Il fuoco sacro non brucia più

«Perché vuoi cambiare lavoro?»
«Perché mi hanno fatto disinnamorare.»
«Non hai il fuoco sacro?»
«…»
«Eppure è più importante quello che fai in classe, a scuola, che ciò che potresti fare in una biblioteca universitaria!»

Questo è stato il mio discorso di Capodanno, proprio mentre scoccava la mezzanotte, con un ragazzo che avevo conosciuto quella sera, alla festa alla quale ero stato invitato.

Il mio interlocutore, sinceramente convinto delle sue motivazioni, non riusciva a capacitarsi della mia perdita di senso di un mestiere, quello dell’insegnante, capace di plasmare – e lo dico in senso costruttivo – le giovani menti del domani. Mi ha molto colpito l’allusione al fuoco sacro, ovvero quella forza invisibile e pulsante che ti spinge, ogni mattina, ad affrontare il traffico romano e il capriccio degli elementi per raggiungere la tua classe e dispensare e condividere il tuo sapere.

Poi ho riflettuto, tra me e me, proprio su quest’ultimo aspetto: la condivisione del sapere. Perché quando ho scelto questo mestiere, perché l’ho scelto (e forse anche esso ha scelto un po’ me), avevo improntato quel senso – ormai perduto – proprio su quelle corde. La realtà mi ha disingannato. O forse mi ha proprio ingannato.

Perché?

Vi racconto un fatto accaduto a me. Per cui un fatto reale. In una scuola in cui ho lavorato, anche se per poco a dire il vero, mi è stato chiesto, a un certo punto, di collaborare alla gestione del decoro e dell’ordine nell’ambiente di lavoro. In altre parole, di fare noi, prof e allievi, le pulizie dei locali.

«Sa prof, noi insegnamo ai bambini a sparecchiare e a rassettare la sala…»
Che va tradotto con: non paghiamo abbastanza le signore della mensa, quindi per rimettere in ordine ci dovete pensare voi. Sgrassatore in mano, si intende.

Il dramma sta nel fatto che, lo stesso ragionamento, puoi applicarlo per ogni altra cosa.
Prendiamo le gite di istruzione, ad esempio. Le nuove normative richiedono, a noi docenti, di provvedere ai controlli dei pullman e del personale assegnato. Immaginate una conversazione siffatta? «Scusi, mi fa vedere i freni? Sa, non vorrei che, poi, andiamo giù per una scarpata…». Oppure, immaginate di dover fare il controllo dello stato tossicologico dell’autista: «Senta buon uomo, lei si droga?».

Tutto questo per per 1300 euro al mese e un boato di Irpef da pagare a fine anno scolastico (io da solo, per il 2010, tre mesi dei quali in stato di disoccupazione, ho versato 2500 euro alle casse dello fisco). Per non parlare dei 700 euro di tasse al mese, decurtati direttamente dalla busta paga.

Nel mio caso c’è poi una doppia aggravante.

La prima, non insegno quello per cui mi sono laureato, ma ogni anno raccolgo le briciole di cattedre non coperte dai colleghi. Dovrei condividere il mio sapere in letteratura italiana e latina, e invece di volta in volta mi ritrovo a gestire dalle sette alle quindici classi per volta, tra geografia, storia e “approfondimento letterario” (una delle tante inutili trovate del fu ministro Gelmini). In termini di diritto del lavoro si chiamerebbe “demansionamento”.

Secondo poi: sono gay e lo Stato non riconosce nulla, attraverso la sua classe politica inetta e ai limiti della delinquenza, delle mie rivendicazioni. Esige da me ogni dovere e non rilascia il godimento di alcun diritto richiesto che, stiamo bene attenti, mi viene negato proprio per il mio orientamento! Lavoro, cioè, per una società che esige il mio senso del dovere senza corrisponderlo in altri diritti concreti (parlo di sgravi fiscali dentro la coppia o la coabitazione, ad esempio).

In un quadro siffatto, credo che sia abbastanza normale che la fiamma di ogni natura si spenga da sola. Come sempre avviene quando finisce l’ossigeno.

Poi è vero pure che ho scelto di non fare della mia vita il banco di prova di qualsivoglia sacrificio o martirio. Ho deciso, in altri termini, di non operare per la salvezza dell’umanità. Per quello esistono gli eroi e io non ho nessuna intenzione di ricoprire tale ruolo.

Per questa vita ho scelto un più sano egoismo. Se devo diventare una brutta persona – in altri termini, e perdonatemi la provocazione – che sia per denaro e responsabilità consone. Ma non certo per un percorso di vita venduto come umanamente elevato e poi ridotto, fatti alla mano, ad una specie di manovalanza e manco intellettuale.

Di esercizio di intelletto, nel mio lavoro, c’è ben poco. Poi, certo, esiste la mia umanità ed è il cerchio di fuoco (sacro?) in cui proteggo i miei allievi e le mie allieve dal male del mondo. Ma continuare a far questo, così come è ora, significherebbe essere eroi. E ho già detto, mi pare, che non sono più disposto a farlo. Un po’ mi infastidisce, siamo d’accordo. Anche questo ragionamento, dico, che trasuda di cinismo. Ma nella vita si fanno delle scelte. Ed io ho scelto me. Punto.

Annunci

Parlare della neve

Forse il cielo promette neve. E quando questo succede, il grigiore lontano ha qualcosa di allegro.

È come se il mondo fosse più piccolo e ti abbracciasse. Come se le cose di casa divenissero un tutt’uno con la tua pelle, e il sangue, e ogni pensiero, dalla camera da letto ancora disfatta, alla cucina e all’androne, dove la buca delle lettere ha sempre fame di parole scritte da altri.

Poi pensi che sarebbe bello tornare a casa, mentre l’orizzonte si fa viola, e parlare della neve con qualcuno. Di fronte a una tazza fumante, sopra il divano, davanti la tivù, al cospetto del palazzo di fronte.

E allora, per tergiversare, indossi ancora più lana, bevi un sorso di troppo di caffè e la doccia si fa più lunga, tra una canzone e l’altra, dove ti ritrovi, nell’ennesima canzone che conosci a memoria. Forse da troppo tempo.