Sulla morte di Eco, finito in un fumetto

00011-scan-edit-aquila-della-notteAddio ad Umberto Eco, e mi sembra giusto omaggiare un italiano che ha portato in alto il nome del nostro paese nel mondo. Non è così facile essere fieri dei nostri connazionali (ammesso che poi il nazionalismo abbia un qualsiasi valore). Detto ciò, la vera notizia è scoprire che un popolo totalmente disaffezionato alla cultura – e alla lettura dei libri nello specifico – trovi il tempo di rammaricarsi per la perdita di uno scrittore.

Curiosità: Eco era un devoto lettore di Dylan Dog, al punto da elogiarlo pubblicamente. Tiziano Sclavi, per omaggiarlo, decise di creare un cameo: il personaggio di Humbert Coe (come potete vedere dall’immagine) il cui nome era l’anglicismo del corrispettivo italiano e il cognome, invece, l’anagramma.

Il mio 2014, in dieci immagini

Queste sono le dieci fotografie che in certo qual modo hanno caratterizzato il mio 2014. Un anno particolare, di transizione, direi. Con alcune cose che sono irrimediabilmente finite e altre che sono cominciate, di punto in bianco. Con parti di me che ho riscoperto, con gioia e non senza stupore. E ombre che ancora ritrovo, qua e là nella mia anima. Eppure anche questo, mi suggeriscono dalla regia, fa parte del ciclo della vita. E allora…

 

1

Clotilde è la mia prima orchidea. L’ho comprata all’Ikea, all’inizio del 2013 e ancora vive. E non solo. Ha fatto pure una seconda fioritura, cosa che – per quanto mi ha detto chi se ne intende – è abbastanza rara. È il mio simbolo delle cose che si rigenerano. Dell’inatteso. Della vita che è più forte del destino.

 

2

È un caldo pomeriggio di inizio primavera. Siamo altrove, siamo gli amici e le amiche di sempre. Alcuni di noi hanno avuto i bambini, altri (come me) sono scapoli d’oro. Nonostante tutto il tempo trascorso e la diversità delle nostre vite, abbiamo ancora la voglia di stare insieme, di ritrovarci. E di farlo con gioia. Questa immagine è il simbolo della continuità, delle cose che stanno dentro te, a prescindere dal fluire della vita.

 

3

Maria aveva diciannove anni e a maggio ci avrebbe lasciati. Era una gatta buona, tenera, intelligente. Avrebbe potuto insegnare molte cose a persone che non sanno cos’è la fedeltà e la devozione, che non conoscono l’amore. Questa fotografia è l’ultima che ci siamo fatti, insieme, in quel giorno di aprile, mentre l’accarezzavo sul mio petto. È il simbolo dell’amore più puro. Il più disinteressato.

 

4

Petra, un viaggio che ho sempre desiderato fare. Un luogo magico, unico al mondo. La storia, l’agire dell’uomo, la sua operosità. L’infinitezza del tempo. Il suo scorrere ineluttabile. Quella cosa che ci rende piccoli rispetto a ciò che siamo realmente. Quest’immagine rappresenta il simbolo del fluire delle cose e della memoria, unico filo possibile dei giorni che ci sfuggono inesorabilmente.

 

5

Ho scattato questa foto a San Marino, in una fattoria dentro una riserva naturale. È un luogo particolare, dove gli animali vengono ospitati per poter vivere felici. Quest’asina era destinata al macello ed è stata portata qui, in fin di vita. Aveva timore degli uomini, era stata maltrattata. L’amore dei proprietari della tenuta l’hanno riportata in salute e a fidarsi di nuovo delle persone. La ragazza che l’ha presa in cura ci ha detto che, una volta ristabilita, non voleva uscire dalla stalla dove era stata ricoverata, per paura. Le sue compagne, però, per una misteriosa ragione, hanno “sentito” che era lì e l’hanno chiamata, ragliando. Lei è come tornata in vita e da sola le ha raggiunte. Con questa immagine, che prelude a una carezza, do corpo alla speranza e ai nuovi inizi.

