Civil partnership: cinque passi verso la credibilità

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In un comunicato rilasciato ieri dai firmatari della proposta di legge sulle civil partnership, pare che il modello proposto da Pd e Scelta Civica ricalchi il più avanzato modello tedesco: diritti economici uguali a quelli del matrimonio, adozione della prole da parte del partner. Un punto di partenza che, se orientato verso la piena uguaglianza, porterebbe un sostanziale cambiamento per migliaia di famiglie LGBT in Italia.

Tuttavia, premesso sempre che l’obiettivo finale è il matrimonio con i pieni diritti legati alla genitorialità, piaccia o meno ai cattolici (la cui sensibilità, chissà perché, si risveglia solo quando c’è da impedire il quieto vivere delle famiglie di omosessuali), a parer mio occorrerebbero alcuni passaggi preliminari e intermedi per rendere credibile (e quindi fattibile) l’intera operazione. Vediamo quali.

1. Approvazione della legge contro l’omofobia. E che sia davvero contro, senza la tutela delle affermazioni omofobe dentro le scuole, i partiti, le associazioni, come piacerebbe ai cattolici e a qualche gay parlamentare compiacente. Visto che è in Senato che si gioca la partita, vediamo se la camera alta riuscirà a emendare il testo e a renderlo così come era previsto originariamente. Va da sé che questo processo prevede l’esclusione di parlamentari compromessi dall’iter legislativo.Da quanto leggo sui social, confermato dai commenti al mio post precedente, mi pare che la legge sulle unioni civili avrà credibilità maggiore se si tiene Scalfarotto ben lontano dal DDL. Il quale potrà sempre votare a favore del testo finale, se ha davvero a cuore le sorti della sua comunità. Sarebbe un bel gesto, soprattutto dopo le recenti offese dei mesi scorsi in direzione del movimento LGBT.

2. Uso del linguaggio. Evitare formule quali “per non offendere la sensibilità di nessuno”. Perché i diritti delle persone LGBT dovrebbero essere visti come offensivi, potenziando i sentimenti omofobi di questo paese? Se qualcuno si sente offeso dalla piena democrazia, forse è quel qualcuno a essere in torto. Meglio usare formule quali “provvedimento ampiamente condiviso”, o “largamente condivisibile” o meglio ancora “in direzione della richiesta di democrazia di questo paese” o “di tutela di chiunque, maggioranza e minoranze”. Il cambiamento sociale nasce dal buon uso del linguaggio.

3. Disinnescare il terrorismo dei cattolici estremisti. Magari facendo notare loro che se da un lato si contano numerose iniziative contro matrimoni ugualitari e legge antiomofobia, dall’altro mai si è vista da parte di questi gruppuscoli eversivi (chi vuole impedire la democrazia è eversivo) una manifestazione contro i crimini di pedofilia interna alla chiesa o una marcia di protesta sul fatto che il Vaticano protegge tuttora i prelati macchiati di reati contro i minori. Se si pretende credibilità bisogna prima dimostrare di averne. E i cattolici integralisti di credibilità ne hanno ben poca. Ricordiarglielo non sarebbe un male.

4. Coinvolgimento delle realtà associative. Penso alle grandi realtà nazionali come Arcigay, Agedo e Famiglie Arcobaleno. Ma anche quelle locali importanti come il Mieli a Roma, ma anche le realtà di Torino, Napoli, ecc. Creare un team, un parlamentino consultivo, un gruppo di lavoro che dovrebbe essere di supporto all’azione parlamentare. È chiaro che qui si gioca anche la nostra credibilità come movimento, di fronte un’occasione così importante.

5. Descrizione dell’utile sociale. Ci verrà detto che ci sono provvedimenti più urgenti da fare. Garantire pieni diritti alle coppie e alle persone LGBT e alle coppie non sposate in generale è nell’interesse di tutti/e, perché abbatte i costi sociali ed economici dell’omofobia, perché dà tutela economica a migliaia di famiglie, potenzia il potere d’acquisto (moltissime coppie, gay e non, potranno accedere ai mutui facendo respirare il mercato immobiliare), ecc. Perché una società con meno discriminazioni è una società più sana, coesa, più forte anche a livello di salute psichica collettiva (tradotto: meno aggressioni, meno suicidi, meno casi di rifiuti in famiglia, più benessere diffuso).

