L’ironia di Dio

gesu'_simpaticoDio con me è molto ironico, in questo periodo.
Attraverso il mio corpo e le sue sofferenze – problemi alla pelle, problemi articolari, ecc – sta cercando di mandarmi un messaggio. Forse sul significato del “dolore”, secondo alcuni.
Quindi sta facendo in modo che gente detestabile si avvicini alle periferie della mia vita, privata e pubblica.

In entrambi i casi, premesso che gradirei un più discreto messaggio su telefono, vale lo stesso discorso per i testimoni di Geova e altre fedi invasive: lascia tutto pure nella cassetta della pubblicità, oh Signore. Poi se ho tempo, ci guardo.

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Gesù non è forse nato da maternità surrogata?

Fa più male a me che a loro, lo dico da subito. Ma mettere in guardia i soliti catto-integralisti di fronte alle loro contraddizioni mi sembra il minimo sindacale del rispetto umano. Come nel caso di tal don Dino Pirri, con cui ho avuto la seguente discussione:

Gesù non è forse nato da maternità surrogata?

Gesù e la maternità surrogata

Perché diciamocelo chiaramente: era minorenne e a Dio, che era single, serviva un utero. Siccome all’epoca non esisteva la maternità surrogata – che consiste nel fatto che una donna decide liberamente di avere una gravidanza per far nascere un bambino – sua divinità ha deciso di prendersi l’utero di Maria, inoculandole il seme divino.

Insomma, se si parla in certi termini di rispetto di dignità della donna, chi dovrebbe dare il buon esempio nelle alte sfere celesti non si è comportato proprio benissimo. E costruire una religione, con tutti i suoi veti, su questo paradosso – per altro non l’unico – non gioca a favore della credibilità della stessa. Figurarsi tutte le elucubrazioni ulteriori.

Ad ogni modo, la domanda è stata posta a questo gentile sacerdote. Il quale, tuttavia e non si sa perché, non ha ancora risposto. Strano, eh?

De substantia Dei o dell’inesistenza di Dio

Alessandro Motta

Alessandro Motta, presidente di Arcigay Catania

Vi propongo, oggi, lo scritto di un caro amico, pubblicato in una nota ufficiale su Facebook:

«Nei secoli molti filosofi e teologi si sono preoccupati di confermare o negare l’esistenza di Dio. Neppure i più sopraffini pensatori e le migliori pensatrici sono riusciti/e a dimostrare né l’una tesi né l’altra, lasciando l’argomento dell’esistenza di Dio alla soggettività; ciò perché si è tantato di giustificarne l’esistenza o la non esistenza ragionando sui suoi attributi. La soluzione, invece, era sempre lì, a portata di mano: i sacerdoti e i credenti.

Poiché non voglio cadere vittima dell’universalità, la mia dimostrazione dell’inesistenza di Dio viene ristretta alla Diocesi di Catania (e per Diocesi – poiché delle distinzioni tra preti in tale sede non ci interessa – considero tutti i credenti non protestanti, per essere ancora maggiormente chiaro: tutti tranne Luterani, Valdesi e Battisti).

La Diocesi di Catania, e tutti i diocesani che attorno ad essa gravitano, sta impiegando una consistente parte del proprio tempo nel tentativo di agire pressioni politiche sul Consiglio Comunale per evitare che questi approvi il Registro delle Unioni Civili. Per legittimare tale posizione la Diocesi e “quelli che le gravitano attorno” hanno fatto ricorso a letture – dolose – del dettato Costituzionale citando gli articoli della Costituzione con memoria selettiva (mai viene citato, ad es. l’art. 3 e moltissimo, invece, l’art. 29), a citazioni – dolose – dello Statuto del Comune di Catania (l’art. 6.12 non per intero, badando bene a non citare la parte in cui il Comune intende famiglia anche quella di fatto). Hanno organizzato, perfino, laboratori di politica e convegni e conferenze per chiarire il proprio punto di vista e l’indirizzo della loro pressione.

Il motivo di tale affatticarsi nel tentativo – che forse riuscirà – di non fare approvare il Regolamento è un motivo squisitamente materiale: si teme una svalutazione della famiglia fondata sul matrimonio; sappiamo bene che il dogma della famiglia naturale fondata sul matrimonio (religioso) è una delle forme di tecnologia del controllo che la Chiesa utilizza per fare presa sui corpi e sulle menti dei/lle fedeli. Non si può rischiare di operare neppure una minima breccia in tale impianto, poiché se si desse dignità pubblica a una coppia che esiste indipendentemente dal matrimonio e che produce effetti pubblici e non solo privati, ciò comporterebbe la fine di un lungo periodo di dominio.

