Il caso Meriam e la differenza tra omofobi e attivisti gay

caso Meriam: il problema è l’integralismo religioso

Quando Vladimir Luxuria venne arrestata a Sochi per aver espresso il suo dissenso contro le legge antigay di Vladimir Putin, la nostra diplomazia lavorò per il suo immediato rilascio, in quanto cittadina italiana. Ricordo, come se fosse ieri, le argomentazioni del solito cattolicume omofobo con esternazioni quali “i marò li lasciano marcire in India, la trans se la riportano in casa”, “i veri problemi sono altri”, “chissà se le associazioni gay farebbero lo stesso se ci fosse un cristiano al suo posto” e idiozie simili.

Riguardo al tema della “cristianofobia”, nuovo mito di frange cattoliche estremiste (le stesse che popolano le iniziative di Manif pour Tous e delle Sentinelle in piedi, per capire di cosa stiamo parlando) si è agitato – soprattutto su Twitter e sui social network in genere – una vera e propria strumentalizzazione ideologica, per opposizione. Ma andiamo per ordine.

È di queste ore la notizia che Meriam Isha Ibrahim, sudanese imprigionata e condannata a morte nel suo paese per aver cambiato religione ed essersi convertita al cristianesimo dall’islam, ha raggiunto l’Italia per intercessione del nostro governo. Una missione umanitaria che denuncia la follia dell’integralismo religioso: non si può, nel XXI secolo, rischiare la vita per questioni legate alla fede. Che questa donna sia stata salvata è indubbiamente una buona notizia.

Ritornando alla strumentalizzazione di cui sopra, i vari supporter dei club omofobi hanno sempre usato questo caso da una parte per millantare l’esistenza del fenomeno della “cristianofobia”, che non esiste, e dall’altro per porlo in opposizione all’omofobia, che per loro non esisterebbe. Attraverso la storia di Meriam, questa gente cerca di far passare un messaggio: “i veri problemi sono altri, come le persecuzioni dei cristiani nel mondo islamico, non le richieste assurde dei gay”. Ringraziano, nell’ordine: i musulmani, dipinti tutti come assassini, e le persone LGBT, raccontate come personaggi capricciosi che hanno scarsa aderenza con la realtà. Molto spesso, infine, questo tipo di argomentazioni è supportato dal fatto che le associazioni omosessuali fanno i pride per i loro diritti ma mai manifestano contro questo tipo di violenze (e questa è un’altra bugia).

Se vogliamo vedere le cose come stanno, andrebbe invece detto che:

1. Meriam è stata condannata a morte per apostasia, non perché convertita al cristianesimo, ma perché ha abbandonato l’islam. Se si fosse convertita al buddismo o fosse diventata testimone di Geova avrebbe subito la stessa sorte. Non è scegliere la religione di Gesù il problema, è abbandonare Allah che può essere rischioso in certi contesti

2. il cristianesimo, soprattutto nella lettura che ne fa la chiesa di Roma, per secoli ha imposto lo stesso trattamento agli apostati: in passato se si cambiava religione si moriva. Con la benedizione di questo o quel papa. Va da sé che il problema sta nell’intransigenza religiosa. Per cui, ancora una volta, è un certo modo di intendere la fede il vero problema

3. ancora oggi la chiesa di Roma scomunica chi cambia credo o chi si dichiara ateo. Adesso, se la libertà religiosa è un valore, lo dovrebbe essere per tutti e tutte, a prescindere dal credo che si sceglie di professare. Ma i nostri integralisti cattolici non sembrano scandalizzarsi rispetto alla reazione della propria chiesa rispetto alla libertà di chi decide di seguire un’altra confessione (ragazzi, non sarete un attimo ipocriti?)

4. sulla questione LGBT, legata al caso Meriam: nessuna associazione gay si è ribellata o ha espresso giudizi negativi sul fatto che lo stato italiano si sia interessato a questo caso. A parti invertite, invece, certe realtà integraliste fanno sentire tutto il loro disappunto, come nel caso Luxuria.

Sta qui, credo, la grande differenza tra omofobi/e e attivisti/e LGBT. I primi agitano fantasmi che non esistono e pretendono trattamenti diversi, di fronte a casi analoghi (la violazione delle libertà individuali, nella fattispecie). I secondi, invece, lottano di fronte a discriminazioni reali e, soprattutto, non si ribellano quando la giustizia segue il suo corso.