 

6

Questa foto è stata scattata a Palermo, a ridosso del pride. È stata la mia prima partecipazione a un talk show. Lì ho conosciuto persone speciali, come Caterina. Quando penso a quel giorno mi piace immaginare quegli elementi che quando si incontrano, in modo un po’ casuale (ma non più di tanto a ben vedere), generano qualcosa di nuovo. E quel che mi piace di più è che il bello deve ancora arrivare…

 

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È una notte d’estate, Ale ed io andiamo in giro per Roma. Una città a volte magica, che sa coccolarti, che ti illude, che ti rigetta, che sa essere puttana. Una città che se non fosse per gli amici, potrebbe essere la più dura del mondo, nonostante la sua bellezza. Ale è una new entry di quest’anno. Un affetto puro. Un punto di riferimento. Una di quelle persone che ti danno autostima per il solo fatto di averti scelto.

 

8

Caterina, dicevo. È il giorno del mio compleanno e ti arriva un pacco regalo. Dentro ci trovi la colazione, il cappuccino, i dolci. E pure una rosa, accanto. Mi piace essere coccolato. E lei mi ha fatto questa sorpresa. Gradita, inaspettata. Insomma, una cosa bella. Come sa essere a volte la vita… E Caterina, quindi. E il suo essere speciale, dicevo.

 

9

E siamo giunti a quota tre. Un saggio, una curatela, una raccolta di racconti. Quest’ultima, Da quando Ines è andata a vivere in città, nasce dopo anni di pudori. Dopo aver cercato per moltissimo tempo il coraggio di mettersi alla prova sul piano dei sentimenti. Perché va bene, so analizzare la realtà, di ciò sono fin troppo consapevole. Ma che spazio riesco a dare al mio cuore? Questo devo ancora impararlo, a quarantuno anni passati. E nell’attesa di scoprirlo, scrivo.

 

10

Questa foto mi è stata scattata a Napoli, a inizio dicembre. Ero a un convegno universitario. Portavo una mia relazione, dopo molto tempo. Sono felice, lo potete vedere dai miei occhi. Perché quella è la mia dimensione: produrre cultura. Non so se riuscirò mai a coronare il mio sogno. Ma so che non posso far altro che coltivarlo dentro di me. Perché anche se è un’illusione, mi rende vivo. E se c’è vita, abbiamo tutto quello che ci serve perché certe cose si realizzino. Se non come le vogliamo, almeno per quello che noi siamo.

Ed è così che lascio questo 2014, senza nessun proposito, senza auguri che non siano quelli di avere giorni pieni di stimoli, di riconquiste interiori, di presenze opportune, vecchie e nuove, di salti di gioia e della memoria dell’amore che fu e che – per chissà quale strana magia di cui non siamo del tutto consapevoli – può essere ancora.

Ahi serva Italia…

B2etylNIIAAgTkZ.jpg-largeL’immagine che vedete è estratta da un inserto del Corriere della Sera. Ed ecco cosa siamo diventati: il paese che ha la metà e oltre del patrimonio artistico mondiale e che fu patria del Rinascimento è divenuto un ricettacolo di cavernicoli (basta vedere come ha votato e come continua a votare il nostro elettorato, da Berlusconi ai due mattei).

Vorrei far notare anche che siamo un paese in cui le “radici giudaico-cristiane” sono viste come valore culturale imprescindibile per decifrare e comprendere la nostra società tutta.

Ed è così che ci siamo ridotti: un luogo abitato da gente che interpreta il mondo per pregiudizi, stereotipi e luoghi comuni. Siamo un popolo di ignoranti. E questo spiega il fatto che se vedi le Femen ad AnnoUno realizzi che i/le giovani presenti in studio si incazzano perché criticano il potere clericale e lanciano preservativi al pubblico (meritate Giovanardi, ve l’ho già detto?). Questo chiarisce come mai fenomeni come “Manif pour tous” e “Sentinelle in piedi” – che in qualsiasi consesso civile andrebbero bollati come raduni di balordi che hanno fatto dell’omofobia un momento di visibilità politica e una scusante esistenziale – siano ritenuti interlocutori politici. Questo spiega il Nuovo Centrodestra al governo. O le leggi del solito Pd che invece di punire l’omofobia l’avallano. Questo spiega come mai abbiamo un esecutivo popolato da “avanzi da oratorio” (cit). E tutto il resto.

Movimento LGBT: cosa fare, subito!

un momento del Roma Pride 2013

«Ok Dario, la critica l’hai fatta e l’analisi pure. Ma la sintesi qual è?»