Poi, vi sono anche elementi irrazionali nell’ostilità al Registro (dove per “Registro” si intende qualsiasi diritto a qualsivoglia gruppo che propone un modello differente da quello dominante): omofobia, bigottismo, sadismo. Vorrei soffermarmi sul sadismo. Una premessa: il sadico è spesso un soggetto che per ideologia o religione priva il proprio corpo di qualcosa (cibo, sesso sono gli elementi più diffusi di privazione) e, nel tentativo di sublimare alternativamente il proprio piacere negato, agisce violenze fisiche o psicologiche su sé o su terzi (quelle che oggi sono diffuse macchine e tecnologie sadomaso sono state progettate con finalità costrittive del corpo e repressive della sessualità da soggetti puritani). In questo caso il sadico prova piacere nello schiacciare col proprio modello dominante i modelli alternativi: sono costretto a una vita in cui il mio corpo non è liberato e non posso accettare la libertà (il libertinismo) dei corpi altrui e tutto ciò che non è riconducibile alla sobrietà della sacralità del matrimonio produttore di famiglie naturali è libertino, contro norma e natura e così via.

Il risultato di un simile atteggiamento è il fatto che una porzione della popolazione (le coppie di fatto etero e omosessuali) verranno discriminate nel loro essere e contro la norma e mancanti di pubblica legittimazione e, private della possibilità di un pubblico riconoscimento delle proprie progettualità affettive e relazionali, saranno meno felici.

Da qui, la dimostrazione dell’inesistenza di Dio, o almeno la dimostrazione dell’inesistenza del Dio della Diocesi di Catania: se la Diocesi di Catania fosse convinta dell’esistenza di Dio, per tema di subire le pene dell’inferno (o per vera convinzione nel dettato “ama il prossimo”, non opererebbe discriminazione, né si farebbe promotrice di azioni finalizzate alla mortificazione e alla infelicità di una parte di cittadinanza, contravvenendo allo spirito cristiano su cui Essa dovrebbe fondarsi. Poiché la Diocesi di Catania (e con essa alcuni gruppi evangelici) procede lungo questa via di edificazione di discriminazioni, il Dio che Essa professa non esiste.»

Alessandro Motta, presidente di Arcigay – QueeRevolution, Catania

L’esigenza di Dio

Ogni tanto suscito le ire e i dispiaceri, rispettivamente, dei cattolici integralisti e dei miei amici credenti nel momento in cui dico che secondo me la religione è solo fantasy di bassa lega. Mi si risponde che non devo fare confusione tra religione e fede, tra alte sfere e credenti, perché stiamo parlando di cose diverse. Sarà, ma a me sembra che le due cose siano diverse come le due facce della stessa moneta.

Se c’è una massa di fedeli è perché c’è una chiesa che la gestisce e la riproduce (a tal proposito ricordo quella godibilissima pagina di Cuore, il settimanale, che riduceva il battesimo a circonvenzione di incapace). Se c’è una “fede”, perciò, è la conseguenza di una religione che diffonde miti, pratiche, ideologie. Sbaglia e grossolanamente, a parer mio, chi pensa che le due cose siano scisse. E ancor di più chi crede nelle religioni fai da te, quelle, per intenderci, che si basano sul Levitico e lo sterminio di infedeli ma poi nella vita di tutti i giorni sono portate avanti da persone che fanno spallucce di fronte a sesso prematrimoniale, coppie gay, divorziati, ecc.

La religione, assieme alla fede che ne deriva – perché non è la fede a creare la prima come abbiamo visto (fosse non altro perché entrambe ci vengono imposte fin dalla più tenera età) – è un concetto totalizzante, assoluto, radicale. Non è e non dovrebbe essere come la politica, il cui male non sta nel suo esatto opposto, ovvero cambiare principi in base alla convenienza del momento.