Personalmente non posso che essere contento che il caso di Meriam si sia risolto nel migliore dei modi. Anche lei, come migliaia di persone LGBT, è stata vittima di un modo sbagliato di intendere e vivere la fede. Non può che avere la solidarietà di chi opera per l’affermazione dell’autodeterminazione dell’individuo.

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Il cristianesimo contemporaneo, nuovo nazismo

Yoweri Museveni, presidente ugandese

“Finalmente” – diranno gli omofobi (ma non esplicitamente, perché in fondo sono dei vigliacchi) – in Uganda è legge la normativa che prevede l’ergastolo per le persone omosessuali.

Le motivazioni filosofiche di questo provvedimento, a sentire il presidente Yoweri Museveni, sono le seguenti: l’occidente vuole imporre i propri valori, in una sorta di dittatura relativista, ai sani principi dei popoli africani. Con questo pretesto, inoltre, USA e Europa vogliono corrompere le giovani generazioni ugandesi, “convertendole” all’omosessualità.

l’organizzazione omofoba “Manif pour tous Italia”

Argomentazioni molto simili a quelle di Manif pour tous e delle sfere religiose locali. Non puntano il dito contro gli Stati Uniti, perché qui da noi certa gente è sì diversamente intelligente, ma fino a un certo punto. Eppure la sostanza è quella.

D’altronde, sono proprio le chiese locali e di matrice cristiana, in Uganda, a perorare la nascita di legislazioni antigay. Così come è giù successo in Russia, a ben vedere: il neo-nazionalismo putiniano si fonda proprio sull’alleanza con la chiesa ortodossa che ha preteso, e ottenuto, la limitazione dei diritti civili per le persone LGBT.

Ovviamente non è un problema solo di cultura cristiana. Basti pensare a cosa succede in Nigeria, dove la sharìa ha esteso la pena di morte ai gay. Così come in Iran, Arabia Saudita, Sudan, ecc. Fa specie, tuttavia, che le realtà cristiane – le stesse che tanto si scandalizzano (e giustamente) quando l’integralismo religioso islamico fa strage tra i cristiani stessi – poi facciano sponda con gli altri monoteismi quando è il momento di rendere la vita impossibile a omosessuali, bisessuali e trans.

Vladimir Putin e il patriarca ortodosso russo

Sembra che credere in un unico dio non lasci spazio al valore delle differenze e al rispetto per l’individuo. La storia dell’uomo è piena di questi orrori: ieri a danno di ebrei, neri e donne. Oggi le vittime sacrificali sono le sessualità “non normative”. In un contesto planetario in cui, proprio dentro la cultura occidentale, specialmente quella di tipo cattolico-romano, nascono movimenti contro i matrimoni e le leggi antiomofobia e di fronte al sostanziale silenzio del vescovo di Roma, che mai ha condannato la violenza omo-transfobica, limitandosi a ricordare semmai che il giudizio sulle persone LGBT è già stato scritto sul catechismo: il testo ufficiale della chiesa di Roma che bolla l’omosessualità come grave perversione da ostacolare ad ogni modo.

Adesso il cristianesimo contemporaneo, tramite i suoi capi e i propri fedeli, sta lavorando alacremente per il contenimento delle libertà della gay community: laddove può, provvede con l’eliminazione fisica. Dove non può, si limita a imporre il divieto all’eguaglianza giuridica. Il tutto sotto il simbolo della croce. Non uncinata, siamo d’accordo. Ma gli effetti sono gli stessi di un periodo storico che speravamo fosse finito del tutto. E invece.

Famiglie tradizionali

Ho appreso con un certo orrore il caso della sposa-bambina yemenita, venduta dal patrigno a un quarantenne a soli otto anni, morta nella stanza d’hotel dove ha passato la “prima notte di nozze” in seguito alle conseguenze di un’emorragia interna.

I miei pensieri dopo l’annientamento rispetto a una vicenda così spietata, disumana e disumanizzante, mi hanno portato a riflettere su questioni che coinvolgono il significato di parole antiche, usate in modo nuovo e, soprattutto, in modo discriminatorio. Questi termini sono, appunto, “famiglia” e “tradizione”.

Cominciamo da quest’ultima: è tradizione in certe culture che a otto, nove e dieci anni le bambine si sposino – magari dopo compravendita – con adulti. Se la cultura dominante, a cominciare dalla nostra, considera la tradizione e la sua immutevolezza un valore, a rigor di logica sarà difficile sostenere che queste consuetudini siano sbagliate.

