Del “servire” e altri mali contemporanei

renzismo: svolta buona o asservimento?

Non riesco a non pensare quanto questo capitalismo sia profondamente sbagliato. Non crea felicità, se non per pochi. E la massa degli/lle uguali è costretta a lavorare per mantenere se stessa in una sorta di asservimento al sistema, appena ammantata dall’illusione di essere liberi di scegliere per se stessi. Quando poi basta leggere un contratto di lavoro di un operaio metalmeccanico per capire che – se per mantenere il tuo posto in fabbrica sei costretto a turni alienanti e non hai nemmeno la possibilità di mangiare un panino e di andare in bagno – tutto questo è l’esatto opposto del concetto di felicità.

Credo, altresì, che una società che non fa nulla per eliminare le cause che rendono l’individuo afflitto e succube, meriti il sistema di sfruttamento che la conduce alla sudditanza (economica, culturale). Per tale ragione, aderire entusiasticamente alle scelte di questo o quel governo – traducendo: essere consustanziali al renzismo oggi, così come si era berlusconiani ieri – mi sembra la forma peggiore di “collaborazionismo” che un essere umano possa fare contro se stesso.

Il renzismo, erede edulcorato – e quindi ben peggiore – della menzogna politica del Cavaliere, ci obbliga ad accettare condizioni umilianti. Per capire cosa intendo, è illuminante ritornare sul lapsus che ieri, a Ballarò, il ministro Poletti ha proferito di fronte a milioni di elettori ed elettrici: parlando del jobs act lo ha definito con la perifrasi “contratti di tre anni a tempo indeterminato”. E certi errori dell’inconscio, si sa, nascondono le verità più recondite: in altre parole, si può essere precari per sempre. Ti assumono, ma con la possibilità di essere licenziati in qualsiasi momento. E il gioco riparte sempre uguale. Ciò ci rende ricattabili. Il ricatto. Questa è la felicità imposta dal sindaco di Firenze: un posto di lavoro a condizioni ai limiti della dignità umana, pochi spiccioli di stipendio e, come se non bastasse, l’obbligo di esser grati per tutto questo. Pena l’accostamento con qualche rapace notturno.

La sintesi mirabile di questa sudditanza culturale sta nella frase: «ringrazia che hai un lavoro». Il lavoro è un diritto, lo dice la nostra Costituzione. Un diritto a cui si accede in condizioni particolari, è ovvio: non posso fare il medico o l’avvocato se non ho le competenze. E in quanto diritto, si porta con sé doveri specifici, legati appunto al dovere di svolgerlo. È come se ogni volta che andassimo a votare, il presidente del seggio pretendesse riconoscenza per il nostro diritto alla democrazia. Giusto per capire l’imbecillità dell’enunciato. Su tale idiozia si basa l’intera narrazione renziana.

In tal senso, vedere orde di ventenni e di trentenni che fanno spallucce di fronte allo status quo che si sta profilando, mi indigna profondamente. Nessuno dovrebbe ringraziare chicchessia in nome della propria dignità. La dignità è un qualcosa che si deve pretendere, che gli altri hanno il dovere di rispettare a priori. Anni di battaglie, anche in quanto attivista LGBT, me lo hanno insegnato. Prestare il fianco a dichiarazioni quali «eh, ma c’è la crisi, cosa si può fare di più di quello che stanno facendo» e empietà similari, significa essere al servizio di una causa che arricchirà sempre i soliti (ig)noti al prezzo della nostra vita e del nostro lavoro. È il peggiore benaltrismo: quello che va contro i nostri sogni e il nostro futuro.

Non ringrazierò mai nessuno per il lavoro che faccio nel luogo in cui svolgo la mia professione. Per essere arrivato fin lì, ho studiato, mi sono specializzato, ho superato concorsi, esami, colloqui di lavoro. Per tutto questo posso solo prendere atto della mia professionalità. Ed è cosa ben diversa. E se qualcuno si stesse chiedendo se parlo dall’alto di qualche privilegio, ricordo che lavoro nel privato, posso essere mandato a casa in qualsiasi momento e sono un precario. Giusto per capire chi sta scrivendo queste parole.