La religione si basa su qualcosa che preesiste e che ha generato tutto, dettando le sue regole. Su quelle non ci possono essere deroghe. Per cui i cristiani fai da te, quelli per cui Cristo è una cosa, Ratzinger un’altra – senza sapere che Cristo stesso era venuto per applicare la legge (proprio perché Dio preesiste, appunto) non certo per cambiarla – stanno a “fides et religio” come i catari stavano alla chiesa di Roma nel medioevo. Alla meglio, dovrebbero essere trattati come eretici. E di fatto, roghi ed esecuzioni sommarie a parte, ormai passati di moda in Vaticano, lo sono. Almeno dagli ultimi tre papi, fieri avversari del relativismo. E sì, mi spiace deludervi: anche il simpaticone di Bergoglio ha detto la stessa cosa. Solo che l’ha fatto con l’accento di Maradona e, convengo con voi, è cosa diversa da ben altre inflessioni hitleriane. Ma tant’è.

Ovviamente questo è un problema, e pure bello grosso, per chi si ostina a rimanere nell’ambito di un’istituzione che ha bisogno di tutto, alti ranghi e fedeli, religione (intesa come linguaggio di quei ranghi) e fede (intesa come sentimento dei fedeli), per mantenere inalterato lo status quo. L’otto per mille, per dirne una soltanto, dovrebbe avervi insegnato qualcosa. Anche se temo di no.

Per chi invece come me pensa che tutto questo castello di favole non abbia niente di diverso da una saga di maghetti occhialuti, di vampiri innamorati o di regine di draghi – con la sola differenza che la Bibbia è noiosa, con pochi poteri magici e un editor da licenziare in tronco – la questione si pone in altri termini.

Credo che più che parlare di esistenza di Dio, che è indimostrabile, occorrerebbe parlare della di lui esigenza. Perché è comodo. Perché sappiamo su chi riversare dolore, aspirazioni, esasperazioni e bestemmie quando l’occasione lo richiede. Perché fa parte del sistema operativo: al momento opportuno rimuovi i file di troppo e svuoti il cestino. Se così non fosse si potrebbe impazzire. E il computer diverrebbe inservibile.

Credo che questa esigenza nasca dalla paura. Quando l’uomo ha smesso di essere scimmia e ha guardato il cielo ha avuto il terrore del fulmine. E ha cercato una spiegazione che fosse in linea con la sua scala evolutiva: io produco dei fenomeni e li domino, ergo quel fulmine è prodotto da uno come me che, tuttavia, sta in cielo. Creare Dio per dominare l’inspiegabile. E avere meno paura. E se guardiamo bene, cos’è la preghiera – per fare un esempio e uno solo – se non il tentativo di dominare il terrore per qualcosa di incontrollabile? Ci rimettiamo nelle mani del Signore e poi è tutto affar suo. Riproducendo all’infinito il meccanismo, attraverso al più formidabile generatore di fede: il senso di colpa. E si sa, il senso di colpa è lo strumento migliore per non assumersi le proprie responsabilità.

Oggi per fortuna abbiamo mezzi che spiegano l’inspiegabile, fulmini inclusi ovviamente, e abbiamo psicologi in grado di gestire il lutto, il senso di sconfitta, la delusione. È bastato che l’uomo abbia smesso di guardare il cielo, di sentirsi inferiore (ho già parlato di senso di colpa?) e di prendere di petto le responsabilità del suo presente. L’essere umano è sceso dall’albero rinunciando a essere scimmia. Dovrebbe smettere di camminare con la testa tra le nuvole e comprendere che non c’è bisogno di cercare altrove le risposte che può trovare guardandosi dentro e tutto intorno.

Per quanto mi riguarda, l’abbandono dell’esigenza di Dio rientra nel concetto darwiniano di evoluzione della specie.

Diceva un bellissimo spot dell’UAAR: la brutta notizia è che Dio non esiste, quella buona è che non ne hai bisogno. Che Dio esista o no, non potremo mai saperlo. Che non se ne abbia bisogno, a meno che di non pagare questa esigenza con la perdita di se stessi, può essere invece una conquista. Di libertà, innanzi tutto.

