Momento simpatia #4: girl just want to have fun

Ultimamente scrivo di meno qui. Ma scrivo molto altrove (e cioè qui, qui e qui). Volevo chiudere questo blog, ci ho pensato e per alcuni minuti l’ho anche fatto. Salvo poi pentirmene amaramente. Per cui rieccomi qui. E per la cronaca, siamo al tredicesimo anno di “Elfobruno”. Ma non è di questo che volevo parlare.

Girls-Just-Want-To-Have-Fun-Music-Video-cyndi-lauper-23964793-500-375Sto portando avanti, un po’ su tutti i miei canali, il dibattito sulla Gpa. Questo mi ha portato tante nuove “fan”, che periodicamente sulle loro bacheche, sulla mia o tra i miei messaggi privati vengono e si indignano, oppure occasionalmente insultano (“sei un bullo!”) e minacciano (dalla querela alle minacce di farti licenziare a lavoro).

Sono felice e ringrazio tutte queste signore che mi dimostrano quanto sia fondamentale il mio ruolo come antidoto alla loro noia quotidiana e, in alcuni casi, a quel male di vivere forse causato dal fatto di non aver ancora ricevuto inviti in prestigiose tribune, da Giletti a Barbara D’Urso, in qualità di opinioniste.

Unica avvertenza: le parole usatele bene. Magari imparate cos’è il bullismo o cosa significa violenza organizzata contro uno solo, per altro incapace di difendersi. Fate un favore non tanto a me, quanto alla Crusca e al concetto di intelligenza. Anche linguistica. Dopo di che buon lunedì e baci sparsi.

Quaranta, ballando a modo mio

40anniNon volevo festeggiarlo questo compleanno, perché ho pensato molto in queste settimane e forse – mi sono detto – non c’è molto per cui stare allegri.

Non ho una casa tutta mia dove vivere con la mia micia, come mi ero ripromesso da giovane.
Non ho qualcuno che mi attende la sera, qualcuno che torna tardi magari e mi abbraccia da dietro, mentre sto in cucina a preparare da mangiare, perché stavolta tocca a me.
Ho lasciato andar via chi diceva di tenerci davvero, ma solo perché  ero io a non essere abbastanza.
Ero partito alla conquista del mondo, e mi trovo a fare tutt’altro.
Perché la mia vita non somiglia poi così tanto a l’idea che mi ero fatto di me.

Eppure.

Ho molti amici e molte amiche, e so che mi vogliono bene.
Posso dire di avere amato, anche se è successo una sola volta.
Posso dire, tuttavia, di averci provato in qualche altro caso.
Ho tante famiglie, almeno una in ogni città in cui ho vissuto.
Ho pubblicato due libri. Non sono diventato famoso, ok, ma mi hanno permesso di dire qualcosa.
Ho un caratteraccio, a volte. Ma so anche che sono sempre disposto a parlare, a fare un passo indietro o a dare a chiunque una seconda opportunità.
Ho uno psicologo figo che mi dice che sono figo e so che non lo fa per la parcella.
A volte sono una bella persona.
Qualcuno mi ha confessato che grazie a me la sua vita è cambiata, in un modo o nell’altro.
Per qualcuno sono comunque importante.
So che se dovessi andar via, da un momento all’altro, qualcuno piangerebbe per me.
So che se dovessi ringraziare quanti e quante in questi anni hanno compiuto un pezzo di strada insieme a me, non ci sarebbe spazio in un foglio di carta gigante.
Ho girato un po’ per il mondo. Non tutto, ok. Ma ho visto l’arcobaleno sotto le cascate, il colore del tramonto ad oriente e ho accarezzato la sabbia nel deserto.
Ho imparato a ballare, a modo mio.
In fin dei conti sono molto diverso dal ragazzino grassoccio, abbrutito e spaventato che ero un tempo.
E la mattina, seppur assonnato o col broncio per le strade di questa città folle, alla fine qualcosa di segreto e irriducibile, dentro di me, mi sussurra di crederci ancora.

E allora musica.

Complimenti, Hollande. Auguri, Montalcini…

Ieri, 22 aprile 2012. Due notizie importanti. Una mi ha dato speranza, l’altra mi ha commosso.

La prima, quella di cui tutto il mondo parlerà: la vittoria, al primo turno, del candidato socialista François Hollande, col oltre il 28% dei suffragi, alla presidenza della Repubblica Francese.

Non illudiamoci. Il ritorno dei socialisti al governo non determinerà un’immediata risoluzione dei problemi e non sono prevedibili cambiamenti realmente innovativi, rispetto all’architettura sociale dell’occidente, ancora troppo informata su un sistema economico incancrenito ma lungi dall’essere sostituito da un modello alternativo e valido.

Ma ci sono degli importanti elementi di novità: il nuovo vento di sinistra in Europa, la voglia di cambiamento rispetto alla gestione della crisi, l’avanzamento dei nuovi diritti (Hollande si è detto favorevole all’allargamento dei diritti della comunità GLBT, a cominciare dalle adozioni), l’auspicabile fine del sistema Merkozy, che tanto ha affamato popoli come quello greco…

La vittoria, ovviamente, non è scontata. Si può solo sperare per il meglio. Vero è pure che l’arroganza di Sarkozy e il modello di rigore imposto dalle destre europee viene bocciato senza appello. Il prossimo inquilino dell’Eliseo dovrà fare i conti con questa evidenza.