Tanto più, e ritorniamo all’altra parola, ovvero “famiglia”, che la consuetudine di cui si sta parlando – nel caso dello Yemen nella fattispecie, ma applicabile nel tempo e nello spazio a qualsiasi altra società – ricalca il modello eterosessuale: un maschio, una femmina, progetto riproduttivo e procreativo (di lungo corso, nel caso specifico).

Semplificando, e di molto: la situazione appena descritta – prescindendo dal suo epilogo tragico – corrisponderebbe in larghe linee a un modello generalmente accettato. La cultura occidentale rifiuta il fatto che ci sia una distanza di età così abnorme, ma lo rifiuta adesso! Dopo millenni in cui certe tipologie di accordo prematrimoniale rientravano nella norma del sistema giudaico-cristiano (si pensi alla differenza di età tra Maria vergine e san Giuseppe, per avere la reale dimensione della cosa di cui stiamo parlando).

Mi si dirà: ma ciò è successo in un paese “incivile”, con cultura e religione diverse dalla nostra. E questo è sicuramente vero. Ma il sostrato di quella diversità ha forti punti in comune con la nostra cultura: la rigida divisione tra generi e la differente rilevanza sociale dei sessi, la sottomissione culturale e quotidiana della donna nei confronti dell’uomo, il maschilismo diffuso, il modello della virilità come valore predominante, ecc. In una parola soltanto: il sessismo. Insieme all’eterosessismo, che è ciò che accade alla società se quel sistema valoriale di cui si è appena data descrizione diviene modello unico e dominante.

Sintetizzando, potremmo dire che questo è ciò che succede quando il paradigma eterosessista raggiunge l’apice della sua applicazione pratica.

Oggi in Italia parleremmo – e a ragione in un caso siffatto – di pedofilia, femminicidio, schiavismo e via discorrendo. Altrove si chiama “famiglia tradizionale”. Parole che, di fronte all’evidenza di ciò che riescono a produrre, non sono poi così rassicuranti.

Perché non dobbiamo essere cristiani (e men che mai cattolici)

Diciamocelo chiaramente: il cristianesimo tutto, a cominciare dalle parole del suo caposcuola è un’immensa infinita mistificazione.

Ci riflettevo in queste festività di Pasqua. Cos’è questo messaggio se non un tentativo estremo di rinnegare il dolore di vivere? E come avviene questo tentativo di superamento? Attraverso un processo psicoanalitico continuo e costante di negazione e rimozione.

In primo luogo: noi ci rifacciamo a una cultura dalla quale oggi prendiamo, nei fatti, le distanze. La cultura semitica mediorientale di tipo abramitico, dalla quale discendono sia l’ebraismo, che è il capostipite delle tre religioni monoteiste, sia l’islam. L’uomo occidentale ha sempre avuto orrore di queste due culture eppure poi ha costruito un sistema di valori, sempre costantemente disattesi, proprio su quell’insieme di credenze. Non c’è differenza culturale tra il tentativo di lapidazione dell’adultera e le esecuzioni che oggi abbiamo in certo mondo musulmano. C’è un’assoluta continuità logica e storica tra la leggenda di Sodoma e Gomorra e la smania tutta giudaica della perpetuazione della specie, da una parte, e della riduzione della sessualità a procreazione da parte dell’attuale cultura cattolica.

Siamo uguali, nel nostro DNA culturale, a quelle civiltà che di fatto poi – in quanto “bianchi” – detestiamo, per ragioni storiche e politiche precise. E poi ci si chiede come mai l’occidente sia popolato da un così alto numero di spappolati mentali.

Secondo poi: ma davvero continuate a vivere nell’illusione che il messaggio di Cristo sia davvero di amore e di pace? Se quello che dicono i Vangeli è vero, Gesù di Nazaret ha semplicemente preso atto della violenza dei suoi tempi, condannandola. Ma questo non è amore, questa semmai è logica. “Storicamente” parlando era un personaggio scomodo, interno a quel sistema, poiché rabbino, e quindi fatto fuori per bestemmia e eresia (sosteneva di essere il messia). Ma il suo stesso messaggio non era di superamento di quel mondo, bensì di rassegnazione, in previsione di qualcosa di migliore che, guarda caso, non poteva essere tangibile se non in una dimensione auspicata.

