Momento simpatia #6: la pseudo-star ex velata e il pride

viso manichino uomo con capelliAdesso non è che siccome uno è gay, pseudo-famoso ed emette un peto verbale su come deve essere un pride si deve, per forza:
– pensare che abbia una qualche forma di ragione
– dargli, di conseguenza,visibilità
– inseguirlo, quindi, nel suo delirio.

Così è facile: dopo che per una vita hai fatto la velata – che la moglie di uno sceicco in Arabia in confronto è Belen all’Isola dei Famosi – capisci che la carta dell’omosessualità è l’ultima chance per ottenere un residuo fama. E lo fai, magari, buttando fango sul lavoro di quei/lle militanti che per decenni hanno lavorato anche per te.

E se permettete, la colpa non è poi tanto di chi si avventura in queste forme di sciacallaggio identitario, quanto di chi fornisce a certa gente un megafono. La grettezza si combatte con l’oblio. A fare da eco a un peto, per tornare al discorso di partenza, ottieni solo un certo tipo di effetto sonoro: e non è certo bello o elegante, converrete.

I prof hanno troppe vacanze e altre amenità? Provate a farlo voi, questo lavoro

scuola2La cosiddetta “buona” scuola è entrata a regime, lasciandosi dietro più gente scontenta che altro. L’opinione pubblica italiana reagisce in due modi, grosso modo analoghi: o adotta l’indifferenza tipica della nostra società rispetto a fenomeni sociali complessi, oppure giudica in nome della propria ignoranza rispetto ai fatti. A questo punto sorge una domanda: voi che pontificate su quanto è bella e buona la riforma, e quanti ingrati e cattivi i/le docenti che dovranno scontarne gli effetti, cosa sapete di insegnamento? Lavorate in una scuola pubblica italiana? Lo avete mai fatto? Qual è più in generale il vostro strumento di interpretazione e di conoscenza della realtà? E no, miei cari: l’arroganza – diretta conseguenza dell’ignoranza delle cose – non è la risposta esatta. Ma andiamo per punti.

Uno. La cosa che si contesta, tra le molte, di questa riforma è che non terrà conto della professionalità del personale assunto. Faccio un esempio concreto, così che anche le teste più dure possano essere facilitate nella comprensione della cosa: sei un insegnante di musica e lo Stato ti ha fatto abilitare per insegnare, appunto, musica. Per fare questo ti ha chiesto, nell’ordine: concorso per accedere alla specializzazione, denaro per frequentare il corso, esami in itinere ed esame di stato finale. Sarebbe dunque compito dello Stato fare in modo che i tuoi sacrifici vengano ripagati in modo conseguente. E invece no. Sarai chiamato (fasi B e C) laddove serve a far parte di un team di insegnanti che copriranno i buchi di chi si assenta o a fare lavori di altro tipo (sostegno, mensa, laboratori pomeridiani, ecc). Pazienza se la tua professionalità viene mandata a quel paese. Il tifoso standard del leader che ha permesso tutto questo ti darà del gufo e ti dirà che non ami il tuo lavoro.

Due. Questione “deportazione”. Termine forte, me ne rendo conto. Forse improprio, ma forte. Volutamente forte. Si chiama, appunto, iperbole. Se insegni lettere, a scuola, sai di che stiamo parlando. È un po’ come quando diciamo “c’è un caldo da morire”. È ovvio che dopo non muori (a meno che tu non sia anziano e con un cuore malandato). Ma nella retorica politica funziona anche così. Se poi vogliamo usare termini più corretti, possiamo parlare di trasferimento sotto ricatto di licenziamento. Non so se negli altri ambiti lavorativi funziona così. So però che se ti trasferiscono, hai degli incentivi. Dopo di che, leggo di alcune polemiche quali “vogliono il lavoro sotto casa” e cretinate simili. Sfugge, a questi campioni dell’indignazione a buon mercato – eppure fermarsi a riflettere dovrebbe essere gratis – che gli/le insegnanti sono tra le categorie a più alto grado di mobilità per trasferta lavorativa (in direzione sud-nord, per altro). Io stesso quando l’allora ministra Gelmini ha tagliato i fondi all’università prima e alla scuola poi, mi sono trasferito a Roma, dove ho lavorato per cinque anni come precario. Magari poi ti fai nuove amicizie, ti devi abituare a una nuova vita (allora avevo 35 anni) e ricominciare tutto da capo, stravolgendo le regole del gioco che sempre lo Stato ti aveva imposto, un attimo ti fa incazzare. Ma giusto un po’. Perché nel frattempo forse hai comprato casa, ti sei fidanzato, ecc. Nel caso ancora tu fossi insegnante e pure gay, il problema si complica visto che non sei riconosciuto nemmeno come coppia, ma questa è un’altra storia. Tornando al discorso di partenza, perciò: o accettate l’iperbole, nella contestazione alla riforma, o quando dite di morire di caldo o di sete poi per coerenza lo fate. Morire, dico.

