Perché la famiglia cattolica ha bisogno dell’odio?

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“Cesso di pseudo-donna infame, pettena franxe (lesbica in senso dispregiativo), schifo, camionista, spero che in coda non ci siano troppi zingari prima di me, se arriviamo in consiglio finisce male.”

Amorevoli parole che la consigliera del comune di Venezia, Camilla Seibezzi, ha dovuto leggere sul profilo Facebook di un suo “collega” di Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, non nuovo a questo di aggressioni verbali ai danni delle persone LGBT.

Ma la cosa ancora più grave è che mentre elencava gli insulti rivolti alla sua persona, solo perché donna omosessuale, il presidente del consiglio comunale l’ha stoppata. Seibezzi, per protesta, ha lasciato l’aula. Tutto questo accadeva durante la commemorazione del presidente Mandela, da cui evidentemente il centro-sinistra (e men che mai la destra becera) nulla ha imparato. Solidarietà umana e politica alla consigliera, “rea” di voler vivere la sua vita nella dimensione della dignità umana.

Ma non è tutto.

Al Parlamento Europeo si discuteva, in questi giorni, di approvare una risoluzione che chiedeva il diritto all’interruzione di gravidanza in luoghi pubblici e clinicamente sicuri (ovvero, strutture ospedaliere dove vengono rispettati gli standard igienici).

Questo provvedimento non era voluto per incrementare le pratiche abortive, ma perché anche grazie alle politiche restrittive delle destre in vari paesi, sta aumentando l’aborto clandestino.

Indovinate chi ha fatto fallire la cosa, mandando in minoranza la risoluzione? I cattolici del Pd, un drappello di integralisti religiosi capitanati da elementi quali Patrizia Toia, Silvia Costa e Vittorio Prodi. Grazie a questa gente, adesso migliaia di donne in Europa non avranno il diritto all’assistenza garantita per legge a livello comunitario. Ciò significa che si incrementeranno le pratiche clandestine, soprattutto laddove vi sono forti concentrazioni di donne migranti.

Il provvedimento, tra l’altro, rischiava di aprire secondo questi signori alla fecondazione per le donne omosessuali. E si sa, quando c’è da difendere la norma eterosessista (e di fare un dispetto a gay e lesbiche) cattolici e destre becere sono sempre in prima linea.

Peccato che il “rispetto” per la “vita” di questa gente non coincida col rispetto per la vita di milioni di persone. E chissà perché, dentro certi ambienti clerico-conservatori, si sente l’esigenza di insultare le persone LGBT e di mandare le donne dai macellai per tutelare famiglie che mai accederebbero a certe pratiche di civiltà.

Chissà perché l’alleanza di cattolici e fascisti ha bisogno dell’odio verso donne e omosessuali per portare avanti le proprie istanze.

E chissà che Renzi, nuovo segretario del Pd, non metta fine anche alle carriere politiche di chi, a Strasburgo, lavora in direzione dell’odio.

Legge anti-omofobia e arance per l’UdC

Mentre ieri il mondo diveniva un luogo più salubre per i diritti di cittadinanza delle minoranze, l’Italia decideva di rotolarsi nel fango  del pregiudizio e dell’omofobia respingendo, in Commissione Giustizia, una proposta di legge per estendere ai reati di omofobia e transfobia la legge Mancino.

Attori di questo ennesimo schiaffo alla democrazia, i soliti partiti clericali e criptofascisti che rispondono ai nomi di UdC, Lega Nord e PdL.

È chiaro, e dovrebbe esserlo anche agli amici e alle amiche del Partito democratico, che non ci sono possibilità di mediazione e di rapporti politici con certi discutibili personaggi, che per altro tramano apertamente perché il centro-sinistra non torni a governare il paese.

Credo che sia evidente che l’unico rapporto che il Pd dovrebbe avere con l’UdC di Casini è quello pertinente all’orario di visita dei detenuti carcerari, per portar le arance ai vari deputati che Pierferdinando ha fatto eleggere e che sono finiti o finiranno in prigione.

Lo capissero anche Bersani ed altri eventuali fautori di alleanze coi “moderati” – termine che qui in Italia coincide col concetto di “integralismo religioso” – saremmo un passo in avanti verso il concetto di serietà politica e di dignità umana.