Di fatto, poi, la fede che ne è scaturita si basa sull’apologia di un sacrificio umano, cruento e crudele, per salvare un’umanità viscida. Stiamo parlando di una religione che “mangia” il suo dio, che si basa sulla simbologia della carne e del sangue e pretende lo stesso sacrificio dai suoi fedeli. Potremmo sintetizzare il tutto con: sei degno di “pace” solo se prima soffri come un cane. In quest’ottica anche un’aspirina è bestemmia ma non mi risulta che nessun cristiano che si rispetti (e anche molti che non andrebbero nemmeno salutati) rinunci all’anestesia dal dentista.

Il cristianesimo, in altri termini, è irrealizzabile proprio perché consustanzialmente ipocrita: predica ciò che l’uomo non vuole. E le ragioni della sua irrealizzabilità stanno proprio in quel doppio processo di negazione – non vogliamo soffrire, ma non riusciamo a trovare la soluzione del problema del male del mondo – e di rimozione – si proietta tutto quel male su uno solo, con l’illusione che quell’uno paghi per tutti, costruendo un sistema di valori su una cultura che però aborriamo, intimamente.

Poi certo, qualcuno obietterà che almeno lessicalmente parlando nella predicazione di Gesù c’era spazio per termini quali “misericordia”, “speranza”, “pace”, ecc. Ma signori mie e signore mie, non vi viene il dubbio che l’anelito per un mondo migliore – dove appunto si soffre di meno e si gode di più – non sia altro che un bisogno primario dell’uomo e che quel signore non abbia inventato proprio niente di nuovo?

Il mondo è pieno di fulgidi esempi di generosità e di gentilezza. Ma se ci costruissimo una religione, per ognuno di questi, avremmo più templi e chiese che piastrelle per marciapiedi. E le chiese che abbiamo già sono abbastanza ingombranti. È innegabile. Questo almeno.

Il giorno della memoria e memorie future

Oggi è il giorno della Memoria, e parlarne sembrerebbe quasi una cosa banale, perché tutti e tutte – a parte qualche gruppuscolo di imbecilli di estrema destra – abbiamo imparato l’assurdità della storia, le sue tragedie, il significato profonda della Shoah. Eppure questa celebrazione non è una giornata “contro”, ma è, al contrario, un monumento al ricordo di ciò che è stato con il fine ultimo che quella tragedia, e tutte le altre simili ad essa, non si ripetano più.

Ribadisco: il fatto in sé dovrebbe essere talmente automatico, ormai, che solo il preambolo di cui sopra potrebbe essere etichettato come mera retorica. Eppure la storia recente ci ha dimostrato che l’orrore dei lager e della discriminazione delle minoranze è ben lontana da essere solo un’ombra del passato, per quanto inquietante. Dalle fosse comuni in Bosnia a Guantanamo, il filo rosso dell’eccidio sistematico si ripete. Uguale a se stesso nella filosofia che lo anima, diverso per modi e tempi di applicazione.

Un aspetto che, tuttavia, si insegna poco nelle scuole e che non si è ancora depositato nelle nostre coscienze, è quello della non casualità dell’eccidio di milioni di ebrei nei lager nazisti. E con essi, a ruota, omosessuali, rom, comunisti, donne non sposate, clochard, testimoni di Geova, disabili… Non fu la follia di un uomo a generare la Shoah. Le sue radici sono lontanissime, si legano a doppia mandata con la storia stessa del cristianesimo, con una delle filosofie fondanti e fondamentali di tutta la cultura occidentale.

La cultura cristiana ha rappresentato, ed è doveroso ammetterlo, il mandante morale di quella carneficina. Quella cultura, che oggi ammiriamo nella Cappella Sistina, tra le colonne di Piazza San Pietro e al cospetto della Pietà di Michelangelo, è la stessa che per secoli ha visto nell’ebreo il nemico. Non a caso il “perfido” giudeo era accusato del peggiore dei crimini: il deicidio, ovvero, l’assassinio di Gesù.

Da quell’accusa sono scaturiti secoli, millenni in verità, di odio sociale, di disprezzo pubblico, di sistematica criminalizzazione della minoranza ebraica. Hitler ha solo raccolto quel sottobosco di ignoranza e di delirio storico-collettivo, gli ha cucito addosso la sua ideologia criminale e ha completato l’opera con la più sanguinosa ciliegina su una torta preparata da altri. Questo ovviamente non minimizza, né mira a farlo, la tragedia del nazismo. Ma non possiamo capire il senso della Shoah se non identifichiamo le sue radici culturali più profonde. E piaccia o no, la nostra storia e le nostre origini grondano di tutto quel sangue.