Tre. Le critiche del piffero poi. Per non dire proprio “del cazzo”. Ma converrete che mi rovina il climax, per cui non lo dirò. Tra le varie contestazioni, ho sentito frasi quali “hanno due mesi di ferie, di che si lamentano?”. Bene, vale quanto detto al punto uno (professionalità) e due (sacrifici). Poi magari gli stessi sono dei morti di fame e vanno in orgasmo mentale per il calciatore X comprato per dieci milioni di euro dalla loro squadra del cuore. Sempre per aver ben chiaro il nostro contesto sociale. Ad ogni modo – e ricordandovi che tra Natale, Pasqua e feste comandate i mesi di ferie arrivano a tre e se non vi va bene il problema è solo vostro – rispetto a tali contestazioni, il discorso è molto semplice. E anzi vi faccio una proposta: se vi dà così fastidio che un docente abbia tutte queste vacanze, potete provare a farla voi questa professione. Se ci riuscite, ovvio. Si tratta appunto, col vecchio sistema, di superare un concorso di ammissione, due anni di scuola di specializzazione, tirocinio per un anno in una scuola vera, studiare di notte per preparare gli esami, esame di stato finale, 2500/3000 euro di tasse, ecc. Col nuovo sistema sarà solo per concorso (ma devi essere abilitato). Ma anche lì, visto che è così facile, fatelo. Requisito: laurea attinente con massimo punteggio possibile. E poi – dopo un anno in aula con trenta ragazzini per classe, in luoghi fatiscenti, senza internet e con le sedie rotte, senza riscaldamento o climatizzatore e carta igienica in bagno e l’impossibilità di andare a pisciare perché non ci sono bidelli che ti sorvegliano i ragazzini – ne riparliamo. Ok?

Quattro. Come dite? Un insegnante è una figura chiave e deve essere il top? Concordo al 100%. Allora mi direte perché vi piace una riforma che ci porta a fare da tappabuchi e a frustrare la volontà e le capacità di chi vuol fare davvero (ricordate l’esempio al punto uno). Poi io sono dell’idea che se uno lavora male, vada licenziato. E no, con la cosiddetta “buona” scuola non accadrà. L’insegnante svogliato e poco professionale verrà solo trasferito da una parte all’altra. Per cui invece di far danno da una parte sola, andrà a rovinare intere classi un po’ ovunque. Anche questa è una geniale idea di colui che incensate come il meglio che l’Italia possa avere. Complimenti vivissimi. Ah, ultima cosa, a proposito della mancata professionalità: la gente che non lavora esiste un po’ in tutte le categorie. Anche tra quei politici che magari votate tutti contenti.

Ah, dulcis in fundo, giusto per essere sgradevoli fino in fondo: in Finlandia l’insegnante è considerato come seconda categoria sociale dopo i medici. In Svizzera viene pagato qualcosa come 4000-6000 euro al mese. In Giappone è l’unica categoria che non si inchina di fronte l’imperatore. Adesso qui nessuno pretende che Mattarella venga in visita a Torre Angela a Roma o a San Cristoforo a Catania e si prostri ai piedi di chi lavora in contesti così difficili, ma davvero, dover rispondere a commenti sostanzialmente idioti o anche solo la prospettiva di prenderli in considerazione è un fardello che nessun/a insegnante del mondo occidentale e civile dovrebbe portare addosso. L’ignoranza, chi insegna, prova a combatterla. Non le dà corda. Spero che almeno su questo si sia tutti/e d’accordo.

