E Renzi non sa dire “Love wins”

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Giusto per fare il punto della situazione.

Venerdì 26 giugno, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha reso legale il matrimonio egualitario in tutti e cinquanta gli stati.

Sabato 27 giugno centinaia di migliaia di persone ha manifestato nelle sei piazze dell’Onda Pride che hanno attraversato il nostro paese dalle regioni del nord, passando per Perugia, fino alla Sardegna.

Al momento in cui scrivo (ore 1:23 del 29 giugno) il nostro presidente del Consiglio non ha rilasciato una sola dichiarazione in merito a tutto questo. Ha twittato su Expo e volontariato, sulla libertà religiosa e perfino sulla Dinamo Sassari, campione d’Italia di basket. Ma sulla volontà popolare di dare alle persone LGBT i diritti minimi e su un’importante prova di democrazia di piazza come il pride, non ha sprecato nemmeno un commento di centoquaranta caratteri.

Strano, a dire il vero. Matteo Renzi dice tutto in inglese, da “jobs act” a “civil patrnership”… tutto. Ma “Love wins”, ancora, non è stato in grado di dirlo. Chissà perché.

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Caro movimento LGBT, o tifi USA o tifi Idem

Qualche giorno fa è uscito un comunicato di solidarietà da parte di diversi esponenti nazionali del movimento LGBT in supporto della ex ministra Idem.

In queste ore seguiamo con apprensione l’evolversi della vicenda che coinvolge la Ministra Josefa Idem e le accuse di illecito che le vengono rivolte. Senza entrare nel merito della questione giudiziaria, rispetto alla quale solo la Magistratura è titolata ad esprimersi, stigmatizziamo la deriva misogina che questa vicenda ha raggiunto nei commenti di alcuni rappresentanti della politica e con sospetto osserviamo la curiosa simultaneità di questa vicenda con altre di ben altra evidenza rispetto alla quale il caso Idem ha quasi i connotati di un diversivo perfettamente organizzato. Per quanto ci riguarda, Josefa Idem ha mostrato in pochissimo tempo di voler affrontare con serietà e dedizione temi urgenti da troppo tempo accantonati nel nostro Paese, primo fra tutti quello dei diritti delle persone omosessuali e transessuali e delle loro famiglie. Pertanto è con preoccupazione che accogliamo l’ipotesi di un avvicendamento alla guida del Ministero alla Pari Opportunità, eventualità che potrebbe mandare in fumo il lavoro che con serietà e spirito di dedizione la Ministra Josefa Idem ha costruito fino ad oggi. A Josefa Idem inviamo la nostra solidarietà per la violenza degli attacchi di cui è vittima e al Governo l’invito alla ponderazione nel valutare gli esiti di scelte affrettate rispetto a una vicenda ancora oggi poco chiara.

Flavio Romani (presidente Arcigay)
Paola Brandolini (presidente Arcilesbica)
Rita De Santis (presidente Agedo)
Giuseppina La Delfa (presidente Famiglie Arcobaleno)
Porpora Marcasciano (presidente Mit)
Titti De Simone (presidente comitato Palermo Pride)

Adesso, va benissimo che si stia vicini/e a una ministra attaccata in quanto donna. Il maschilismo è uno dei tanti ingredienti dell’omofobia, d’altronde. Ma c’è un passaggio, in quel comunicato, che lascia alquanto perplessi: “Per quanto ci riguarda, Josefa Idem ha mostrato in pochissimo tempo di voler affrontare con serietà e dedizione temi urgenti da troppo tempo accantonati nel nostro Paese, primo fra tutti quello dei diritti delle persone omosessuali e transessuali e delle loro famiglie”.

Bene, mi pare che le dichiarazioni di Idem non vadano nella direzione narrata nel comunicato. Perché sarà pur vero che ha speso parole di sostegno verso la questione omosessuale e transessuale, ma – e ricordiamolo sempre – non certo in seno alle richieste del movimento LGBT.

Il pensiero di Idem, infatti, potrebbe essere così riassunto: l’Italia non è pronta al matrimonio egualitario, per le adozioni non è il momento politico opportuno, un’accelerazione in tal senso metterebbe a rischio il governo, le unioni civili sono più che sufficienti e in fin dei conti la linea da seguire la decide il Pd. Più che un’elaborazione politica sembra  una “charte octroyée” da burocrate di partito.