Ribadisco che nei campi di sterminio non vennero uccisi solo gli ebrei, ma altre minoranze. Appartengo a una di queste: quella degli omosessuali. Ciò significa che se fossi nato qualche decennio prima, probabilmente avrei scontato la pena del confino se fossi stato italiano come adesso o mi avrebbero attaccato addosso un triangolo rosa se fossi stato tedesco, polacco, ceco o di altra etnia conquistata dal Reich tedesco.

Il giorno della Memoria, quindi, mi tocca non solo in quanto essere umano, ma anche come categoria discriminata. E, duole ammetterlo, discriminata ieri e oggi.

Ovviamente non si può paragonare la situazione attuale del gay del ventunesimo secolo a quella dell’ebreo degli anni ’30. Almeno non in Italia e non in occidente. In Francia e negli USA si sta provvedendo ad estendere il matrimonio anche alle coppie dello stesso sesso. In Spagna, Portogallo, nei paesi scandinavi e negli stati nordici questo processo è già compiuto. Ma altrove vige ancora il pubblico disprezzo, la criminalizzazione e l’eliminazione del diverso: Uganda, Arabia Saudita, Iran, Russia, paesi baltici… l’elenco è ancora troppo lungo.

Anche in questo caso le radici di tale discriminazione, non legata a fatti di appartenenza religiosa ma determinati da atti e fatti di fede, riguarda, almeno nel nostro sistema culturale, il cristianesimo. Da Sodoma e Gomorra in poi, le tre principali chiese cristiane (anche se va dato atto ai protestanti di aver fatto un lungo cammino in tal senso) si sono rese colpevoli e responsabili del sangue versato, nella lunga storia dell’occidente, da milioni di gay e lesbiche.

Duole ricordare che anche qualche rabbino si lancia in affermazioni omofobe, sempre forte del fatto che almeno nell’odio anti-gay il dio dei cristiani e quello ebraico la pensano allo stesso modo.

Non è un caso che la recente legge antigay, in Russia, abbia avuto l’avallo della chiesa ortodossa locale. Non è un caso che Joseph Ratzinger abbia “benedetto” i politici ugandesi che gli hanno portato come regalo di Natale una legge che prevede la condanna a morte dei gay nel paese africano. Non è un caso che il Vaticano si sia opposto con tutte le sue forze al tentativo portato avanti dalla Francia, qualche anno fa, di decriminalizzare il reato di “omosessualità” nel resto del mondo.

Abbiamo, dunque, una grande responsabilità nei confronti della memoria futura: dobbiamo impedire che le follie che hanno animato il passato, lontano e recente, diventino nuovamente attuali. Per fare questo occorre rintracciare responsabili culturali e pratiche di odio. E ammettere, con tutta l’onesta intellettuale di cui siamo capaci, che anche sulle nostre coscienze di europei c’è qualche macchia. Adesso l’occidente ha la possibilità di dimostrare di aver appreso la lezione. La questione omosessuale è l’ennesimo banco di prova di quella civilizzazione e di neoumanesimo capace di fare la differenza tra il passato, la storia (tragica) e il futuro.

Da oggi non abbiamo più scuse, proprio per il giorno che è oggi. Ricordare anche questo aspetto, nel giorno della Memoria della Shoah, è un atto più che doveroso.

L’innocenza dei fanatici

Innocence of Muslims è un film scritto e diretto da Sam Bacile, «un cittadino statunitense che descrive se stesso come ebreo israeliano» si legge su Repubblica on line. E ancora, parlando del trailer, diffuso su Youtube: «Maometto viene dipinto come un personaggio folle, imbroglione e donnaiolo che considera accettabili gli abusi sessuali sui bambini».

Lo scopo di questa pellicola, secondo il suo autore, è quella di aiutare Israele, mettendo alla berlina imperfezioni e contraddizioni della religione musulmana. In un’intervista, Bacile ha dichiarato: «l’Islam è un tumore, punto».

Il risultato di tali posizioni illuministiche è stato quello di aver agitato gli animi dei fanatici religiosi in Egitto e in Libia, dove ieri notte è stato preso d’assalto il consolato americano a Bengasi e dove sono state uccise quattro persone: «Chris Stevens, ambasciatore americano in Libia, Sean Smith, agente dei servizi segreti e due marines».