Sulla laicità, senza esagerare

Dal dialogo tra Dito Storto e Therese (dal minuto 0:51:51):

Therese – La madre superiora dice che Dio ha creato tutte le cose, ma non vuole riflettere su chi sia stato a creare Dio.
Dito Storto – La tragedia di quelli che credono in Dio è che la loro fede controlla il loro intelletto. Per quanto ne so, le religioni spesso sono causa di distruzione e di morte. Ma continuiamo con Platone…

da L’albero di Antonia, di Marleen Gorris, 1995

P.S.: aggiungo, a margine di questa riflessione, che molto spesso la morte di certi personaggi, più che sottolineare la perdita di grandi figure, evidenza l’assenza di un pensiero critico largamente condiviso. O, come nel caso italiano, non solo la presenza degli atei devoti, ma anche della nuova categoria dei laici genuflessi.

La croce di Binetti

La notizia è di qualche giorno fa. Pareva che Paola Binetti – ex senatrice del Pd, poi deputata dello stesso schieramento e infine trasmigrata nelle file dell’UdC, il partito degli ayatollah nostrani – in merito alla terapia del dolore per i bambini ammalati di cancro, si fosse pronunciata contraria dichiarando: «è giusto che anche loro portino la croce di Gesù».

Per fortuna si trattava di una bufala. La deputata cattolica, in una nota pubblica, ha dichiarato che non solo non ha mai proferito quelle parole, ma che lei stessa è  favore della massima riduzione del disagio e della sofferenza per i piccoli pazienti in terapia oncologica.

La cosa ci lascia tirare un sospiro di sollievo. Evidentemente anche per Binetti il rispetto della dignità umana viene prima dell’amore verso entità trascendenti indimostrate e indimostrabili.

Tuttavia, ricordo alla deputata che moltissime persone hanno creduto davvero che lei fosse capace di aver detto tali enormità. E fossi in lei, se la gente mi credesse un mostro, in altre parole, avrei due o tre domande da pormi.

Le parole. E il silenzio

Quando venne scritto che Dio ci fece a sua immagine e somiglianza, gli autori della Genesi non alludevano a sembianze fisiche. Questo lo sanno in pochi.

La parola. Le parole. I suoni magici, i nostri abracadabra con cui riusciamo a creare la nostra vita. Così come vennero generate le galassie, le rose in autunno, la memoria di ogni abbraccio, le foglie sul fiume e le nuvole sopra le nostre teste.

Esse hanno il potere di offenderci. Di farci del male. Di distruggerci. Come quando ci insegnano a credere che non siamo adeguati per questa esistenza. Quando ci tagliano a pezzetti anche le lacrime, con un no, un va via per sempre.

Oppure hanno il potere di allontanare i temporali. Di farci ritrovare in un abbraccio insperato. Di costruire il senso di una realtà che si schiude di fronte a noi come le stelle del mattino che gioirono in coro, proprio al momento della loro nascita. Sempre con un suono, un assolo di violino, ma declinabile nei meandri delle grammatiche, pronunciabile anche con fare distratto. Come distratto sa essere solo il vento, a volte.

Le parole, in altre parole, sono la vita. Sono la benedizione di una promessa. L’appuntamento del giovedì, sotto la pioggia. Al loro opposto, dall’altra parte dell’essere e l’esistere, sta il silenzio. Il suono del sonno, dei pensieri non ancora pronti a diventare realtà, della fine di tutte le cose.

Per questo siamo simili a Dio. Perché parliamo. Perché cerchiamo di riempirlo, quel silenzio, nelle pagine dei libri, nei messaggi che lasciamo, intrisi della speranza più incontenibile, magari di essere richiamati. Nelle intenzioni, le più pure. Le più vere. Per ogni volta che promettiamo di amare. Di amarci.

Per tutto questo riempiamo il silenzio e creiamo il nostro Adamo, la nostra Eva, l’eden e l’albero della mela da mangiare per dare un senso a ogni cosa. Per trovare la parola giusta. Mai definitiva. Al massimo stabile. O forse solo un po’ meno precaria. Almeno, meno di noi. Per trovare un punto in cui sollevare noi stessi, dal mondo a volte ingrato. O per lasciarci cadere, con gioia, come nelle montagne russe. In attesa della prossima curva, delle prossime cose da dire. In attesa della rima perfetta.

Elogio alla bestemmia

Ieri una ragazza si lamentava perché su Twitter era stata segnalata poiché bestemmiava.

L’utente, sicuramente una provocatrice, a cominciare dal suo nickname – attualmente “questocazzo” – poneva in realtà una questione assolutamente liberale: si è padroni di essere blasfemi, a maggior ragione se non si crede (per cui non si incorrerebbe nemmeno nel caso di bestemmia)?
Nell’evenienza di sensibilità religiose estreme (o estremiste) ci sarebbe sempre l’opzione della non lettura.

