De substantia Dei o dell’inesistenza di Dio

Alessandro Motta

Alessandro Motta, presidente di Arcigay Catania

Vi propongo, oggi, lo scritto di un caro amico, pubblicato in una nota ufficiale su Facebook:

«Nei secoli molti filosofi e teologi si sono preoccupati di confermare o negare l’esistenza di Dio. Neppure i più sopraffini pensatori e le migliori pensatrici sono riusciti/e a dimostrare né l’una tesi né l’altra, lasciando l’argomento dell’esistenza di Dio alla soggettività; ciò perché si è tantato di giustificarne l’esistenza o la non esistenza ragionando sui suoi attributi. La soluzione, invece, era sempre lì, a portata di mano: i sacerdoti e i credenti.

Poiché non voglio cadere vittima dell’universalità, la mia dimostrazione dell’inesistenza di Dio viene ristretta alla Diocesi di Catania (e per Diocesi – poiché delle distinzioni tra preti in tale sede non ci interessa – considero tutti i credenti non protestanti, per essere ancora maggiormente chiaro: tutti tranne Luterani, Valdesi e Battisti).

La Diocesi di Catania, e tutti i diocesani che attorno ad essa gravitano, sta impiegando una consistente parte del proprio tempo nel tentativo di agire pressioni politiche sul Consiglio Comunale per evitare che questi approvi il Registro delle Unioni Civili. Per legittimare tale posizione la Diocesi e “quelli che le gravitano attorno” hanno fatto ricorso a letture – dolose – del dettato Costituzionale citando gli articoli della Costituzione con memoria selettiva (mai viene citato, ad es. l’art. 3 e moltissimo, invece, l’art. 29), a citazioni – dolose – dello Statuto del Comune di Catania (l’art. 6.12 non per intero, badando bene a non citare la parte in cui il Comune intende famiglia anche quella di fatto). Hanno organizzato, perfino, laboratori di politica e convegni e conferenze per chiarire il proprio punto di vista e l’indirizzo della loro pressione.

Il motivo di tale affatticarsi nel tentativo – che forse riuscirà – di non fare approvare il Regolamento è un motivo squisitamente materiale: si teme una svalutazione della famiglia fondata sul matrimonio; sappiamo bene che il dogma della famiglia naturale fondata sul matrimonio (religioso) è una delle forme di tecnologia del controllo che la Chiesa utilizza per fare presa sui corpi e sulle menti dei/lle fedeli. Non si può rischiare di operare neppure una minima breccia in tale impianto, poiché se si desse dignità pubblica a una coppia che esiste indipendentemente dal matrimonio e che produce effetti pubblici e non solo privati, ciò comporterebbe la fine di un lungo periodo di dominio.

Poi, vi sono anche elementi irrazionali nell’ostilità al Registro (dove per “Registro” si intende qualsiasi diritto a qualsivoglia gruppo che propone un modello differente da quello dominante): omofobia, bigottismo, sadismo. Vorrei soffermarmi sul sadismo. Una premessa: il sadico è spesso un soggetto che per ideologia o religione priva il proprio corpo di qualcosa (cibo, sesso sono gli elementi più diffusi di privazione) e, nel tentativo di sublimare alternativamente il proprio piacere negato, agisce violenze fisiche o psicologiche su sé o su terzi (quelle che oggi sono diffuse macchine e tecnologie sadomaso sono state progettate con finalità costrittive del corpo e repressive della sessualità da soggetti puritani). In questo caso il sadico prova piacere nello schiacciare col proprio modello dominante i modelli alternativi: sono costretto a una vita in cui il mio corpo non è liberato e non posso accettare la libertà (il libertinismo) dei corpi altrui e tutto ciò che non è riconducibile alla sobrietà della sacralità del matrimonio produttore di famiglie naturali è libertino, contro norma e natura e così via.

Il risultato di un simile atteggiamento è il fatto che una porzione della popolazione (le coppie di fatto etero e omosessuali) verranno discriminate nel loro essere e contro la norma e mancanti di pubblica legittimazione e, private della possibilità di un pubblico riconoscimento delle proprie progettualità affettive e relazionali, saranno meno felici.

Da qui, la dimostrazione dell’inesistenza di Dio, o almeno la dimostrazione dell’inesistenza del Dio della Diocesi di Catania: se la Diocesi di Catania fosse convinta dell’esistenza di Dio, per tema di subire le pene dell’inferno (o per vera convinzione nel dettato “ama il prossimo”, non opererebbe discriminazione, né si farebbe promotrice di azioni finalizzate alla mortificazione e alla infelicità di una parte di cittadinanza, contravvenendo allo spirito cristiano su cui Essa dovrebbe fondarsi. Poiché la Diocesi di Catania (e con essa alcuni gruppi evangelici) procede lungo questa via di edificazione di discriminazioni, il Dio che Essa professa non esiste.»