Tutti questi passi sono fondamentali, a parer mio, perché il provvedimento sulle unioni civili nasca sotto il migliore degli auspici. Poi starà a noi del movimento LGBT essere in prima linea per l’avanzamento delle richieste. Le quali, ricordiamoci, non si limitano al matrimonio e all’adozione, ma includono i diritti alla salute, alle tutele nel mondo del lavoro, alla questione trans e a tutto quanto possa migliorare le condizioni di vita in questo paese. Nell’interesse di chiunque.

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Lettera aperta a Cristiana Alicata sulle civil partnership

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Cara Cristiana,

questo post è un tentativo di dialogo, per una volta non arrabbiato (sai quanto mi feriscono certe questioni), che ha lo scopo di spiegarti perché non credo al progetto delle civil partnership proposte da Renzi.

Lo farò articolando il discorso su due piani, uno sostanziale e uno formale.

In primo luogo: la proposta di regolamentare i progetti affettivi delle persone LGBT con un istituto parallelo e dedicato non è uguaglianza ma equivalenza. Vuol dire che verremo trattati non da pienamente uguali ma da diversamente tali. Quando Rosa Parks non si alzò dal posto in autobus di fronte all’arroganza di un bianco, non inaugurò una lotta per l’equivalenza, ma protestò per potersi sedere negli autobus esattamente come i bianchi. Fai le dovute sostituzioni e capirai (anche se so che la pensiamo allo stesso modo) cosa voglio dire.

Dal punto di vista formale, mi si dice: il meglio è nemico del bene. O si addita chi come me vuole la piena uguaglianza, di essere un ostacolo oggettivo contro l’affermazione di diritti di base. Personalmente non ho incarichi di potere, non sono iscritto a nessun partito, non faccio la corte ai potenti (anche perché sono tutti decisamente poco sexy) e non ho mai deciso di votare sì o no rispetto a un provvedimento qualsiasi. Da libero cittadino sono un elettore che sceglie quale partito mandare in parlamento (e alle recenti elezioni ho votato una coalizione capeggiata dal Pd) e che si fa un’opinione in base a ciò che vede attorno a sé.

Ciò che ho visto fino ad adesso non lascia ben sperare. Ho visto Veltroni, già sindaco di Roma, far fallire il progetto delle unioni civili nella capitale votando con Storace.
Ho visto D’Alema, Bindi e altri alti dirigenti insultare le persone LGBT. Ho visto tuoi compagni di percorso a cui ho anche dato il voto alle primarie del 2005 (parlo di Ivan) prima dialogare con personaggi e forze politiche che ci dipingono come malati mentali o potenziali pedofili (hai presente Paola Binetti, vero?) ottenerne il plauso pubblico e poi insultare (a quanto pare è una moda) il movimento di cui faccio parte, perché reo di volere pari dignità giuridica a parità di doveri (le tasse le pago anch’io esattamente come Giovanardi).

Anche in questo caso siamo stati descritti come coloro che fanno fallire i percorsi parlamentari, quando mi pare evidente che questi si concepiscono pronti per essere abortiti non certo per colpa nostra ma forse di chi fa in modo che non abbiano il dovuto sostegno, sia dentro il parlamento sia fuori dai palazzi.

Adesso Renzi sta parlando di civil partnership alla tedesca, che è un po’ come dire una parmigiana alla francese o un tiramisù all’etiope. Suona male, con buona pace delle gastronomie dei paesi scomodati nell’esempio. Ed è un caso di sciatteria linguistica che getta poca chiarezza sulle reali intenzioni del Pd.

Leggo già, sul tuo profilo dove mi hai postato il tweet di Renzi o su Twitter, che “il meglio è nemico del niente”, mentre qui non si tratta di scegliere il più o il meno, ma l’uguale, appunto.

Anche perché questi discorsi poi diventano la strada maestra per proporre il peggio travestito da ottimale. Tipo quella legge che doveva proteggere le persone LGBT dai crimini d’odio e invece rende legali gli insulti contro di noi detti in chiesa o nei dibattiti politici. Anche lì ci dissero che il meglio era nemico del bene. E per non sbagliare hanno votato il peggio.

