Habemus papam. Sed dubium?

Giusto per raffreddare gli entusiasmi e tornare sul piano della realtà.

Ratzinger nella gioventù hitleriana. Wojtyla pappa e ciccia con Pinochet. Bergoglio coi dittatori argentini… Solo belle persone in Vaticano, eh?

Quest’ultimo poi è omofobo tanto quanto gli altri due. Adesso, io capisco davvero che, per citare Mengoni, mentre il mondo cade a pezzi si sente l’esigenza di punti fermi. Ma se invece di abbandonarci agli istinti dell’anima e alle sue paure più ancestrali, che ci portano a credere in amuleti, santoni e preti di ogni risma e sorta, cominciassimo a coltivare la cura dell’intelletto?

Se invece di esultare per il trionfo dell’ennesimo spazio di assolutismo, monarchico, maschilista e antidemocratico, partissimo dalla celebrazione del dubbio?

A cominciare da una domanda: qualche sera fa i social network si scandalizzavano di fronte al servizio de Le Iene sul silenzio dei cardinali di questo conclave in merito alla pedofilia interna alla chiesa.

Ebbene, questo papa è stato scelto proprio da quella gente lì. Siamo sicuri che ci siano proprio tutte le condizioni per essere felici dell’elezione di Francesco I?

Ecco, io partirei proprio da qui.

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Le famiglie, i gay, la chiesa e le parole corrotte

La recente sentenza della Corte di Cassazione non va proprio giù ai cattolici. L’Osservatore Romano, infatti, commenta:

Linguisti e psicologi stanno mettendo in guardia la società dallo svuotare del significato proprio i termini: il concetto di famiglia non si può allargare a dismisura, senza distruggere l’identità di una delle istituzioni più importanti di una società, e altrettanto avviene per la definizione di madre e di padre. Perché non ascoltare la parola di chi segnala questi errori? Essere cattolici è molto di più che abbracciare una posizione culturale alla moda, e i responsabili di “Témoignage chrétien” – nonostante questo endorsement verso il matrimonio omosessuale – lo sanno bene.

Sentendomi chiamato in causa, in quanto studioso di Linguistica e anche perché proprio a questo argomento ho dedicato diverse analisi e una pubblicazione, cercherò di fare chiarezza sul perché queste parole sono di per se stesse false e fuorvianti.

È vero che c’è un tentativo di svuotare le parole del proprio significato, ma questo tentativo è sempre diretto dall’alto, cioè dai cosiddetti poteri “forti”, siano essi politici, religiosi, ecc. Basti pensare alla parola “libertà”, ormai ridotta, nel linguaggio partitico, a mero ingrediente lessicale per questa o quella formazione. O basti pensare all’informazione mediata dai regimi totalitari.

Quest’accusa, quindi, va rimandata al mittente. Non sono i creatori di nuove realtà giuridiche e sociali a sconvolgere il reale con l’uso distorto del linguaggio. È proprio la chiesa, in questo caso, che utilizza le parole per ritorcerle contro l’autodeterminazione dell’individuo. Pensiamo al termine “vita”, sempre più appiattito su quello di “fisiologia” o di “biologia”. Pensiamo al termine “dignità”, che per molti cattolici è un tutt’uno col concetto di accanimento terapeutico. Il caso Englaro insegna, a tal proposito…

Guardiamo adesso al termine “famiglia”, che deriva da una parola latina, familia, a sua volta mutuata da una parola dei dialetti italici coesistenti all’idioma della Roma arcaica: famel. Questo termine significava “casa”, per cui inviterei i puristi dell’etimo a considerare l’evidenza che è “famiglia” quel progetto comune che si sviluppa dentro la stessa dimora. Oppure, più agevolmente, si potrebbe considerare un’altra evidenza e cioè che la famiglia è mutata nel corso dei secoli, per cui la famiglia romana non è come la famiglia siciliana dell’età araba che a sua volta non era come la famiglia dei popoli germanici nell’impero Carolingio e via discorrendo.

La famiglia è, nel corso dei secoli, un prodotto culturale che utilizza semmai il dato biologico per la riproduzione, assieme ad altri di natura economica e di controllo sociale. Ma la vera differenza tra ieri e oggi, sta nel fatto che la cosiddetta cellula fondante della società – e anche qui ci sarebbe da ridire, visto che si tratterebbe di molecole, semmai, riservando il ruolo di atomo sociale all’individuo – nel presente si forma come atto di volontà mosso, il più delle volte, dall’affettività.