Alessandro Motta, presidente di Arcigay – QueeRevolution, Catania

L’esigenza di Dio

Ogni tanto suscito le ire e i dispiaceri, rispettivamente, dei cattolici integralisti e dei miei amici credenti nel momento in cui dico che secondo me la religione è solo fantasy di bassa lega. Mi si risponde che non devo fare confusione tra religione e fede, tra alte sfere e credenti, perché stiamo parlando di cose diverse. Sarà, ma a me sembra che le due cose siano diverse come le due facce della stessa moneta.

Se c’è una massa di fedeli è perché c’è una chiesa che la gestisce e la riproduce (a tal proposito ricordo quella godibilissima pagina di Cuore, il settimanale, che riduceva il battesimo a circonvenzione di incapace). Se c’è una “fede”, perciò, è la conseguenza di una religione che diffonde miti, pratiche, ideologie. Sbaglia e grossolanamente, a parer mio, chi pensa che le due cose siano scisse. E ancor di più chi crede nelle religioni fai da te, quelle, per intenderci, che si basano sul Levitico e lo sterminio di infedeli ma poi nella vita di tutti i giorni sono portate avanti da persone che fanno spallucce di fronte a sesso prematrimoniale, coppie gay, divorziati, ecc.

La religione, assieme alla fede che ne deriva – perché non è la fede a creare la prima come abbiamo visto (fosse non altro perché entrambe ci vengono imposte fin dalla più tenera età) – è un concetto totalizzante, assoluto, radicale. Non è e non dovrebbe essere come la politica, il cui male non sta nel suo esatto opposto, ovvero cambiare principi in base alla convenienza del momento.

La religione si basa su qualcosa che preesiste e che ha generato tutto, dettando le sue regole. Su quelle non ci possono essere deroghe. Per cui i cristiani fai da te, quelli per cui Cristo è una cosa, Ratzinger un’altra – senza sapere che Cristo stesso era venuto per applicare la legge (proprio perché Dio preesiste, appunto) non certo per cambiarla – stanno a “fides et religio” come i catari stavano alla chiesa di Roma nel medioevo. Alla meglio, dovrebbero essere trattati come eretici. E di fatto, roghi ed esecuzioni sommarie a parte, ormai passati di moda in Vaticano, lo sono. Almeno dagli ultimi tre papi, fieri avversari del relativismo. E sì, mi spiace deludervi: anche il simpaticone di Bergoglio ha detto la stessa cosa. Solo che l’ha fatto con l’accento di Maradona e, convengo con voi, è cosa diversa da ben altre inflessioni hitleriane. Ma tant’è.

Ovviamente questo è un problema, e pure bello grosso, per chi si ostina a rimanere nell’ambito di un’istituzione che ha bisogno di tutto, alti ranghi e fedeli, religione (intesa come linguaggio di quei ranghi) e fede (intesa come sentimento dei fedeli), per mantenere inalterato lo status quo. L’otto per mille, per dirne una soltanto, dovrebbe avervi insegnato qualcosa. Anche se temo di no.

Per chi invece come me pensa che tutto questo castello di favole non abbia niente di diverso da una saga di maghetti occhialuti, di vampiri innamorati o di regine di draghi – con la sola differenza che la Bibbia è noiosa, con pochi poteri magici e un editor da licenziare in tronco – la questione si pone in altri termini.

Credo che più che parlare di esistenza di Dio, che è indimostrabile, occorrerebbe parlare della di lui esigenza. Perché è comodo. Perché sappiamo su chi riversare dolore, aspirazioni, esasperazioni e bestemmie quando l’occasione lo richiede. Perché fa parte del sistema operativo: al momento opportuno rimuovi i file di troppo e svuoti il cestino. Se così non fosse si potrebbe impazzire. E il computer diverrebbe inservibile.

Credo che questa esigenza nasca dalla paura. Quando l’uomo ha smesso di essere scimmia e ha guardato il cielo ha avuto il terrore del fulmine. E ha cercato una spiegazione che fosse in linea con la sua scala evolutiva: io produco dei fenomeni e li domino, ergo quel fulmine è prodotto da uno come me che, tuttavia, sta in cielo. Creare Dio per dominare l’inspiegabile. E avere meno paura. E se guardiamo bene, cos’è la preghiera – per fare un esempio e uno solo – se non il tentativo di dominare il terrore per qualcosa di incontrollabile? Ci rimettiamo nelle mani del Signore e poi è tutto affar suo. Riproducendo all’infinito il meccanismo, attraverso al più formidabile generatore di fede: il senso di colpa. E si sa, il senso di colpa è lo strumento migliore per non assumersi le proprie responsabilità.

Oggi per fortuna abbiamo mezzi che spiegano l’inspiegabile, fulmini inclusi ovviamente, e abbiamo psicologi in grado di gestire il lutto, il senso di sconfitta, la delusione. È bastato che l’uomo abbia smesso di guardare il cielo, di sentirsi inferiore (ho già parlato di senso di colpa?) e di prendere di petto le responsabilità del suo presente. L’essere umano è sceso dall’albero rinunciando a essere scimmia. Dovrebbe smettere di camminare con la testa tra le nuvole e comprendere che non c’è bisogno di cercare altrove le risposte che può trovare guardandosi dentro e tutto intorno.