Questa la domanda che mi ha fatto un amico, dopo il mio post di ieri sulle prospettive che ci attendono con Renzi e i suoi al governo. Proverò a rispondere a quella domanda, procedendo per punti su cosa andrebbe fatto secondo me.

1. Unità del movimento

So che sembra un mantra che dovrebbe prenderci per sfinimento, ma è il punto imprescindibile di partenza. Il movimento LGBT italiano vive due mali. Uno è quello dello scollamento con la comunità, l’altro è la sua parcellizzazione interna. Tanto per capirci, abbiamo qualcosa come cinque o sei associazioni nazionali (quando ne basterebbe una soltanto). Accanto a queste, e spesso in polemica con esse, una miriade di associazioni territoriali.

Premetto che sono convinto che la presenza di molte realtà sia una manifestazione di fermento e quindi di ricchezza. Ma una cosa è la pluralità, un’altra è la balcanizzazione. Occorre fare uno sforzo per trovare una formula confederativa, in cui c’è una grande realtà nazionale – rappresentativa di tutti e col mandato di tutti – che dialoga o si oppone con le istituzioni.

Credo sia stato un errore (uno dei tanti) quello di aver incontrato il 26 febbraio a Roma i deputati del Pd – da parte di Arcigay, Arcilesbica, Famiglie Arcobaleno, Agedo, Certi Diritti, Mit ed Equality – senza aver concordato una linea comune con le altre realtà territoriali. Anche perché occorre ricordare che queste “piccole” realtà – faccio un solo esempio: il Mario Mieli sarà territoriale, ma credo abbia più iscritti e più rilevanza di certe associazioni nazionali – le piccole realtà, dicevo, sopperiscono al vuoto associativo soprattutto in zone di provincia. Vogliamo fare alcuni nomi? Stonewall GLBT a Siracusa (per anni unica realtà della zona), Iken ad Avellino. Disconoscere questo lavoro significa fare un torto non solo alle associazioni in questione, ma alla nostra stessa comunità. E questo ci lacera e ci rende più vulnerabili.

Un secondo passaggio dovrebbe essere quello del recupero con la base. Percorso più lungo, ma ugualmente imprescindibile. Una proposta potrebbe essere quella della creazione di assemblee permanenti, città per città, funzionali al dialogo tra militanti e membri della comunità. Per ascoltarsi, per trovare un accordo su varie questioni, per abbattere la diffidenza che si sta creando anche sull’associazionismo LGBT. Percorso meno immediato e con rischi incalcolabili, ma necessario.

2. Mobilitazione continua

Ci si scanna per la sede e la data di un pride, da celebrare in estate. Abbiamo l’occasione di fare una serie di manifestazioni, sia nella capitale sia nelle rispettive città di appartenenza. Dobbiamo farlo in tempo brevi, perché il tempo è poco. Va da sé che le manifestazioni della capitale assumono rilevanza nazionale non perché le associazioni romane siano più importanti di altre, ma perché – piaccia o meno – a Roma ci stanno le istituzioni.

Arcigay ha la forza di mobilitare migliaia di iscritti e di iscritte. I circoli romani indipendenti altrettanto. Si pensi al pride di Palermo e a quello capitolino, per capirci. Si costruisca un percorso politico, anche insieme a partiti e altre associazioni, per manifestare in migliaia e chiedere garanzie democratiche ben precise.

Occorre altresì trovare alleati. Bisogna far capire, come già accennato, che la lotta per i diritti LGBT è un anello di una lotta più ampia. Non si può combattere per le nostre rivendicazioni se non viviamo in uno stato che garantisca l’individuo nella gestione della sua felicità. Lavoro, educazione, libertà individuali, diritto alla salute, autodeterminazione, gestione dei corpi sono aspetti imprescindibili che si legano tra loro.

Si diventi massa critica, si recuperi lo spirito genuino della stagione delle fiaccolate. Il fatto che non ci scappi il morto non rende la situazione meno urgente. Stanno cercando di decidere per il nostro futuro, mettendoci un bel freno a mano. Se vi sembra poco… a me sembra troppo. Troppo pericoloso.