Non so fino a che punto azioni come queste siano d’aiuto per normalizzare o pacificare un’area dove l’irriducibilità del proprio credo religioso è causa di guerre e tragedie. Perché è sicuramente vero che l’islam avrà mille contraddizioni interne, ma così come è vero per il cristianesimo – ormai ridotto a un fan club di potenti – e così come lo sarà anche per l’ebraismo.

Il dramma reale, al di là delle ulteriori violenze e dei morti, sta nel fatto che si usa la fede come una spada per tagliuzzare il mondo in buoni e cattivi. Pratica molto vecchia, per l’essere umano, ma che dovrebbe averci insegnato, almeno dalle crociate in poi, che le guerre di religione sono tra le più assurde e sanguinose. Proprio perché giocano sull’irrazionale che ognuno di noi si porta dentro.

Immagino già le tifoserie contrapposte, sioniste e anti-israeliane, scaldare i muscoli e armarsi di slogan e retorica – nel migliore dei casi – per arrivare al classico odio contrapposto e irrisolvibile. E immagino l’opinione pubblica, già scandalizzata per la “solita” violenza del mondo arabo.

Vi prego solo di considerare, tuttavia, che il gesto dell’attacco al consolato, che sicuramente è inammissibile e non ha spiegazioni che non siano di natura penale, non va collocato dentro un DNA religioso dell’esser musulmani quanto, semmai, nella stupidità tutta umana di erigere muri in nome di divinità che però, quando evocate, rimangono nel silenzio della loro dubbia esistenza. E noi stessi cristiani, per altro, abbiamo un curriculum di tutto rispetto in fatto di estremismo religioso: si pensi a quanti milioni di donne sono state massacrate e bruciate vive perché “streghe”. E stiamo parlando solo della caccia alle streghe. Poi ci sarebbe tutto il resto…

In questa carrellata di orrore e di errori, la provocazione di Bacile si colloca come l’ennesima follia di cui si poteva benissimo fare a meno. Anche perché, a quanto pare, il film stesso si sta rivelando un flop: proiettato una sola volta a Hollywood, ha registrato un numero di presenze vicino allo zero. E quattro morti, a cui speriamo non se ne aggiungano altri, in Libia. Un vero successo, davvero. Dei fanatismi.

La chiesa illuminata non esiste

Tutto mi distingue da Mario Giordano: schieramento politico, idee, look. Ma su una cosa gli do perfettamente ragione:

La Chiesa illuminata, ovviamente, è una Chiesa che non esiste. O meglio: una Chiesa, come dicevamo, che esiste solo nella mente di coloro che in chiesa non ci vanno mai e che però si sentono in dovere di dire anche al Papa come deve pensarla sulla vita, sulla morte, sull’ etica e sulle nozze omosessuali. Per carità: liberi tutti di credere quel che vogliono a casa loro. Liberi di sognare e di immaginare qualsiasi religione zapaterista.
Ma non confondano i loro desideri con il cattolicesimo.

Poi certo, esiste una profonda contraddizione da parte di quei milioni di persone, tutte per bene, che dicono di appartenere al cattolicesimo e poi, nella loro prassi di vita, inseguono e incarnano altri insegnamenti – verrebbe da chiedersi: cristiani? – ma questa, appunto, è una contraddizione che non può interessare un laico il cui compito è quello di limitarsi ad accettare gli altri per quello che sono e di rispettarli per quello che fanno.

Il sapore che resta – Lettera a Gesù Cristo nell’anniversario della sua morte

Caro Gesù, diciamo che oggi per te è un anniversario importante. Quasi duemila anni fa, infatti, cominciava il tuo calvario: ti avrebbero messo in croce, avresti assolto tutti i peccati del mondo e, secondo il mito, sarebbe cominciata la nuova era, la fine dei tempi, l’inizio del regno di Dio.

E invece.

Venti secoli dopo il mondo non è migliore rispetto a quello che avevi immaginato. La società non crede più in troppe divinità, ma in una sola. Il potere. E questo ci ha reso, tutti e tutte, molto meno liberi di un tempo. Poi qualcuno, quel potere, lo chiama Dio, qualcun altro denaro, altri ancora conciliano egregiamente tutte e tre le cose – hai presente il concetto di trinità, no? – ma la sostanza non cambia.

Il popolo che preferì Barabba a te è sempre lo stesso. D’altronde, discendiamo dai nostri antenati. Non si è ben capito perché dovremmo essere migliori di chi ci ha preceduto, soprattutto quando la psicoanalisi ci insegna che riproduciamo, in modo più o meno conforme, i modelli che ci hanno educato. Ognuno è ciò che mangia, se vogliamo usare una metafora.