Famiglie e matrimonio gay: tutte le bugie del Giornale

Non fatevi ingannare dalla parole del Giornale. Sappiamo tutti di che cosa sono capaci le testate berlusconiane. Hanno raccontato per anni menzogne e favole. Prima tra tutte: in Italia non c’è crisi, è solo la sinistra che gufa. E invece…

Adesso, dopo le parole, inutili e offensive – come lo è, politicamente, chi le ha pronunciate – di Angelino Alfano e dopo il rilancio di Rosy Bindi, diversa dal segretario del PdL solo perché di sesso diverso, ma non certo meno omofoba, arriva il titolo del quotidiano diretto da Sallusti.

Cosa è successo in realtà? Molto semplice: il Parlamento Europeo ha votato un provvedimento che obbliga i paesi dell’UE di non dare «definizioni restrittive di famiglia».

Cosa significa? Alcuni stati, a cominciare dall’Italia, per vietare il riconoscimento delle unioni civili e dei matrimoni allargati a gay e lesbiche vogliono affermare che il concetto di famiglia è uno solo, quello fatto da un uomo e una donna sposati e con prole. Se l’istituto familiare è solo quello, ne consegue, tutte le altre in realtà non esistono, perché non sono “famiglia”, e quindi non devono essere garantite.

Il che è falso. Dove c’è un legame affettivo e un progetto di vita c’è famiglia. Due anziani che si sposano o si risposano, un genitore con prole (si pensi ai casi di vedovanza o ai casi in cui il/la partner si defila dall’accudimento), una coppia non feconda, una coppia di persone dello stesso sesso… la società moderna ha declinato al plurale quel concetto.

Le destre retrive, confessionali, integraliste, radicali ed estreme – tra cui quelle italiane, rappresentate da partiti quali UdC, PdL e Lega – vogliono invece imporre un unico modello familiare, quello eterosessista.

Il voto del Parlamento Europeo, quindi, sancisce un principio fondamentale: non esiste più una sola famiglia, ma le famiglie. In tal senso, gli stati non possono definire rigidamente un solo concetto di istituto familiare e men che mai per impedire il riconoscimento degli altri. E, ovviamente, niente cambia per chi intende sposarsi in modo “tradizionale”.

Con il modello che tanto piacerebbe ad Alfano, a Bindi, a Bossi e a Casini, invece, verrebbero garantite solo alcune fasce sociali.

Con questa nuova risoluzione saranno garantite tutti/e i/le cittadini/e d’Europa. Continueranno a esistere le famiglie composte da coniugi eterosessuali, mentre verrà garantito il diritto di esistenza alle nuove famiglie. Nessuno imporrà niente a nessun altro. E nessuno dovrà sposare un gay contro la sua volontà!

Il Giornale mente e sa di mentire. La sua politica è quella di sviare l’attenzione pubblica, attraverso atti di terrorismo mediatico, con il solo scopo di nascondere il tragico fallimento di vent’anni di berlusconismo. Per cui, ripeto, non fatevi ingannare. L’Europa ci dice qual è la direzione giusta: dall’altra parte ci sono ancora interessi sordidi e intenti discriminatori.

Sondaggi: si vince comunque, anche senza l’UdC

Fonte: Sondaggi Politico-Elettorali

Adesso qualcuno prenda il pallottoliere e lo spieghi a D’Alema e a qualche altro genio che sta a capo del Partito Democratico: PD-SEL-IdV più alleati minori stanno al 45,5 (si badi: senza Rifondazione).

PdL e Lega con qualche alleato minore non arrivano al 37%. L’UdC è al 6%.

Si vince, cioè, senza rincorrere il leader di un partito integralista e omofobo che si è distinto, fino a ora, per aver candidato gente impresentabile (Saverio Romano e Totò Cuffaro) e per aver contribuito a determinare le fortune elettorali di Silvio Berlusconi.

L’errore di sistema (i fatti di Oslo e la politica italiana)

Voglio tornare ancora sul caso Breivik. Non tanto per indagarne le ragioni specifiche o per sottolineare la mostruosità dell’atto. I nostri giornali ci allieteranno con foto crudeli, dichiarazioni infami e articoli dedicati per qualche giorno ancora. Poi la fine dell’estate e la scarsa fantasia delle agenzie di stampa ci regaleranno lunghe prime pagine sul clima, non più quello di un tempo.