3. Creazione di una cultura critica

Per mobilitazione non intendo solo la piazza, ma anche la creazione di uno spazio di riflessione. Università, scuole, sindacati, sedi di partito sono i luoghi deputati per discutere della questione LGBT. Occorre parlare alla gente, far capire la bontà della nostra lotta politica che è una lotta per tutti e per tutte (noi sì che siamo pour tous!), perché la questione dei diritti civili è un giro di perle e se spezzi il filo della collana, verranno via man mano tutte le altre.

Nelle scuole va fatta una campagna contro l’omo-transfobia sociale – prima che venga approvata la legge Scalfarotto, che renderà vane proprio questo tipo di iniziative – nelle università vanno organizzati convegni sullo stato del diritto, sul linguaggio, sulle ricadute sociologiche ed economiche delle discriminazioni contro le persone LGBT. Abbiamo belle teste pensanti, nel movimento – un nome per tutti: Rete Lenford – e allora usiamo questi talenti per fare cultura contro l’ignoranza e la rozzezza culturale del fronte omofobo.

Fondamentale il ruolo dei media. Invece di smuovere il galoppino di turno per scrivere trafiletti in cui far comparire lodi alle gaye baronie di pertinenza, usiamo i contatti con la stampa per proporre la bontà delle nostre rivendicazioni, per raccontarle col nostro linguaggio, per informare su ciò che vogliamo davvero a vantaggio non di una minoranza, ma della collettività democratica e civile.

4. Dialogo con le istituzioni

L’unità politica dovrebbe creare un programma definito e una comunanza di intenti. Credo che il movimento debba richiedere senza sconti ulteriori la pienezza dell’uguaglianza giuridica. Poi starà agli attori istituzionali spiegare perché non si vuole arrivare a quel traguardo. Ad ogni modo, il dialogo con le istituzioni è fondamentale, sia a livello locale (e qui rientra il discorso dell’importanza di tutte le realtà associative), sia a livello nazionale.

Dialogo non vuol dire compromesso al ribasso. E mediazione non vuole dire amputazione dei principi inderogabili dell’uguaglianza. Essere uguali, in quanto minoranze, è una prerogativa che descrive la democrazia. La qualifica come tale. Il Partito democratico, a dispetto del suo nome, sembra incapace di concepire questo assunto. Compito del movimento è porlo di fronte a queste contraddizioni e cercare di ottenere il massimo, a livello di confronto. Poi cosa accadrà nelle stanze del potere – considerando il grado di affidabilità delle persone coinvolte dentro i partiti – non può dipendere dalla volontà delle associazioni. Ma il tentativo deve essere fatto.

5. Considerazioni finali

Se non fosse chiaro siamo in guerra. Il fronte omofobo italiano è bene organizzato, armato fino ai denti, finanziato dall’otto per mille, che la chiesa rigira a questa o quella organizzazione. Poi ci sono le carnevalate tristi alla Manif pour tous, ma il problema sta altrove.

Abbiamo il dovere morale, per noi ma anche per la società tutta, di pretendere che questo paese sia migliore. E dobbiamo operare seriamente – cioè, facendo le persone serie e lavorando fattivamente al progetto – affinché ciò avvenga. Altrimenti non avremmo più scusanti. E sarà difficile, se non impossibile, non dar ragione alla rabbia di chi ci dice che il movimento è uguale a quelle caste che hanno affamato il paese. Economicamente e sul fronte della giustizia sociale. Io non voglio essere complice di questo sistema. Io voglio cambiarlo, con la democrazia, per la democrazia.

Feudalesimo universitario

Il dramma delle baronie universitarie non sta solo nel fatto che esse bloccano il libero accesso ai piani alti del sapere e della produzione della cultura. E già questo è irricevibile, perché mi si dovrebbe spiegare in virtù di quale ragione questa gente pensa di avere avuto legittimità ad aver trasformato un posto pubblico, al quale si dovrebbe accedere per libero concorso e su basi meritocratiche, in un feudo ereditario.

Il vero problema è che quelle baronie riproducono un circuito culturale sempre uguale a se stesso. Non si riesce ad andare oltre i soliti studi sui soliti autori. Mi è arrivata una proposta di acquisto di una rivista di Italianistica. Studi su Aretino, Dante, Petrarca, Alfieri. Gli ennesimi. Che si aggiungono alle migliaia di articoli e volumi già pubblicati.

