Tutta la nobiltà del grano

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Treccia svizzera

A volte penso di mollare tutto e aprire una pasticceria o un piccolo forno. Una stanzetta raccolta, una vetrina, le signore del quartiere che vengono a parlarmi dei loro gatti, il ragazzo del palazzo di fronte del quale cerco di capire le intenzioni (e tanto lo so che o è etero, oppure strafidanzato da anni). Una vetrina su una strada di sampietrini, di quelli che quando piove è tutto così nostalgico. Una porta che quando la apri sprigiona il profumo del pane un po’ ovunque. Metterci pure dei libri, qua e là. Regalare i panini al cioccolato ai bimbi più timidi. Dare consigli alla ragazza che litiga al telefono, perché in queste cose io sono bravo. Con gli altri, sempre e comunque. Perché si è sempre saggi con le vite altrui. Preparare il dolce della domenica, “che cos’è?”, “crostata di ricotta e cannella”, “mi farà ingrassare…”, “ma la farà felice…”, impastare non solo ricette che prendi qua e là per il mondo, ma anche la tua nuova vita, senza il grigiore di qualsivoglia burocrazia, senza il sapore insulso del potere.

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Crostata di ricotta

Tutto questo farò un giorno. Alzarmi di mattina presto e chissà, magari dare un bacio a chi dorme vicino a me, un bacio leggerissimo, per non svegliarlo ma per fargli capire che ci sarò sempre, e poi scendere al mio piccolo forno, creare trecce di pane dolce, sistemare il tutto come in una gioielleria che non ammette forzieri o distanze armate e aspettare che la vita entri da quella porta, con uno scampanellio allegro, il calore della legna accesa, il sapore della cioccolata, delle noci e tutta la nobiltà del grano. A tutto questo, penso, a volte.

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#15factsaboutme

È un hashtag. E gira su Twitter.

Ho pensato: quali sono le quindici cose che ti descrivono?
Ho lasciato parlare l’istinto e questo è il mio elenco:

1. Sono (auto)ironico. Perché bisogna sempre ridere di se stessi e di ciò che ci circonda.
2. Scrivo: racconti, saggi, poesie, romanzi. E sul mio blog.
3. Non amo più il mio lavoro. Tutta colpa di chi ha reso la scuola un luogo per manovalanza intellettuale di terz’ordine.
4. Da bambino ero grasso. Poi tra un effetto fisarmonica e l’altro, ho perso, negli ultimi mesi, altri dodici.
5. Sono siciliano, ma vivo a Roma e ogni tanto mi vien voglia di scappare all’estero.
6. Mi piace cucinare. Per lo più per gli altri. Mi piace cucinare più il salato. Ma io, personalmente, amo i dolci.
7. Reputo l’amicizia un sentimento fondamentale. In alcuni casi, addirittura superiore all’amore. Perché non dà dipendenza.
8. Non sopporto la volgarità dei tempi moderni. Ma dico le parolacce.
9. Sono gay. E sono contento di esserlo. Essere gay mi ha salvato la vita. E non è una provocazione.
10. Aspiro al cinismo. Ma in verità sono un gran tenerone. Capite perché vado in terapia?
11. Ogni tanto sento l’esigenza di innamorarmi. Poi rinsavisco e ritorno in me.
12. Do i nomi degli esseri umani agli animali, per elevare la miserabile condizione dell’uomo.
13. Amo il crepitare del fuoco, il suono di neve e acqua dei ruscelli, l’odore della pioggia, la luce tenue delle candele.
14. Sposerò l’uomo che me lo chiederà lasciandomi piangere per il fatto di avermelo proposto senza che io ne abbia pudore.
15. Mi piace abbracciare. Se ti abbraccio, vuol dire che non ho più armi. Vuol dire che sei diventato/a il mio mondo.

Parlare della neve

Forse il cielo promette neve. E quando questo succede, il grigiore lontano ha qualcosa di allegro.

È come se il mondo fosse più piccolo e ti abbracciasse. Come se le cose di casa divenissero un tutt’uno con la tua pelle, e il sangue, e ogni pensiero, dalla camera da letto ancora disfatta, alla cucina e all’androne, dove la buca delle lettere ha sempre fame di parole scritte da altri.

Poi pensi che sarebbe bello tornare a casa, mentre l’orizzonte si fa viola, e parlare della neve con qualcuno. Di fronte a una tazza fumante, sopra il divano, davanti la tivù, al cospetto del palazzo di fronte.

