Renzismo, cittadinanza e plebe omosessuale

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gay renziani o adeguati al potere?

Ogni tanto mi arrabbio. Soprattutto con quei gay e con quelle lesbiche (di più i maschi, tuttavia) che ti fanno discorsi del tipo:

“Non puoi pretendere diritti in un momento di crisi come questo.”

“L’alleanza con Berlusconi è necessaria, solo così si può cambiare.”

“La legge di Scalfarotto, ok apre all’omofobia, ma cosa puoi pretendere di più dalla situazione attuale?”

E amenità similari.

Mi spaventa per altro il grado di accondiscendenza verso progetti politici che stravolgono l’equilibrio dei poteri, aprendo a derive autoritarie. Pare che il desiderio di una maggiore tranquillità sociale (ammesso e non concesso che certe riforme la garantiscano) sia più forte di quello della dignità.

La storia ci insegna che i processi di democrazia finiscono ogni qual volta si perde la cognizione, sicuramente più complessa, di essere cittadinanza per assumere il ruolo di popolo (e conseguentemente di plebe). Da questo si comprende il successo del renzismo.

Che questo sia patrimonio mentale collettivo è grave. Il popolo si sta adagiando a un processo che lo renderà servo, il dato storico appare evidente. Che lo facciano anche appartenenti alla comunità LGBT è semplicemente vergognoso: noi avremmo dovuto imparare sulla nostra pelle il prezzo della libertà. Che vale più di ottanta euro in busta paga, i della promessa che avrai non tanto più lavoro quanto la possibilità di essere licenziato per sempre. Per dire.

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Diritti, gay e immigrati: urgenze, dilazioni e diluizione.

Leggo dei diritti da dare agli immigrati e la ritengo una cosa giustissima. È singolare, tuttavia, che in questo frangente nessuno dica che le priorità stiano altrove, come ad esempio la soluzione della crisi. Quando si parla di legge contro l’omofobia o di una normativa per le unioni civili, c’è sempre chi agita lo spettro benaltrista di provvedimenti più urgenti da prendere.

La dilazione del diritto, dunque, vale solo per i gay?

L’aspetto mitico della vicenda – nel senso che la logica non ha pace di fronte a certi fenomeni – è che i primi a fare tale ragionamento sono i gay stessi… Se si dicesse che i diritti dei migranti non sono poi così urgenti rispetto alle difficoltà economiche e alle politiche sul lavoro, si verrebbe tacciati di razzismo.

Invece molti di noi – anche dentro al movimento GLBT, e ciò è gravissimo – trattano i propri diritti nemmeno come privilegi, bensì alla stregua di capricci. Con i risultati che sono agli occhi di tutti.

Il discorso si apre, ancora, a considerazioni politiche che minerebbe la credibilità dei nostri partiti di (centro)sinistra: SEL inclusa, sempre più vicina a un’impostazione piddina della questione omosessuale italiana. La dilazione che diviene diluizione. Per arrivare al niente.

Ovviamente io non nego i diritti delle minoranze. Tutte. Critico l’atteggiamento di molti, gay inclusi, riguardo alla questione dei diritti civili per le coppie di fatto. Ben venga, perciò, ogni passo in avanti verso una maggiore civilizzazione di questo paese.

L’eguaglianza, tuttavia, dovrebbe essere qualcosa che riguarda tutte le categorie, non certo a beneficio settori più uguali degli altri. Altrimenti si scade nel privilegio più deleterio.

Come risanare i conti in tre semplici mosse

Fare una manovra finanziaria, di questi tempi, dovrebbe essere facilissimo.

Basta vedere chi ha sempre pagato, negli ultimi sessant’anni di storia repubblicana, e chi ha avuto solo vantaggi e benefici.

Tra i primi, ci sono i lavoratori, le cosiddette persone normali, i cittadini e le cittadine.
Dall’altra parte ci sono industriali, l’alta finanza, la chiesa, la classe politica, tutte le caste possibili immaginabili fino a ogni Marchionne possibile. Basterà togliere un po’ della ricchezza di questa gente per far vivere meglio tutti.

Se poi vescovi, calciatori e miliardari oziosi si lamenteranno, beh, possiamo sempre dir loro di farsene una ragione. Ma la democrazia è un’altra cosa.

Dovrebbero ricordarlo, queste persone, e soprattutto dovrebbero ricordarlo i nostri attuali partiti, in guerra tra loro ma unanimi nel preservare i privilegi delle rispettive categorie da salvaguardare.

Quando il popolo mette in fuga i potenti…

In queste ore su Facebook gira un video su Renato Brunetta. Il ministro è ospite al Convegno Nazionale dell’Innovazione, a Roma. A convegno concluso, dalla platea, alcuni lavoratori della Rete precari della Pubblica Amministrazione chiedono la parola. Brunetta, capito chi sono i suoi interlocutori, li liquida in modo brusco – con voi non ci parlo – scappando via, evidentemente impaurito, e chiosando con un insulto finale: siete l’Italia peggiore.

La ragazza che aveva chiesto la parola lo ha fatto in modo garbato, ma non le è stato nemmeno permesso di esprimersi. Snobbata, liquidata e insultata. La sua colpa: essere stata falcidiata dalla politica di questo governo.

Mi fa strano vedere come i grandi scappino alle domande di ragazzi, precari, gente comune. Cos’ha da nascondere il potere di fronte al popolo sovrano?

La stessa domanda potremmo farla anche a sinistra – o presunta tale – a gente del calibro di D’Alema e Veltroni, anche loro messi in fuga da Matteo Collacchio Marini, il blogger romano che ha posto domande scomode agli ex leader del PDS-DS-pd, i quali non hanno risposto e sono fuggiti precipitevolissimevolmente.

E anche in quel caso – basta fare una ricerca su Youtube per sincerarsene – il ragazzo, diciottenne e studente, è stato prima snobbato, poi insultato e aggredito (verbalmente) dai supporter dei personaggi in questione.

Ancora una volta, il potente di turno, tronfio e gongolante, che trema e scappa di fronte a qualcosa che potremmo definire come verità. E chi scappa di fronte a ciò che è vero, non potrebbe essere definito un bugiardo?

Domanda che andrebbe rigirata all’onorevole Stracquadanio che, in una sua dichiarazione pubblica sui referendum, non ha meglio da fare se non insultare i comitati referendari e il popolo, sempre sovrano, che ha fatto l’errore di esercitare un suo diritto: esprimere una propria posizione secondo gli strumenti garantiti dalla Costituzione.

Ed ecco che i cittadini che hanno creato coscienza civica diventano fancazzisti – gli amici del pd usano, invece, il termine di antipolitica, ma di questo magari ne parleremo altrove – perché tutti pubblici dipendenti, perché passano il loro tempo su Facebook invece di lavorare.

L’onorevole del PdL dovrebbe tuttavia dimostrare quello che dice. Accusare quattro milioni di persone di non far nulla per mandare avanti, coi soldi dei contribuenti, la causa del comunismo sovietico – secondo il retropensiero berlusconiano – non è affermazione da poco.

Non vorrei che domani un blogger o un impiegato pubblico facessero domande scomode, al punto da costringere anche Stracquadanio a dover fuggire, come i suoi onorevoli colleghi, di fronte all’ennesima pretesa di verità. E inseguito dalle sue menzogne.

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articolo pubblicato su Gay.tv