Per quanto mi riguarda, l’abbandono dell’esigenza di Dio rientra nel concetto darwiniano di evoluzione della specie.

Diceva un bellissimo spot dell’UAAR: la brutta notizia è che Dio non esiste, quella buona è che non ne hai bisogno. Che Dio esista o no, non potremo mai saperlo. Che non se ne abbia bisogno, a meno che di non pagare questa esigenza con la perdita di se stessi, può essere invece una conquista. Di libertà, innanzi tutto.

La simpatia di Bergoglio, l’enciclica e i gay devoti

Questa riflessione che segue riprende un articolo di Cristiana Alicata su iMille, in merito alla recente enciclica a quattro mani di Bergoglio e Ratzinger.

Premessa. Bisognerebbe cominciare a rileggere la storia in modo meno etnocentrico. Il mondo cambia nella misura in cui i vincitori si sostituiscono ai vinti. Il cristianesimo ha avuto bisogno dell’ellenismo per darsi una solida costruzione filosofica che altrimenti da solo non poteva avere. E attraverso quell’innesto poi Costantino, facendo leva sulla parte forte dell’Impero Romano, guarda caso di cultura greca, ha costruito le basi del suo regno abbandonando il paganesimo occidentale e utilizzando la chiesa cristiana per giustificare il suo potere, addirittura divinizzandolo. Nel prendere le parti del più forte, di volta in volta, ed è questa in pillole l’intera storia della chiesa cristiana, non ci vedo niente di straordinario o misterioso. È solo la capacità dell’essere umano di utilizzare il peggio di sé per arrivare al miglior risultato. Questo per rispondere a chi mi faceva notare, nel dibattito che è seguito a quell’articolo, il “mistero” dell’incredibile durata del messaggio cristiano, che in realtà viene confuso con la millenaria sopravvivenza di una struttura di potere.

Riguardo all’articolo e al suo contenuto: vedo in quell’enciclica l’ennesimo tentativo di attaccare le famiglie omogenitoriali, senza dire che sono una minaccia per la pace ma più semplicemente sottolineando il fatto che il vero e il giusto stanno da tutt’altra parte. Abbastanza offensivo di per sé. Il dramma, semmai, è che ci sono eserciti di gay e lesbiche pronti a sentirsi rincuorati da questo. Non vedendo la reale pericolosità di questo procedimento culturale e politico.

Alicata sostiene: non è un’enciclica omofoba, è qualcosa che ci si aspetta da un papa e dalla chiesa. Ovvero, la più totale sordità rispetto  quel progresso civile per cui si considera l’individuo titolare di diritti e di pari dignità sociale. Ne consegue però che la chiesa è di per sé all’opposto del concetto di piena dignità della persona, a meno che quella persona non si sottometta – come fece Abramo – alla volontà di un Dio che per essere forte e potente ha bisogno che qualcuno dica che i “froci” fanno schifo. Magari in modo gentile, senza nemmeno citarli. Come fa, appunto, l’attuale pontefice. Sulla cui omofobia non si deve nemmeno discutere. Basti pensare cosa ha detto e fatto in Argentina, quando venne approvata la legge sul matrimonio egualitario.

Ma (e sta qui la cifra culturale che porterà alla prosecuzione della discriminazione in atto) se Dio creò il mondo “parlando”, non proferir parola sul presunto nemico storico della famiglia cattolica – le persone LGBT e le loro realizzazioni affettive – significa costruire una realtà dove il diverso dalla norma non deve nemmeno esistere. È questo che fa Bergoglio. Racconta una nuova storia dove, tanto per cambiare, gay e lesbiche non sono previsti/e. Che poi è il bignami di tutta la storia dell’omofobia dalle origini ai nostri giorni.

Adesso, io non so cosa si pensa di questo papa nello specifico di ognuno/a di noi, ma secondo me è anche più pericoloso di Ratzinger. Almeno Benedetto XVI giocava a carte scoperte. Bergoglio ti accarezza. Così magari ti rilassi pure. Ma io sono dell’idea che il fendente arriverà e farà ancora più male. Proprio perché non te l’aspetti. Proprio perché chi impugna l’arma sembrava addirittura simpatico.

Mi chiedo, a questo punto: converrete sui limiti insuperabili di una religione che, per esistere, ha bisogno di avere un nemico? Che Dio è un dio che ha bisogno di questo tipo di fede? Ma davvero le persone hanno bisogno di un prete in alta uniforme che dica loro come comportarsi per sentirsi esseri umani non di serie B? E hanno bisogno certi gay e certe lesbiche di questo avallo per risolvere un senso di colpa, esclusivamente cattolico, che il coming out avrebbe dovuto cancellare del tutto?

Qualcuno, sempre in quel dibattito, mi ha chiesto in cosa l’attuale sistema culturale italiano, in cui religione e politica coincidono, limiti la mia libertà.