E allora, per tergiversare, indossi ancora più lana, bevi un sorso di troppo di caffè e la doccia si fa più lunga, tra una canzone e l’altra, dove ti ritrovi, nell’ennesima canzone che conosci a memoria. Forse da troppo tempo.

Da sposare

Oggi mi è arrivata una notizia non buona. Niente di grave. Ma quanto basta per farmi cominciare la giornata dello stesso colore del cielo. Latte. Scremato. Comprenderete da soli, la tristezza intrinseca.

E allora.

Prendo la farina. E l’acqua, il lievito e tutto il resto.
Metto la musica. Impasto, taglio gli ingredienti e via, nel forno più bello e più caldo dell’universo. E fanculo le nuvole stronze, lassù.

Il profumo delle “scacciate” invade la cucina, il corridoio, esce fuori dal balconcino interno e si riversa, come una cascata odorosa, per le scale del palazzo, fino all’androne e poi fuori. In mezzo al mondo. Dentro questa parte di mondo, intanto, c’era gente felice che mi diceva “buonissime!”.

Morale della favola? Ho imparato a cucinare una vecchia ricetta di mamma e di nonna, ho fatto felice la mia coinquilina, il mio umore è tornato a sorridere e ho pure ricevuto un regalo prezioso da un amico altrettanto importante.

Cucinare mi fa bene. Chissà, forse lo sceglierò come mestiere…

E adesso andate pure per le dodici tribù di Israele, per tutti i popoli della Terra di Mezzo e anche in tutte le disco gay di Roma e annunciate che sono da sposare.

Più di un pensiero, magari a forma di nuvola

Ogni tanto ripenso a Bloody Nell.

Mi ricordo quando tornavo a casa da Catania, dopo qualche settimana di assenza, per le feste soprattutto e magari pure più in carne, e lei mi diceva «sei sciupato».

Allora, nonna, facciamo così. Oggi ti dedico una piccola magia, anche se tu non ci hai mai creduto, sebbene, senza saperlo, hai sempre dato spazio ai poteri degli elfi.

Oggi ti mando in paradiso il colore del cielo di Roma, che è lo stesso di quello che si vede dalla tua finestra, dove crescevano la menta e le fresie.
Oggi ti dedico più di un pensiero, magari a forma di nuvola, così ti ci puoi nascondere dentro.
Oggi penserò a quale sapore spedirti, perché a te piaceva mangiare e preparare i cibi, e mi hai lasciato la tua arte, i tuoi accorgimenti, la sapienza nel tritare il prezzemolo e nell’essere custode dei fuochi.

E siccome so che ti piace ridere ancora, ogni tanto imprecherò contro tu sai chi, e magari anche il suo diretto superiore. Tanto lui, da dove sei, non può dirti nulla, o lo lasci senza cena. E di questi tempi, in paradiso, senza di te, hanno solo da rimetterci. (E che questo rimanga tra noi. Siamo d’accordo…)

E in tutto questo, voglio rassicurarti: non sono sciupato, anzi, devo perdere dieci chili e credo che comincerò da gennaio, anche se non sarai d’accordo, lo so. Ma volevo, appunto, rassicurarti.

Tu, se vuoi, vieni pure a riprendermi in sogno. Come hai fatto già qualche volta. Come quando mi hai abbracciato per l’ultima volta e io sapevo che eri tu, che c’eri.

Che ci sei.

Ciambelline speziate alla mela

Non ne avete abbastanza delle abbuffate natalizie che già deturpano il vostro bel sembiante con orridi rotolini di adipe pronto a trasbordare dalla cinta dei pantaloni?
Pensate che dopo aver fatto marcire il vostro fegato con le vicende politiche italiane, sia arrivato il momento di mandarlo in malora ma almeno con qualcosa per cui ne valga la pena?
Siete semplicemente depressi/e e volete una scusa per mettervi ai fornelli e inebriarvi di cibi profumati?
Preparate allora le splendide e ultracaloriche ciambelline speziate alla mela!

Per quanto riguarda gli ingredienti dovrete avere a portata di mano:

  • 300 ml di farina già lievitata
  • 250 ml di latte
  • un uovo
  • una o due tazze d’acqua
  • due cucchiai di zucchero
  • due belle mele rosse
  • liquore Strega q.b.
  • zenzero in polvere
  • cannella in polvere

innanzi tutto prendete le mele, lavatele per bene, a meno che non consideriate anche i pesticidi nel novero delle spezie, e asportatene il torsolo con strumento adeguato oppure, se siete sprovvisti come me, con coltello bene appuntito e tanta pazienza.