Ma non voglio tergiversare. Leggendo le maggiori testate italiane, i blog e i commenti sulle bacheche dei social network, è singolare vedere come tutti identifichino due aspetti tra loro speculari, che però nessuno focalizza fino in fondo.

Da una parte, infatti, si parla di radicalismo xenofobo e di integralismo religioso. Chiunque, con l’unica eccezione di Borghezio e di qualche altro leghista, è pronto a giurare sul razzismo e sul fanatismo religioso del “terrorista” norvegese.

D’altra parte, però, ora per ingenuità, ora per interesse specifico, non si mettono in relazione questi due mali moderni con quello che è un errore di sistema. In altre parole: Breivik è un folle esaltato per ciò che ha fatto, ma non è un caso isolato a livello ideologico, cioè per ciò che crede. Moltissima gente, in Europa (e in Italia) la pensa esattamente come lui.

In tutto il mondo occidentale questi istinti hanno trovato un’elaborazione politica specifica. Non è un caso che in Europa le destre estreme, in alcuni casi divenute di governo (Italia, Austria, Olanda), abbiano abbandonato la mitologia tradizionale di svastiche, fiamme e fasci littori per reinventarsi una sub-cultura iper-identitaria: si è bianchi, ricchi e cristiani, il resto è visto come nemico.

Crocifisso, denaro e pelle bianca: la nuovissima trinità. Se manca anche uno solo di questi ingredienti scatta l’allarme.

In Italia tali istanze sono state recepite in due modi apparentemente opposti, ma di fatto contigui: l’antagonismo dei movimenti autonomisti, da una parte, e il radicalismo confessionale travestito da moderatismo parlamentare, dall’altra. A fasi alterne e/o combinate. I protagonisti politici di questo pensiero vedono nella salvaguardia della “tradizione occidentale” la salvezza dalla disgregazione di nuovi modelli invasori, religiosi e sociali.

Il linguaggio di partiti nostrani come la Lega Nord e l’Unione di Centro è assai uniforme. Si reagisce alla sfida della modernità con la chiusura. Il nuovo, che sicuramente va affrontato, assimilato (almeno culturalmente) e regolato (giuridicamente), viene accusato di potere e volontà di dissoluzione di ciò che rimane di un’identità che prima aveva un nemico, ora ha bisogno di trovarne un altro per tenersi in piedi.

Un’identità in negativo che, almeno nel caso italiano, ha bisogno del sangue degli immigrati rispediti in Libia e abbandonati nel deserto, delle coltellate ai gay che si baciano per strada e del bisogno di identificarli con i nuovi mostri moderni (frequente è il paragone con la pedofilia ) in un processo di disumanizzazione continua. Lo stesso che altrove, mutatis mutandis, crea altri mostri (Breivik, appunto) e annientamento di altre umanità.

Credo sia nostro dovere sconfiggere questa sub-cultura con la creazione di un’identità nuova, un nuovo concetto di essere italiani, basato sulla condivisione delle responsabilità e l’apertura critica a ciò che non si conosce ma che è presente nella vita quotidiana. Strada lunga e in salita. Ma d’altronde la democrazia è difficile. Di contro la strada verso l’abisso, certi nostri politici ce lo dimostrano ogni giorno, è per sua natura rivolta verso il basso.

In alto a sinistra: quello che i sondaggi non dicono

Leggendo i sondaggi che da qualche tempo circolano sui giornali, anche nella versione on line, e sulle trasmissioni di informazione, ad eccezione di quelle minzoliniane dove il premier è accreditato con percentuali bulgare e numeri cinesi, si nota una sostanziale coerenza nella rilevazione di un dato: il centro-sinistra avrebbe, al momento, superato la coalizione di destra di almeno due punti percentuali.

Se guardiamo i sondaggi commissionati dall’UdC e da Repubblica – un partito e un giornale di direzione politica opposta – appare chiaro che nella nuova ottica tripolare che si sta venendo a conformare, l’elettorato è orientato a ridare fiducia al nuovo tridente composto dal partito democratico, dai dipietristi e da SEL.

Questo dato, che se suffragato darebbe alla sinistra la maggioranza schiacciante alla Camera e, forse, qualche problema in Senato, necessita di alcune riflessioni su quello che potrebbe accadere in caso di vittoria da parte dell’alleanza progressista.

