Conservatorismo e disumanità

Al renziano standard non sembra vero di poter dire che la debacle di Miliband, leader del New Labour, è dovuta al suo essere troppo di sinistra. Basta girovagare per i blog dei vari gay/lesbiche di regime per averne contezza. Secondo questi ed altri politologi, la vicinanza del laburista ai sindacati e la mancata adesione alla terza via blairiana hanno portato la società inglese a scegliere un’alternativa dall’identità più certa, sebbene in senso conservatore.

Quello che il renziano standard non riesce a confessare è la sua gioia per la sconfitta della sinistra nel Regno Unito, visto che le ricette progressiste sanno troppo di Pd vecchia maniera o meglio ancora: dato che la politica di Cameron è molto più simile a quella di Renzi. D’altronde, nella mente binaria dei/lle supporter del nostro premier, se non sei come il capo sei il nemico assoluto (possibilmente grillino).

Quello che il renziano standard non dice, ancora, e probabilmente per ignoranza, è che l’età di Tony Blair (presa a modello come perfetta sinistra che fa una politica anche di destra senza dover cambiar nome al partito) ha lasciato a casa una buona metà dell’elettorato inglese, cosa che sta facendo anche Renzi in Italia. Basta vedere le percentuali di votanti alle Europee, a Roma per il sindaco e alle regionali in Emilia per rendersene conto.

La mia chiave di lettura, invece, è un’altra: il trionfo del conservatorismo ci dimostra non tanto l’inconsistenza delle idee progressiste, quanto il fatto che l’umanità sia profondamente egoista. Chi è più fortunato non vuole cedere nulla a chi non ha. E chi non ha dovrà pagarne il prezzo. Questa disumanità si sta consumando in Europa, a discapito dei più deboli, a livello intra e internazionale. La storia chiederà presto il conto presto di questa follia. Sappiamo già chi chiamare in causa per tutto questo.

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Materia e antimateria (o dei diritti LGBT)

La bandiera rainbow

Ieri, dopo diverse considerazioni sulla violenza nei confronti del caso Sochi-Luxuria, anche dentro la comunità LGBT, ho scritto queste parole sulla mia bacheca Facebook:

in Italia esistono due gay community: una vuole che le persone LGBT possano vivere nel migliore dei modi, uguali nei diritti, secondo i loro legittimi desideri. L’altra vuole vivere nell’ombra, non fa nulla per la propria felicità, galleggia in una mediocre sopravvivenza, si rotola nel fango del rancore e pretende che la prima si comporti di conseguenza accusandola di non essere rappresentativa del loro male di vivere. Materia e antimateria del senso della vita. Forse sta lì l’origine del nulla di fatto nel nostro paese.

Ovviamente le critiche sono arrivate, puntuali e – lasciatemelo dire – inutili e altrettanto livorose.

Mi ha fatto specie, soprattutto, la considerazione di una signora che, oltre ad accomunare me a quanti stanno dentro il movimento gay per arricchirsi e trarne vantaggi personali – non devo essermene accorto, visto che campo del mio lavoro (quando c’è) con 1300 euro al mese in una città come Roma – parlava del fatto che le associazioni non sono rappresentative di tutte le persone omosessuali e trans.

Il che mi sembra la scoperta dell’acqua calda. Un’associazione di qualsivoglia natura non rappresenta chiunque, bensì quanti e quante si riconoscono nel suo programma politico. I rappresentanti delle associazioni parlano, dunque, in nome di chi vuole la piena uguaglianza. Per cui diventa ancora più vera – a parer mio, sia chiaro – quella categorizzazione.

E si badi: non sto affatto dicendo che tutti/e devono impegnarsi in prima linea, iscriversi in Arcigay o realtà analoghe e scendere in piazza. L’attivismo politico non è un dovere morale (anche se dovrebbe esserlo), ma tra chi non si impegna in prima persona – legittimamente, ribadisco – si può ugualmente fare un’ulteriore differenziazione tra chi sostiene la causa e chi la ostacola. Tra chi aspira al miglioramento e chi, anche inconsapevolmente, aiuta il mantenimento dello status quo.

Ogni processo di rivoluzione e di innovazione sociale si scontra sempre con un certo conservatorismo, a volte anche violento (fosse anche solo verbalmente). Mentre dall’altra parte della barricata c’è chi vuole andare oltre il permanere delle ingiustizie.

Per tutte queste ragioni, lancio una provocazione: immaginate una società in cui i diritti civili li diamo solo alle persone LGBT impegnate e a quelle solidali alla causa? Sarebbe più giusto e più equo. Anche perché, coerentemente con un certo pensiero, chi sputa solo sentenze non dovrebbe avere nulla. Fosse non altro perché non merita niente.