Riforma Renzi: la buona s(cu)ola?

insegnanti o migranti?

insegnanti o migranti?

Il piano di Renzi di assumere già da settembre centocinquantamila insegnanti fa molto discutere, lascia diverse perplessità e, ça va sans dire, è già spacciato dalla stampa di regime come la panacea di tutti i mali che hanno afflitto in questi anni il sistema della pubblica istruzione.

A tal proposito, si è già scomodato Twitter e l’hashtag  è diventato il nuovo mantra quotidiano. 

Adesso, va da sé che l’idea di assumere tutti i lavoratori e le lavoratrici che da anni vengono sballottati/e da un istituto all’altro – in condizioni di precariato economico ed esistenziale – è una misura più che auspicabile, così come trovare la cura definitiva per il cancro, arrivare alla pace nel mondo, alla tutela dell’infanzia fino a raggiungere le più alte vette dell’amore universale. 

Il dilemma è: come si farà questa “rivoluzione”? Concretamente, intendo. Magari senza tirar fuori risposte come questa:

Problema numero uno: c’è la copertura finanziaria? A leggere i giornali, anche quelli che si sono trasformati nell’ufficio stampa del presidente del Consiglio, occorre capire quanti sono i soldi effettivi e dove vanno presi. Problema non da poco, visto che assumere un/a insegnante significa pagare stipendi, eventuali malattie, maternità, congedi, ferie, contributi, ecc.

Problema numero due: i costi sociali. Il Fatto Quotidiano denuncia prospettive piuttosto preoccupanti, soprattutto quando si leggono, nell’articolo di Marina Boscaino, parole quali:

I docenti, valutati dai dirigenti, si renderanno disponibili al momento dell’assunzione alla mobilità non solo fuori dalla provincia, ma – se necessario – anche fuori dalla regione. Il tutto in una professione che ha indici di femminilizzazione altissimi.

insomma, se questo fosse vero c’è il rischio che la prof Luisa Rossi di Perugia venga sballottata in un paesino della provincia udinese – le piaccia o meno – e sia costretta a lasciare a casa (magari appena comprata e con mutuo da pagare) marito e figli/e. Tale procedimento nel vocabolario della lingua italiana avrebbe una parentela semantica con il concetto di “deportazione”. Da ricordare la prossima volta che sentiremo l’intellighenzia piddina riempirsi la bocca di parole come “famiglia”. 

Problema numero tre: l’apertura ai privati. Può un sistema pubblico consegnato all’arbitrio dei privati garantire quella pluralità che dovrebbe essere alla base del sistema scolastico pubblico? Cosa sarebbe di problematiche come la laicità dello Stato, la libertà religiosa, l’autodeterminazione dell’individuo, i temi etici, la questione LGBT, ecc, in un contesto che viene controllato ad esempio da cooperative religiose di un certo tipo? Quali garanzie di rispetto di tutte le differenze verranno date rispetto a questa prospettiva? Al momento non è dato saperlo.

Dulcis in fundo: lo strapotere dei/lle dirigenti. Poiché non viviamo in un paese scandinavo ma in una nazione che basa la sua vita democratica sull’inciucio, il nepotismo, il privilegio e il mantenimento di forti squilibri socio-culturali, c’è il rischio tutt’altro che scongiurabile che le presidenze diventino piccoli centri di potere basati sui favoritismi. Una norma siffatta dovrebbe prevedere l’impossibilità di assumere parenti e personale legato alla dirigenza da rapporti personali di vario tipo. Perché a pensar male si fa peccato, ma l’Italia – forse anche per le sue matrici cristiane – del peccato sembra esser patria, in tutte le sue declinazioni possibili: mazzette, soprusi, mobbing, omofobia e via discorrendo.