Sono stato cresciuto in un contesto sociale che mi ha insegnato il valore della dignità umana, valore che cerco di trasmettere ai ragazzi e alle ragazze a cui insegno. Faccio politica in un movimento che ha molte responsabilità per non essere stato un abile gruppo di pressione, ma le persone con cui io ho lavorato e lavoro non si sono mai arricchite con l’associazionismo, non ne hanno fatto un trampolino di lancio per carriere di sorta. Vedono il volontariato come un valore elevato, assoluto. Con queste persone ho appreso che c’è dignità solo se c’è piena uguaglianza. La politica del tuo partito, fino a ora perseguita, non va in questa direzione invece. Così come quella di tutta la politica italiana, per essere onesti fino in fondo (a parte qualche lodevole eccezione).

Mi pare che in Italia ci siano tre fazioni che si agitano di fronte alla questione LGBT: chi fa finta che i diritti di gay, lesbiche e trans non esistano; chi li tratta come capricci di cui ridurne la portata; di chi, come il mio movimento, crede nell’articolo 3 della Costituzione.

La proposta delle civil partnership non rispetta l’articolo in questione, ma crea cittadini più uguali degli altri e costruisce ghetti giuridici per noi che abbiamo la “colpa” di innamorarci di persone del proprio sesso. Questo lo trovo iniquo.

A questo aggiungiamoci il già visto. Promettere qualcosa, accordarsi per il peggio, non fare nulla.

Per cui mi perdonerai se ci credo poco, anzi, se non ci credo affatto. Spero ovviamente di essere smentito dai fatti, ma le magnifiche sorti progressive sui diritti civili le abbiamo già viste, magnificate e mortificate, da Prodi, Veltroni e Bersani. Perché con Renzi dovrebbe essere diverso?

Poi va da sé, un provvedimento che desse tutti i diritti delle coppie sposate con tutela dell’omogenitorialità almeno per quei figli già presenti nelle coppie gay e lesbiche, sarebbe sicuramente un punto di partenza.
Discutibile, per le questioni di forma e sostanza di cui ti ho parlato, ma in larga misura accettabile. A patto che sia, appunto, l’inizio di qualcosa di nuovo che vada verso la totale parità e dignità delle persone LGBT.

E poiché credo di essere una persona intellettualmente onesta e mi prendo la responsabilità delle cose che dico, sono disposto a offrirti una cena qualora venisse approvato un istituto equivalente con diritti uguali al matrimonio.

Perché per una volta mi piacerebbe scoprire di esser stato smentito. Fino a quel momento preferisco non credere. Perché quando arriverà la delusione sarò già abituato a quel sapore. In caso contrario, ti aspetto da Necci. O a casa mia. Scegli tu.

Renzi e l’inglese

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Ho sentito ieri uno stralcio del discorso di Renzi all’assemblea del Partito democratico. Devo ammettere che il ragazzo ci sa fare, in quanto a comunicazione. Giudicheremo al momento del dunque se le sue promesse sono solo retorica o se c’è concretezza in quelle parole. Il momento della valutazione arriverà. Nell’attesa di esso, faccio notare un aneddoto curioso.

Renzi, parlando di Landini, ha detto che il sindacalista gli ha suggerito di non usare più i termini stranieri quando si parla di lavoro. “Da quando si parla in inglese, noi lavoratori abbiamo meno diritti”.

Dopo di che, il sindaco di Firenze ha parlato di diritti delle persone LGBT, riprendendo il suo cavallo di battaglia sul tema: le civil partnership.

Ecco, fossi uno degli amici gay o delle amiche lesbiche che stanno nel partito farei notare, oltre l’uso dell’inglese, che la politica italiana ci ha sempre promesso modelli stranieri o sigle suggestive per poi non fare mai nulla.

Meno esotismi, meno Inghilterra (o Francia o Germania) e più parole nostrane. Magari quelle di “matrimonio” e “egualitario”. Invece del solito niente.

