Essere umani al 100%

La campagna di promozione per il prossimo Pride nazionale, che si terrà a Bologna nella settimana del 9 giugno, riporta l’immagine di Rosa Parks.

Il manifesto lancia lo slogan “tutto comincia con l’orgoglio” e quindi ci ricorda chi era quella donna, che nel 1955 osò sfidare l’obbligo di cedere, in autobus, il suo posto a un bianco, come prevedeva la legge (atto che le costò la prigione). Rosa Parks, infatti, disse no e non lo disse tanto a un uomo la cui pelle era diversa dalla sua, bensì rifiutò di perorare, con il suo assenso, una discriminazione.

Perché molto spesso è così che le ingiustizie trionfano sulle e nelle nostre quotidianità. Facendo finta di nulla. Lasciando che accadano.

Ricordo, ancora, che il movimento nero, in America, non si accontentò di mediazioni sul concetto di eguaglianza. I neri, a un certo punto, decisero che erano persone al 100%. Esseri umani al 100%. E se si è tali, si devono avere tutti i diritti, a parità di doveri. Non si accontentarono di sedersi nei posti riservati ai bianchi solo per poche ore al giorno, per intenderci, con qualcuno che diceva loro “è già qualcosa”. Vollero tutto e lo ottennero.

La stessa cosa dovrebbe valere con le rivendicazioni del popolo arcobaleno: se siamo esseri umani, abbiamo diritto ad accedere a quegli istituti che valgono per tutti e per tutte. A cominciare dal matrimonio. Ogni mediazione in tal senso va vista come un esercizio limitato di umanità, nello stesso modo in cui inorridiremmo se dicessero che due neri o due ebrei non possono sposarsi, ma solo pacsarsi o avere diritti individuali senza che venga riconosciuta la coppia (i DiCo, per intenderci).

Essere umani al 100% significa, in altri termini, pretendere che non vi siano più sedili per bianchi o istituti giuridici riservati alle maggioranze. E fino a quando non diremo no all’ennesima discriminazione non saremo poi così diversi da chi ha portato Rosa Parks in galera, solo perché si era ribellata a un’ingiustizia.

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Oggi su Gay’s Anatomy: Ma il matrimonio gay fa bene ai diritti, tutti!

Molto spesso, anche tra i miei amici, sento affermazioni come questa: «non ho niente contro i matrimoni gay, ma la priorità è il lavoro…». Affermazione che ha radici antiche: all’indomani del fallimento sui DiCo molti esponenti dell’allora maggioranza di centro-sinistra giustificarono così la loro ignavia in merito al tema dei diritti civili.

Ma siamo proprio sicuri che esista una gerarchia di importanza tra diritti sociali e diritti civili? O è solo una scusa da parte della politica per non fare niente in direzione di una maggiore equità?

Per altro, è facile dimostrare che una società più garantita, dando maggiori diritti alle minoranze, è una società più forte. Anche in economia. Come? Scoprilo su Gay’s Anatomy di oggi!

Matrimoni gay: Bindi bugiarda, come Alfano

Rosy Bindi non ce la fa a non essere omofoba e bugiarda. È più forte di lei, un connotato specifico della sua natura politica. A Sky, che l’ha intervistata sulle parole del segretario del PdL, ha così risposto:

La famiglia fondata sul matrimonio ha la priorità, lo dice la Costituzione, ma il Pd non ignorerà i diritti di tutti. Il matrimonio però è solo eterosessuale, è un punto molto fermo.

La signora in questione è omofoba perché sottolinea una doppia  discriminazione: le coppie sposate saranno avvantaggiate su tutte le altre, alle quali invece sarà impedito di unirsi in matrimonio.

È bugiarda perché la Costituzione non fa graduatorie di importanza tra coppie sposate e coppie non sposate, anche perché i padri costituenti non prevedevano le unioni di fatto. E la Corte Costituzionale, per altro, ha dato legittimità e rilevanza giuridica anche a queste ultime, indicando al parlamento la strada per il pieno riconoscimento legale di esse.

Adesso, che certi cattolici odino i gay rientra nella natura delle cose. Che siano anche bugiardi, dovrebbe essere peccato. Ma questo è un problema della sua coscienza, umana e spirituale.

La cosa che, invece, mi stupisce non è che Bindi sia tornata alla carica nel manifestare a se stessa, al suo partito, ai suoi mandanti politici e al paese tutto di essere della medesima pasta di un Alfano qualsiasi. Mi basisce lo stupore di amici, amiche e conoscenti.

