In direzione opposta

Io sono di quelli che leggono le poesie, nei bar del pomeriggio.
Io sono di quelli che si immedesimano nelle canzoni.
Oscillando tra rabbia e dolore. Senza mai passare dalla noia. E concedendo, raramente, il diritto di parola alla gioia.
Di quelli che piangono guardando i telefilm alla tv. Contravvenendo a tutte le leggi dell’ “essere uomini”.
Io sono di quelli che bruciano.
Io sono di quelli che baciano una volta soltanto. Ormai troppo spesso.
Di quelli che a volte non baciano nemmeno.
Di quelli che, però, guardano ancora i cartoni animati. Manga giapponesi, possibilmente.
Che ancora, a volte, e pur tuttavia, ci crede. E non sappiamo del tutto perché Pandora aprì il vaso di ogni male possibile, ma conosciamo l’ultimo che vi rimase.
Io sono di quelli che pecca di hybris. Per scontare la punizione degli dèi.
Io sono di quelli che non vedrai mai sul carro della vittoria. I trionfi assoluti richiedono luci nitide e anime intatte. È ogni piccola crepa, al contrario, uno scrigno d’ombra.
Sottolineo le righe dei libri che leggo. Nell’illusione di trattenerli meglio nel vaso rotto della memoria.
E sono di quelli che non riesce a perdere dieci chilogrammi ormai da due anni a questa parte.
E che non segue nessuno sport con la dovuta regolarità.

Io sono di quelli di cui nessuno si innamora. E quando questo è accaduto, gli eventi e i venti spiravano in direzione opposta.

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A Nano

Quando due persone si cercano, amore mio, è assurdo crearsi intorno un labirinto di intenzioni sbagliate.

Perdere qualcuno a cui si tiene davvero per la nostra incapacità di pronunciare le parole giuste… E  sai perché dico questo: sono il primo a non trovarle al momento opportuno, quando ogni cosa deve essere creata con il suono del respiro di Dio.

Capisci che è per questo che siamo magici? Creiamo la vita, la realtà, con le parole!

E quando vedo che la realtà è lì – e deve solo essere ripetuta, e non pronunciata per la prima volta – ebbene, non mi capacito. E non è un rimprovero, amore mio.

Mi sembra soltanto un inutile spreco di tempo e energia, uno sterile esercizio di stile, soprattutto al cospetto dell’unica benedizione che gli dèi lasciano ricadere su questo pianeta, senz’alcuna prodigalità, sulle nostre vite immerse nel dramma, come ricompensa ultima per la dannazione inferta alla prima madre degli uomini, condannati, insieme, a maneggiare l’inferno.