È una questione di evoluzione della civiltà e dell’essere umano nella sua più intima essenza. Più si è liberi, meno si ha bisogno dell’idea di Dio e di qualcuno che parla in sua vece. Secondo il mio modesto parere, sia ben chiaro. Ma il problema non è nemmeno questo.

Esercitando la religione cattolica, si dà il permesso a certa gente di dire che se una famiglia formata da persone dello stesso sesso chiede la tutela dello Stato in quanto formata da cittadini/e, diventa in automatico una minaccia per la civiltà. Così succede che questo anatema viaggia di mente in mente. E magari l’uomo della strada si sente libero, un giorno, di prendere a coltellate qualche gay che va in giro mano nella mano. E qualche politico si sente in dovere di non fare nessuna legge o addirittura di contrastarla, in merito ai diritti delle coppie omosessuali.

Adesso, io sono dell’idea che ognuno possa credere in ciò che più gli piace. Il dramma è che in base a quel “credere” poi c’è qualcun altro che stila liste di buoni e cattivi. E fino a ora, non si è ben capito perché, i cattivi hanno sempre coinciso, con qualche secolo di ritardo, con le vittime a cui poi è stato chiesto scusa. Un nome per tutti: Galileo.

Rimane un mistero, per me, la necessità dell’essere umano di sottomettersi a un’idea in nome di un bene superiore e di una ricompensa futura. La mia percezione delle cose – materialista ma non per questo avulsa dall’idea di spiritualità, seppur sostanzialmente atea – pretende la felicità nel “qui ed ora”. Fosse non altro perché il “forse domani” a cui aspirano i cattolici ha creato danni irreversibili in una società che si è strutturata su modelli che, proprio noi persone LGBT, vorremmo decisamente ribaltati. Parlo di presunzione di superiorità da parte del maschio bianco, eterosessuale e cattolico su tutto ciò che non è maschio, bianco, eterosessuale e cattolico. Basta leggere un manuale scolastico di storia per averne piena cognizione. E guardare un po’ meno il TG1.

Eppure questo amore per le proprie catene mentali e il derivante relativismo culturale a singhiozzo di gay devoti e di cattolici pietosi – i quali sono addirittura pronti a contrattare con i primi i termini della loro esistenza, partendo sempre dall’episodio di Sodoma e della sua distruzione, si badi – pone i primi come non titolari, e quindi poco credibili, di quell’aspirazione al meglio di cui si fanno portatori nelle loro battaglie politiche e i secondi come pessimi credenti di fronte ai dogmi di una religione che pretende il sangue del “froci”, sempre da Lot in poi.

A chi mi ricorderà che sto esagerando, faccio presente il comportamento del Vaticano di fronte alla risoluzione ONU che voleva decriminalizzare il reato di omosessualità nel mondo. Il partito del “simpatico” Bergoglio ha votato con quei paesi che condannano a morte i gay.

Credo che l’essere umano veramente libero dovrebbe trovare dentro se stesso la piena legittimità alla vita, alla felicità, al diritto di esercitare la sua piena umanità. Delegare tutto questo a entità esterne rimane un mistero. Ma per me la soluzione di quell’incognita non va ricercata in prodigi ultraterreni, ma nel mancato sviluppo di una piena coscienza di sé. Il mistero, diceva Margherita Hack di fronte a un certo imponderabile, sta tra le nostre orecchie. Altri invece hanno bisogno di avere il permesso da chi ha fatto in modo che il pianeta Terra divenisse il mondo che è. Legittimo, per carità. Ma poco credibile, se poi queste stesse persone parlano di cambiare le cose. È un atto di logica, oltre che di onestà intellettuale.

Caro Davide, abbandona le tue parole ferite

Caro Davide,

ho letto la tua lettera – potrei dire “disperata”, nel senso che vi ho riscontrato ben poca inclinazione alla speranza – su Repubblica e, pur condividendone alcuni aspetti critici, per altro molto illumina(n)ti, soprattutto laddove dici che «un Paese che si dice civile non può abbandonare dei pezzi di sé», vorrei spiegarti perché, secondo il mio modesto parere, essa vada ricalibrata su alcuni punti.

Tralascio il generale senso di sconfitta che traspare da tutte le tue parole. Ma d’altronde cominci dicendo che quella lettera è l’unica alternativa al suicidio. Con un’apertura simile devo dedurre che la tua pazienza è ormai messa a durissima prova e non ci si può aspettare una rivoluzione della gioia, né è un tuo dovere sociale propendere per sentimenti più positivi.

Continuando nella lettura, tuttavia, ci si imbatte in queste parole:

Spesso ci si dimentica che il riconoscimento dei matrimoni omosessuali non significa necessariamente affidare a una coppia “anormale” dei bambini ma permettere a due individui che si vogliono bene di amarsi. In questo consiste il matrimonio, soprattutto nella mentalità cattolica. E allora perché quest’ostinata battaglia?