Sapevamo tutti chi era questa signora, dai tempi dei DiCo. Sapevamo che ha costruito una legge, per fortuna mai approvata, che creava un regime di apartheid giuridicoper le famiglie gay e lesbiche, sancendo per legge differenze e discriminazioni. Questa è Rosy Bindi.

Per altro, io ho condiviso lo sdegno per le affermazioni precedenti di Giovanardi e del “delfino” di Berlusconi da parte di diversi esponenti politici e di militanti del Partito Democratico. È importante capire che la presidente del PD non è però poi tanto lontana, culturalmente parlando, rispetto a quei due signori. Semplicemente è solo meno volgare, ma il senso di nausea che lasciano le sue dichiarazioni è identico.

Sarebbe il caso che quegli stessi esponenti e militanti del PD – ormai sempre più vicino alle peggiori destre d’Europa in fatto di diritti civili – scatenassero lo stesso muro di fuoco di indignazione riservato agli esponenti del PdL. Per una questione di coerenza e di credibilità. E per quel minimo sindacale di amor proprio verso se stessi.

L’ombra della morale cristiana sulle coppie di fatto

La notizia è di qualche giorno fa. Paolo Urso, vescovo di Ragusa, “apre” alle coppie gay. Con tutta una serie di distinguo che in un paese normale verrebbero bollati come omofobe e offensive, mentre in Italia vengono scambiate per fervente illuminismo.

Innanzi tutto, la convivenza viene considerata «un elemento di poca sicurezza», se paragonata al matrimonio soprattutto, unico legame che garantirebbe – ma i fatti smentiscono il vescovo – una maggiore solidità affettiva e relazionale.

Prosegue poi dichiarando:

Quando due persone decidono, anche se sono dello stesso sesso, di vivere insieme, è importante che lo Stato riconosca questo stato di fatto. Che va chiamato con un nome diverso dal matrimonio, altrimenti non ci intendiamo.

Si noti l’elemento discriminatorio: lo Stato, per gentile concessione del porporato, può riconoscere dei diritti alle coppie di gay e di lesbiche, purché siano diritti azzoppati, inerenti a un istituto giuridico che deve essere diverso dal matrimonio.

Ancora:

Uno Stato laico come il nostro non può ignorare il fenomeno delle convivenze, deve muoversi e definire diritti e doveri per i partner. Poi la valutazione morale spetterà ad altri […] la Chiesa fa le sue valutazioni, ma ciò non toglie che deve sempre essere una casa dalle porte aperte, anche per i gay e le lesbiche. Non va confuso il peccato con il peccatore.

In buona sostanza, alla chiesa cattolica viene affidata l’autorità di giudicare l’azione dello Stato, la moralità dei suoi cittadini, la facoltà di decidere che un gay, per quanto tenutario di diritti ridotti, rimane comunque un peccatore.

Il vescovo di Ragusa in realtà – riproponendo la filosofia giuridica che ispirò i DiCo – delinea ancora una volta la superiorità della chiesa sullo Stato. La morale della favola è elementare. Le istituzioni facciano quello che vogliono, alla fine, a decidere tra bene e male saranno sempre loro: i preti.

Temo, per altro, che queste dichiarazioni siano il trailer di un film già visto – la legislazione cattolica del pd in merito alle coppie di fatto, ovvero leggi discriminatorie e inefficaci sul piano della tutela giuridica – nel quadro di un cambiamento di rotta politica, qualora dovesse mutare la geografia politica del paese.

Lo scopo? Gettare anche sulle coppie gay e lesbiche l’ombra dell’etica cristiana, in vista di un loro riconoscimento. Controllare, in altri termini, le scelte di vita di un intero tessuto sociale che al momento, seguendo scelte di vita precise, si pone di fatto al di fuori del magistero ecclesiastico.

Un progetto culturale che ha radici lontane e che risalgono proprio al disegno di legge presentato, nel 2007, dall’ala pseudo-solidale e concretamente omofoba, rappresentata da Rosy Bindi, di quello che sarebbe stato il partito democratico.

A questo progetto – inaccettabile e offensivo, oggi come allora – occorre ribellarsi con ogni energia.

Nasce Equality Italia. Ma ce n’era bisogno?