Essere al servizio di chi ci vuole funzionali a un sistema sociale che fa vivere bene il potente e, a costi umani elevatissimi, consola il cittadino con elemosine eventuali – una per tutte: gli 80 euro – significa, appunto, servire una causa che ci rende infelici, non liberi/e. Una causa che abbassa i cittadini e le cittadine al rango di sudditi. E una persona siffatta, contenta di esser tale o non disposta a mettere in discussione lo stato delle cose, rientra nella categoria di coloro che io chiamo “servi”. Per cui, se poi vi chiamo così, non dovete arrabbiarvi. Siete voi che, non indignandovi, vi collocate automaticamente sotto tale etichetta.

Credo che un mondo migliore sia quello di una società civile – e non di un ceto di popolani – che esige il rispetto di leggi fondamentali: le stesse che ci vogliono uguali a prescindere da quello che siamo e destinati/e a un senso di dignità profonda per quello che può e deve essere il nostro ruolo dentro la collettività, lavoro incluso. Fuori da questi binari si è, appunto, indegni/e. Perché si serve una causa che non ci riguarda, ma che ci sfrutta. Questo, semplicemente, io penso. Poi ognuno faccia i conti con la propria coscienza.

Expo 2015 e froci del terzo millennio

polemicaHo espresso pubblicamente il mio sdegno, su Twitter, per la questione Expo – e il relativo patrocinio a un convegno omofobo, come denunciato da Gay.it – e mi sono sentito dire, nel giro di pochi minuti, che faccio “tipica polemica a senso unico di chi vede solo cospirazioni contro gli omosessuali”, che chi vuol andare a un convegno “pro famiglia” ha tutto il diritto di farlo (in nome della libertà d’espressione) e che “con voi attivisti gay è un’impresa parlare”.

L’oggetto del contendere è nato da un mio tweet: «a quanto pare l’ sponsorizza convegni omofobi. Pensavo di farci un salto, mi sa che cambio idea».

Quindi, ricapitolando: i soliti movimenti antigay hanno tutto il diritto, secondo certe persone, di poter diffondere il loro odio omofobico, in nome della libertà d’espressione. Se io dico, a titolo personale, che finché ci saranno certi patrocini – consapevoli o meno, poco mi importa – diserterò l’evento, sono un estremista, un individuo che vede cospirazioni ovunque, uno a cui piace far polemica, ecc.

Mi fa specie che il ragazzo in questione, che è gay, dia stessa cittadinanza sia agli incontri in cui si dice che l’omosessualità è una malattia da curare sia all’associazionismo LGBT, sempre in nome del cosiddetto libero pensiero. Come se la lotta per i diritti (anche suoi) e le solite fandonie e gli insulti contro la stessa vita delle persone LGBT fossero la stessa identica cosa.

Taccio sul fatto che si qualifichino certe iniziative come incontri “a sostegno della famiglia”, come se il termine fosse appannaggio di una parte e di una soltanto (quella vicina a personaggi come Adinolfi, Miriano, alla rivista Tempi, per intenderci).

Insomma, giovani froci del terzo millennio, ditemelo subito se è a questa umanità che sto sacrificando – dopo aver impegnato i miei venti e trent’anni – l’età matura della mia esistenza. Perché io a fare il gay da vetrina, tutto week end a Berlino e serate fighe nei locali di grido, non ci metto manco un minuto. Poi però quando tra qualche tempo verranno a sprangarvi perché vi tenete mano nella mano, come fate oggi (forse grazie a chi a venti e trent’anni si costruiva un’opinione critica sulle cose) non venite a piangere. Perché ve la sarete meritata tutta la merda che oggi difendete a spada tratta in nome di un pensiero che volete libero e che sta lavorando alacremente per relegarvi al rango di “invertiti”, in un momento storico in cui dovreste ambire ad essere società civile al cento per cento e a volere il massimo della dignità possibile, come minimo sindacale della vostra umanità. Sempre che la meritiate ancora, va da sé. Ma forse questo, appunto, non deve essere affar mio. Non più.