Tralascio altri aspetti, sia per non mettere troppa carne al fuoco, sia perché non ne ho competenza (scatti salariali, meritocrazia, ecc). Non sono contrario pregiudizialmente al fatto che i/le docenti vengano valutati/e – e, possibilmente, non “giudicati” come ha detto il premier, visto che non stiamo parlando di delinquenti ma di professionisti/e – e che lo stipendio venga calcolato sulle competenze effettive di chi lavora. Ho visto insegnanti che meritavano di essere licenziati/e in tronco e altri/e che facevano il lavoro di due-tre persone per far funzionare tutto. Ben venga quindi un sistema più equo. Ma troppe sono le questioni in sospeso e il sospetto che si tratti dell’ennesimo annuncio cui seguirà il solito niente o un più originale “peggio di prima” è più che giustificato. Vedremo cosa accadrà.

Il movimento LGBT che piace a me

Il mio post Il modo migliore ha scatenato le reazioni di alcuni individui che, evidentemente, si sono sentiti toccati da una mia domanda che qui ripropongo: dov’erano moralisti e censori (critici con il movimento LGBT), quando bisognava costruire il mondo così come loro lo volevano?

Ovviamente io non dico che il movimento non vada criticato, semmai di farlo con cognizione di causa. Magari dopo essersi “sporcati le mani”, dopo aver cercato in un modo o nell’altro di aver cambiato le cose e di aver cercato di rendere migliore la vita degli altri.

Anch’io critico l’azione di sindacati e partiti sui risultati, ma non ho posto in discussione la loro stessa esistenza. Cosa che molti detrattori fanno con l’associazionismo LGBT. Siccome non si sentono rappresentati, il movimento rainbow non dovrebbe neppure esistere. Atteggiamento un attimo miope, converrete…

Rispondo con questo articolo a un certo Meursault, che scrive in un commento:

…per impegno associazionistico leggasi: mettere su dei brutti carri di cartapesta unti palestrati che si agitano al ritmo di “ballo ballo” della Carrà (signori e signore: la cultura gay!), e riempire la settimana ‘culturale’, collaterale al Pride, di conferenze sulla forza innovatrice di Carmen Russo nella mai defunta Fininvest. Mirabilissimo anche l’impegno dell’Arcigay nell’includere nel tesseramento locali di cruising e saune dove fare prevenzione è un’utopia, mentre si riesce con un certo successo a collezionare malattie veneree in ordine squisitamente alfabetico. Mirabolante il Mieli poi che fa delle darkroom del muccassassina la punta di diamante del proprio autofinanziamento. Taccio per carità sulle fantasmagoriche imprese del DiGay Project. Se questo è quello che fanno sul campo i cosiddetti attivisti gay, meglio farebbero a starsene a casa. Limiterebbero i danni, almeno.

Vedo che pur essendo molto critico col movimento (che è una realtà politica) Meursault è molto informato circa il milieu commerciale (che fa da sponda a quello politico, finanziandolo). Non so che tipo di esperienza abbia costui con le realtà gay italiane e sicuramente non è biasimabile l’idea di fare del circuito politico uno strumento di liberazione e non un pretesto per interessi altri. Ma lui descrive il movimento solo come comitato d’affari e così non è. Invito lui (e tutti/e voi) a leggere le seguenti attività delle associazioni con le quali io collaboro:

1. CCO Mario Mieli

Roma, 13 novembre, ultimo incontro di formazione sulle malattie sessualmente trasmissibili –http://www.mariomieli.net/fatti-furbo-batti-il-virus-3.html
Roma, 17 novembre, Flash Mob per il Transgender Day of Remembrance 2013 – http://www.mariomieli.net/flash-mob-per-il-transgender-day-of-remembrance-2013.html
Roma, 17 novembre, Welcome per i/le nuovi/e arrivati/e (dove si parla di orientamento e identità di genere) –http://www.mariomieli.net/la-f-e-la-m-non-sono-le-uniche-lettere-ce-ne-sono-altre.html
Roma, novembre 2013, Adesione alla campagna NoiNo.org (contro il femminicidio) –http://www.mariomieli.net/adesione-alla-campagna-noino-org.html

sempre al Mieli, poi, ogni mercoledì c’è la riunione del gruppo giovani, e personalmente sto curando alcune presentazioni di libri, con autori e autrici di fama nazionale.

