i famigerati DiCo. Soluzione bersaniana, in cui si promettono formule vaghe e poco trasparenti. Qualche accenno buonista sull’omogenitorialità. Voto: cinque meno.

Renzi: ammette di avere la posizione più timida, buttandola sul pietismo dell’ipotetico bambino x che rischia di perdere entrambi i genitori (dello stesso sesso) dipingendo la questione delle adozioni nel senso di labilità e urgenza, quando invece la genitorialità dovrebbe essere una promessa di vita e di futuro. Poi cita l’orripilante legge sull’omofobia, rilanciando il ddl Scalfarotto (quel provvedimento, per intenderci, che tutela le espressioni omofobe dentro i partiti, le chiese, le scuole, ecc). Sulle unioni è per un modello segregazionista per le coppie gay e lesbiche, dichiarando tra le righe che nel suo partito non si può fare nessuna legge sul matrimonio perché non ne ha la forza. Voto: quattro.

Insomma, sarebbe scontato votare Civati alle prossime primarie. Se solo questi fosse in un partito di cui ci si può fidare. Particolare, quest’ultimo, non trascurabile. Non se sei un gay, una lesbica, una persona bisex o trans nell’Italia di oggi.

O questo o niente: l’arroganza del Pd sui diritti ai gay

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Il problema della legge sull’omofobia, voluta così com’è dall’alleanza tra Scalfarotto e i teodem, non piace alla stragrande maggioranza delle realtà associative che operano sul versante dei diritti civili, siano esse gay o meno.

Scriverò in seguito le ragioni delle associazioni che l’hanno criticata. Qui oggi parlerò dell’atteggiamento diffuso tra non pochi militanti del Pd che di fronte alle critiche rispetto al ddl, rispondono piccati: “la legge è questa, sempre meglio di niente. Se non la volete peggio per voi”. Atteggiamento arrogante e discriminatorio, a mio parere.

Quello che sfugge, a certi signori di quel partito, è che noi persone LGBT non vogliamo essere trattate come straccioni a cui regalare abiti dismessi. Certo, meglio una coperta usata e usurata rispetto al niente: copre lo stesso dal freddo (anche se male). Ma la dignità va a farsi benedire.

L’intero iter della legge si è consumato su atti dequalificanti: rimandare la discussione all’infinito, cercare mediazioni al ribasso, sacrificare i diritti civili per le larghe intese (secondo quanto espresso dai relatori stessi) e il tutto perché sul piatto c’era una questione per “froci”.

Non mi risulta che quando venne varata la legge Mancino di cui si chiedeva e si chiede tuttora l’estensione, ci siano state queste levate di scudo sulla “tutela” della “libertà” di parola. Ciò è avvenuto adesso e con l’attuale provvedimento perché si parlava di proteggere le persone LGBT.

Il Pd ha operato come ha operato. Per arrivare, invece di avere una legge buona e dignitosa, all’ennesimo ricatto del “sempre meglio di niente”.

Mi chiedo: nell’ottica del militante medio del Partito democratico io, in quanto gay, devo subire ogni volta questa manfrina per cui non posso avere la certezza della pienezza del diritto in nome di urgenze maggiori che fanno decadere la mia dignità di persona omosessuale? Perché è su questo presupposto che quella legge è nata – ovvero: non si possono mettere a repentaglio le larghe intese per la questione omosessuale – ma tale presupposto è, appunto, discriminatorio!

Il resto lo rimando alle valutazioni di Arci, Magistratuta Democratica, l’associazione dei Giuristi per i diritti degli immigrati, ecc. Tutti concordi nel dire che la legge così com’è apre a razzismo e omofobia.

Poi se la si vuole osannare perché queste sono le direttive che provengono dall’apparato, chiunque è libero di farlo. Ma la gente non è poi così stupida come si crede nelle tristi segreterie del potere politico.

Seibezzi tra diritto, “cultura della vita” e minacce di morte

Camilla Seibezzi è una consigliera comunale di Venezia, con la delega da parte del sindaco Orsoni ai Diritti civili e contro le discriminazioni. Coerentemente con il suo lavoro, ha fatto una proposta che reputo giusta e condivisibile: ha proposto di modificare la modulistica per l’accesso agli asili nido: invece di inserire i termini “padre” e “madre”, questi verranno sostituiti con “genitore”.

La ragione la spiega la consigliera stessa in un video all’Ansa: «La scelta di “genitore” non esclude l’uso corrente del termine “padre” o “madre” come molti temono semplicemente li comprende. Questo provvedimento fa sì che qualsiasi tipo di famiglia che va a iscrivere i propri figli a scuola non subisca discriminazioni né viva delle situazioni di disagio. Così la madre single piuttosto che il padre vedovo, la coppia eterosessuale piuttosto che la coppia omosessuale che iscriva i propri figli venga compresa a pieno titolo dalla parola “genitore”».

Viviamo in una società in cui la famiglia eterosessuale è, ormai, una delle tante realizzazioni possibili. Sicuramente maggioritaria e certamente degna di ogni rispetto, ma altrettanto relativa rispetto ad altre forme familiari ormai presenti anche nel nostro paese.

Una scelta di buon senso, dunque, che non solo non è lesiva per le coppie eterosessuali, sposate o meno, credenti o laiche, ma che include nell’ambito del diritto anche tutte quelle realtà familiari e genitoriali che al momento sono escluse dal riconoscimento pubblico. Un atto di giustizia, per dirlo in altre parole.

Ovviamente la cosa non ha tardato a infiammare polemiche da parte dei soliti noti. UdC, Lega e Fratelli d’Italia – rispettivamente: un partito che ha fatto eleggere diversi esponenti condannati o indagati per mafia, un altro che ha fatto del razzismo la sua cifra politica (si ricordino gli insulti a Kyenge) e un drappello di ex fascisti che si sono fatti un partito a parte per la vergogna di stare nella stessa sigla di Berlusconi, ma non abbastanza coerenti con quel sentimento per correre da soli – hanno tuonato le solite litanie apocalittiche sulla fine della famiglia tradizionale.

E si sa: poiché viviamo nel paese in cui viviamo, all’omofobia di palazzo segue sempre quella di strada. E questa ha un linguaggio e uno soltanto: la violenza. Camilla Seibezzi, infatti, è stata minacciata di morte sul web per la sua iniziativa.

Evidentemente, la cultura della vita – tanto decantata dai tutori della famiglia eterosessuale e cattolica – ha bisogno dell’istigazione alla violenza, del mantenimento delle disparità, delle discriminazioni e delle minacce di omicidio per poter salvaguardare i milioni di “padri” e “madri” che vivono in Italia. Fossi in loro non vivrei poi così tranquillo…

Ci dovremmo essere abituati, visto che quella cultura ha già prodotto fenomeni analoghi con chi, nel corso dei secoli, ha semplicemente tentato a pensare con la propria testa: roghi, caccia alle streghe, inquisizioni e crociate dovrebbero renderci avvezzi a un certo tipo di esternazioni. Eppure la ragione umana non si rassegna di fronte all’esibizione di certa inciviltà.

Personalmente esprimo la mia più totale vicinanza umana e la mia più assoluta solidarietà per Camilla Seibezzi. Il suo impegno testimonia che, a volte, non è vero che la ragione – intesa anche come intelletto – non può stare da una parte sola. In tutta questa storia vedo, da un lato, un tentativo di rendere questo paese più civile; dall’altro, la solita logica basata su arroganza, prevaricazione e odio sociale. Quest’ultima non può e non deve avere cittadinanza. Non più.