 

Cari froci e care lelle, un po’ di dignità per favore!

chi si ricorda più i moti di Stonewall?

Scrivevo ieri, nel mio post sul Fatto, che «il movimento LGBT si trova di fronte a un bivio: quello di accettare qualsiasi compromesso o fare i conti con un senso di dignità che dovrebbe essere trattato in modo diverso rispetto a una qualsiasi questione sindacale». In quell’articolo, per altro, metto in risalto alcuni aspetti problematici di quanto ci aspetta a settembre:

la legge, così com’è, verrà molto probabilmente azzoppata su temi caldissimi, come ha fatto notare Lucia Caponera di Arcilesbica, quali la stepchild adoption e la reversibilità della pensione. Altri, come Vincenzo Branà di Arcigay Bologna, hanno posto l’accento sui limiti che la legge, così com’è, presenta: l’adozione del figlio del partner garantirebbe prevalentemente quelle coppie che hanno i soldi per poter ricorrere alla surrogacy, per non parlare del rischio di “repentine retromarce”, speculare ai piccoli passi e sostanziale azzoppamento di un effettivo miglioramento per le condizioni di vita delle persone LGBT, come già successo per la legge Mancino che invece di essere estesa per i crimini di omo-transfobia ha limitato gli effetti anche per i reati su razzismo e antisemitismo.

Per il resto, faccio notare che il livello del dibattito dentro la gay community ha prodotto perle argomentative quali: “non si può dire di no a tutto, occorre accontentarsi dell’elemosina che ci concederanno, che è sempre meglio di niente”.

Le parole d’ordine sembrerebbero essere, quindi: “accontentarsi”, “elemosina”, “concessione” (variamente declinata). Quando occorrerebbe capire che nessuno, in democrazia – men che mai il Pd di Renzi – ha i titoli per concedere niente a chicchessia. E che ragionare in termini di carità eleva al rango di straccioni del diritto coloro che scomodano certe categorie lessicali.

Insomma, sarebbe anche ora, cari amici e care amiche, che cominciaste a percepirvi come individui, come soggetti giuridici, come parte di una cittadinanza attiva. E non come froci o lelle che non devono disturbare o che devo chiedere il permesso, e magari scusarsi, per vivere la propria vita, i propri affetti e la propria dignità. O il rischio apartheid c’è tutto. E se lo dice anche Certi Diritti – che non è certo un’organizzazione di estremisti – c’è da crederci.

AIDS: combattere il virus, non le persone

Oggi lo ricordiamo perché è l’uno dicembre, ma l’HIV si combatte tutto l’anno. E se volete sapere come, un valido aiuto può arrivare da Plus Onlus, un’associazione di persone LGBT sieropositive.

Grazie agli amici di Plus, che conosco da qualche anno ormai, ho imparato molte cose.

Innanzi tutto, va chiarito una volta per tutte che il nemico non è la persona sieropositiva. Il nemico è il virus. Ed è lì che bisogna concentrare le nostre risorse, le energie, la ricerca. Per anni ci siamo concentrati sull’alone viola, lo stigma che la società ha cucito addosso a chi ha contratto l’HIV. E questo lo ha reso più potente.

Da una parte perché le persone, per paura di scoprirsi sieropositive, non solo continuano nei comportamenti a rischio, facendo finta di nulla, ma evitano i controlli sanitari. Cuor che non vede… ma far finta di nulla non annienta il pericolo. Lo rende solo invisibile.