2. Arcigay Catania

Catania, 12 novembre, cineforum, I ragazzi stanno bene – http://www.mariomieli.net/la-f-e-la-m-non-sono-le-uniche-lettere-ce-ne-sono-altre.html
Catania, 13 novembre, laboratorio di formazione politica, Gaye conversazioni – http://www.arcigaycatania.com/content/gaie-conversazioni-si-riparte

e sempre Catania è in prima linea contro le malattie sessualmente trasmissibili, tanto da aver preso parte a un progetto di prevenzione di dimensione nazionale e da collaborare con l’associazione Plus, di Bologna.

3. Stonewall GLBT Siracusa

Nell’attesa che aggiornino il sito – http://www.stonewall.it/cosa-facciamo/ – faccio notare che l’associazione già da anni porta avanti un progetto contro il bullismo nelle scuole e che ha già attivato il proprio programma culturale, attraverso il cineforum, la presentazione di libri a tematica LGBT e la creazione di progetti culturali di contrasto all’omofobia.

Concludendo.

Come si può constatare agevolmente – e a queste tre potrei aggiungere le realtà di Siena, Trieste, Avellino, Perugia, Bologna, ecc, dentro e fuori i circuiti nazionali – esiste un movimento politico sano, fuori dai giochi di potere che lavora nel territorio e per il territorio. Poi esiste una comunità che da una parte può scegliere tra queste iniziative (oltre Mucca e le discoteche) o decidere di rinchiudersi in una sauna a non far nulla per il benessere collettivo. Per me è legittimo non essere in prima linea, nessuno deve fare qualcosa che non sente di fare.

Ma qui ci si scaglia contro la stessa esistenza di queste realtà, molte delle quali lavorano sulle situazioni di disagio effettivo e, ripeto, nel territorio. Decretare, dall’alto della propria tastiera, che tutto è marcio e che nessuno fa qualcosa di veramente utile – e poi magari chi dice queste cose è il primo a non far nulla e/o a percepirsi come persona non degna di pari dignità perché omosessuale – è un torto grave alle persone che a livello gratuito prestano il loro tempo per rendere migliore la devastata situazione italiana. Situazione devastata a partire proprio dalla comunità LGBT non certo migliore del suo movimento.

Io invece credo nel movimento fatto da quelle persone, dentro e fuori la comunità LGBT, che lavora per il benessere di tutti/e. Anche di quelle persone aprioristicamente critiche con una realtà che non conoscono nemmeno, nella stragrande maggioranza dei casi, e che non legittimano solo perché ha fatto della visibilità un fatto politico qualificante.

Mangiate brioches e non toccateci Franceschini!

La notizia: dopo la manifestazione di ieri al Quirinale, per protestare contro la rielezione di Napolitano – presidente che per l’opinione pubblica ha la responsabilità di esser consustanziale al berlusconismo – un gruppo di partecipanti ha intercettato la presenza di Dario Franceschini in un ristorante. Da quel momento è partita una contestazione, feroce, contro il dirigente del Pd.

Leggo su Twitter e sui media le reazioni sdegnate e scandalizzate di amici e di esponenti politici. Termini e aggettivi come “squadrismo”, “aggressione”, “inaccettabile”, ecc, sono stati scomodati per definire una cosa molto più semplice: una contestazione.

Di cattivo gusto, sicuramente. Rabbiosa e disperata, come il momento che l’ha fatta nascere (e quindi bisognerebbe capire a chi dare la paternità del fatto, i cui partecipanti sono solo stati esecutori materiali). Ma non di certo “squadrista”, perché nessuno a fatto del male a nessun altro. A Franceschini non è stato torto un capello. Gli hanno semplicemente ricordato che “vendersi” a Berlusconi, con l’elezione di Napolitano, è percepito come l’ennesimo tradimento del Pd al paese. Tutto qua.

Poi posso concordare con voi che in troppi contro uno e per di più visibilmente impaurito non è proprio da cavalieri d’altri tempi. Ma appunto, lì occorrerebbe capire quando una cosa è opportuna o meno. Ma diglielo tu a un popolo, o parte di esso e per di più incazzato, di usare le buone maniere. Un tempo, forse, gli avrebbero consigliato di mangiare brioches. E si sa come è andata a finire.

Odifreddi, le critiche a Israele, la censura di Repubblica

L’articolo che segue, in fondo, è stato scritto da Piergiorgio Odifreddi, una delle voci intellettualmente più illuminate del pensiero laico italiano.