Le parole quindi cambiano, è vero. Lo stesso cristianesimo è responsabile di grandi mutamenti dentro il linguaggio. Se l’umanità avesse seguito, nel corso della sua evoluzione, i timori e i pruriti dell’Osservatore Romano saremmo ancora al cuneiforme. Le parole cambiano con i cambiamenti sociali. A volte li registrano, altre ancora contribuiscono a determinarli. Ma non si può fermare ciò che nasce spontaneamente. E ciò che nasce è l’evidenza di un rinnovato valore della genitorialità, non più legato a un solo tipo di costruzione sociale, ma allargato a quelle coppie che vogliono, invece, contribuire a rendere più forte e saldo quel tessuto antropologico in cui sono pienamente inserite, in cui lavorano, per cui pagano le tasse e contribuiscono anche alla crescita demografica.

Ancora, sul significato di termine “padre” e “madre”, credo che sarebbe riduttivo e profondamente ingiusto legare queste parole al mero dato biologico-genetico: abbiamo prova di molti genitori, tutti eterosessuali al momento, incapaci di crescere bene la prole. E di altri, non biologici, che grazie all’adozione hanno salvato vite intere. A meno che non si voglia affermare che la famiglia costruita sull’eterosessualità sia migliore, ma questo andrebbe dimostrato e, sempre fino ad adesso e nonostante gli strepiti di qualche pasionaria del cilicio, gli studi condotti negli USA e in Canada dicono l’esatto opposto.

Credo, e concludo, che dietro questi attacchi vi sia, invece, la più semplice paura di perdere un potere, da parte delle gerarchie religiose e della loro servitù intellettuale, basato sulla differenziazione (anche giuridica) tra uomo e donna, per cui si mantiene uno squilibrio tra i due sessi. Quello squilibrio genera una crepa nel tessuto sociale e, in quella crepa, può entrarci davvero di tutto. Maschilismo, sessismo, eterosessismo, violenze, ecc.

Le nuove famiglie nascono invece da un atto di volontà e dimostrano a tutta la società che si può essere liberi di amare chi si vuole e di procreare come si vuole, nel pieno concetto di autodeterminazione e nel rispetto degli articoli della nostra Carta fondamentale. È normale che tutto questo faccia paura a un’organizzazione che ha basato il suo potere, nei secoli, su fenomeni quali la schiavitù, l’eccidio del diverso, la caccia alle streghe, l’antisemitismo, l’umiliazione sistematica della donna, l’appoggio alle peggiori dittature e via discorrendo.

Il corpo delle donne, il cervello dei preti

controdonpieroNon ci sarebbe molto da aggiungere sulla vicenda del parroco di Lerici. Per chi (ancora) non lo sapesse, il sacerdote del paesino ligure ha pubblicato sulla bacheca parrocchiale una comunicazione ai fedeli in cui dichiarava che il femminicidio è la conseguenza dei comportamenti immorali del sesso femminile. A un giornalista del GR1 che chiedeva conto del fatto, il simpatico prete ha risposto: «ma lei prova qualcosa di fronte a una donna nuda o è frocio anche lei o meno?».

Il fatto, quindi, si commenta da solo. E palesa quel legame a tripla mandata tra maschilismo, sessismo e omofobia, cifra culturale dell’Italia di oggi, i cui promotori istituzionali più importanti stanno al vertice di partiti, istituzioni e presso i massimi rappresentanti della chiesa cattolica romana. Don Piero Corsi ha solo dato voce a un insieme di input. Non avrebbe neanche senso scandalizzarsi o prendersela con lui, così come non avrebbe senso, in una logica stringente e asettica, stupirsi se vediamo due gay impiccati a Teheran o una donna lapidata a Ryad. Rientrerebbe nella natura delle cose. Nella natura di certi sistemi culturali, monoteisti, patriarcali, intrinsecamente illiberali che Buffoni etichetta come “abramitici”.