Ricordo una lezione di dottorato. Eravamo con un docente che ci somministrò il suo laboratorio sulla ricerca filologica, tirando fuori dal cappello un suo studio su un poema in francese antico. E fin qui va benissimo. Lavoro di altissimo profilo intellettuale, nulla da obiettare. Poi uno di noi gli fece notare che la ricerca andrebbe orientata verso una contemporaneità più militante. Creare un legame tra sapere, cultura e presente. Per evitare, magari, che si rimanga troppo ancorati all’analisi del sonetto di questo o quello, senza capire i processi che la contemporaneità produce e che vanno dominati, se non vogliamo che essi dominino noi.

La risposta fu: “ma cosa c’entra!”. O qualcosa di simile.

La ricerca, a parer mio, dovrebbe essere scoperta, prospettiva, utilità sociale. Non masturbazione per l’ennesimo studio sul pessimismo cosmico di Leopardi o la sua negazione. Poi per carità, ben vengano anche quelli. Ma se sono solo quelli, il problema c’è ed alberga, tutto, nelle nostre sedi universitarie.

Lo svecchiamento della nostra società, la rottamazione, i “tagli utili” dovrebbero cominciare proprio da lì.

Un piccante, laico alfabeto…

Questo libro è per me l’inizio di un nuovo corso e di un’amicizia molto bella e speciale. Ero alla sede del Partito Radicale, alla presentazione di Opus Gay, di Ilaria Donatio. Vi era un dibattito con un editorialista de l’Avvenire, tale Gianni Gennari.

Intervenni, perché le sue argomentazioni sull’affettività tra gay e tra lesbiche mi apparvero offensive e contraddittorie. Dopo qualche giorno da quell’intervento, registrato su Radio Radicale, mi contattò un signore dal fare garbato, con un gradevole accento del nord e una delicatissima erre uvulare, che voleva regalarmi il suo libro. Si trattava di Franco Buffoni.

Da Laico alfabeto in salsa gay piccante ho tratto, per altro, la giusta ispirazione per scrivere il mio saggio sulla condizione omosessuale in Italia (ma questa è un’altra storia…) e sempre da quell’opera è cominciato un percorso intellettuale che reputo un dono, non importa mandato da chi. La laicità, a ben vedere, è proprio questo: non si interroga su presenze arcane, ma valuta il buono che c’è o la sua assenza. E dalla parte del “buono” c’è questo libro che vi consiglio caldamente di comprare e leggere.

Le ragioni sono molto semplici.

Innanzi tutto per la struttura, originale: l’autore raggruppa in ordine alfabetico ben cinquantasei voci, due per lettera, alle quali affida riflessioni importanti sui grandi temi non solo della laicità, ma del vivere civile in una terra, l’Italia di adesso, sempre più imbarbarita da nuove guerre di religione – tra papato e res publica, questa volta – e dall’arretramento di quell’esercito dei “giusti” – i partiti politici in primis – che da troppo tempo si lascia intimorire di fronte a questo scontro.

A inframezzare questi capitoletti, Buffoni introduce cinque approfondimenti in cui affronta temi più universali, quali la libertà individuale, l’autodeterminazione, l’onestà intellettuale, le ipocrisie dei poteri religiosi, l’importanza della militanza politica che è, prima di ogni altra cosa, engagement civico e umanizzante.

Di lettura agile, il Laico alfabeto apre finestre tematiche su quegli aspetti culturali, i quali, prima ancora di appartenere alla questione omosessuale italiana, sono fondamentali per la tenuta democratica di un paese che ardisce a chiamarsi moderno ed europeo. Elementi, tutti questi, che contribuiscono a rendere questo saggio un vero e proprio “manuale per l’uso” di una rinascita intellettuale, politica, civile.

In parole più semplici: un testo imprescindibile.

Laico alfabeto in salsa gay piccante, di Franco Buffoni, Transeuropa, 2010, € 14,00.

A scuola con leggerezza

Oggi a scuola sono entrati venti studenti. Li abbiamo raggruppati tutti in un’unica classe. Tra prime, seconde e terze. Mi tocca star qui, anche se non ho classi con i miei allievi. Tranne una, a dire il vero. Ma tant’è…

I colleghi fanno vedere alcuni film sullo schermo gigante. Perché la mia scuola sarà pure in periferia, ma è fica. Ha le lavagne multimediali, il teatro, i pc e i prof di geografia più belli della città (io, tra questi).