In secondo luogo perché la società bacchettona ha raccontato l’AIDS per molti anni come un male tipico della comunità gay. Questo porta moltissimi eterosessuali – a cominciare dalla quasi totalità di quelli che conosco io – a non usare il preservativo. E se lasci le porte spalancate, l’infezione può viaggiare indisturbata.

Ancora: non può e non deve esistere solo un approccio medicale alla questione. Perché è vero che le infezioni si combattono con i farmaci, ma i comportamenti sociali non li cambi a suon di pasticche. Ed è lì che bisogna intervenire, con una politica sanitaria nuova e inedita che in Italia – complice la matrice cattolica di una cultura che salva le apparenze ma uccide le persone – questa svolta non si è mai neppure tentata.

Plus invece ci prova. E i risultati non tardano ad arrivare. «Al congresso Simit di Milano è stato varato il nuovo “registro” interattivo messo a punto da tutte le persone coinvolte, a vario titolo, nella gestione dell’Hiv», si legge sul Corriere della Sera, un importante progetto nazionale sull’ottimizzazione della cura nel paziente hiv in cui l’associazione è stata coinvolta.

Per cui, da oggi:

• se non lo avete mai fatto, cominciate a comportarvi in modo intelligente
• fate il test, aiuterà a proteggere voi e chi vi sta accanto
• usate il preservativo, sempre e comunque, quando non si è sicuri della persona con cui si sta a letto
• se scoprite di essere sieropositivi, cominciate a capire che non è una colpa
• se scoprite di essere sieropositivi, sappiate che c’è chi può aiutarvi a vivere bene.

Se invece avete sempre fatto o pensato queste cose, vuol dire che siete persone in gamba. Se  siete arrivati tardi, non preoccupatevi: è sempre tempo per cominciare ad esserlo. Plus può dare a tutti e a tutte una mano in tal senso.

Due, tre pensieri sulla crisi di governo

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Ora non so se ve ne siete accorti, ma il sole è sorto anche senza i ministri del PdL al governo. Vorrà dire qualcosa? Buongiorno…

Ancora: secondo me Giorgio Napolitano è una delle vergogne di questo paese. E pazienza se qualcuno si offende.

Dulcis in fundo, adesso il Pd ha due strade: o ritrovare la dignità mai avuta, oppure supplicare Berlusconi per un ripensamento. Ma pare che siano già pronti i ceci. Rigorosamente crudi.

P.S.: ricordiamoci tutti e tutte che Scalfarotto, in nome delle larghe intese, ha sacrificato i diritti delle persone LGBT per tenersi buona questa gente.

O questo o niente: l’arroganza del Pd sui diritti ai gay

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Il problema della legge sull’omofobia, voluta così com’è dall’alleanza tra Scalfarotto e i teodem, non piace alla stragrande maggioranza delle realtà associative che operano sul versante dei diritti civili, siano esse gay o meno.

Scriverò in seguito le ragioni delle associazioni che l’hanno criticata. Qui oggi parlerò dell’atteggiamento diffuso tra non pochi militanti del Pd che di fronte alle critiche rispetto al ddl, rispondono piccati: “la legge è questa, sempre meglio di niente. Se non la volete peggio per voi”. Atteggiamento arrogante e discriminatorio, a mio parere.

Quello che sfugge, a certi signori di quel partito, è che noi persone LGBT non vogliamo essere trattate come straccioni a cui regalare abiti dismessi. Certo, meglio una coperta usata e usurata rispetto al niente: copre lo stesso dal freddo (anche se male). Ma la dignità va a farsi benedire.

L’intero iter della legge si è consumato su atti dequalificanti: rimandare la discussione all’infinito, cercare mediazioni al ribasso, sacrificare i diritti civili per le larghe intese (secondo quanto espresso dai relatori stessi) e il tutto perché sul piatto c’era una questione per “froci”.