Queste considerazioni, che trovo lecite, per quanto possa capire il sentimento dei credenti, mi hanno riportato alla mente alcune puntate di alcuni reality, in cui rispettivamente Alessia Marcuzzi e Simona Ventura facevano accomodare un partecipante, bestemmiatore appunto, e pretendevano con tono solenne le sue scuse di fronte al popolo italiano tutto, per poi cacciarlo per sempre dagli studi televisivi.

Questa è l’Italia: ci si scandalizzerà sempre di più per un certo uso del linguaggio di un Ceccherini che offende la Madonna, piuttosto che guardare ai mali reali di questo paese. Vi ricordo, a tal proposito, che l’istituzione che più si sente colpita da questo tipo di insulti è la stessa che:
• sostiene che discriminare le persone omosessuali sia un diritto umano
• sostiene che non bisogna avallare la depenalizzazione dell’omosessualità nei paesi dove vige la pena di morte per tale “reato”
• invita, a Siracusa, per il 13 dicembre – festa patronale, Santa Lucia – un vescovo americano reo di aver coperto migliaia di casi di pedofilia negli Stati Uniti e per questo accolto a Roma da Karol Wojtyła (quello del santo subito, per intenderci) e promosso al rango cardinalizio.

Mi chiedo da chi si senta offeso Dio, al cospetto di certi fatti e se non siano certi atti a elogiare il disprezzo verso ciò che Egli dovrebbe rappresentare soprattutto per chi ci crede.

Per tale ragione, mi sono chiesto, sempre su Twitter, se dire “Dio prete” fosse altrettanto irriguardoso nei confronti di chi crede.

Mi ha risposto Ferrgiuu, che dichiara: «la bestemmia è qualcosa di strano, animali innocenti o parole normali sono l’inferno per alcuni, ci forniscano un decalogo».

Appunto, ci forniscano un decalogo: noi daremo loro un elenco di cose che non sono nemmeno umane.

Auguri stronzi 2011

Caro Dio, poiché l’anno scorso ho scritto a Babbo Natale e il 90% delle mie richieste è rimasto inevaso, mi affido direttamente a te. Adesso capisco pure che la crisi sarà giunta fino in Lapponia e Klauss avrà messo in cassa integrazione molti dei suoi piccoli elfi operai, però dico, che modi…

Bando alle ciance, comincio subito con la mia lista dei desideri. Il tutto rigorosamente random.

Facciamo che le cose buone del 2011 le lasci dove sono, perché è vero che siamo «nave sanza nocchiere in gran tempesta» e circondati da impetuosi oceani di merda, ma è vero anche che amici, piccole sorprese, l’affetto di chi ti vuol bene e pure qualche dignitosa scopata ti fan pur sorridere, di tanto in tanto. E non è poco, converrai.

La crisi, poi… non scadrò nella retorica di stocazzo, per cui “fa che finisca” e tutte quelle cose lì. Ma una cosa, una sola, ti chiedo di esaudirla. Fa che il più stronzo di coloro che hanno portato il mondo a questo stato di cose si ammali di prurito atomico alle palle e venga a sapere che la cura per la sua rarissima malattia era a buon punto, prima che i tagli agli atenei sospendessero la ricerca. Ecco, che se ne renda perfettamente conto.

Anch’io, come Monti, ti chiedo maggiore rigore, equità e sviluppo. E quindi, rispettivamente: che i politici riscoprano il senso di vergogna, la chiesa paghi le tasse e Marchionne vada definitivamente a fanculo.

Sempre a proposito di chiesa cattolica: ti prego, l’anno prossimo, ispira un po’ meglio il vescovo della mia città. Quest’anno infatti, per santa Lucia, ha invitato un cardinale accusato di aver coperto migliaia di crimini di pedofilia. Non vorrei che l’anno prossimo ci ritrovassimo Breivik a inneggiare alla santa.

E sempre a proposito di Vaticano, un pensiero va anche ai suoi diretti dipendenti: fa che Rosy Bindi diventi bella e intelligente in egual modo, così nessun premier potrà più prenderla per il culo, mentre Casini solo quest’ultima, perché bella lo è già. E se quando scrive la lista dei candidati da eleggere si facesse qualche scrupolo in più, ecco, magari ci risparmierebbe mafiosi al parlamento e al governo. Tu che puoi, fa il miracolo!