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1. L’insufficienza del partito democratico.

In primo luogo è evidente l’insufficienza elettorale del pd che, per vincere, ha bisogno dei suoi alleati. Contrariamente a quello che prevedeva il modello veltroniano – e cioè un bipartitismo cannibale che ha funzionato solo con la sinistra radicale e socialdemocratica con l’unico scopo di privare milioni di cittadini della rappresentanza parlamentare facendo vincere, per altro, Berlusconi – nella situazione attuale mentre IdV e SEL avrebbero i numeri per essere presenti in parlamento e che sommati rivaleggiano con le percentuali della Lega, il partito di Bersani per vincere ha bisogno dei voti degli elettori di Vendola e Di Pietro.

Ciò ribalta una certa arroganza, tutta piddina e dai presupposti inesistenti, per cui se si vuole governare bisogna passare proprio dall’alleanza col pd. La verità, infatti, sta all’opposto: è il pd che se vuole andare al governo deve fare larghe concessioni ai suoi due alleati che così si rivelano fondamentali per la vittoria.

Nel caso, invece, che la sinistra perdesse le elezioni, sarebbe solo il pd a rimetterci visto che sia Di Pietro sia SEL ingrandirebbero le loro presenze parlamentari ai danni del principale partito di opposizione. Uno stato di cose che dovrebbe indurre a profonde riflessioni i dirigenti di un partito che non è mai riuscito a decollare e che al momento attuale è il vero anello debole della coalizione progressista.

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2. L’inconsistenza della sinistra antagonista.

Nella situazione siffatta non stupisce l’aspettativa elettorale dei partiti comunisti che, sommati, non vanno oltre il 2%, contro i risultati ben più incoraggianti ottenuti da Rifondazione e PdCI fino al 2006 che assieme erano accreditati attorno al 7-8% dei suffragi.

Per altro dalla nuova Federazione della Sinistra prossima ventura – nome che nasconde, anch’esso, una certa arroganza, visto che si vorrebbe dare il nome di Sinistra tout court solo a una parte di essa, escludendone moderati, socialisti e ambientalisti – arrivano segnali a dir poco scoraggianti. Ferrero ha fatto sapere che in caso di elezioni e di vittoria la FdS non parteciperà al governo. Il che, se vogliamo, da una parte è rassicurante visto che una riproposizione dell’Unione con chi ha più a cuore i destini di Cuba e del popolo Saharawi rispetto alla sorte dei cittadini italiani sarebbe poco credibile.

Ci si chiede, tuttavia, se tutto non si riduca a mera rappresentanza ideologica in funzione di poter attingere ai fondi pubblici per i partiti. Se l’attività di governo, che la presenza in parlamento garantisce e che è fine ultimo dei partiti, è così sconveniente  non si capisce perché  la FdS deve anche essere pagata da un sistema che non viene riconosciuto e che non merita neppure di essere governato.

Ragione per cui, in caso di accordo di desistenza, sarebbe opportuna che la coalizione progressista garantisse a rifondaroli e compagni una presenza minima alla Camera (non più di dieci-quindici rappresentanti) e nessun eletto al Senato, proprio per non ripetere i problemi dell’ultimo governo di centro-sinistra.

L’inconsistenza della sinistra antagonista è, prima che elettorale, proprio politica. Questo spiegherebbe il crollo elettorale al 2% nella migliore delle ipotesi.

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3. La presunta non rappresentatività delle sinistre.

Prepariamoci al peggio. Se pd ed alleati dovessero vincere partirà, immediatamente, il mantra berlusconiano che farà leva sul fatto che col 40% dei suffragi non si è rappresentativi della maggioranza degli italiani. Strategia non nuova, in passato efficace, ma che può e deve essere disinnescata da subito facendo notare, ad esempio, che questo sistema elettorale è stato voluto proprio da PdL e Lega e che avrebbe potuto consentire la vittoria, a quei due partiti, nello stesso identico modo che poi potrebbero, in ipotesi, criticare.

Per altro occorrerebbe fare notare un piccolo paradosso. Se la sinistra vincesse col 40% contro il 38% della destra, sarebbe assurdo che chi è ancora meno rappresentativo parlasse a nome di tutti gli italiani, visto che il terzo polo si configura come alternativo e antagonista al modello berlusconiano.