E si badi, questo comunicato nasce poco prima della storica sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, che ha rigettato l’esclusività eterosessuale del matrimonio. Mentre il mondo va avanti, le associazioni nazionali LGBT in Italia fanno il tifo per personaggi come Josefa Idem, la cui linea, e ricordiamoci anche questo, si basa sulla creazione di istituti separati e a diritti minori per le persone LGBT. Mentre il mondo va avanti, in Italia si tifa per l’apartheid, in altre parole. E mi spiace dirlo, perché tra quelle firme ci sono persone che conosco personalmente e verso cui ho sentimenti di stima e amicizia.

L’ennesimo passo falso del nostro sgangherato movimento che denuncia un deficit di strategia e, soprattutto, una certa difficoltà a leggere i cambiamenti che ci circondano. Avranno un bel da fare i leader LGBT italiani a essere credibili tra il tifo per chi ci vuole a cittadinanza limitata e esultanza verso fatti storici di segno diametralmente opposto.

Corte Suprema USA: matrimonio diritto per tutti/e

Cade l’ultimo tabù: il matrimonio non è, non può e non deve essere riservato solo alle coppie eterosessuali. Bastava leggere la Carta dei diritti umani per capirlo. E negli USA ci sono arrivati prima di noi, dove la Corte Suprema ha abolito il Doma, legge voluta dall’allora presidente Clinton che riservava le nozze solo alle coppie formate da persone di sesso opposto.

La situazione adesso nel mondo è la seguente:

1. Paesi che hanno istituito il matrimonio egualitario

 

2. Paesi che hanno istituito le unioni civili

Da oggi gli Stati Uniti sono un po’ più verdi. L’Italia rimane sempre nella zona grigia. Speriamo che le cose cambino e in fretta anche da noi. Ma per sperare bene occorre lavorar bene! Magari lasciando perdere leggine insulse alla Galan o alla Bindi – entrambe indistintamente bene accolte da certa politica – e ispirandosi al principio di eguaglianza garantito dalla Costituzione si può arrivare alla piena equiparazione.

Per oggi si festeggia, anche se il party è oltre oceano. Domani si ricomincia da qui.

California: vietato vietare il “matrimonio gay”

Buone notizie in merito ai matrimoni allargati a gay e lesbiche, in California. Si legge, infatti, dal sito dell’Ansa: «Il divieto dei matrimoni gay in California è incostituzionale. Lo ha deciso oggi una Corte di appello di San Francisco che ha quindi abolito il divieto.»

Questo non significa, però, che il “matrimonio gay” ritornerà automaticamente in vigore. Dovranno passare, infatti, novanta giorni per un eventuale ricorso in appello e se questo avvenisse, verrebbe scomodata addirittura la Corte Suprema, per pronunciarsi definitivamente.

L’aspetto importante, tuttavia, sta nel fatto che la corte californiana si è pronunciata in merito all’incostituzionalità del divieto sul matrimonio per tutti (come dovrebbe essere definito il matrimonio per le persone dello stesso sesso). Il desiderio legittimo di famiglia da parte di omosessuali non è contro la costituzione, secondo quel tribunale. Anzi, è illegale impedirlo!

Dello stesso tenore, volando in un altro paese, il commento di Alberto Gallardon, ministro spagnolo della Giustizia del nuovo esecutivo di destra: «Personalmente non vedo un motivo di anticostituzionalità, ma il mio è solo un parere». Anche in Spagna l’istituto matrimoniale allargato è messo in forse dal nuovo premier conservatore Rajoy. Anche lì si andrà di fronte a un giudice che deciderà se la Legge fondamentale è stata violata o meno.

Di fatto, il clima culturale attorno alle unioni affettive tra gay e tra lesbiche risente di un cambiamento positivo, soprattutto negli ambienti più conservatori. E dovremmo ricordarlo ai nostri cari politici, qui in Italia, quando parlano a vanvera. Incostituzionale non è il matrimonio per tutti, ma impedire a due persone che si amano di poter svolgere la loro personalità affettiva e sociale.

A noi, nel frattempo, non rimane che aspettare, un po’ col fiato sospeso, lavorare affinché anche in Italia ci sia questa cultura del rispetto e incrociare le dita.