Quindi le mele fate a fettine, in senso orizzontale, in modo tale che vengano dei dischetti di 3-4 millimetri di spessore. Disponeteti il una ciotola larga, irrorare con la Strega, spolverare un cucchiaio di zucchero, la cannella e lo zenzero e, quindi, versarvi sopra un po’ d’acqua fino a quando tutto non sarà bene annegato in un intruglio ben profumato che, però, avrete la cura di non bere.

Lasciate riposare le mele per un paio d’ore. Quindi preparate la pastella stemperando la farina nel latte, zuccherando col cucchiaio rimasto, aggiungete l’uovo e mescolate fino a quando l’impasto sarà omogeneo, senza quegli orridi grumi che tanto ci fanno disperare.

Arrivati a questo punto prendete la cassueruola o la padella che usate di solito per fare le frittelle, mettete una buona quantità di olio di semi, lasciate scaldare a fuoco basso. Intingete i dischetti di mela nella pastella, friggete un minuto le ciambelline, girandole da una parte e dall’altra, e quando saranno perfettamente dorate riponetele su carta assorbente. Asciugate delicatamente l’olio in eccesso – non mi vorrete diventare delle totali balene! – e riponete su un piatto da portata. Spolverate le frittelle ancora calde con zucchero grezzo o a velo e servite ben calde.

I vostri ospiti vi vorranno bene, almeno fino a quando non andranno a pesarsi sulla bilancia.

P.S.: qual è il risvolto “gender” di questa ricetta? L’ho fatta io, sono gay ed è un chiaro tentativo di omosessualizzarvi tutti/e. E spero che sia ben chiaro.

Sempre da dentro

Oggi è una data particolare, per me e per tutto ciò che è stata la mia vita. Un paio d’anni fa, per il 20 novembre, ho scritto un post che riporto adesso, anche in questo blog. Oggi lei di anni ne avrebbe 96, ma al di là del dato anagrafico tutte le cose che ho scritto allora valgono anche adesso. Per cui buon compleanno Bloody Nell. Chissà cosa hai cucinato di buono, lassù, per gli angeli…

Oggi avresti fatto 94 anni. E sarebbe stata l’ennesima occasione per fare festa da te, in quella casa che ho sempre sentito come un’emanazione imprescindibile della mia esistenza. Perché mi piaceva fare i compiti sulla macchina da cucire, accanto alla finestra, mentre fuori pioveva. O sentirti inveire perché ti si spegnevano i cerini, mentre io riuscivo ad accenderne tre alla volta.

Volevo solo dirti, mia cara, che anche se tutto sembra mutare in fin dei conti nulla è cambiato. Come in me, quando ti penso, quando ogni tanto vieni a trovarmi in sogno ed io non mi stupisco quasi mai perché so che ti porto dentro. Anzi, visto che ci sei, dentro di me da qualche parte trovi le fresie che amavi coltivare, della ricotta come quella che piace a te, una cassata come Dio comanda e l’uomo che sono diventato e che hai contribuito a fare. Anche se non sono perfetto, anche se non avresti capito alcune scelte della mia vita. Ma so che mi vuoi bene, e avresti accettato, lo so, lo sento. Altrimenti, quando sei morta, non saresti venuta la sera stessa con tutte le tue valigie ricolme di tutta la vita di cui eri capace e non avresti salutato me – l’unico, tra tutti, e non solo perché so parlare coi morti – con quell’abbraccio che quasi avevo dimenticato, con quella forza, quella luce, quella consistenza di carne e di stoffe amiche.

Allora auguri, mia cara Bloody Nell, auguri per la tua nuova vita e per quella che hai contribuito a regalarmi. Quando penso di essere una persona fortunata, e da un po’ di tempo a questa parte lo penso un po’ più spesso, accade perché so che ti ho conosciuta e perché mi hai nutrito col tuo amore e coi tuoi cibi speziati e speciali. Allora passa dentro di me, tutte le volte che vuoi. Voglio essere la tua casa su questo mondo assurdo come tu lo sei stata per me quando non sapevo com’era fatto il mondo. Puoi venire a trovarmi quando vuoi. Te lo prometto, ti voglio bene.