Non so voi, ma io mi chiedo sinceramente a che pro far nascere Equality Italia quando esistono già altre associazioni di respiro nazionale e visto che buona parte del suo gruppo dirigente proviene dalle file di Arcigay e del partito democratico.

Così com’è impostata adesso sembra un tentativo da parte dei rappresentanti della mozione uscita sconfitta dal precedente congresso di Arcigay di ricrearsi un ambito politico d’azione che non debba dar conto alla nuova dirigenza Patanè.

Non vorrei, per altro, che i timori di Giovanni Dall’Orto si rivelassero fondati: creare cioè una sponda da dare al pd per giustificare una piattaforma politica ultra-moderata che prevederà una legislazione inadeguata e limitata a disegni di legge come quelli dei DiCo.

D’altro canto, dentro questa nuova realtà associativa trovo nomi di persone egregie, cosa che mi spinge ad augurare loro la riuscita di un percorso politico proficuo verso la realizzazione della piena uguaglianza delle persone GLBT e di altre categorie discriminate, secondo quella che è la mission di Equality.

Per cui, per ora, non resta che augurare un buon lavoro agli amici e alle amiche di questa nuova realtà. Per la valutazione dei risultati dovremo aspettare ancora un po’, invece.

Wikipedia fa dell’omofoba Bindi una paladina dei gay

Tempo fa leggevo la pagina di Wikipedia su Rosy Bindi. Alla voce “Biografia politica” mi sono imbattuto in queste affermazioni:

Il suo nome è legato al disegno di legge sui DICO, i diritti e doveri delle convivenze, per il quale ha ricevuto aspre critiche dalla maggior parte del mondo ecclesiale e da molte associazioni cattoliche, ma al contempo anche molti consensi da parte di associazioni laiche come l’UAAR e l’Arcigay.

Va da sé che ci troviamo di fronte a palesi inesattezze. Le maggiori associazioni italiane GLBT considerarono il progetto dei DiCo come una leggina iniqua e per di più offensiva per migliaia di coppie di fatto.

Ho ritenuto opportuno cambiare quella parte della biografia, per altro non suffragata da nessuna fonte, in modo seguente:

Il suo nome è legato al disegno di legge sui DICO, i diritti e doveri delle convivenze, per il quale ha ricevuto aspre critiche dalla maggior parte del mondo ecclesiale e da molte associazioni cattoliche e, sempre sul versante dei diritti dei gay, anche da diverse sigle del movimento omosessuale italiano, a causa di un disegno di legge ritenuto estremamente blando e per alcune dichiarazioni ritenute offensive contro le famiglie gay, come quando affermò: «Non sarei mai favorevole al riconoscimento del matrimonio fra omosessuali: non si possono creare in laboratorio dei disadattati. E’ meglio che un bambino cresca in Africa.»

Qualsiasi persona di buon senso e intellettualmente onesta si riconoscerebbe maggiormente in questo tipo di affermazione, piuttosto che quella precedente.

Si dà il caso, tuttavia, che qualche solerte piddino ha cancellato le mie precisazioni per tornare al vecchio testo, in cui si descrive la presidente del pd – palesemente omofoba e contraria al riconoscimento reale dei diritti delle persone GLBT – come una paladina dei gay.

Or bene, poiché il precariato mi lascia molto tempo libero, ho deciso che correggerò quel testo ogni qual volta quel solerte piddino (rigorosamente anonimo) continuerà a diffondere menzogne.

Fine vita e voto cattolico: vivi per forza

(Josef Mengele)

Mi stupisce sempre vedere la doppia morale dei nostri parlamentari. Siamo di fronte all’allarme rosso: la disoccupazione galoppante, il potere d’acquisto degli italiani sempre più alle corde, la situazione finanziaria pronta ad esplodere, la scarsa credibilità etica di un governo più presente nelle aule dei tribunali che nei consessi internazionali. Eccetera.

Di fronte a tutto questo i nostri rappresentanti trovano il tempo di leggi ulteriormente liberticide – sulla scia della legge 40 – come quella appena approvata sul (mancato) trattamento di fine vita.

Curioso, se facciamo attenzione, per tutta una serie di ragioni.

In tempi meno critici, infatti, cioè nel biennio 2006-2008, la questione omosessuale veniva bollata come secondaria, non prioritaria rispetto ai temi dell’economia. Di PaCS e unioni civili era meglio non parlarne, per riprendere l’argomento dopo la soluzione di urgenze maggiori quali appunto la mancanza di lavoro, la crisi, lo scioglimento dei poli e qualsiasi meteorite diretto sul pianeta Terra da allora ai successivi mille anni.