Certo, qualcosa è cambiato: non schiavizziamo più i neri in tuo nome. Le donne possono sedere a consesso con gli uomini nonostante i divieti di san Paolo. Pensa, se studiano e cercano di essere libere pensatrici non le si brucia nemmeno! Ma tanto per non perdere il vizio, siamo ancora razzisti – dal Ku Klux Klan alla Lega Nord, sai quanto orrore, caro Gesù? – siamo sessisti (hai mai guardato un reality o la pubblicità delle mozzarelle?) e, soprattutto, della Bibbia abbiamo dimenticato molte cose, a cominciare dal tuo invito alla povertà più pura – sei mai stato in Vaticano? – però Sodoma e Gomorra ce le teniamo ben strette e allora ce la prendiamo contro al frocio di turno. Di recente, nel Regno dei Cieli, avrai conosciuto persone come Matthew Shepard o Daniel Zamudio. Uccisi, entrambi, perché gay.

Ma se vogliamo, queste sono bazzecole, almeno di fronte ad altre chicche dell’umanità, come le guerre, la distruzione sistematica dell’ambiente in cui viviamo, il costante calpestare i diritti di miliardi di uomini e donne, con le dittature, il mercato, l’indifferenza…

Come facciamo a vivere, di fronte a tutto questo? Basta poco. Nel mio paese, ad esempio, è sufficiente appendere nelle scuole e negli uffici pubblici una statuetta di te, morente – dimmi tu se questo non è cattivo gusto – fare la comunione una volta l’anno e continuare a fottersene bellamente di tutto il resto. La coscienza ne vien fuori integra e pulita, almeno all’apparenza. Ma l’anima?

Per questo mi chiedo, io che non credo, ma che ho abbastanza stima di te da pensare che, anche qualora fossi solo un mito e non un personaggio realmente esistito, hai detto cose abbastanza fighe e rivoluzionarie per i tempi che hai vissuto, se ne è valsa la pena. Se ogni chiodo e ogni tortura che ti hanno attraversato il corpo non siano state un prezzo troppo oneroso, di fronte all’ipocrisia di chi oggi protegge criminali pedofili, va a braccetto con le dittature, vuol tenerci attaccati contro voglia a un respiratore e ci impedisce di amare al meglio delle nostre facoltà. E non sto parlando solo del tuo fan club. Se guardi bene, ho già scomodato tirannidi e distruzione di uomini e donne, animali, pianeti interi.

Era questo che volevi, quando hai deciso di affrontare il supplizio di una croce che ci assomiglia sempre di più? Perché a volte ho l’impressione di assomigliarti maggiormente io, gay, “peccatore” (se mai tale parola dovesse avere un significato qualsiasi), imperfettissimo e ferito dalle circostanze e da un’incontenibile bisogno di assoluto e di verità, che tutti coloro che dicono di parlare a nome tuo.

E allora, mi chiedo ancora: ma davvero sei morto e risorto e lasciare tutto in mano a certa gente, senza intrometterti più, senza dare un segno di disapprovazione, senza far capire che davvero da duemila anni a questa parte hanno sbagliato ogni cosa? No, perché davvero, io ci crederei pure in quella storia dell’amore e del suo abbraccio ad ogni creatura che c’è. Ma il tuo silenzio, in tutto questo tempo, e scusami se te lo dico, mi sa davvero di una prova troppo evidente per convincermi del fatto che forse sei una bella favola: dolce, tragica, senza speranza. E nulla più. Perché è questo il sapore che alla fine resta in bocca.

Per cui, anche se a me non piace, perché mi piace avere sempre ragione, se volessi smentirmi, ecco… per una volta non mi offenderei. Lo prometto. E ti prego di credermi.

Ma Harry Potter non è per nulla cristiano

Mi è arrivato un invito per partecipare, tra qualche giorno, alla presentazione del libro Il vangelo secondo Harry Potter, di Peter Ciaccio.

Si legge, nella pagina Facebook dell’evento:

Benché diversi credenti, e non solo, considerino il ciclo di Harry Potter un veicolo di modelli negativi, se non addirittura satanici, molti altri vi trovano invece, tra le altre, significative tracce della cultura ebraico-cristiana.

