La stessa gioia delle stelle mattutine

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Confesso che da innamorato do il meglio di me. Come preparare il pranzo, in una domenica lontana, quando là fuori c’era lo stesso gelo di adesso e si raccoglieva insieme le briciole del pane tagliato per darle agli uccellini, fuori sul balcone – l’avevamo letto su un giornale o non ricordo più dove, ed era per salvarli, per cercare di sconfiggere se non la morte, almeno la sua ombra.

Come quando presi gli ingredienti di un pasto veloce, per farli danzare col profumo delle spezie al suono del frigolio dell’olio, e c’era pure la promessa del rosmarino e lui era di là, al di là del futuro che poi non ci sarebbe più stato, a fare le sue cose al computer, quando a volte si arrabbiava e mi diceva, mentre andavo dietro di lui e lo stringevo a me, di sorpresa, che sì, riuscivo a calmarlo e non sapeva nemmeno perché.

Come quando fai chilometri e chilometri nel cuore della notte, perché l’oscurità è attenuata dalla fede nella tenerezza e non c’erano uomini neri dietro gli angoli dei palazzi o premesse grigie nell’avvicendarsi del mattino, ma solo quella certezza che a un certo punto avresti acceso la tv, la sua testa sarebbe caduta sulle tue spalle, una mano tra i capelli, incastrarsi nel sonno come un puzzle di due tessere e tutto il colore di cui c’era bisogno. E il calore, quello pure.

Come quel giorno che piansi, perché la vita non ci assomigliava più e solo per un attimo mi voltai indietro, solo per vedere se c’era una speranza ed una sola. Ed anche quello fu come l’ultimo petalo della rosa che case sul mobile di ciliegio e lascia la Bestia a trasformarsi in se stessa. Eppure fino a quell’attimo avevo tutto il destino nelle mie mani. Con la stessa agilità del cucchiaio di legno nella pentola, delle dita veloci sulla tastiera a scrivere parole, delle mani sulla pelle a suggerire la stessa gioia delle stelle mattutine.

E sì, lo confesso. Proprio tutto questo.

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Diario ottomano

Cose buone e giuste:

Moschea Blu, ad Istanbul, e il suo senso del divino
Santa Sofia, sempre a Istanbul, dove puoi respirare tutta la storia che c’è
la Basilica della Cisterna, che sembra di stare in un fantasy
Sultanahmet, insomma
Beyoglu e la sua vita di notte
il giro del traghetto, sul Bosforo, anche se poi a un certo punto fa freddo
il Palazzo Topkapi e la sua magnificenza di garofani e maioliche
la Cappadocia e i suoi tramonti corallini
il giro in mongolfiera sui camini delle fate
le passeggiate a cavallo, tra le rocce e le rovine di miele
il narghilè al sapore di mela
la polvere di melograno, disciolta in acqua
la bellezza degli uomini turchi
il Grand Bazaar e i suoi colori di stoffe e gioielli
la fine del giorno, nell’orizzonte roccioso di Antalya

   

Anche no:

il maschilismo degli uomini turchi (e troppe donne col velo)
il succo di melograno fresco (troppo aspro e fa bocca)
il caldo porco di Antalya
il massaggiatore dell’hamam di Goreme, che mi ha fracassato una spalla
affittare il motorino, sempre a Goreme… (è fatto apposta per fregarvi i soldi)
la colazione, tutta salata, a base di cetrioli, salame e sfoglie ripiene di feta
i dolci turchi, che grondano di miele
le infezioni intestinali
i pullman di notte (se vi dicono «o vai il pullman o non puoi dire di aver visto davvero la Turchia» sappiate che vi stanno mentendo e che, con discreta probabilità, non sono vostri veri amici)
il caos di Istanbul (tre ore per uscire dalla città… tre ore fermi nel traffico!!!)
l’hotel Hadrianus, di Antalya (brutto, sporco e il titolare è un gran cafone)
i turisti italiani medi (per la serie: Maya, attaccate adesso!)

   

Le cose non viste (e per cui tornare):

i dervisci rotanti
il Bazar delle spezie
un hamam serio
le spiagge bianche in qualche regione del sud
Smirne, Pamukkale e le coste del mar Nero

Cose turche:
le corse pazze dei tassisti di Istanbul (c’è una discreta probabilità di morte, credetemi)
le agenzie di viaggio che tra una cosa e l’altra ti vendono pure l’hashish
le strade della Cappadocia, sempre ad alto tasso di morte (ma se sopravvivi a quelle…)
la cucina, che è troppa
Istanbul, sospesa tra il futuro e la sua tradizione millenaria

   

Curiosità:

si dice Istànbul, con l’accento sulla a
Istanbul è l’unica città del mondo che sta su due continenti: una parte in Asia, l’altra in Europa
la lira turca vale grosso modo la metà di un euro e tutto sembra meno caro (ma se ragionassimo in lire italiane…)
i turchi sono animalisti convinti: puoi vedere i gatti, ad esempio, passeggiare tranquillamente tra i tavoli dei ristoranti o dormire sui tappeti, al Grand Bazaar
la Valle dell’Amore, in Cappadocia, si chiama così perché le rocce lì presenti hanno la forma di cazzi giganteschi (chiamali scemi, i turchi…)

Mai più senza:

La presenza di Anna Nim che a contrattare non la batte nessuno