I gay si sposeranno in chiesa. A pagamento, naturalmente

È davvero curioso: certi vescovi o alti prelati di vario genere, un tempo strenuamente omofobi, si scoprono pro-unioni civili quando sta per essere votata la legge sul matrimonio egualitario nel paese di residenza. È successo all’attuale papa, in Argentina; e adesso si registra l’apertura della chiesa anglicana, mentre Cameron si dichiara a favore dei matrimoni tra gay e tra lesbiche.

Il messaggio di apertura del reverendo James Jones alle coppie omosessuali è addirittura commovente:

Il messaggio di Gesù Cristo abbraccia tutti ed è inclusivo. Perché, nei secoli, nonostante il suo grande contenuto d’amore, è diventato così alienante ed esclusivo?

Ma non illudiamoci. Quella che è un’apertura della chiesa di fronte ai diritti civili costituisce un tentativo di arretramento o quanto meno un freno al progresso civile degli stati in cui la questione omosessuale sta spostando le sue rivendicazioni dall’istituto separato per gay/lesbiche alla piena eguaglianza tra cittadini/e, allargando l’istituto matrimoniale a tutti i soggetti giuridici.

Quello che per un credente è un passo avanti, per un cittadino è un elemento di arretratezza culturale, giuridica e civile. In questo gap si riscontra ancora tutta l’inadeguatezza di una visione confessionale dell’esistenza umana.

Poi, certo, ci sono pure le interpretazioni delle malelingue. Che a pensar male si fa peccato, si sa, e non solo molto spesso si indovina, ma chi non riconosce nessuna dignità al concetto stesso di peccato non si fa nessun problema ad andare oltre nel processo di interpretazione dei fatti.

Il mio pensiero di stamattina, leggendo questa notizia e guardando a Bergoglio e alla chiesa anglicana, è stato il seguente: dategli tempo… appena capiranno che è un business, anche i preti cattolici apriranno al matrimonio tra gay. In chiesa e dietro parcella, naturalmente.

D’altronde si sa, pecunia non olet. E quella dei gay profuma pure, se vogliamo cavalcare uno stereotipo di troppo. Converrete.

Renzi contro il matrimonio gay? Come il resto del suo partito

Nelle ultime ore leggo scandalo, sconcerto e costernazione per le ultime dichiarazioni del sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che si dichiara contrario al matrimonio egualitario e si limita a concedere una partnership all’italiana – cioè i DiCo – perché, a sentir lui, il vero problema del matrimonio ai gay sarebbero i figli e le adozioni.

Renzi ignora che in Italia ci sono ben centomila bambini figli di coppie omogenitoriali o di un genitore gay (avuto da precedente relazione etero o adottato all’estero o figlio di coniuge/partner straniero). I figli, se non fosse ben chiaro, siamo in grado di averli, esattamente come gli eterosessuali. Semmai è lo Stato a non essere in grado di tutelarli e una legge sul matrimonio avrebbe come conseguenza quella di rendere più sicura la vita di questi centomila – ma la cifra è destinata ad aumentare – bambini.

E stiamo parlando di uno Stato che si fa condizionare da una religione che ammette – e in certi casi auspica pure – che vi siano differenze di trattamento tra cittadini/e eterosessuali e non. Il credo di una chiesa che accetta che all’estero si possa condannare a morte o mandare in galera un essere umano perché gay o lesbica.

A tale religione appartiene pure Renzi e, per dirla tutta, la stessa è quella i cui sommi sacerdoti dettano l’agenda politica al partito del sindaco di Firenze in questioni quali testamento biologico, divorzio breve, ricerca sulle staminali, fecondazione assistita e, guarda un po’, matrimonio egualitario e diritti civili.

Renzi ha espresso lo stesso no al matrimonio tra persone dello stesso sesso, che a suo tempo fu dichiarato da Rosy Bindi – meglio che un bambino cresca in Africa e non come un disadattato tra due gay – e che trova ostili altri maggiorenti quali Bersani, D’Alema, Veltroni, Franceschini, Letta, Fioroni ecc. Non ho ben capito di cosa vi stupite.

Se invece la cosa vi scandalizza davvero, potete semplicemente smettere di votare e/o militare per il partito di questa gente qui. Democrazia significa poter scegliere e partecipare al cambiamento anche altrove, non solo dentro il convento di rinnegati che è diventato l’ex PCI dopo l’innesto del cervello della ex DC.