L’autore ha pubblicato questo post sul suo blog su Repubblica.it. In queste parole Odifreddi dice una cosa abbastanza condivisibile: le reazioni del governo israeliano sono spropositare rispetto alla violenza degli estremisti di Hamas. E fa un paragone col nazismo in cui per ogni tedesco ucciso in imboscate o attentati si dovevano ammazzare dieci persone del territorio occupato dalle milizie del Reich.

Repubblica ha, però, ritenuto opportuno cancellare il pezzo, cosa che ha portato Odifreddi a ritenere esaurita la sua collaborazione con una delle maggiori testate giornalistiche italiane.

Riporto le parole “incriminate”, perché condivise, e so già che verranno i soliti professionisti dell’antisemitismo pronti a accusare l’autore dell’articolo – e/o me che lo ripropongo – come un naturale nemico dello stato di Israele o, come di solito avviene, come un fan di regimi quali quello iraniano.

Premesso che non ho nessuna stima né simpatica politica per gli ayatollah, faccio semplicemente notare che qui si condannano i soprusi di un governo. E che la dicitura “governo israeliano” mai dovrebbe coincidere con il concetto di “popolo ebraico”. Per quest’ultimo ritengo importante, per altro, che ritrovi la pace a lungo negata nell’arco della sua storia, in uno stato riconosciuto a livello globale.

Temo solo che il lancio delle bombe non aiuti questo processo.

Per il resto, vi lascio a Odifreddi:

Uno dei crimini più efferati dell’occupazione nazista in Italia fu la strage delle Fosse Ardeatine. Il 24 maggio 1944 i tedeschi “giustiziarono”, secondo il loro rudimentale concetto di giustizia, 335 italiani in rappresaglia per l’attentato di via Rasella compiuto dalla resistenza partigiana il 23 maggio, nel quale avevano perso la vita 32 militari delle truppe di occupazione. A istituire la versione moderna della “legge del taglione”, che sostituiva la proporzione uno a uno del motto “occhio per occhio, dente per dente” con una proporzione di dieci a uno, fu Hitler in persona.

Il feldmaresciallo Albert Kesselring trasmise l’ordine a Herbert Kappler, l’ufficiale delle SS che si era già messo in luce l’anno prima, nell’ottobre del 1943, con il rastrellamento del ghetto di Roma. E quest’ultimo lo eseguì con un eccesso di zelo, aggiungendo di sua sponte 15 vittime al numero di 320 stabilito dal Fuehrer. Dopo la guerra Kesselring fu condannato a morte per l’eccidio, ma la pena fu commutata in ergastolo e scontata fino al 1952, quando il detenuto fu scarcerato per “motivi di salute” (tra virgolette, perché sopravvisse altri otto anni). Anche Kappler e il suo aiutante Erich Priebke furono condannati all’ergastolo. Il primo riuscì a evadere nel 1977, e morì pochi mesi dopo in Germania. Il secondo, catturato ed estradato solo nel 1995 in Argentina, è tuttora detenuto in semilibertà a Roma, nonostante sia ormai quasi centenario.

In questi giorni si sta compiendo in Israele l’ennesima replica della logica nazista delle Fosse Ardeatine. Con la scusa di contrastare gli “atti terroristici” della resistenza palestinese contro gli occupanti israeliani, il governo Netanyahu sta bombardando la striscia di Gaza e si appresta a invaderla con decine di migliaia di truppe. Il che d’altronde aveva già minacciato e deciso di fare a freddo, per punire l’Autorità Nazionale Palestinese di un crimine terribile: aver chiesto alle Nazioni Unite di esservi ammessa come membro osservatore! Cosa succederà durante l’invasione, è facilmente prevedibile. Durante l’operazione Piombo Fuso di fine 2008 e inizio 2009, infatti, compiuta con le stesse scuse e gli stessi fini, sono stati uccisi almeno 1400 palestinesi, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, a fronte dei 15 morti israeliani provocati in otto anni (!) dai razzi di Hamas. Un rapporto di circa 241 cento a uno, dunque: dieci volte superiore a quello della strage delle Fosse Ardeatine. Naturalmente, l’eccidio di quattro anni fa non è che uno dei tanti perpetrati dal governo e dall’esercito di occupazione israeliani nei territori palestinesi.