Adesso che tutto brucia e rischia di essere ridotto in cenere, e sto parlando del mondo occidentale così come lo conosciamo, il tandem Binetti-Gasparri, con la complicità di tutto il centro-destra e col finto scandalo dei cattolici del partito democratico, trova il tempo di creare una legge che vieta, di fatto, il testamento biologico.

La legge appena varata, in altre parole, non tiene conto delle volontà del paziente. Scrivere il proprio testamento biologico sarà un esercizio letterario, in punto di morte, ma l’ultima parola sarà data al medico che potrà decidere di non tener conto, appunto, del volere del malato.

Idratazione e alimentazione saranno obbligatorie, a discapito del dolore fisico che sondini e apparati medici provocheranno a chi, nella fase finale della propria esistenza, magari vorrebbe decidere altrimenti.

Qualificante, a tal proposito, l’intervento di Paola Binetti, a cui si deve un grazioso emendamento:

L’alimentazione e l’idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, devono essere mantenute fino al termine della vita, a eccezione del caso in cui le medesime risultino non più efficaci nel fornire al paziente in fase terminale i fattori nutrizionali necessari alle funzioni fisiologiche essenziali del corpo. Esse non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento

In pratica: si potrà sospendere l’alimentazione solo a certe tipologie di malati di cancro allo stomaco o all’intestino. Tutti gli altri verranno nutriti e idratati contro voglia e con molto dolore. Alla cattolica Binetti – creata dal trasformista Rutelli e voluta fortemente dal democratico Veltroni, eletta con i voti degli ex PCI-PDS-DS e poi, con quei voti, confluita in un partito cattolico-integralista quale l’UdC – nulla importa della sofferenza umana.

Ma stiamo parlando di chi per dare un senso alla propria esistenza si infligge punizioni corporali. Una persona, in altre parole, che tutti vorremmo in casa nostra a dispensare consigli su come vivere, su come esercitare la nostra sessualità ed educare i nostri figli. Sarete sicuramente d’accordo con me.

Questa legge, infine, rischia di seguire lo stesso decorso della legge 40 sulla maternità assistita. Prima al vaglio delle urne, col referendum abrogativo – e domani come allora di certo la chiesa pretenderà di avere l’ultima parola in merito – quindi nelle aule dei tribunali dove basterà una diffida del paziente a fermare la mano di medici fin troppo pietosi e altrettanto spietati.

Da qui ad allora scorrerà molto sangue invisibile, quello di chi, in punto di morte, non avrà la sufficiente forza di ribellarsi e nemmeno il diritto di morire in pace. Ma alla Binetti, al suo partito di cattolici iraniani, alla destra di governo e ai mandanti politici di questa legge criminale cosa può mai importare? I fatti rispondono egregiamente a questa domanda.

Unioni di fatto e pd: i nodi vengono al pettine

La notizia è di qualche giorno fa. Alla riunione della Commissione Diritti, voluta da Bersani per affrontare il tema delle unioni civili, sempre estromesso dalle assemblee nazionali, sono volate scintille tra la deputata Concia e la presidente Bindi.

Al di là delle varie illazioni che si sono lette su giornali on line (di destra) e blog (anche di sinistra) – tra tutti il più tragicomico è Daw, implacabile con il pd quanto benevolo e scodinzolante con Berlusconi, nonostante questo riduca anche lui, con le sue dichiarazioni, al rango di “frocio” – il dato politico che emerge è l’ennesima spaccatura del partito su una questione fondamentale: il riconoscimento delle coppie di fatto.

Le scuole di pensiero sono due.

Quella dell’area mariniana che vuole un istituto giuridico equivalente al matrimonio, con possibile accordo sul PaCS alla francese.

E quella dell’area omofoba, che non vuole nessun riconoscimento, ma solo la possibilità di accedere a diritti generici che non solo non risolvono il problema, ma lo complicano.

In commissione si scontrano, perciò, due culture: chi vuole colmare il vuoto giuridico (Marino & Co.) e chi, riproponendo i DiCo, vuole istituzionalizzare un regime di apartheid per le coppie di fatto.

Se i DiCo passassero, infatti, si approverebbe una legge che prevede discriminazioni per le persone che decidono di non sposarsi (coppie etero) e per chi non ha la possibilità di farlo poiché gli viene impedito (coppie gay).