La seconda: il compleanno di Rita Levi Montalcini. Centotré anni, un Nobel per la medicina, un sorriso sempre sereno. Montalcini, ebrea, partigiana, scienziata: una delle voci ancora vicine ai giovani, al mondo della ricerca. Una donna che, anche nei momenti più bui, non si è mai arresa ed è andata avanti rincorrendo il suo sogno, le sue aspirazioni. In altre parole: un modello.

Vederla sorridente, con la coppa di champagne, mi ha commosso e mi ha restituito una speranza.

Per queste ragioni, e non solo, auguri professoressa. Di fronte al dilagare della follia e delle mediocrità del presente, esempi come il suo ci rendono fieri e fiere di essere nati in questo paese.

La regola del cappello

La regola del ca(p)pello: vieni con un copricapo estroso, oppure una parrucca baraccona. Altrimenti mangi solo l’insalata. E a un barbecue, a inizio primavera e col solletico della salsedine, capirete che… Quindi, paglietta grigia, un foulard di seta cinese a “quattlo eulo” e un fermaglio di piume nere.

E poi.

Le parole scorrono come il vino, accanto agli amici che dormono sull’erba, alle ragazze che si baciano dietro l’angolo, oltre il cospetto gentile dei fiori di albicocca.

Le emozioni fanno pace con tutto il resto. E nemmeno il vento dà poi così fastidio. Rimane, forse, ancora un po’ di timidezza. Quel po’ di troppo. Per uno sguardo, un’intenzione. Per un chissà.

Canti “tanti auguri a te” a squarciagola – anche se prima te ne vergognavi un po’ – perché oggi è così che deve andare. A squarciagola. E pure le canzoni di Madonna e quelle dei cartoni di quando eri bambino.

E quindi ti ci trovi a giocare come un bambino, e con un bambino. A fare “Harry Potter”, gli insegni pure come si lancia un patronus, a mantenere la postura (la schiena piegata leggermente in avanti, per sferrare un attacco) a ridere sotto il cielo, ridere di fronte agli altri. E ti rendi conto che questa, a modo suo, è una vittoria. Piccola, certo. Ma enorme.

E alla sera, verso casa. A occhi chiusi. E pensi.

A volte ho la sensazione che le persone si adottino un po’ a caso, un po’ a vicenda. E te ne accorgi quando riscaldi le mani del ritorno, a destra del tramonto sul mare, ancora acerbo, un po’ lontano, ma non importa.

Perché la gente si scova, si cerca, si abbraccia per completarsi, per quando era di vetro ed è stata rotta in pezzetti che, però, hanno tagliato solo noi stessi e noi stesse. Per le nostre infanzie violate. O per le risposte che non arrivano ancora, nonostante la prematura irriverenza di ogni capello bianco.

Questo ritrovarsi, penso, è il risarcimento della vita per tutte le volte in cui ci siamo sentiti in frantumi.

E alla fine, proprio perché siamo pezzi di vetro, disegniamo, tutti e tutte, lo stesso mosaico, ognuno con un suo colore, luminoso o scuro o rosso, sangue. Ma non importa. Ognuno ha il suo scopo, nell’armonia del risultato finale.

38

Trentotto anni.

Per capire che riesco a cambiare la mia vita, quando voglio.
Per cercare di capire come cambiarla, quando le cose non vanno come ho previsto.
Per realizzare che non ho più dipendenze affettive.
Per scoprire che sono circondato dalle persone giuste.
Per saper pronunciare esattamente il nome dell’affetto.
Per aver imparato a scrivere.
E a piangere, all’occasione.
Per aver costruito una dimensione, comunque sempre mutevole.
Per trovare ancora il coraggio, di fronte l’incerto.
Per cercare casa, ovunque.
Per alzare un dito medio al fato.
E pure a qualche occasionale collega.
Per assaporare la saggezza dei gatti. E la bellezza delle foglie d’autunno.

E tanto altro ancora.

Trentasette

E adesso che tutto cambia, tutto appare come è sempre. Da sempre.
Adesso che dai un nome alla luce dei giorni, che non riconosci le strade che navighi quotidianamente e che un tempo ti erano amiche, ti erano amanti.
Adesso che il tempo non è indulgente, adesso è arrivato il tempo.

Di smettere di praticare il dolore, per capire che il dolore fa male.
Di smettere di credere che basta un abbraccio che arriva quando meno te lo aspetti per credere che tutto sia definitivamente cambiato.
Di smettere di credere che verrà il principe azzurro, fuxia o marrone-merda che ti salverà e ti porterà via da qui. Perché solo tu puoi salvarti, per andare in ogni altrove.
Di smettere di guardare al passato come l’unica occasione possibile. Di sentirti senza una direzione anche se la direzione, in fin dei conti, non c’è.
Di smettere di smarrire, un poco alla volta, ogni pezzetto di ciò che sei.

E poi.

Cerca di trovare quella parte di te che non ti rende ancora intero.
Di ritrovare le persone che ti hanno accompagnato, per tutto questo tempo, e che si sono un po’ disperse a guardare il vento e le foglie. Proprio come hai fatto tu.
Di capire che la vita va un po’ oltre la tua pelle, le tue dita, la tua tastiera e il tuo mondo fatto di equidistanze e di squilibri, di nascondigli e di cose che stentano a venir fuori.
Di porre fine alla tirannide delle tue manie.
Di avere più pazienza, ma di non avere paura di dire le cose come stanno.
Di osare.
Di crederci ancora, senza sperare l’inverosimile, perché il tuo cammino si è popolato di unicorni e di streghe buone, ma i miracoli non li hai mai incontrati e forse c’è una ragione.
Di volerti bene.

Per il resto buon compleanno. È questo il mio regalo.

On air: Win one for the reaper