Fellatio e dintorni: il pensiero fisso degli omofobi

Il mio precedente articolo su Bergoglio ha fatto arrabbiare qualcuno. Nell’ordine:

1. papa boys in incognito, gente che si dichiara “critica” nei confronti della chiesa, salvo poi sostenere la necessità che essa esista e che ad essa ci si debba “sottomettere” in un modo o nell’altro, o quanto meno alla sua autorità morale. Come se prendere ordini, benedizioni e il permesso di vivere da chi considera i gay né più e né meno alla stregua di “peccatori” sia in linea col concetto di dignità. Ma contenti loro…

2. sentinelle travestite. Ovvero gentaglia che sotto il mantra di “anch’io ho amici gay” e “rispetto assoluto per tutti” poi usa la Bibbia come arma da fuoco contro diritti delle persone LGBT. Peccato per loro che nei paesi civili la vita politica e quotidiana di una società complessa come quella del presente non dipenda certo dai dettami sostanzialmente cretini (ad oggi) di un fantasy di serie B

3. poveri illusi, che continuano a credere che attraverso l’avallo della chiesa cattolica si avranno diritti, considerando appunto Bergoglio – insieme alla sua organizzazione omofoba – un interlocutore e non un nemico della dignità di milioni di persone. Vale quanto detto sopra sul “contenti loro”. Un po’ meno, invece, noi.

Gran parte dei loro commenti sono stati cancellati e non per una disaffezione del sentimento della democrazia – mi direte poi cosa c’è democratico nel sentirsi dire “meriti l’inferno perché così è scritto nella Bibbia” – ma più semplicemente perché non si può dare la stessa dignità del pensiero critico a chi sostiene che certe vite e certi sentimenti siano sbagliati solo perché così è scritto in un libro per il quale il Sole gira attorno alla Terra e dove si invitano le donne a sottomettersi agli uomini. No, signori e signore mie, in questo blog razzismo, omofobia e ignoranza non possono far parte delle argomentazioni da controbattere a un discorso più nobile, culturalmente valido e in una parola soltanto: laico.

Faccio notare, ancora, che i rosiconi continuano a ripubblicare la solita solfa, non solo nel più rigoroso anonimato, ma anche cambiando di volta in volta le mail di riferimento: complimenti per l’onestà intellettuale e soprattutto per avere il coraggio di sostenere con identità certa le proprie argomentazioni.

Sarà un caso che tali identità siano supportate da fenomeni quali:

suca

chissà perché, mi chiedo, quando si parla di diritti di cittadinanza gli omofobi pensano sempre a pratiche sessuali maschili, fellatio in primis (non è l’unico commento che si presta a questo tipo di creazioni “letterarie”). Freud o chi per lui avrebbe tanto da insegnarci, in merito.

L’utilità dell’inutile troll

trolls o criceti?

Ne parlavo oggi con Caterina Coppola, la direttrice di Gay.it. «Come fai» mi chiedeva «a sopportare tutti quei commenti livorosi ai tuoi articoli sul Fatto e sul blog?»

Diciamo – e così le ho risposto – che la vedo così: i miei trolls sono una decina di persone al massimo, non una di più. Scrivono sempre le stesse cose, dall’ideologia/dittatura del gender, all’insulto omofobo come libertà di espressione e boiate simili. 

Adesso se io ho una gabbia di criceti che fanno a gara per contendersi la ruota non posso prendermela perché non hanno scelto di andare ad Harvard in alternativa. Sempre di topi stiamo parlando, con la differenza che topi e criceti sono animali carini, è DNA non sprecato, fanno parte della riserva biologica di Madre Natura.
 
Poi c’è un’altra evidenza. Questa gente, con commenti e clic, non fa altro che indicizzare gli articoli. Mi aiuta, in buona sostanza, a rendere più visibile un certo tipo di pensiero. 
 
Certo, capisco che di fronte a commenti come questo caschino le braccia, per chi è appassionato di questioni quali la logica, l’intelligenza, la razionalità e il pensiero critico:
 
momento di massima tensione intellettuale di un fake

momento di massima tensione intellettuale di un troll

ma credo anche che certi commenti siano, di per sé, monumenti importanti per l’idiozia di chi li scrive e utili per capire il disagio – psichico innanzi tutto – di soggetti cresciuti in contesti evidentemente svantaggiati.
 
Io ancora sto aspettando la risposta sugli accorgimenti tecnici che portano un individuo a riconoscere un gay da una fotografia. A meno che non si tratti di “gay-radar”, il che spiegherebbe molte cose. Converrete.