A proposito di miracoli: potresti portare persone normali dentro il movimento gay? No, perché a ben guardare, a volte sembra lo spin-off del video di Thriller di Michael Jackson. E, sai, vorrei arrivare a sposarmi prima di festeggiare la pensione (che visti i tempi, forse manco quella…).

Quest’anno, per altro, ho visto che ti sei impegnato a levar di torno certi simpaticoni della politica internazionale come Bin Laden, Gheddafi e pure il nord coreano, che non so come si scrive e mi secca cercare su Wikipedia. Ora, io apprezzo pure, metodi a parte, ma non è che potresti togliere un po’ di zella pure in Italia? No, perché non so se te ne sei accorto, ma cambiano i governi e quella non ha nemmeno la delicatezza di nascondersi sotto il tappeto.

Ancora, so che la battuta su Bindi “bella e intelligente” farà incazzare le femministe del pd e allora per par condicio ti chiedo che Berlusconi diventi alto e garbato, Angela Merkel magra e chiavabile – Sarkozy sta già con Carla Bruni per cui la grazia l’ha già avuta – e Ignazio La Russa cambi quella voce che lo rende l’equivalente maschile di Anna Finocchiaro. Di me, se ti rimane tempo, portati via la panza, che ormai ci faccio l’hula hoop.

E soprattutto, fa piovere ironia come fosse un secondo diluvio universale. Tanto tu sei esperto e, credimi, saper ridere di noi e della sfiga che ci mandi sarebbe già un buon inizio.

Sopra ogni cosa: opera in modo tale che i maya non ci abbiano capito una mazza di previsioni apocalittiche. Intesi?

Infine, giusto per fare uso criminoso e personalistico di blog pubblico, non ti chiedo un fidanzato, che quelli costano anche e poi fanno pure ingrassare, ma almeno un trombamico! Se poi è pure ricco, bello, intelligente, fico (tutte queste cose insieme, eh!) e decide di sposarmi, beh… non credo mi ribellerei al cospetto di tale gravoso fato.

E per il resto, tanti auguri e felice ogni cosa. Credo che ne avremo bisogno. Indistintamente.

8 dicembre: o del perché la Bibbia è un fantasy

Oggi è l’otto dicembre, o giorno dell’Immacolata Concezione.

Secondo la teologia cattolica, Maria venne concepita senza peccato originale, poiché destinata a esser la madre di Dio. A ben vedere, niente di più di una “fecondatio ad personam”.

Mi sono sempre chiesto, poi, come mai l’Onnipotente abbia deciso di salvare l’umanità tutta partendo dalle periferie del mondo. Avrebbe potuto scegliere una romana e facilitarsi il compito.

Ad ogni modo, Maria venne generata per essere l’incubatrice divina del futuro messia. Non chiese questo destino e, a leggere i Vangeli, le fu imposto pure di dare il nome scelto dall’alto a suo figlio. (Però poi ci lamentiamo dei talebani…)

Ovviamente, scherzi a parte, si capisce la natura intima della religione di Cristo solo se si comprende un’evidenza che a molti, tuttavia, sfugge. Il Dio degli ebrei era (e sostanzialmente resta) un piccolo dio locale di un popolo schiacciato tra tre imperi. Per sopravvivere e darsi coraggio il “popolo eletto” fu costretto a dotarsi di una divinità superiore alle altre. Una versione ante litteram dell’amichetto immaginario, in parole povere.

Poi, dopo Gesù, questo piccolo dio di provincia – certamente permaloso e anche un attimo isterico – si internazionalizza e la “bottega” si trasforma in multinazionale. Qualcuno parlerebbe di “effetto McDonald’s”.

Da tutto questo possiamo dedurre tre aspetti di una certa rilevanza antropologica.

1. Come tutti gli arricchiti, anche a Dio piace fare sfoggio. O non si spiegherebbe il Vaticano.

2. Il cristianesimo è ciò che succede quando prendi troppo sul serio un fantasy.

3. Dopo questo post il mio curriculum vitae, inviato tempo fa alle scuole ebraiche di Roma, non verrà mai preso in considerazione.

Converrete.