Una volta di troppo

Ho appena finito di leggere la proposta di legge popolare sulle unioni civili presentata da vari esponenti di partito LGBT – Concia (Pd), Zan (SEL), Grillini (IdV), ecc. – e cercherò di mettere in luce i miei dubbi e le mie perplessità, assieme a quelle che possiamo definire dei punti di forza della proposta stessa.

Tra gli aspetti positivi trovo la valenza pubblicistica delle unioni. Esattamente come il matrimonio, anche per gli istituti più blandi, sarà lo Stato, attraverso un suo rappresentante, a sancire la legittimità giuridica davanti alla legge delle unioni delle persone LGBT.

Bene anche la piena equiparazione dei diritti e dei doveri analoghi a quelli matrimoniali.

Concorde con Alicata, dico inoltre che se questo testo fosse quello che venisse approvato in parlamento, oggi o nella prossima legislatura, dall’attuale classe politica – quella che ha dentro i Fioroni, le Bindi, i D’Alema, certi nominati dell’IdV, Vendola stesso et alii – la considererei una mediazione accettabile.

Siamo in Italia, terra di tutte le ipocrisie. E ipocritamente direi loro: va bene. Se volete essere presi in giro, vi prendiamo in giro, in vista della prossima battaglia, quella che dà un nome alle cose per quello che sono.

Eppure.

Questa è una proposta di legge che non arriva come fine ultimo di un processo di mediazione tra chi vuole giustizia (noi) e chi vuole omofobia e l’attuale apartheid giuridico (la classe politica di cui sopra). No, questa legge arriva da chi, almeno a parole, si propone come portatore/portatrice delle nostre istanze dentro il parlamento. E quelle istanze, in questa legge, zoppicano. Zoppicano nel metodo e nel merito.

Anna Paola Concia mi ha personalmente scritto: «che ne sai che il movimento non è stato coinvolto?», in risposta ai miei dubbi sul fatto che le associazioni, almeno da quello che si legge in giro, non erano state interpellate in merito a questa iniziativa. Ne consegue, quindi, che alcune sono state coinvolte, altre no. Il risultato? L’ennesima spaccatura. Sarebbe interessante, a questo punto, capire quali raltà erano state avvertite e perché non si è creato un dibattito che portasse la proposta stessa ad avere un evidente e chiaro avallo associativo. Così, giusto per darle più forza.

Riguardo ai contenuti, molti sono i dubbi. Ho appena partecipato a un convegno dove ho portato una comunicazione sul linguaggio omofobico dei nostri politici. Un dato che è emerso è quello della confusione delle parole usate, o l’omissione di altre. Dico questo non certo per tacciare di omofobia i promotori e le promotrici della proposta di legge, perché è ovvio che non lo sono. Ma quella confusione rimane. Si crea un contenitore che abbia gli stessi elementi del matrimonio, ma non lo stesso nome. Voi berreste mai del latte in un cartone per le uova? Eppure, vi direbbero, è latte… Il principio è sostanzialmente questo.

Il movimento si è accordato, dopo anni di divisioni, per promuovere il matrimonio. Questi rappresentanti del triciclo del centro-sinistra, invece, sono tornati indietro al 2000. Quando si chiedevano i PaCS. Matrimonio, per tutta l’Italia, ha un significato specifico. PaCS no. PaCS ricorda i DiCo, che ricordano i CUS, che ricordano il niente attuale.

Ci ripropongono di nuovo la politica dei piccoli passi. E, attraverso questa, una legge che ha tre istituti. Unione civile, PaCS e DiCo. Tutti in un’unica soluzione. Cui prodest?

Mi chiedo, e chiedo loro: arrivare in parlamento con una proposta di legge popolare, che si sommerebbe ad altre già depositate, è utile? Si hanno buone speranze che questa e altre vengano approvate? Qual è la ricezione del testo da loro presentato dentro ai rispettivi partiti? Non c’è il rischio che dei tre istituti si veda riconosciuto solo quello più blando, per di più dentro la strettoia dei contratti privati? E se questo dovesse avvenire, ci diranno ancora “meglio poco che niente”?