A costo di ucciderci tutti…

Questo è un commento rilasciato da tale Louie, in risposta al mio post Diamo una lezione all’omofobia:

omofobia

credo che il contenuto di questo messaggio si qualifichi da solo. Faccio solo notare che:

1. per certi cattolici questo sarebbe un mirabile esempio di “cultura della vita”
2. per certi altri, e per i loro politici di riferimento, si tratterebbe invece di “libertà di opinione”
3. per certi partiti, infine, sarebbe una scelta auspicabile.

Per me è solo un esempio di una profonda disumanizzazione. Chi pensa che le persone LGBT debbano essere uccise piuttosto che avere i figli, concedendo al massimo un ghetto giuridico, non è poi tanto diverso da chi mandava ebrei e rom nei campi di sterminio.

Ma c’è anche da dire che questa gente riesce a produrre certi abomini anche grazie al pensiero di chi, prima, è andato/a in televisione a dire «meglio un bambino in Africa che a una coppia di omosessuali», di chi – durante il dibattito sulla legge contro l’omofobia – ha scritto lettere per rassicurare coloro i quali temevano di non poter più dire che essere gay è una malattia e amenità similari. Teniamolo sempre a mente.

Ancora sul liceo di Perugia: una “lezione” contro l’omofobia

I miei post sul controverso caso del liceo perugino, in cui un docente di religione ha somministrato un questionario omofobo ai suoi studenti, ha provocato una reazione di massa di diversi commentatori di matrice culturale cattolica, sguinzagliati non si sa bene se da un fervente anelito per il martirio – e mi riferisco a quello a cui è stata sottoposta la pazienza mia e di chi ha letto il loro profluvio di inesattezze – o dall’integralismo tipico di chi pretende di possedere la verità in tasca.

Tralascio i vari casi in cui sia io sia i lettori e le lettrici di questo blog siamo stati invitati/e, senza esclusione alcuna, a ritrovare rette vie, incontri con Gesù, il senso del pentimento e amenità analoghe. Trovo molto violento questo voler imporre la propria visione della fede a chi con quella fede non vuole averci niente a che fare.

Ma al di là degli aspetti folkloristici della vicenda, ho riscontrato da parte di questi trolls – travestiti da opinionisti – una serie di costanti argomentative che vi sottopongo, per capire quali sono le strategie che mettono in atto queste persone per falsificare la realtà, sia quella effettiva, sia quella raccontata da altri per avallare la loro visione dell’omosessualità come condizione sfavorevole.

Mi rifarò a uno dei tanti – e sempre rigorosamente anonimi – che procede attraverso diversi canali che analizzo qui di seguito. Lettura un po’ lunga, ne sono consapevole, ma a mio parere necessaria. Ma andiamo per punti.

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1. Rovesciamento della questione

Il primo tentativo, solitamente, è quello di sminuire la portata della cosa. Nel questionario proposto ciò che non è andato giù a me e a molte altre persone è stato l’inserimento di condizioni personali e scelte di vita, insieme a comportamenti poco leciti e a reati veri e propri. Penso sia molto offensivo sentirsi accomunare a stupratori e assassini in quanto gay, divorziati o conviventi. Il nostro eroe così ribatte a questa obiezione:

«Dunque anche gli atei, o i tanti giovani che convivono dovrebbero essere scandalizzati da questo questionario e gridare allo scandalo. Chiaramente così non è.»

Si cerca, dunque, di limitare la gravità oggettiva del fatto a una protesta di una categoria e una soltanto. Siamo noi gay che stiamo protestando, non gli altri. La maggioranza delle persone rimane silenziosa di fronte a questo presunto scandalo. Siamo noi, persone LGBT, tanto per cambiare, i soliti esagerati. La questione, in tal senso non solo viene sminuita, ma addirittura rovesciata.

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2. Ragionamento oppositivo

Continua ancora, il nostro eroe:

«Il questionario resta quello che è: una provocazione e un invito a dei giovani diciottenni a ragionare con la loro testa, senza annichilirla ascoltando in continuazione il lavaggio del cervello che ultimamente i media stanno facendo a favore delle comunità LGBT. Ragionare con la propria testa significa saper discernere il bene dal male.»

Si separano due fenomeni, perciò: la propaganda dei media, indicati come pro-omosessuali, e l’azione del docente perugino. Il docente, secondo la visione proposta, invita a ragionare con la propria testa, in opposizione ai sistemi di comunicazione che fanno “il lavaggio del cervello”. Il questionario del prof di religione, contrariamente ai media, aiuta a discernere il bene – ciò che egli dice – dal male, ovvero ciò che propongono i media. Ma i media, si è appena detto, sono dalla parte dei gay e con essi alleati per plagiare le giovani menti. Ne consegue che il bene sta tutto da una parte (il prof, appunto, e il suo questionario) e, quindi, il male nell'”omosessualismo” dominante. Si diceva la stessa cosa degli ebrei, organizzati in non meglio precisate lobbies messe ad arte per la conquista del mondo. Si sa come è andata a finire.