Suona la quarta ora, tocca a me. E siccome io mi annoio a non fare niente, comincio a pensare. E mi illumino, come la lampadina di Archimede, quella dei fumetti Disney per intenderci.

E allora…

Vai con il video dei Black Eyed Peas, quelli di I gotta feeling, col flash mob di Chicago, in cui ballano migliaia di persone tutte insieme per far capire ai ragazzi che con la disciplina e l’impegno si possono raggiungere grandi risultati.

Vai col video di I’d rather dance with you, dei Kings of  Convenience, perché sappiano cosa dire quando qualcuno – adulto, e senza l’amore per la vita – dirà loro che i loro sogni non sono realizzabili. Anche se sono sogni tutti strambi.

Poi l’omofobia. Perché loro ogni tanto sghignazzano, anche verso di me. Ne parlo con molta ironia, senza risentimento. Perché non è colpa dei ragazzi se gli adulti di cui sopra li hanno educati al disprezzo. E allora mando le immagini dello spot del governo, anche se è brutto, e poi ancora quello delle vecchiette portoghesi, che invece è bellissimo.

E ancora, siccome devono crescere innamorandosi della cultura, gli dico: volete sapere a che serve la geografia? Bene, se il tizio de L’era glaciale non avesse studiato questa materia non avrebbe mai disegnato il film, col trailer della deriva dei continenti. Lo guardano, ridono. Sono contenti.

Perché la cultura, la musica, la gioia, il rispetto, la bellezza dei corpi che si muovono all’unisono possono farci innamorare di noi, dei nostri sogni, delle cose che riusciamo a fare nel mondo, anche se a volte il mondo è brutto.

E così suona la campana della quarta ora e vado via.

Non so se ho lasciato loro qualcosa. Ma ci ho provato. E credo che se l’anima è fertile, i germogli cresceranno rigogliosi. Carichi dei frutti della speranza e del domani. Tutto con leggerezza, improvvisazione, ma senza andare a casaccio. E scusate se è poco.

Tunnel e neutrini. Dopo Maria Stella, la Aprea

Valentina Aprea, altra mente del Pdl responsabile del disastro in cui versa la scuola italiana e per questo presidente della commissione Cultura alla Camera, sul caso del “tunnel  Gelmini” dichiara:

«È la sinistra che si ricopre di ridicolo montando una polemica surreale non prendendo occasione di strumentalizzare un comunicato del Ministero che come ovvio si riferisce al tunnel al cui interno sono stati lanciati i protoni».

Prima osservazione: nel comunicato ufficiale c’è scritto, testualmente

«alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento…»

e se la lingua italiana non è un’opinione qui si sta parlando un tunnel che passa tra un punto e un altro. Per di più anche l’uso del complemento del moto per luogo non lascia molti spazi al dubbio di cosa volesse significare quella frase.

Secondo poi, è comunque grave che il ministero che coordina e gestisce la cultura di massa in Italia non sia in grado di produrre un testo chiaro e breve su un avvenimento così importante. Se la Gelmini dice che non intendeva dire che esiste un tunnel sotterraneo le si può pure credere, ma pecca comunque di dilettantismo, lusso che un ministro non si deve permettere.

Terzo: la signora Aprea parla di protoni. Adesso io non sono molto ferrato in fisica, ma qua non si stava parlando di neutrini? E se guardiamo alla sua stessa frase, dice, anche lei, che le particelle sono passate attraverso un tunnel evidentemente costruito dall’uomo.

Questa è la situazione della scuola e della cultura nel nostro paese: in mano a gente che non sa di cosa si sta parlando. E che, a quanto pare, non sa nemmeno scrivere.

Il tunnel e la Gelmini

La rivoluzionaria scoperta dei giorni scorsi – che attesterebbe che esiste qualcosa di più veloce della luce, ossia i neutrini – rischia di legarsi al ricordo, ridicolo e tragico allo stesso tempo, di un’infelicissima gaffe dell’attuale ministro della pubblica istruzione.

Maria Stella Gelmini, saputo del successo dell’esperimento effettuato tra il CERN e i laboratori italiani del Gran Sasso, si è affrettata a diramare un comunicato stampa che, tra elogi e salamelecchi, recita testualmente:

Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro.