Eppure, la logica non è qualcosa che esiste di per sé, ma passa attraverso un’interpretazione dei fatti e dei dati che è del tutto umana. E di fronte a tali constatazioni il senso della nausea e lo smarrimento per com’è diventata l’Italia dopo vent’anni di berlusconismo, alleato con i potentati vescovili e ben tollerato dall’attuale sinistra parlamentare, ci stanno tutti. E non è, si badi, reazione. Dovrebbe essere, semmai, spontanea condizione dell’animo contro chi considera il corpo della donna quale manufatto divino a disposizione della sua “creatura più riuscita”: il maschio.

E a ben vedere, questa è l’intima essenza del cristianesimo, almeno così come concepito a Roma, del corpo in generale. Qualcosa alla mercé di una forza superiore – Ratzinger stesso lo ha detto: non siamo noi a possedere la verità, è essa che possiede noi, attraverso la parola di Cristo. Peccato che questa verità sia, a sua volta, gestita in modo esclusivo da certi uomini di Dio…

In questa logica è più che “naturale” che si veda nel femminicidio la conseguenza di un atto dovuto dal sesso eletto (il maschio) contro chi esprime la propria libertà, soprattutto nell’esercizio dell’autodeterminazione del corpo attraverso la sessualità, la maternità, la riproduzione, ecc. Secondo la logica di don Corsi, che poi è la stessa del Vaticano (e che nutre e/o accompagna la pseudo-filosofia berlusconista tutt’ora imperante nel nostro paese), tutti questi atti hanno bisogno del benestare maschile, secondo una morale predisposta… da chi gestisce la verità che ci domina!

Se tutto questo manca, il sistema entra in default e bisogna rimuovere le cause del corto circuito. E siccome stiamo parlando di istinti primordiali, il ricorso alla violenza è la prima scelta possibile. Quella più “naturale”. Ciò dimostra, tra le altre cose, quanto il concetto di natura – non a caso agitato contro l’affettività e la sessualità di gay e lesbiche – sia solo un’arma ideologica e non una categoria dell’essere.

In base a tutto questo, noi non possiamo davvero pretendere dal signor Corsi, ormai di professione ex-prete,  di avere un sistema di pensiero più grande rispetto a quello che gli è stato inculcato dalla sua chiesa. Le idee, d’altronde, dovrebbero essere come uccelli: se le chiudi in gabbia, potranno solo passare da un bastoncino all’altro, dentro quel recinto. E no, don Corsi, sarò pure gay ma non stavo alludendo a ciò che lei penserebbe, a proposito di larghi orizzonti, se leggesse mai queste mie parole.

Quindi, riassumendo, non possiamo chiedere a certi preti di avere pensieri più elevati rispetto a quelli inculcati dalla gerarchia e riprodotti nel quotidiano sociale. Ma a coloro che ci circondano, sì: e non solo possiamo esigerlo, ma dobbiamo farlo. Perché costruire un mondo migliore, per le nostre madri, figlie, sorelle, amiche, colleghe, studentesse, ecc – per tutti e tutte noi in buona sostanza – è un dovere civile. Un esempio di democrazia. Un fatto di umanità.

Un piccolo consiglio per Ratzinger

Gentile Joseph Ratzinger,

le scrivo perché, quest’anno, la mia lettera natalizia voglio dedicarla a lei. Proprio a lei. Non chiedo nulla, solo un po’ di attenzione, solo una lettura fuggevole alle cose che sto per scrivere e che, comprenderà da solo, sono estremamente quotidiane.

Comincio subito.

Oggi io e mia sorella proveremo a fare, per la prima volta, i biscotti allo zenzero e sarà un’impresa perché in una città piccola come Siracusa è arduo anche trovare gli stampini a forma di omino.

Stasera avremo a cena gli zii, per cui mio padre e mia madre sono stati tutto il giorno fuori a fare la spesa e nel pomeriggio cucineremo tutti/e insieme. Tutti/e. Insieme. Sia ben chiaro.

Nadia a un certo punto scenderà giù, per portare da mangiare ai gatti meno fortunati, perché lei è gattara. Qui in casa ne abbiamo ben sette: apriremo il salone e si divertiranno a scorrazzare sui divani, con grande disappunto di mia madre, ma alla fine ce li prenderemo in braccio e li coccoleremo un po’.