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3. Gerarchizzazione

Per difendere l’inserimento dell’omosessualità in mezzo a crimini e peccati, il nostro afferma:

«Nel caso specifico della parola “omosessualità” ciò vuol dire sapere che l’omosessualità non è una colpa, né un peccato. Ma sapere anche che l’omosessualità può portare a colpe e a peccati esattamente come ogni altra condizione umana.»

Affermare “che anche l’omosessualità può portare a colpe e peccati” suggerisce che l’essere gay o lesbiche vada considerato in un gradino più in basso rispetto alla “naturale” norma dell’eterosessualità. Ma se dovessimo ragionare con tali categorie interpretative, ribaltando a nostra volta i termini della questione, andrebbe ricordato che soprattutto l’eterosessualità può portare a malefici effetti per tutti e tutte: fino a ora questa condizione ha garantito all’umanità quasi il 100% delle “colpe” descritte in quel foglio, a cominciare da guerre, stupri e soprattutto dagli infanticidi, tipico male delle famiglie composte da padri e madri, sposati o meno.

Per fortuna il pensiero del movimento LGBT non ha bisogno di questi stratagemmi retorici per affermare la bontà delle proprie posizioni.

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4. Vittimismo cristiano

Messo alle strette sull’effettivo infelicissimo contenuto di quel test, l’autore del commento in questione sbotta:

«Io trovo un insulto alla mia libertà il non poter esprimere le mie idee. Ho letto altri tuoi messaggi pochi minuti fa, e sei tra coloro che mi imprigionerebbe per le mie idee. Mi fai paura, e come te molti altri attivisti LGBT.»

Mi fa sorridere il fatto che questo individuo si senta minacciato e offeso per la mancanza di spazi in cui poter esporre le proprie convinzioni: ma se contiamo il numero degli interventi qui su questo blog, tra questo articolo e altri, mi sembra che egli abbia approfittato di molte occasioni di dire la sua senza che nessuno gli abbia impedito di farlo.

Tale vittimismo, per altro, è lo stesso che utilizzò a suo tempo il Vaticano quando si oppose alla depenalizzazione dell’omosessualità voluta dall’ONU, sostenendo per mezzo dei suoi diplomatici che vietare di mandare in prigione un gay era discriminatorio per la libertà di quei paesi che prevedevano sanzioni contro l’omosessualità stessa…

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5. Catastrofismo

Come ogni produzione letteraria di stampo religioso che si rispetti, anche il commento che stiamo analizzando si conclude con un’apocalisse:

«Ricordatevi cosa è stato dell’uomo ogni volta che è stato privato della sua libertà per ideologie: le crociate, il comunismo, il nazismo… L’ideologia del gender è sempre più proiettata verso simili aberrazioni. E questo fa paura!»

Strategia che già conosciamo, perché utilizzata – tra tanti – proprio da Berlusconi nel suo ventennio contro i rischi di chissà quale invasione sovietica, nonostante il muro di Berlino fosse già caduto nel 1989. La cosa si commenta da sé. Ma per il nostro autore evidentemente non fa mai male dipingere i suoi avversari come portatori di “miseria, terrore e morte”.

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Conclusioni

Commenti come quello appena riportato dimostrano, in buona sostanza, che essere cristiani in una certa ottica significa poter esprimere impunemente i propri pregiudizi a danno delle minoranze. Temo che queste persone non siano abbastanza coscienti del ridicolo in cui cadono con questo tipo di atteggiamento. Ma contente loro!

Adesso, si trattasse solo di suggerire a menti obnubilate da certo integralismo religioso un doveroso senso della vergogna, la cosa toccherebbe solo le coscienze di chi decidesse di cimentarsi in un’impresa tanto titanica quanto inutile. Il dramma è che questo tipo di argomentazioni sono proposte come verità vibrante dai piani alti del potere religioso per poi ricadere, in forme varie e diverse, sulla società tutta a cominciare proprio dalle scuole.

Lì ragazzi e ragazze LGBT subiscono questo tipo di “suggestioni” a danno della loro serenità mentale e della loro integrità fisica e morale. E va da sé che chi è veramente interessato/a al bene collettivo, non può essere contento di questo stato di cose.

Il questionario di quel docente ricalca, in linea di massima, questo tipo di atteggiamento che può fare del male a chi ancora è troppo fragile per poter avere un’identità solida, in un senso o nell’altro, in un mondo strutturato sul pregiudizio. Per questo quel documento diventa irricevibile e, in buona sostanza, anche parecchio pericoloso.