Peccato che il tunnel in questione non esista per niente. Come si legge sul sito di SkyTG24:

non esiste alcun tunnel (che dovrebbe essere lungo 730 chilometri) che colleghi i due centri di ricerca, dal momento che i neutrini vengono “sparati” sottoterra e attraversano la materia senza necessità di alcun tunnel per garantire il loro passaggio.

Il ministro dovrebbe, a questo punto, spiegarci da dove ha preso la cifra che dichiara di aver stanziato per la costruzione di qualcosa che non esiste. In tempi di crisi, non vorremmo che le “tasche degli italiani” tanto care al suo datore di lavoro, Silvio Berlusconi, fossero state svuotate per un’opera che non c’è.

Una cosa però è certa: l’unico tunnel che l’Italia ha contribuito a creare è quello in cui giace la cultura italiana da quando la Gelmini è ministro, dal quale bisognerebbe uscire, sì, alla velocità della luce e dal quale non si vede, per il momento, l’uscita.

Queer Week Catania: il Pride diverso

Anche quest’anno la festa dell’orgoglio LGBT etneo chiuderà la stagione dei pride italiani. Una stagione che ha visto, tra gli altri, il clamoroso successo dell’Europride di Roma, il pregevole bis di Palermo e le “nuove stagioni” di Milano, col patrocinio del neo-sindaco Pisapia, e di Napoli, che ha visto il primo cittadino De Magistris marciare assieme ai manifestanti.

Un anno di novità, in altre parole, sul solco di una tradizione che più volte ha suscitato critiche interne ed esterne, sull’opportunità di “festeggiare” un evento che commemora lotte lontane – come la rivolta di Stonewall, del 1969 – ma che non ha prodotto nessun progresso legislativo e sul piano dei diritti nel nostro paese. Proprio da queste considerazioni è nata la svolta delle associazioni siciliane riunite dentro il Laboratorio del Pride che quest’anno proporranno una formula nuova. Una settimana di eventi culturali, di riflessioni pubbliche, di incontri sulla salute e sulla condizione delle donne. In una sola parola, anzi, in due: Queer Week.

Non si farà, invece, il corteo finale. E questo non certo perché si considera obsoleto e superato il momento più elevato della visibilità di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali – molte delle associazioni presenti dentro il Laboratorio hanno aderito e/o partecipato all’appuntamento romano dell’undici giugno – ma perché dopo più di un decennio la parata finale rischiava di essere metabolizzata dalla cittadinanza non più come momento politico-rivendicativo, bensì come appuntamento folkloristico, come nota di colore facilmente assimilabile.

Gli organizzatori e le organizzatrici – Arcigay Catania, Citta Felice, Codipec Pegaso Catania, Collettivo Lesbico Goditive Generose, Gruppo Pegaso, Kalon GLBTE, LILA Catania, Open Mind Catania, Ossidi Di Ferro, Stonewall GLBT Siracusa – hanno invece deciso, per il 2011, di privilegiare la comunicazione con la città, su temi importanti e impegnativi.

Si comincia il 28 giugno, data simbolica scelta non ha caso, con i “Diari pubblici dell’orgoglio”, presso la libreria Feltrinelli, in cui militanti e esponenti del movimento LGBT siciliano condivideranno le loro riflessioni su amore, politica, sessualità, fragilità umane, ecc.; si continuerà con gli appuntamenti dedicati alla cultura, all’omogenitorialità, presso lo splendido chiostro nella sede della CGIL, alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, per concludere, il 3 luglio, con una ricchissima giornata al femminile, alla scalinata Alessi, luogo storico della gay community catanese.

Un ciclo di incontri che mirano all’edificazione di un rapporto più consapevole, per certi versi più critico, con un tessuto sociale forse un po’ distratto o col quale, forse, non si è saputo dialogare fino in fondo, al fine – come si legge nel documento politico – di “poter costruire il senso della comunità, che è il senso della condivisione e dell’affetto profondo e della congioia!”.

La Catania rainbow riparte a viso aperto dal dialogo e dall’incontro nei luoghi della città. Una nuova formula della visibilità, forse più sussurrata ma non certo meno impegnativa e coraggiosa, per poter festeggiare, un domani, non solo una memoria storica, ma anche quel senso ritrovato in cui fare dei diritti e del rispetto delle differenze un territorio comune di confronto e di inclusione sociale.

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pubblicato su Gay.tv