Io credo, invece, che tornare indietro alle unioni civili quando il movimento chiede il matrimonio – anche di fronte a una situazione internazionale favorevole – è il più grosso regalo che si poteva fare ai partiti. E tra un anno, ricordiamocelo, si torna alle urne.

Ragazzi/e, non ci siamo per niente! Non possiamo essere noi, rappresentanti, o presunti tali, della galassia LGBT dentro i partiti a portarvi dentro elementi di discriminazione linguistica e giuridica. Con le parole creiamo la realtà. Con la legge la regoliamo. Avete, cari amici dentro SEL, Pd e IdV, creato una legge che ha espulso la parola “matrimonio”. La realtà che presentate di fronte ai vostri capi è questa: i gay e le lesbiche si accontentano di “poco”, perché meglio “poco” che “niente”. E siccome il poco può ridursi all’infinitamente piccolo non è escluso che, se mai si partirà dal vostro testo, si arriverà a meno ancora. I DiCo docent…

Personalmente non posso avallare questa scelta. Non mi rappresenta e mi sembra offensiva di un intero percorso politico. Per questa ragione non apporrò la mia firma per la petizione in merito e inviterei a un confronto tra partiti e movimento per arrivare a una proposta più forte, più condivisa, meno rappresentativa del gioco al ribasso.

Nozze gay: anche la regina Elisabetta dice sì

«Il governo sta promuovendo una società giusta in cui le persone si rispettino. Credo che se una coppia sia ama e vuole impegnarsi per una vita in comune, dovrebbe avere la possibilità di celebrare un matrimonio civile, a prescindere che si tratti di una coppia di omosessuali o di eterosessuali. Non vogliamo cambiare il matrimonio religioso, o chiedere ai gruppi religiosi di andare contro le proprie tradizioni».

Queste le dichiarazioni al quotidiano The Independent del ministro britannico per le Pari Opportunità, Lynne Featherstone. Una posizione di buon senso, che guarda ai legami affettivi delle coppie. Se due persone si amano e lo vogliono, devono potersi sposare. Se la coppia è formata da eterosessuali o meno, il significato di quell’affetto non cambia e non cambia nemmeno di fronte alla legge.

Un principio laico e liberale, che in Europa non solo è appannaggio della sinistra – almeno quella non invischiata in unioni contro natura con forze ultramoderate e omofobe – ma anche delle destre democratiche, come il Partito Conservatore del primo ministro inglese Cameron.

Pare, inoltre, che persino la regina Elisabetta parlerà di questo provvedimento nel suo discorso di primavera, dando pubblicamente il suo benestare nonostante le riserve delle frange più conservatrici – e cattoliche, manco a dirlo – del Regno Unito.

Va notato, ancora, un aspetto fondamentale: in Gran Bretagna sono già state approvate le civil partnership, le unioni civili che equiparano quasi del tutto coppie gay a coppie etero regolarmente sposate. La battaglia che si sta avviando oltre Manica non vuole introdurre qualcosa di nuovo, insomma, bensì vuole equiparare al 100% i sudditi di sua maestà di fronte alla legge. E l’equiparazione avviene anche dando il giusto nome alle cose: matrimonio, per tutti.

Faccio notare che mentre a Londra, quindi, laburisti (all’opposizione), conservatori e liberali (al governo) si apprestano a votare l’estensione del matrimonio alle coppie gay – e mentre anche i settori religiosi si dichiarano a favore delle unioni civili, purché non siano chiamate matrimoni – a Roma i radicali, insieme a IdV e a SEL, oltre alle associazioni laiche e GLBT, stanno raccogliendo le firme per l’istituzione del registro delle unioni civili al comune.

In merito a tale questione, il maggior partito della “sinistra” italiana, il cosiddetto Partito Democratico – ostaggio delle componenti cattolico-integraliste capeggiate da personaggi tristemente noti – non ha, ancora e tuttavia, una linea ufficiale in merito su un provvedimento per lo più simbolico.