Non mi risulta che quando venne varata la legge Mancino di cui si chiedeva e si chiede tuttora l’estensione, ci siano state queste levate di scudo sulla “tutela” della “libertà” di parola. Ciò è avvenuto adesso e con l’attuale provvedimento perché si parlava di proteggere le persone LGBT.

Il Pd ha operato come ha operato. Per arrivare, invece di avere una legge buona e dignitosa, all’ennesimo ricatto del “sempre meglio di niente”.

Mi chiedo: nell’ottica del militante medio del Partito democratico io, in quanto gay, devo subire ogni volta questa manfrina per cui non posso avere la certezza della pienezza del diritto in nome di urgenze maggiori che fanno decadere la mia dignità di persona omosessuale? Perché è su questo presupposto che quella legge è nata – ovvero: non si possono mettere a repentaglio le larghe intese per la questione omosessuale – ma tale presupposto è, appunto, discriminatorio!

Il resto lo rimando alle valutazioni di Arci, Magistratuta Democratica, l’associazione dei Giuristi per i diritti degli immigrati, ecc. Tutti concordi nel dire che la legge così com’è apre a razzismo e omofobia.

Poi se la si vuole osannare perché queste sono le direttive che provengono dall’apparato, chiunque è libero di farlo. Ma la gente non è poi così stupida come si crede nelle tristi segreterie del potere politico.

Antiomofobia: meglio una legge giusta che una cattiva legge

Stavo scrivendo un post sull’incontro, tra gli altri, con Ivan Scalfarotto alla Festa democratica del Pd Portuense di venerdì scorso, 6 settembre a Roma, in cui si è parlato di questione omosessuale e di legge contro l’omo-transfobia.

Mentre elaboravo ipotesi e opinioni, un grande senso di vuoto si è impadronito di me. Ripetere le stesse cose, di fronte a una legge assurda e figlia delle grandi intese, per cui per salvare Berlusconi, il suo partito e gli interessi di quella parte, si sacrificano – tra gli altri – i diritti delle persone LGBT. Per non parlare del salvacondotto dato a vescovi e cattolici che grazie a questa legge, così com’è concepita, potranno continuare a propagandare odio sociale contro le persone omosessuali, bisessuali e transessuali.

Purtroppo non c’è nessuna possibilità di confronto dialettico con questa gente. Queste persone vanno sconfitte sul piano politico. Sia i creatori della situazione istituzionale attuale, sia coloro che si sono ritrovati – forse impotenti – a dover subire diktat e imposizioni in merito, finendo, tuttavia, nelle maglie del collaborazionismo.

Mi limiterò a due soli constatazioni.

1. Molta gente voleva intervenire, alla fine del dibattito, ma i tempi stretti hanno impedito il confronto. Evidentemente le persone sono molto interessate all’argomento, più di quanto la politica sia disposta a credere.

2. Scalfarotto ha detto che con il solito mantra “meglio nessuna legge che una cattiva legge” non si è arrivati a nulla in Italia sul piano della questione LGBT. Affermazione interessante per almeno due ragioni. La prima, perché ha riconosciuto implicitamente che le leggi fino a ora proposte (i DiCo e la sua) sono non buone. La seconda, perché dimentica che proprio su certi temi a non far nulla sul piano politico è stata l’intera classe politica a cominciare dal suo partito. Non certo il movimento omosessuale che al contrario di quanto ha lasciato credere non ha mai oscillato tra il niente e lo pseudo-niente, ma ha sempre e solo chiesto provvedimenti veri, efficaci, rispettosi del concetto di dignità.

Le larghe intese, evidentemente, tengono Scalfarotto in ostaggio e questo dispiace. Perché in nome di privilegi di casta non si guarda agli interessi reali del paese, sebbene di una sua parte minoritaria. Ma sarebbe ora di guardare la cosa, forse, proprio da questa prospettiva, richiamare la politica alle sue responsabilità oggettive e smetterla di fare generalizzazioni che offendono ulteriormente un’intera comunità (quella gay, nella fattispecie) e il suo movimento politico di riferimento.