Ma a far condannare all’ergastolo Kesserling, Kappler e Priebke ne è bastato uno solo, e molto meno efferato: a quando dunque un tribunale internazionale per processare e condannare anche Netanyahu e i suoi generali?

Piergiorgio Odifreddi

Terremoto in Emilia: pride sì, pride no…

A scanso di equivoci: sono tra coloro che pensano che il corteo del pride, previsto per il 9 giugno, vada annullato. E lo penso per il bene del pride, oltre che il rispetto per la zona colpita.

Mi spiego meglio: secondo me il pride in quanto tale si concilia perfettamente alla sede bolognese, anche in occasione di eventi così nefasti. Non è la presenza di gay, lesbiche e trans, assieme a tutte le altre categorie del popolo rainbow, a offendere la memoria dei morti e la paura di chi è rimasto. Pensare questo sarebbe atto omofobo, sic et simpliciter. Infatti, e lo ripeto, andrebbe annullato il corteo, ma non l’evento nella sua globalità. Ben vengano tutti gli appuntamenti collaterali, in cui si potrebbe anche organizzare una raccolta di fondi da destinare alla ricostruzione.

Sono più critico, invece, nel senso che non credo sia politicamente proficuo per le persone LGBT, imporsi una manifestazione “più sobria”, come sento dire da più voci, alcune autorevoli, dentro il movimento.

L’aspetto critico del pride – inteso come marcia rivendicativa – sta nel linguaggio adottato: carattere specifico della nostra manifestazione è l’esplosione della gioia, della libertà, dell’abbandono delle costrizioni. In base a queste caratteristiche, dentro il corteo è possibile ascoltare musica, ballare e vedere, tra i tanti e le tante, anche persone travestite in modo eccentrico.

La domanda è: si può utilizzare il linguaggio della gioia, specifico della nostra rivendicazione, in un momento e in un luogo che ospitano quel dramma?

Sento dire: ma allora perché non aboliamo tutte le manifestazioni anche per i morti nel mondo del lavoro, per le guerre, ecc? Semplicemente perché noi non dobbiamo scontare tutti i mali del mondo, ma dovremmo aver imparato l’opportunità della presenza e di un determinato linguaggio quando le condizioni esigono altro tipo di comportamento.

Stiamo andando a fare, in altre parole, una manifestazione che dovrebbe svolgersi col linguaggio della gioia laddove adesso, e per le prossime settimane, ci sarà tutta la problematicità del dolore, della ricostruzione, della gente che farà i conti con i problemi legati al dopo-terremoto. Macerie in primis.

L’alternativa proposta, cioè fare un corteo “serio” significa ammettere che fino a oggi gli altri cortei sono stati poco seri. È davvero così? “Snaturare” il pride dal suo linguaggio non è un atto che gioca a favore di chi bolla tutta la manifestazione come carnevalata?

In altre parole: si rischia, per dare legittimità al pride, durante tale tragedia, di impoverirlo della sua carica di critica sociale – espressa anche attraverso la gioia, la nudità, un certo anticonformismo – di per essere accettabile ai più. Con l’eventualità che quelle peculiarità saranno comunque presenti e verranno date in pasto ai giornali come mancanza di rispetto.

Con una duplice conseguenza: siccome ci sono i morti, dobbiamo comportarci da “froci” normali, per essere più accettabili – e così tradiamo lo spirito proprio del pride, per cui l’accettazione e il rispetto prescindono dall’aspetto fisico e dalla pretesa sociale di certo obbligatorio perbenismo – legittimando le critiche omofobe del passato.

E siccome c’è chi se ne fregherà, come sempre avviene, e anche in questo gay ed etero sono uguali, i media ci dipingeranno come discoterari ignudi e insensibili dei fatti in corso.

Per tali ragioni, io credo sia necessario annullare del tutto la manifestazione. E si badi: la mia non è un’invettiva, ma solo un consiglio, umile per altro. Poi, gli organizzatori decideranno autonomamente e faranno ciò che è giusto – bisogna anche ricordare che stanno loro, lì, sul territorio, a tastare il polso della situazione.