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Ovviamente queste considerazioni sono preventive e hanno valore qualora si andasse a elezioni in primavera, con questa legge e col trend attuale. Vero è pure che gli indecisi sono molti – si parla di un terzo dell’elettorato – e che non bisogna dare, ancora una volta, per spacciato Berlusconi. La storia degli ultimi quindici anni dovrebbe averci insegnato qualcosa in merito.

Dei calciatori gay, l’identità nazional-mafiosa e delle elezioni dei paesi civili

Gli eventi che negli ultimi giorni la stampa ha ritenuto degni di interesse sono vari e, apparentemente, poco collegati tra loro. Si parla di due calciatori – Piqué e Ibrahimovic – che, forse, sono gay. Di due paesi – Germania e Inghilterra – dove le elezioni invece di far chiarezza complicano il quadro. E di un altro, in bilico tra vocazione europea e iranizzazione dei costumi (cioè l’Italia), dove in centocinquant’anni di storia unitaria si scopre che il sentimento nazionale è basato sull’arte di arraggiarsi e sull’attaccamento ai favori che un certo patriarcato, scambiato per famiglia, garantisce come paracadute sociale a uno Stato che non è in grado di fornire una nuova visione della società. Se mi si permette, una società basata sul valore dell’individuo, sulla solidarietà civile, sulla condivisione di valori edificanti e, perché no, sulla laicità.

Partiamo dall’episodio apparentemente più di costume. Due atleti dello sport per sua stessa definizione “maschio, macho, virile” e – diceva l’ex moglie di Fini quando quelli di AN erano ancora fascisti e non le mammolette liberal di adesso – incompatibile con qualsivoglia forma di effeminatezza, soprattutto con quella che fa rima con sodomia, tali atleti, dicevo, sarebbero in odor di omosessualità.

Il mondo del calcio rimane sconvolto. Gli interessati si trincerano dietro un rigosoro “no comment”, lo stesso Ibrahimovic lascia intendere, a chi mette in forse le sue maschie virtù, di esser pronto a metterle alla prova con sorelle, madri e figlie dei fautori del dubbio. I tifosi aprono una pagina su Facebook in cui si dichiarano sconvolti e nel giro di poche ore la pagina stessa si popola di decine di migliaia di iscritti. Come se amare un uomo, ammesso e non concesso sia vero, rendesse meno valenti i due calciatori. Come se i goal fatti in precedenza non avessero più valore. Come se – me lo passate il termine? – ogni potenziale “pompino” immaginato tra i due (per non parlar d’altro) rendesse inutili, folli, fuori luogo due carriere fino alla settimana scorsa inappuntabili. I deliri dell’omofobia. Che vanno, ne converrete, contro la logica degli eventi.

Adesso, a parte il fatto che quasi nessuno ha pensato che dietro quel gesto poteva esserci di tutto, da una spina ad un dito a un gesto d’affettuosa amicizia, fino all’amore – ché non è d’obbligo pensare al sesso anale, quando si parla di gay, veri o potenziali – l’episodio più squallido dell’intera vicenda si svolge in Italia. Dove il Corriere – e non Cronaca Vera o Eva Tremila – ridicolizza la cosa, incitando i suoi lettori a immaginare cosa possono essersi detti i due ragazzi del Barca. Dal maggiore quotidiano della nazione – quella tutta “arte d’arrangiarsi” e “gonne di mammà” (e posto in banca con raccomandazione cercata da papà) – ci si sarebbe aspettato un minimo di informazione, non certo la corsa a prendere per il culo (mi si perdoni l’accostamento) il plausibile frocio. Ma, per l’appunto, è il Corriere. Il maggiore giornale della nazione governata da Bossi e Berlusconi. Per l’appunto…

Nelle nazioni normali, infatti, e torniamo di nuovo in Europa, a governare sono partiti e culture di ben altro calibro. In Inghilterra i Libdems ottengono quasi il 25% dei consensi e diventano ago della bilancia della politica inglese (e forse pure mondiale). Il New Labour si difende nonostante le previsioni di apocalisse dei mesi scorsi. Sempre in Inghilterra la sinistra, vecchia, nuova e rinnovata, ha quote che si aggirano attorno al 50%. Lo stesso dicasi della Germania, dove la SPD risorge, i Verdi si mantengono un partito forte e la sinistra radicale si assicura seggi in parlamento.