Noi non vogliamo “tutto o niente”. Come ha detto Daniele Viotti, uno dei relatori dell’incontro, il problema non è scegliere tra il meno peggio e il niente, preferendo quest’ultimo. Il meglio sarebbe, appunto, una buona legge. Un provvedimento giusto.

In altre parole: vogliamo la stessa dignità umana e parità giuridica di ogni altro/a cittadino/a.
La politica è andata in questa direzione, o ha cercato di disattendere questa domanda di democrazia da parte di una minoranza specifica?
Le leggi fino a ora presentate sono state considerate “cattive” per capriccio di una parte sociale precisa (la comunità LGBT) o forse perché lesive del concetto di eguaglianza?

Riflettiamo su queste domande e poi ognuno faccia i conti con la propria coscienza.

Contro il sacrificio (su scuola e dintorni)

Puntuale, come ogni anno, arrivano le chiamate dalle scuole. E come sempre – grazie ai tagli dei ministri dell’istruzione che hanno preceduto quella attuale, per la quale la scuola è niente più niente meno che un’entità degna al massimo di elemosina (si veda l’immagine, più in basso) – verrò costretto a lavorare alle scuole medie, dove la mia professionalità, ottenuta con un master e un dottorato, oltre che con una scuola di specializzazione abilitante, per cui ho fatto sborsare ai miei ben 2500 euro, verranno penalizzate per un tipo di lavoro che non mi realizza ma che devo accettare.

Mi si chiede: “perché devi accettarlo? Nessuno ti costringe”. Chi fa un’affermazione del genere è in malafede o non sa come funzionano le cose del mondo reale. Perché io non vivo a casa dei miei genitori e a fine mese devo pagare le bollette, mentre entro il cinque di ogni mese devo versare la mia quota di affitto per un appartamento che da solo mi costerebbe quanto quasi un intero stipendio.

Mi si dice: “anzi, dovresti ringraziare per il lavoro che hai”. E io penso che chi crede davvero una cosa siffatta non abbia ben chiaro il concetto di dignità, perché il lavoro per la nostra Costituzione è un diritto, non un dovere – infatti nessuno ti obbliga a lavorare per legge, ma devi appunto farlo e allora lo Stato garantisce questa condizione attraverso un insieme di tutele – e se passa questa filosofia che per qualsiasi cosa ci danno dobbiamo chinare il capo e rendere grazia, non stiamo facendo altro che permettere che un domani, proprio per questa condotta mentale, le condizioni lavorative diventino sempre peggiore: magari si verrà pure pagati di meno e sempre con minori garanzie. Ma vuoi mettere? È già tanto tutto il resto. Per voi, forse. Per me no.

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Mi si accusa: “sei infantile e non hai spirito di sacrificio”. Ebbene, io penso che il sacrificio sia una delle tante puttanate della cultura cristiana. La dignità si ottiene con la realizzazione, altrimenti è sopravvivenza fine a se stessa.

Ergo: se le condizioni saranno per me favorevoli, accetterò questo ennesimo incarico, visto che lo Stato mi mette con le spalle al muro. Dopo di che, se ulteriori opportunità lo consentiranno – perché in tutto questo sto cercando un piano di fuga – proseguirò per la mia strada. E senza dire grazie a nessuno. Cercherò di utilizzare il sistema, come lui cerca di sfruttare me. Ed è una lotta impari. Ma non è inducendo al silenzio chi si oppone a queste ingiustizie che si ottiene un miglioramento collettivo.

E ricordiamolo sempre: la prima forma di ribellione è sempre verbale. E sempre un no!, vibrante e ringhioso che diciamo a un super io collettivo che ci vuole remissivi.