Eviterei, fossi in te, di parlare di anormalità, anche se sotto la protezione del virgolettato. Non esiste una normalità, semmai esistono molte specificità e quella che conta più casi viene spacciata per “norma”, cioè per unica scelta condivisibile. Questa, per molti, coincide con l’eterosessualità e sappiamo tutti e due quanto questo pregiudizio sia fuorviante: innanzi tutto perché essere eterosessuali non è una scelta, ma un modo di essere – esattamente come per le persone LGBT – e in secondo luogo perché non è la superiorità numerica a creare una natura, altrimenti secondo questa logica non ci sarebbero persone più naturali dei cinesi (sono oltre un miliardo) e persone così anormali come i maltesi o gli stessi abitanti della Città del Vaticano (poche migliaia nel primo caso, poche centinaia nel secondo).

Inoltre, parli di matrimoni “omosessuali”, errore comune dal quale nessuno scappa – anch’io usavo la locuzione “matrimonio gay” – complici anche i media, a cominciare da quello che ha ospitato la tua lettera, e la loro sciatteria linguistica e culturale.

Il matrimonio, qualora dovesse aprirsi anche a gay e lesbiche in Italia, non muterebbe “natura” in relazione a chi vi dovesse accedere per coronare il suo progetto di vita. Sarebbe sempre e solo matrimonio. La differenza starebbe nel fatto che mentre adesso è riservato solo a una parte della popolazione – maggioritaria, ma non totale – qualora divenisse “per tutti e per tutte” sarebbe un diritto globale e quindi totalmente egualitario. Per questo si preferisce chiamarlo “matrimonio egualitario” in quei paesi dove è già stato approvato.

Pare, inoltre, che tu voglia mettere le mani avanti. Un po’ come se dicessi “guardate, i bambini non li chiediamo, basta che ci fate sposare perché non siamo poi così anormali come pensate”. Ti invito caldamente ad abbandonare quest’indole remissiva.
Un diritto è tale quando:

1. è indirizzato a tutte le componenti sociali a cui si rivolge la legge;
2. garantisce le stesse prerogative a tutti i soggetti giuridici che vogliano utilizzarlo.

Nessuno deve concederci qualcosa dietro rassicurazioni su argomenti che possono essere ancora dei tabù, nel nostro paese. Esistono centinaia di migliaia di famiglie composte almeno da una persona LGBT e quei bambini e quelle bambine nate da quelle relazioni e da quelle volontà non sono il frutto di un errore o responsabili di uno scandalo. Sono esseri umani! Stiamo parlando di umanità prodotta da altra umanità! È così difficile da comprendere?

Così facendo – scomodando la chiesa, rassicurando il pubblico che ti legge che il tuo diritto alla felicità può arrivare solo fino a un certo punto – non fai altro che lasciare pezzi di te alle tue spalle. Ma come puoi chiedere allo Stato di non abbandonarti se siamo noi i primi a percepirci come pezzi di un puzzle, da non utilizzare per intero, da non completare del tutto?

Ancora, leggo:

Non a tutti è data la fortuna di nascere eterosessuali. Se ci fosse un po’ meno discriminazione e un po’ più di commiserazione o carità cristiana, tutti coloro che odiano smetterebbero di farlo perché loro, per qualche sconosciuta e ingiusta volontà divina, sono stati fortunati. Io non chiedo che il Parlamento si decida a redigere una legge per i matrimoni gay  –  non sono così sconsiderato  –  chiedo solo di essere ascoltato.

Nascere eterosessuali non è una fortuna, è appunto uno dei tanti modi di essere dell’essere umano. Come nascere mancini, rossi, gay, neri, ecc. Non è ciò che sei che ti rende sfortunato o degno di considerazione sociale. È la società che genera mostri o dèi. E allora è nostro compito fare in modo di non cedere a nessuna di queste estremizzazioni. L’hai detto pure tu: non siamo dèmoni. Ma non siamo nemmeno depositari privilegiati di infelicità.

Personalmente mi reputo molto fortunato a esser nato gay, perché nel corso della mia vita, con l’associazionismo, l’attivismo politico, per tutte le scelte che il mio essere omosessuale mi ha fatto fare, sono entrato in contatto con persone meravigliose e ho scoperto l’inclinazione all’accoglienza di altre che già erano sul mio percorso. Questo non mi fa sentire una persona migliore di altre, diversa o speciale. Solo, per quel che riguarda me, più fortunata di altre.

Per cui quando dici che «siamo solo sfortunati partecipi di un destino volubile», ti prego – e ti prego solo nel tuo esclusivo interesse – di rimodulare quella visione che hai di te. Il destino forse esiste e forse no, e forse è pure volubile. Ma non sei sfortunato e non sei inerme “partecipe” di un fato cattivo. Sei un protagonista della tua vita e solo tu puoi dare un senso ad essa.

Non ti chiedo di diventare un attivista del movimento gay, ma cominciare a pensarti come una persona che ha diritto a tutta la felicità possibile, il prima possibile, soprattutto a diciassette anni, è il dono migliore che tu possa fare a te stesso.