La scelta sul modello da proporre che ne verrà fuori dovrebbe, al contrario, prevedere alcuni principi in nome dell’uguaglianza giuridica e non, come prevede il disegno bindiano, della disparità di trattamento.

Tra tutti, il riconoscimento giuridico e pubblico della coppia. Entrambi si va in comune e si registra il patto di convivenza.

Questo patto deve contenere diritti e doveri in tutto uguali a quelli goduti e previsti dalle coppie sposate in materia successoria fiscale ed assistenziale. Forse non tutti. Ma comunque uguali. Nell’attesa, va da sé, di allargare la sfera dei diritti a ogni ambito previsto dal matrimonio. Nome incluso.

La filosofia che dovrebbe animare il dibattito è quella che prevede una normativa per tutelare delle scelte e dei percorsi affettivi. Se tutti siamo capaci di provare sentimenti, se la natura dei sentimenti che uniscono le persone è unica – la Bindi dovrebbe sapere, almeno per sentito dire, che si sta parlando di amore – le tutele per quei progetti di vita devono essere equivalenti, qualora non le stesse. In nome di almeno due articoli della Costituzione: il 2 e il 3. Mettiamoci pure la recente sentenza della Corte Costituzionale, che prevede il riconoscimento delle coppie e non dei diritti dei singoli conviventi, formula priva di ogni significato e offensiva dell’intelligenza di tutti e tutte noi.

Bisognerebbe, infine, far capire che nessuno vuole arrivare all’istituzionalizzazione di un peccato. Il peccato, per altro, in termini giuridici non esiste nemmeno. Almeno in un paese laico. Si sta parlando di vite umane, delle loro speranze, della sofferenza a cui si va incontro di fronte a un vuoto giuridico.

Il percorso dentro la Commissione Diritti del pd è in salita è piena di rischi e pericoli. Temo che ci sia ogni volontà di non arrivare a una “mediazione” – poi ci dovrebbero spiegare cosa c’è da mediare tra chi vuole giustizia sociale e chi non la vuole – da parte delle solite forze, retrive e conservatrici ben presenti dentro il partito democratico.

Non cedere alle provocazioni, presentare un modello giuridico chiaro e forte, mettere di fronte alle proprie contraddizioni i fautori della diseguaglianza, essere fermi nelle proprie idee e nei propri ideali avendo come faro la soluzione a un problema concreto. Credo che la strada maestra sia questa.

I mariniani, Paola Concia e quei militanti, dentro il pd, anche cattolici, che agiscono dentro la Costituzione e in nome dell’equità sociale sono nel giusto. Bisogna dar forza a queste persone, attraverso il nostro appoggio concreto, politico e morale. Perché è vero che è una questione interna del pd, ma riguarda la vita di tutti/e noi, anche di chi non voterà mai quella forza politica.

Mirafiori come i DiCo: in arrivo il massacro sociale

Ricapitolando.

Il referendum della Fiat ha così decretato: i colletti bianchi, quelli che stanno comodamente seduti sulle loro scrivanie, hanno deciso che gli operai, in catena di montaggio, non avranno più nemmeno il diritto di andare a pisciare, se non una volta ogni otto ore, prima o dopo il turno.

Marchionne adesso potrà licenziare chi vuol scioperare.

E se hai un parente invalido, non puoi più usufruire di apposita legge che ti permette di stargli accanto.

Per i miei amici del partito democratico questo risultato è un successo strepitoso.
Per Chiamparino, uomo sempre più di destra, Marchionne va beatificato.
Fassino, invece, adesso invita l’amministratore delegato della Fiat a rispettare gli impegni presi. Non pensavo fosse richiesto il massimo impegno ai lavoratori e un margine di discrezionalità, allargato al mancato accordo degli accordi, da parte del capo.

Non per niente siamo in Italia.

Mi spaventano molto il silenzio e la timidezza della nostra politica in merito a tale questione. La sinistra non ha saputo prospettare una soluzione alternativa che prendesse le parti della gente che lavora. In molti hanno solo saputo dar ragione al più forte, nel migliore dei casi. Il resto è solo ignavia.

Adesso comincerà il massacro sociale. Distrutti i diritti degli operai, sarà la volta di tutti gli altri.