Ma, per l’appunto, stiamo parlando di paesi molto diversi dal nostro. Di paesi dove le coppie gay, reali o presunte, sono trattate con rispetto a cominciare da quello giuridico oltre che mediatico. Dove non esistono partiti le cui classi dirigenti fanno l’occhiolino alle varie mafie esistenti sul territorio. Dove le sinistre hanno un’identità specifica – socialista e laburista, verde, liberalprogressista, radicale – e non sono i residuati bellici che sono diventati i nostri partiti, dove, quando va bene, ex comunisti e cattolici (i quali, come ha fatto spesso notare Anelli di Fumo sul suo blog, mai han rinunciato ad esser tali, contrariamente ai primi) riescono a trovare punti in comune solo nel dire no al progresso sociale: dal divorzio breve al testamento biologico, passando per le leggi per le unioni civili. Per litigare, poi, su tutto il resto.

Grandi eventi ce lo suggeriscono – elezioni, crisi, dinamica democratica – e piccole inezie mettono l’accento sulla grande diversità che c’è tra un paese europeo e la cloaca che è diventata l’Italia. Nei primi si hanno partiti seri, per quanto in difficoltà, e leggi buone (anche per gay). Da noi abbiamo Berlusconi, il pd, Casini&Cuffaro, un senso della patria conseguente (o determinante, fate voi) e un quotidiano nazionale che prende per il culo i froci.

Crisi greca: questo sistema ha fallito. E la sinistra?

Premetto che non ci capisco poi molto di economia. Sarà perché la associo alla matematica e io guardo con sincera diffidenza anche al pallottoliere. Sarà perché sono un’anima semplice e per me economia significa non andare col conto in rosso e pagare più o meno regolarmente bollette e affitto.

Tuttavia.

Apri i giornali e pare ci sia l’apocalisse dietro l’angolo. Ieri la bolla finanziaria che dalla Spagna ha coinvolto tutto il mondo civile, occidentale e globalizzato. Oggi la Grecia, che rischia di far cascare nella sua ragnatela di “nuova” povertà non solo Spagna e Portogallo (come se fosse normale per questi paesi cadere nel baratro), ma anche le ben più ricche Italia e Gran Bretagna. E mi pare che pure la Merkel abbia i piedini freddi (e spento ogni sorriso).

La verità, e lo dico da uomo della strada, è che questo capitalismo, evoluto a globalizzazione, come un Digimon della prima serie, sta mostrando continuamente di essere uno strumento in mano a pochi per rendere ricchi certe oligarchie, quando tutto va bene. E per affamare molti quando tutto va malissimo. E da un paio d’anni a questa parte, va sempre peggio, mi pare.

Ma propendere per un’economia dove le tasse dei cittadini vengano redistribuite sotto forma di servizi ai cittadini stessi piuttosto che andarli a investire in titoli di stato di paesi che poi colano a picco? Pare che la Lombardia – amministrata dalla destra ormai da secoli – abbia molti interessi sotto l’Acropoli. Quei soldi pagati da imprenditori lombardi e immigrati siciliani, non dovrebbero servire a creare strade, a pulire le stesse, a rendere migliori scuole e ospedali e a tutelare anziani e fasce deboli? O forse questo è un discorso di sinistra?

Non auspico nessun ritorno al comunismo – diffido anche di ogni ideologia basata sulla scarsa eleganza nel vestire – ma mi pare sia evidente che questo sistema economico non solo sporca il pianeta e rende miseri chi pretende di governare, ma poi pretende che, mentre i pochi di cui sopra continuano a giocare al piccolo alchimista della finanza mondiale, a pagare siano sempre operai, impiegati, cittadini e cittadine che campano di lavoro e non di favori sessuali, di regalie, di potere.

Ulteriore riflessione: la destra vuole proteggere questo sistema. Berlusconi, la Merkel e Sarkozy lavorano affinché tutto questo non solo non muti, ma che venga salvaguardato. Le sinistre mondiali avrebbero un bel lavoro a essere più credibili trovando un modello alternativo che magari garantisca il libero mercato, ma che magari dia lo stop all’esercito di stronzi che ci ha condotto fino a questo punto.