Poi, ognuno deciderà autonomamente se sarà opportuna la propria presenza, anche in relazione a come la vicenda si evolverà nei prossimi giorni.

Non son solo GAGAnzonette

La notizia è stata data ufficialmente lunedì: Stefani Joanne Angelina Germanotta, in arte Lady Gaga, presenzierà sul palco dell’Europride di Roma, a chiusura del corteo che da piazza dei Cinquecento, nei pressi della stazione Termini, si snoderà per le vie del centro cittadino, fino ad arrivare al Circo Massimo. L’evento, vera e propria panacea mediatica per una festa dell’orgoglio ingiustamente trascurata dai media nazionali, ha già scatenato prevedibili entusiasmi da parte dei fan dell’artista italo-americana e non poche critiche nei settori più politicizzati (ma anche più gratuitamente polemici) della comunità gay italiana.

Le perplessità sono in parte comprensibili. Dovrebbe essere l’evento in sé a captare l’interesse di giornali e televisioni e, conseguentemente, del mondo politico. Il movimento LGBT, in parole povere, dovrebbe essere autosufficiente e non aver bisogno di sirene dall’ammaliante canto per catturare le masse e convertirle a favore della questione omosessuale.

Purtroppo il nostro movimento si contraddistingue per il poco peso politico reale, per le divisioni interne laceranti e, in più di un’occasione, per una scarsa intraprendenza che ha portato ai risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

La presenza della cantante va vista, tutto sommato, come un bene per una serie di ragioni.

Innanzi tutto: Lady Gaga verrà a titolo gratuito e parlerà da militante. Sono per altro famose le sue prese di posizione a favore della gay community americana a favore della piena estensione dei diritti per le persone GLBT. Questo è un punto a favore, nell’economia politica dell’Europride, piaccia o meno.

In secondo luogo: è vero che molta gente – si prevedono cifre bibliche al corteo di sabato e c’è chi parla addirittura di due milioni di persone – sarà attratta dalla presenza di una diva tra le più appetibili sul mercato discografico mondiale e vera e propria icona gay planetaria. Il Circo Massimo, in altre parole, corre il rischio di essere invaso da migliaia di fan che nulla hanno a che fare con la causa del Pride europeo. Ma vero è pure che quella gente sarà messa di fronte a problematiche che, magari, fino a quel momento non hanno fatto breccia nei cuori delle masse sia per incapacità politiche del nostro movimento, sia per questioni sociali di più ampio respiro. C’è la possibilità concreta, in altre parole, che Lady Germanotta riuscirà proprio dove hanno fallito circoli e associazioni. Può dar fastidio, ma se il fine ultimo è dare una scossa all’opinione pubblica, ben venga anche questo tipo di sensibilizzazione.

Terzo: i media parleranno non solo della performance della cantante americana, ma anche del contesto che prevede la sua presenza. Un pride che rischiava di occupare cronache periferiche nei TG e nei giornali di tutto il paese, avrà un’attenzione altrimenti non prevedibile, non scontata. In una parola soltanto: insperata.

Starà, poi, al movimento GLBT italiano capitalizzare questo bagno di popolarità, attirare persone fino a quel momento poco propense ad appoggiare la lotta per l’uguaglianza civile di gay, lesbiche e transessuali, e fare in modo che il consenso che ne scaturirà diventi politico.

Lady Gaga – o meglio: la sua popolarità – è un mezzo per arrivare nelle case degli italiani e dire: vedete? Milioni di persone sono andate ad un corteo e una star internazionale ha detto, dentro quel corteo, che tutti dobbiamo essere sempre meno discriminati, sempre più uguali. E non perché gay, ma perché esseri umani. Perché persone.

Le critiche dovrebbero venire dopo, solo se questo non avverrà. E, soprattutto, dovrebbero investire anche l’impegno che ognuno di noi vorrà metterci per fare in modo, in maniera concreta, che un domani il Pride sia davvero solo una festa che celebri diritti conquistati e non, come si teme, solo il palco in cui far esibire la pop-star di turno.

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dal mio articolo su Gay.TV