Infine, giusto per esser chiari: io non considero il mestiere di insegnante alla scuola media come un lavoraccio di serie B. Anzi, ho stima profondissima per i miei colleghi e le mie colleghe che affrontano questo lavoro con professionalità e coraggio. Dico un’altra cosa: non è questo il mio percorso e sono costretto dai fatti e dalle contingenze a sottostare a uno stato di cose che mi rende non realizzato. Questo critico e lo farò sempre. Anche se qualcuno, forse incapace di fare i conti con la propria insoddisfazione, bollerà questa mia rabbia come immaturità e ingratitudine. Le mie ragioni, su questo, le ho già esposte e credo fermamente nella loro giustezza.

Pride 2013: orgoglio e libertà!

Ricomincia la stagione dei Pride italiani. Ogni anno sempre più città organizzano le marce della fierezza LGBT. Una manifestazione contestata, dal versante eterosessuale (parte di) perché “poco per bene” e da quello omosessuale (sempre una parte di) perché poco rassicurante.

Apro una parentesi su questo.

Ok, è vero: se andate ai pride qualche tetta e qualche muscolo unto lo potrete incontrare. Ma per ottenere lo stesso risultato vi basterà accendere la TV in qualsiasi ora del giorno o della notte, osservare cartelloni pubblicitari per strada, addirittura nelle pagine dei quotidiani. Di che vi lamentate, allora? Solo perché il corpo, in alcuni casi, investe una rivendicazione politica? O solo perché non tollerate un certo cattivo gusto? Libertà dovrebbe essere poter manifestare il proprio lato trash senza la pretesa (soprattutto se proiettata dall’esterno) di essere moralmente superiori agli altri.

Poi è singolare il fatto che questo tipo di critiche, quando ne parliamo, mi vengano da gay e lesbiche che magari ancora non lo hanno detto a casa o, addirittura, da chi sostiene che leggi antiomofobia non devono essere fatte e che gli omofobi hanno tutto il diritto di essere tali, sempre per la questione della libertà individuale. Per questa gente i fascistelli hanno tutto il diritto di menare il frocio, ma il frocio non può stare su un carro in mutande. Ragazzi/e, andate da uno bravo, ve lo dico col cuore. Magari la finirete di percepire voi stessi come persone a umanità limitata.

E chiudo qui la parentesi.

Parliamo del contesto storico. Media e politica si sono alleati: fioccano lettere strappacuore di presunti ragazzini problematici che dicono: ok, sono frocio, diritti ne voglio pochi, figli men che mai, purché mi lasciate vivere in santa pace. Repubblica pubblica, i parlamentari leggono e finalmente si convincono: avrete diritti, uguali a quelli del matrimonio, ma diversi da quelli del matrimonio. Quindi di meno, e figli men che mai. E ti viene da dire: ma tu guarda!

Quindi, ricapitolando: abbiamo una comunità LGBT che parte ancora dall’ABC, una classe politica che si riassume in due parole – governo e Letta – e una previsione di bilancio dei diritti di tipo segregazionista. Se tutto va bene, e quel se è grande quanto una galassia, avremo un istituto separato, a diritti ridotti, che non deve toccare la sacralità del matrimonio e ci farà entrare nel palazzo dell’eguaglianza come un parente di cui vergognarsi entrerebbe dalla porta di servizio. Per molti questo si chiama progresso e unica strada percorribile al momento. Per me tutto questo è uno schifo. Ma io sono io e, parafrasando il marchese del Grillo, non sono nemmeno un cazzo. Ergo, non posso fare altro che guardare a quella che sarà storia come il momento in cui la sinistra ha abdicato – tanto per cambiare – la destra è diventata frocia col culo degli altri – come sempre – e la comunità LGBT si sarà accontentata dell’elemosina. Poi però non lamentatevi se vi trattano da mendicanti. Ok?

Fine della polemica.