Dovresti potere pensare di sposarti, un giorno, se realmente lo vuoi. E se non lo vuoi, di non poterlo fare perché è una tua scelta, non perché la massa “normale” ma troppo spesso acritica ragiona a suon di pregiudizi e va avanti senza nemmeno un perché di fronte alla complessità delle cose.

Aspettare un futuro in cui giustizia verrà fatta è un pensiero figlio di due grandi sistemi ideologici che hanno dominato tutto il Novecento: il pietismo cristiano e il progressismo marxista. Ed entrambi hanno fallito – basta vedere le sorti del partito che è nato dalla fusione di queste due filosofie e che oggi porta il nome di “democratico” qui in Italia.

Abbiamo il dovere nei confronti dell’umanità di cui siamo portatori di volere tutto. E di volerlo subito. E non perché siamo egoisti e immaturi. Ma perché su tutti temi sollevati fin qui, la maggioranza eterosessuale può accedervi subito.

Hai solo diciassette anni e io più del doppio. Non voglio farti la predica perché più grande di te. Ma quando è passata metà della tua vita, metà della quale spesa a riconoscere te stesso e a fare in modo che la società riconosca i tuoi diritti e la tua dignità, vedi le cose con un’urgenza maggiore. Ti invito a cogliere tutta la bellezza di cui sei portatore. Senza aspettare che qualcuno – società, Stato, chiesa cattolica – ti dia il permesso di farlo.

La tua lettera non è l’unica alternativa al suicidio. Tu stesso, la tua volontà, la tua potenzialità di gioia e di dignità sono una costante promessa di vita. Ti consiglio di pensare a te in questi termini. Perché solo facendo così avrai già cominciato a vincere, su tutta la linea.

Un grande abbraccio, spero di incontrarti un giorno, anche per caso, quando magari avrai abbandonato le tue parole ferite.

Dario Accolla

Matrimonio egualitario in Francia: la democrazia attorno al baratro

L’Assemblea Nazionale francese ieri ha votato una legge che ridefinisce il matrimonio come «accordo tra due persone di sesso diverso o del medesimo sesso». È il primo passo di un provvedimento che introduce il matrimonio egualitario in Francia, la quale si allineerà ad altri paesi di aria latina e germanica (Spagna, Portogallo, democrazie nordiche e latino-americane, ecc) sulla piena equiparazione delle coppie, sia quelle eterosessuali sia quelle omosessuali.

Hollande, in altre parole, ha mantenuto la sua promessa. Aveva detto che entro marzo del 2013 si sarebbe avuta la legge. E così è stato.

Indignate le reazioni delle forze del regresso italiane. Per Bagnasco, presidente della CEI, siamo vicini al baratro in Europa. E ha intimato i partiti italiani – ma si potrebbe benissimo di parlare di minacce, viste le elezioni imminenti – di non emulare il caso francese.

Al solito, la chiesa cattolica, incapace di provare amore e di riconoscerlo quando questo trionfa, spaventa le sue pecorelle italiane – e se chiamano “gregge” i loro fedeli, diceva un tempo il blogger Malvino, ci sarà un perché – facendo disinformazione. Basterebbe infatti vedere che laddove il matrimonio egualitario esiste già nessuna distruzione dell’ordine sociale è avvenuto.

Ancora: il matrimonio egualitario rende uguali coppie dello stesso sesso e coppie di sesso diverso. Il diritto si estende, a parità di doveri, praticamente a tutti e a tutte. Con una precisazione: chi non vuole sposarsi, o con un uomo o con una donna, sia egli etero o gay, non lo farà. Non sarà obbligato a farlo. E questo vale anche per tutti i cattolici che non si riconoscono in questo istituto.

In altre parole, il matrimonio egualitario è un allargamento della democrazia. Per Bagnasco allargare la democrazia equivale a cadere nel baratro. La chiesa quindi si dichiara, ancora una volta, nemica della democrazia. Io, invece, sono dell’idea che le garanzie democratiche siano il recinto che ci salvano da quella voragine… I nostri partiti dovrebbero tenerne conto, sotto elezioni soprattutto. Magari emulando proprio l’esempio francese.

La chiesa, l’omofobia, la politica italiana e l’idiozia dell’insieme

Credo sia abbastanza inutile che vi dica quanto non mi abbia sorpreso l’ultima sortita di Joseph Ratzinger sui matrimoni egualitari. Non mi stupisce per almeno tre ordini di ragioni:

1. la chiesa è omofoba, per cui quell’affermazione per cui il matrimonio tra due uomini e tra due donne è contro la pacifica convivenza degli esseri umani rientra in una coerenza interna di chi, prima, aveva bisogno di odiare ebrei, di schiavizzare neri, di stringere alleanze con le dittature, ecc, e adesso non può rinunciare all’ultimo nemico interno, rappresentato dai gay;
2. la Francia sta operando affinché si abbia una legislazione sul matrimonio egualitario in tempi relativamente brevi e anche il Regno Unito si muove in quella direzione;
3. in Italia tra pochi mesi, verosimilmente a febbraio, ci saranno le elezioni legislative e la chiesa sta già mandando segnali chiarissimi ai partiti su come comportarsi in merito alla questione omosessuale.