Ci si chiede: se non si è in grado di realizzare piccole cose, dentro quel partito, come faranno a dar corpo a una politica più grande, come quella del conservatore Cameron in Inghilterra o del socialista Zapatero in Spagna? La strada è lunga. Non vorremmo fosse quella di un’ulteriore diaspora verso Londra, dopo quelle già percorse da migliaia di gay e lesbiche verso Spagna, Francia e Germania per potersi sposare, unirsi civilmente o per poter avere dei figli.

Faccio outing! Anzi, non ne so nulla

Parliamo di outing. E per farlo, è necessario partire da alcune dichiarazioni di Aurelio Mancuso a seguito della bocciatura della legge contro l’omo-transfobia, per arrivare fino ai giorni scorsi.

Smaschereremo tutti quegli omosessuali invisibili, politici, preti, uomini e donne di potere, che per nascondersi si accaniscono pubblicamente contro le libertà e i diritti delle persone omosessuali. (Il Giornale, 19 luglio 2011)

Pdl e Lega sono covi di politici che fanno sesso con gay e trans. Ne abbiamo le prove attraverso la nostra rete capillare di informazione. Abbiamo testimonianze e persone che hanno visto direttamente questi politici praticare sesso con gay e con trans di notte e poi di giorno attaccano gay e lesbiche e osteggiano la legge contro l’omofobia […] costringeremo all’outing quei frequentatori assidui di gay e trans che poi in parlamento si fanno paladini dell’omofobia e della famiglia tradizionale e ostacolano la legge. (l’Unità, 23 luglio 2011)

Quando venne bocciata la legge sull’omofobia mi sono davvero arrabbiato e ho pensato di fare una cosa che all’estero avviene spesso, cioè far arrivare ai giornali tramite il web i nominativi di politici non dichiarati. (la Repubblica, 15 settembre 2011)

Ripeto come un mantra, a tutti e tutte che l’idea dell’outing nacque all’indomani della bocciatura della legge di Paola Concia contro l’omotransfobia. La lanciai come moto personale di indignazione di getto su FB, tante adesioni, tanto sostegno, ma poi non si concretizzò nulla. Ora la cosa è in mano a questo gruppo di persone anonime, di cui niente so e niente voglio sapere. Come è chiaro a tutti, persino ai giornali, Equality Italia non c’entra nulla e come sai siamo impegnati in ben altre cose, tra cui il nostro Congresso che si terrà l’8 ottobre a Roma. (nota su Facebook di Ivan Scalfarotto, dopo le sue dimissioni da Equality Italia, 17 settembre 2011).

Quanto segue, invece, è l’invito apparso tempo fa su Facebook per aderire alla campagna di outing lanciata da Mancuso e pubblicizzata anche tra i commenti di questo blog:

PARTE L’ORGANIZZAZIONE PER L’OUTING
ABBIAMO BISOGNO DI
– 10 SITI DISPONIBILI A VEICOLARE LE NOTIZIE SULLA CAMPAGNA
– 3 ESPERTI DI COSTRUZIONE SITI E IN GENERALE DI INTERNET
– 3 ESPERTI IN RICERCA INTERNET E COMUNICATORI
– 3 AVVOCATI ESPERTI DI LEGGE SULLA PRIVACY E DIRITTO INT.
– 1.000 PROFILI FACEBOOK CHE RILANCINO LA CAMPAGNA
– UN GRAFICO CHE STUDI UN LOGO ADATTO

SCRIVETE A: outingora@libero.it

Tutta questa storia ha portato diverse polemiche e commenti di vario genere. Ne segnalo uno soltanto, di Giovanni Dall’Orto:

Solo in Italia un ministro si vede comprare una casa “a sua insaputa”, e un Aurelio Mancuso dar vita a una iniziativa di outing “a sua insaputa”. Ma se non altro la qualità morale dei nostri politici è omogena.

Concludo ricordando alla gentile utenza che, mentre in Italia ci si diverte a giocare a nascondino dietro un mouse, in Inghilterra la civil partnership (che regola le unioni tra gay) muterà la sua dicitura “matrimonio”. Ma è pur vero che, forse, nella perfida Albione si gioca a far meno i «rivoluzionari da tastiera» (cit).

I risultati, va da sé, sono sotto gli occhi di tutti.