Riporto di seguito le date dei Pride italiani, ripresa da Queer BLog:

• 8 giugno: Torino (slogan: Ma tu quante famiglie conosci?)
• 15 giugno: Barletta, Roma (slogan: Roma città aperta) e Vicenza
• 22 giugno: Palermo – Pride Nazionale
• 29 giugno: Bologna, Cagliari, Catania, Milano, Napoli
• 6 luglio: Viareggio

Proprio perché il pride non è solo “esibizione” – e Dio, o chi per lui, benedica l’esibizione del sé, dal culo in poi – faccio notare che nella mia città la “festa dell’orgoglio” quest’anno sarà tematica. E si occuperà del problema della salute e delle persone HIV positive.

Si legge nel documento di quest’anno:

Parlare di corpi liberati e autodeterminati senza parlare di salute è come voler procedere su un carro privo di ruote. Un corpo liberato è un corpo non marginalizzato né discriminato non solo per il proprio orientamento sessuale, la propria identità di genere o il proprio genere, ma anche per la propria condizione di salute. Vogliamo e dobbiamo combattere giorno per giorno, attraverso le politiche della prevenzione, il fenomeno di HIV (nel territorio di Catania l’incidenza annua è di 3,2 nuovi casi di persone HIV+, su 100.000 abitanti), ma dobbiamo combattere anche l’esclusione, lo stigma e l’emarginazione sociale che le persone HIV+ subiscono anche all’interno della nostra comunità. Per questo, il Catania Pride 2013 – Festa dell’Orgoglio Omosessuale e Transessuale di quest’anno è promosso insieme a PLUS-onlus e a LILA Catania.

Adesso, per chi non lo sapesse, quando il dorato e incorrotto mondo eterosessuale si accorgeva del fenomeno dell’AIDS, liquidò la cosa come “peste gay”. L’allora ministro Donat Cattin evitò di affrontare la questione: «pubblicizzare l’uso del condom? Come fare la reclame al coito anale!”. Poi ci stupiamo ancora del perché del bunga bunga et similia…

Le prime forme di sensibilizzazione, le prime campagne di prevenzione – il lavoro “sporco” in altre parole – l’han portate avanti le associazioni LGBT. Se aspettavamo partiti e governo, sareste già ricoperti di pustole. Ricordatevelo sempre.

Bene, quest’anno a Catania, accanto a lustrini e coriandoli, si parlerà di salute. Non vi sembra una cosa fin troppo “seria”? A me tantissimo. Per questo credo che questo sforzo vada premiato e per tale ragione penso che la partecipazione dovrebbe essere massima.

Poi in Sicilia c’è pure il Pride Nazionale… ok, forse è un po’ tardi scriverlo ora, ma potete pensare di fare due week end di fila nella nostra bella isola. 22 e 29 giugno. Tutta vita, eh! In ogni senso.

E buon pride, a tutti a tutte. Anche a chi non ci viene. Stiamo comunque lavorando per voi. Per avere una società meno ipocrita e più libera. Adesso non potete saperlo, ma se vinciamo noi un giorno ci ringrazierete. Se invece no, continuerete a lamentarvi. Senza nemmeno sapere il perché. Noi, per metterci al sicuro, continueremo a lavorare. Per noi, per voi. Per tutti e tutte.

Sulle unioni civili ci prenderanno per fame

famigliagay.jepAncora sulle unioni civili e al mio articolo precedente.

Leggo risposte e commenti, su Facebook, come questo: «a me hanno insegnato che piuttosto che niente è meglio piuttosto!».

Ok, ci prenderanno per fame. Piuttosto che niente, meglio qualcosa che assomiglia a un pranzo di nozze. Peccato che già solo questo modo di pensare sia indignitoso per cittadini/e a pieno titolo. Uguaglianza vuol dire essere uguali in tutto. Se si è “meno uguali” significa che si è diversi. E la cosa grave non è la politica, incapace e ladra di dignità, ma chi tra voi applaude all’elemosina che stanno pensando per dare un nome alla vostra esistenza affamata.