Certo, l’affermazione è goffa, oserei dire ai limiti del sospetto della demenza senile per chi l’ha pronunciata – se un vecchietto qualsiasi dicesse una cosa analoga ai danni di qualsivoglia minoranza verrebbe, nel migliore dei casi, compatito – e possiamo giurare che, proprio per chi l’ha proferita, tale scempiaggine verrà accolta entusiasticamente dalla nostra classe politica, la più derelitta d’Europa (basti guardare al silenzio del Pd e lo sconcerto della destra per le critiche scaturite, soprattutto su Twitter, contro il papa).

Di buono c’è, appunto, la reazione della comunità, non solo LGBT. Una protesta trasversale ha attraversato i social network, coprendo di ridicolo un’istituzione – e di conseguenza i suoi scagnozzi, si chiamino essi Bersani, Casini o Alfano (o chi per lui) – sempre più sola nella lettura che riesce a dare della società. Una lettura, nel migliore dei casi, folle. Più realisticamente, criminale. Il papa ha implicitamente incitato all’odio verso un’intera categoria di persone che hanno l’unica colpa di volersi amare, nella piena dignità giuridica.

Segnalo, a tal proposito, due materiali ripresi dal web. Il primo, un montaggio curato dall’associazione radicale Certi Diritti:

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la didascalia recita: «sopra la foto di David Kato Kisule, attivista lgbt e iscritto di Certi Diritti, al congresso dell’associazione il 26 dicembre 2010. Un mese dopo David è stato ammazzato a Kampala.
Sotto la foto dell’incontro di ieri in cui il papa ha benedetto la speaker del Parlamento ugandese, Rebecca Kadaga, che ha promesso ai fondamentalisti una legge antigay come “regalo di natale”.

Il secondo, un manifesto del gruppo di Condividilove, che l’estate scorsa aveva prodotto un bellissimo video sul matrimonio per tutti/e:

condividilove2

la società italiana, in altre parole, si dimostra molto più europea di una chiesa amica più vicina alle istanze di potenti e pedofili – che a quelle della democrazia – e alle sue metastasi parlamentari più note come PdL, Pd, UdC e partiti minori.

E sia ben chiaro: tra poco si tornerà a votare. Teniamolo bene a mente…

La chiesa illuminata non esiste

Tutto mi distingue da Mario Giordano: schieramento politico, idee, look. Ma su una cosa gli do perfettamente ragione:

La Chiesa illuminata, ovviamente, è una Chiesa che non esiste. O meglio: una Chiesa, come dicevamo, che esiste solo nella mente di coloro che in chiesa non ci vanno mai e che però si sentono in dovere di dire anche al Papa come deve pensarla sulla vita, sulla morte, sull’ etica e sulle nozze omosessuali. Per carità: liberi tutti di credere quel che vogliono a casa loro. Liberi di sognare e di immaginare qualsiasi religione zapaterista.
Ma non confondano i loro desideri con il cattolicesimo.

Poi certo, esiste una profonda contraddizione da parte di quei milioni di persone, tutte per bene, che dicono di appartenere al cattolicesimo e poi, nella loro prassi di vita, inseguono e incarnano altri insegnamenti – verrebbe da chiedersi: cristiani? – ma questa, appunto, è una contraddizione che non può interessare un laico il cui compito è quello di limitarsi ad accettare gli altri per quello che sono e di rispettarli per quello che fanno.

Matrimoni gay: per la chiesa è peccato, per la democrazia è diritto

Oggi su R2 di Repubblica si può trovare uno speciale sul matrimonio e l’estensione dei diritti alle coppie gay e lesbiche. Tra gli articoli proposti, vi è un pezzo molto interessante di Stefano Rodotà che fa notare due aspetti fondamentali della questione omosessuale italiana.

Il primo: con la sentenza 138/2010 la Corte Costituzionale ha dato rilevanza giuridica alle unioni omosessuali. In altre parole, la corte suprema italiana ha stabilito che l’amore tra due uomini o tra due donne rientra nei principi salvaguardati dalla Carta fondamentale del diritto italiano. Su questo c’è poco da discutere, bisogna solo prenderne atto.

Il secondo: nonostante la sentenza, il parlamento continua a far finta di nulla, imprigionato tra la prudenza di una sinistra incapace e il fondamentalismo e la violenza ideologica di un centro e di una destra altrettanto incapaci di cogliere il dato del presente.

E il dato è: la società è cambiata, profondamente. L’omosessualità non è una malattia, non è una perversione, non è un vizio. Chi crede ancora queste cose si appella a un testo epico-letterario che prevede la morte per chi mangia crostacei o per chi rivolge la parola a una donna con le mestruazioni.