Mi ricorda i tempi dei DiCo. Un gestando pd fingeva di prendere le parti della comunità gay, nel disinteresse collettivo dell’Unione e nella piena ostilità dei soliti cattolici. Lo stesso partito, invece di prendere le parti dei più deboli, con una legge reale, invitava ad accontentarsi delle briciole, da ottenere in cambio della dignità delle persone, delle situazioni, degli affetti.

La politica quindi si disinteressò della legge, lasciando che le cose seguissero il loro corso. L’aggressività dei più forti – chiesa, destra, cattolici della maggioranza – fece fallire ogni cosa. E qualche tempo dopo fu la volta del testamento biologico, con il caso Englaro.

La storia, temo, si ripeterà. Coi cattivi che recitano bene il loro ruolo. E i buoni che si accontentano del nulla, in cambio dell’umanità di chi dovrebbero difendere senza nemmeno provarci.

Assemblea del pd: Bersani dimentica i diritti dei gay

Nulla di buono promette l’Assemblea Nazionale del partito democratico, che si è svolta in questi giorni a Varese, sul tema di argomenti fondamentali quali coppie di fatto, testamento biologico e nucleare.

Un’assemblea che ha avuto il tempo di parlare di vari temi: scuola, agricoltura, federalismo, convivenza civica, piccole e medie imprese, mobilità. Non una parola, invece, sui diritti delle unioni gay, sulle convivenze, sul fine vita e sull’ecologia.

A dire il vero il gruppo “gaydem” del partito, quello che rappresentato da Paola Concia e da altri ancora, aveva “presentato un Ordine del Giorno all’Assemblea sulle unioni civili per le coppie gay, che impegnasse il Partito a sostenere le proposte di legge presenti in Parlamento”, come si legge sul blog di Ivan Scalfarotto. Allo stesso tempo, i mariniani hanno presentato un altro OdG sul nucleare e sul testamento biologico.

Il pd, com’è sua abitudine, ha fatto ritirare le proposte dei mariniani e dei gaydem bollandole come “temi difficili”, che avrebbero potuto spaccare il partito. Un partito, evidentemente, in cui c’è una componente di peso contraria alla felicità delle famiglie GLBT, alla dignità della vita di chi decide di non voler morire in stato vegetativo, alle energie pulite e rinnovabili.

La mediazione al ribasso a cui si è giunti, perché il pd in questo è maestro, prevedeva che “Bersani avrebbe citato tutti questi punti nella sua replica” e che si sarebbe rimandata “la discussione alla prossima assemblea di dicembre a Napoli”.

Poi, come sempre ci insegna la storia del partito democratico, dalla mediazione al ribasso si è passati al nulla:

Il problema è stato che Bersani ha dimenticato (sarei tentato da usare delle virgolette, ma lascio stare) di citare la cosa.

Un copione già visto, dai tempi dei PaCS, poi diventati DiCo (la mediazione al ribasso della proposta Grillini, sicuramente migliore), poi divenuti il nulla. Trafila che il partito di Bersani segue per tutti quei temi che non si vuole affrontare.

Lo si è visto, per altro, a ottobre dell’anno scorso quando la proposta di Paola Concia sulla legge contro l’omofobia, che poi è una semplice aggravante generica su reati già esistenti (mediazione al ribasso sull’estensione della legge Mancino ai reati di omofobia e transfobia) ha prodotto l’ennesimo nulla di fatto.

La domanda da porsi adesso è la seguente: forse che la strada di mediare su ogni cosa, puntando al minimo, sia di comprovata inadeguatezza?

Concludo queste mie riflessioni ricordando Rosa Parks, la donna che nell’America segregazionista disobbedì alla legge che vietava ai neri di usufruire dei sedili per i bianchi negli autobus. Le rivendicazioni della Parks non erano parziali (come i DiCo) e non si basavano sull’idea di avere qualcosa rispetto al nulla. C’era un’ingiustizia e andava eliminata. Rosa Parks non chiedeva di sedersi in autobus dopo una certa ora, o per un tempo inferiore rispetto a quello dei bianchi. Voleva quel diritto, puro e semplice. La storia ci insegna che la determinazione di quella donna ha avuto la meglio. Nessuna mediazione al ribasso.

Forse sarebbe il caso che anche gli amici gay e gay-friendly del partito democratico se ne rendessero conto. Anche se questo significa dire di no a qualcuno. Un qualcuno che, allo stato attuale, è uguale a chi negli anni cinquanta vedeva i neri come persone di serie B e che adesso ha voce in capitolo dentro il partito democratico.