Col mondo che ci ritroviamo, sarebbe così impensabile proporre valori quali il rispetto dell’ambiente, dell’individuo, del lavoro, della proprietà che da quel lavoro è scaturita, dei diritti che l’esser cittadino/a comporta?

Col mondo che ci ritroviamo, non creerebbe nuove opportunità di crescita economica e sociale un’economia basata sul recupero delle risorse ambientali, sul riciclo, sul risparmio energetico, sulle nuove tecnologie?

Col mondo che va in guerra – cito da Facebook – perché si litiga per quale amichetto immaginario è più fico (vedi anche: guerre di religione), una nuova cultura dell’accoglienza delle diversità non sarebbe una buona base di partenza per un riassestamento ideologico?

E, ultima domanda, dite che i miei sono i discorsi deliranti di un ignorante idealista in odor di neo- vetero- o post-comunismo di sorta?

Dedicato a tutti gli elettori di Lega e PdL

«E la verità è che c’è qualcosa di terribilmente marcio in questo paese [...] Come è accaduto, di chi è la colpa? Sicuramente ci sono alcuni più responsabili di altri che dovranno rispondere di tutto ciò, ma ancora una volta, a dire la verità, se cercate il colpevole non c’è che guardarsi allo specchio

Intanto io attendo un miracolo. Una peste bubbonica. Un meteorite. O che la ghigliottina ritorni di moda.

Un po’ di speranza, aspettando i risultati elettorali

Una cosa che ieri non ho detto a Cristiana e agli altri del suo comitato elettorale, mentre prendevamo un aperitivo al Coming Out, è che dopo mesi hanno riacceso in me la speranza. La speranza che qualcosa possa cambiare: sia in questo paese, sia nei partiti che ardiscono a governarlo, a cominciare dal maggior partito d’opposizione. Se per fortuna (o per disgrazia, ma non nostra) dovessero vincere la Bresso, Vendola e la Bonino, tutti assieme, nelle rispettive regioni, sarebbe l’inizio di qualcosa di nuovo a livello nazionale.

Innanzi tutto, come si discuteva ieri con Cri e gli altri, sarebbe la fine del paradigma dalemiano. I dalemo-bersaniani ce l’hanno messa tutta per far fuori due candidati d’eccellenza, quali la Bresso e il governatore della Puglia, fallendo miseramente. Se anche le urne saranno a loro favore, sarà la pietra tombale di ogni aspirazione di quella classe dirigente che è già sin d’ora, a prescindere dall’esito delle regionali, obsoleta, vecchia, inadeguata a cogliere il cambiamento sociale: basti vedere le ultime dichiarazioni del segretario del pd sulle coppie di fatto, uguali a quelle della Ferilli e della Cuccarini. Credo sia drammatico che un leader di un partito di massa, su questioni che riguardano l’affettività di milioni di persone, abbia la stessa dimensione intellettuale di una cafona che pubblicizza sofà.

Un altro aspetto che va giustamente tenuto in considerazione, come mi è stato fatto notare ieri, è che il voto cattolico ne uscirebbe a pezzi. Vero è che l’UDC in Piemonte sostiene Mercedes, ma vero è pure che la Bonino e Vendola sono stati osteggiati proprio da Casini. La vittoria di questi tre candidati, dunque, sconfesserebbe le manovre in atto, frutto di un accordo tra Opus Dei (della quale D’Alema è simpatizzante) e ex comunisti per allargare la maggioranza di centro-sinistra al partito di Cuffaro, al partito di chi dice di difendere la famiglia e poi è pieno di divorziati, al partito di Casini insomma.

Un primo dato, comunque, è certo: l’astensionismo. Se Berlusconi giustificherà una eventuale sconfitta elettorale con la solita leggenda metropolitana che ad astenersi sono le persone di destra, non fa altro che confermare la sua inadeguatezza politica. Se la gente non ti vota è perché non gli piaci. Se non ti votano più i tuoi, è perché gli fai schifo. Pensierino che dovrebbero fare pure a sinistra, tuttavia.

Detto questo, aspettiamo i primi risultati elettorali. Come ho già detto, dopo anni li guarderò con trepidazione, con ansia, con la speranza di chi, e non so se questo è un bene o meno, è tornato a credere che possa esserci una possibilità di cambiare le cose in questo paese bellissimo eppure così maltrattato.