Questa è la distanza tra il paese reale – dove è ormai norma che eterosessuali e non eterosessuali convivano pacificamente – e il palazzo, unitosi contro natura con santa romana chiesa e tradendo il principio di laicità dello Stato.

Intanto, mentre la situazione italiana ci ricorda sempre di più certa subcultura che ci rende più vicini all’Iran e all’Arabia Saudita, in tema di diritti civili, negli USA un altro stato – il Maryland – ha aperto le porte al matrimonio per tutti. Proprio in virtù del fatto che la Costituzione americana concede il diritto alla felicità a tutti i suoi e le sue abitanti. Se due donne o due uomini, perciò, per essere felici vogliono sposarsi, secondo quanto stabilito dalla legge, devono poterlo fare.

Questo passaggio è fondamentale. Perché ci fa capire due modi di vedere le cose totalmente all’opposto.

Per le religioni, infatti, l’amore, in qualsiasi sua forma, è sempre peccato. E non lo è solo se subordinato alla procreazione, che è conseguenza e non presupposto del sentimento.
Per la democrazia esso è un aspetto del diritto alla felicità. E da quel diritto può scaturire ogni altra cosa, vita inclusa.

A noi, poi, la scelta tra i dettami di una superstizione qualsiasi o la ricerca della parte più vera di cui siamo capaci.
Allo Stato, invece, il dovere di metterci in grado di operare questa scelta.

I conti in tasca ai nostri onorevoli d’Ancien Régime

Facciamo due conti in tasca ai nostri “onorevoli” deputati e senatori, ovvero nominati che hanno avuto la fortuna di rappresentare tutti gli italiani non tanto per i loro meriti, quanto per il fatto di esser stati scelti da cinque leader di partito, in barba ad ogni principio di democrazia rappresentativa.

I nostri quasi mille eroi (630 alla Camera, 315 al Senato, ai quali vanno aggiunti i senatori a vita) per questa ragione percepiscono:

• 11.283 euro lordi mensili per deputato, i senatori, invece 11.550 euro
• 3500 euro di diaria, ovvero le cosiddette spese mensili di indennità di residenza
• 4000 euro in media al mese per le spese di segreteria e di rappresentanza
• assegno di fine mandato insieme a un vitalizo mensile; prima della riforma di Monti, che cambia le cose da gennaio 2o12, il vitalizo ammontava a 2.486 euro

Tutto ciò si può leggere e verificare in un articolo di oggi su Repubblica on line, in cui si mettono a paragone i privilegi dei nostri parlamentari con gli stipendi e le prerogative dei loro colleghi europei. In Italia abbiamo una situazione simile a quella della Francia pre-rivoluzionaria. Due caste – politici e chiesa – hanno privilegi che affamano il resto del popolo – un tempo il terzo stato, oggi i contribuenti.

Interessanti, in tale articolo, il punto seguente

i portaborse il deputato (3.690 euro) e il senatore (4.180) ricevono la somma senza aver alcun obbligo di rendicontazione e senza dover dimostrare se hanno pagato regolarmente un collaboratore

e quest’altro ancora

La “libera circolazione ferroviaria, autostradale, marittima e aerea” consentita dall’apposita tessera di cui viene dotato il deputato e il senatore appena mette piede a Montecitorio e Palazzo Madama, non ha corrispettivi.

Di fronte a questo spreco di denaro pubblico, vi faccio notare che in Spagna un deputato guadagna 2.813 euro e negli altri paesi si percepisce la diaria solo se non risiedi nella capitale, a costi comunque inferiori.

Se poi guardiamo al grado di salute democratica di altri paesi, come Francia e Germania, dove un parlamentare percepisce di meno rispetto ai colleghi italiani, ci rendiamo perfettamente conto che tali spese sono ingiustificate, oltre che dannose.

Ovviamente le spese per i nostri politici sono una delle voci dello scandalo retributivo e dei privilegi di questo paese. A queste occorrerebbe aggiungere i privilegi della chiesa e le spese militari. Su quest’ultimo tema: l’acquisto di 131 caccia F-35, insieme alle missioni all’estero, ammonta a quasi 25 miliardi di euro. Ovvero, il costo di una finanziaria.

Con la sola cifra degli aerei da guerra si potrebbe, ad esempio, intervenire sull’edilizia scolastica e sulle nuove assunzioni di docenti: si avrebbero classi meno numerose, edifici nuovi e più sicuri, più insegnanti e meglio retribuiti. La popolazione sarebbe più colta e istruita, vi sarebbero più individui in grado di muovere l’economia, si rilancerebbero gli investimenti edilizi. E questa è una sola voce.

Sul fronte carcerario, si potrebbero costruire nuovi alloggi per i detenuti, rendendo più umana la condizione dei condannati.

Si potrebbe, addirittura, intervenire sulle pensioni, aumentando le minime.

È tutta questione di volontà politica, a ben vedere. Una volontà rivolta, magari, al benessere dei cittadini e delle cittadine e, non certo, al mantenimento dei propri privilegi d’Ancien Régime.