E ancora:

Peter Ciaccio propone così una lettura che mette in luce i parallelismi tra il mondo della teologia, quello della fantasia e quello reale, evidenziando molte questioni chiave della vita umana e della fede cristiana…

Personalmente trovo irritante il dover ricondurre ogni aspetto della vita a una dimensione religiosa. Forse Harry Potter è solo una storia umana che parla di sentimenti umani. E forse bisognerebbe cominciare a considerare l’ipotesi, tutta laica e scientifica, che questo sia possibile anche senza l’intenzione di qual si voglia divinità.

E in questo starebbe la grandezza dell’uomo: il sacrificio (tema centrale del romanzo della Rowling) per il bene altrui senza la necessità di una ricompensa finale, che, invece, è l’unico motore delle religioni, sempre opportunistiche.

La blasfemia di Gheddafi, il silenzio di chiesa e politica

 

La visita di Gheddafi a Roma è una pagliacciata sulla quale si gioca, a sentire gli analisti e gli esperti di settore, un giro di affari di oltre quaranta miliardi di euro. Non sono bruscolini, tautologico dirlo, e il mondo degli affari e della finanza è ben disposto a tollerare certe uscite che, sebbene siano state retrocesse al rango di folklore dal nostro amato premier, hanno il sapore, decisamente sgradevole, della blasfemia e dell’insulto.

Non sono un cattolico, nel senso che non sono un credente. Affermazioni come quelle del colonnello libico rientrerebbero in una normale dialettica “democratica” qualora supportate da credibili paracadute scientifici e proferite da un uomo che ammette, all’interno del suo paese, il libero dibattito, la critica del potere e la libertà religiosa. Purtroppo per tutti noi ciò non è vero e affermazioni quali l’Islam deve diventare la religione di tutta l’Europa o altre, «ma lo sapete che al po­sto di Gesù hanno crocifisso uno che gli somigliava?» (detto durante la visita del 2009), sembrano per lo più provocazioni e nemmeno gratuite. Mi limiterei a bollarle come questioni interne tra “fanatici” oppure come un incidente tra credenti di fedi diverse se tali parole non avessero un peso politico e diplomatico enorme, in Italia e soprattutto a Roma. Per non parlare dei danni che subisce il concetto stesso di coerenza.

Viviamo in un paese, infatti, nel quale un governo di centro-sinistra è caduto sulla legge sui DiCo per le pressioni fatte proprio dalla chiesa cattolica al potere politico. E diciamocelo chiaramente: una leggina degna del calibro della Bindi, più attenta a normatizzare le differenze tra coppie di fatto e coppie sposate, è ben poca cosa rispetto a chi dice, nella città che ospita il papa, che occorre convertirsi a una fede “rivale” e che sulla croce c’è un impostore. Mi sarei aspettato, già da novembre, uno sbarramento di fuoco con annessa scomunica per un governo il cui presidente è responsabile morale di tale “bestemmia”.

Stupisce infatti che le alte sfere religiose si siano limitate a qualche mal di pancia e nulla più, pronte come sono, in altre occasioni, a impedire l’esposizione di rane crocifisse, gridando al sacrilegio.

Così come stupisce che la Lega, ferocemente anti-islamica, sia disposta ad accontentarsi di tenersi un paio di colichette quando è invece pronta a scatenare crociate contro venditori di collanine, “culattoni” più o meno arrapati (con tanto di auspicio di applicazione di ogni sharìa padana), meridionali e tutto ciò che non parla il glorioso dialetto di questa o quella valle la cui grammatica non è mai stata nemmeno ipotizzata.

In questo tripudio di cafonaggine e ipocrisia a corrente alternata, ci sarebbe pure da dire che ingaggiare cinquecento hostess per accogliere un tirannucolo che ha la fortuna di vivere sopra milioni di ettolitri di petrolio è un insulto alla democrazia e alla dignità delle donne tutte, dalla Carfagna alla Bindi, passando per ogni velina possibile fino ad arrivare all’Olimpo abitato da persone del calibro della Montalcini e via discorrendo. Ma il berlusconismo, a ben vedere, si nutre di questo disprezzo per le regole, per le persone, per intere categorie sociali.

Da oggi il berlusconismo è indice anche di una rozzezza, a dire il vero nuova quanto il Family Day e certe notti passate da certi suoi esponenti a base di sesso e cocaina ma più evidente: quella che sacrifica la coerenza, seppur becera, di alleati vecchi e nuovi, dentro il palazzo e oltre Tevere, di fronte alla ragion di stato, ai miliardi alla negazione della dignità dell’uomo. Da non credente dico solo che Gesù Cristo si starà rivoltando nella tomba. E non è poco.