Apriremo i regali e vedremo i nostri amici di vecchia data. Alcuni di loro hanno già dei bambini. Ieri eravamo insieme, i loro figli giocavano e gridavano per le strade del centro storico, sotto la nostra supervisione. Ho pensato, per un attimo, che io facevo parte di tutto questo. Di quelle risate, di quella gioia. Ero previsto.

Scriverò a quelli che stanno a Roma, dove vivo adesso, e a Catania, la mia città di adozione, ripromettendomi di incontrarli quanto prima. Perché, come mi è stato fatto notare più volte, io ho la fortuna di non avere una famiglia soltanto. E la famiglia sta laddove gli affetti possono essere, semplicemente, secondo le leggi che ne animano le corde più intime.

Quello che sto cercando di spiegarle, signor Ratzinger, è che queste persone di cui parlo sanno che sono gay e non poche lo sono a loro volta. Non mi vedono (e non ci vediamo) come un peccatore o come un errore della natura o, meno  ancora, come un trasgressore di essa. Le nostre emozioni, per capire meglio, sono tutte dettate dallo stesso respiro, dallo stesso ossigeno.

Lavoriamo e siamo persone per bene. Cerchiamo di fare, nel nostro piccolo, di questo pianeta un mondo più giusto. Ho la fortuna di essere circondato da questo tipo di amici e di amiche. Sono sicuro che lei potrà dire lo stesso di sé.

La mia quotidianità, i miei gesti, l’affetto che può esserci rientrano pienamente in uno spirito in cui la parola famiglia è declinata al plurale. Non si sente di essere un po’ depauperato, quasi triste, al pensiero che il suo unico modello di riferimento la escluda dalla quotidianità di milioni di persone, in Italia come in tutto il mondo?

Lo so che lei non leggerà mai queste mie parole, ma io le scrivo le stesso, perché a Natale sono tutti più buoni, ed io per essere migliore oggi ho spedito una lettera raccomandata, presso la mia parrocchia, per farmi depennare dalla lista dei fedeli della chiesa cattolica romana.

Ma non solo.

Per essere migliore ho deciso di farle notare cosa si perde la sua umanità, negando il diritto di esistenza a milioni di persone LGBT. Mi chiedo quanto “umana” possa definirsi una vita che procede per sottrazione. Veda, perciò, queste parole come un consiglio, umile, da parte di un cittadino straniero al capo di un paese estero: cioè a lei.

Chissà che stasera, magari, per caso, la sua coscienza non si risvegli e lei capisca – proprio in virtù del valore che il giorno odierno dovrebbe avere per lei e per quelle che pretende di rappresentare – quante persone le volteranno le spalle o lo hanno già fatto, grazie al suo esempio di pontefice e, nello specifico, a causa dell’odio che lei rivolge, costantemente, contro le persone LGBT.

Chissà, magari qualcosa cambia davvero, in lei, e mi convinco che i miracoli, a volte, accadono.

Chissà, appunto.

Cordialmente. E con tutto l’amore che so.

Dario Accolla (Elfo Bruno)

Noi restiamo italiani

Nicole Minetti e il vitalizio maturato a manco trent’anni.
Bambini (uno) trascinati da cinque poliziotti e nemmeno uno per far schiodare Formigoni dalla sua poltrona.
Consigli regionali che sperperano i soldi pubblici per ostriche e festini con maschere di maiali.
Un governo che vuole aumentare di un terzo il monte ore dei professori. A stipendio invariato.
I tagli alla scuola. E la fuga dei cervelli.
L’IMU a chi ha comprato una casa con enormi sacrifici. E nemmeno un euro di tasse alla chiesa.
Venticinque milioni di euro per un sito web (quello dell’Inail).
La mafia infiltrata dentro le istituzioni, di ogni ordine e grado.
E un parlamento che non riesce a fare una legge anti-corruzione.

La rivoluzione francese è scoppiata per molto meno. Noi, intanto, restiamo italiani.

Ruini il fondamentalista a “Che tempo che fa”

Ieri sera, facendo zapping, ho avuto la terribile sventura di sintonizzarmi su Che tempo che fa. Attirato da una lettera di un’operaia a Marchionne, subito dopo ho dovuto assistere al triste siparietto di Fabio Fazio prono al cospetto di sua eminenza – io lo scrivo minuscolo – Camillo Ruini.

Tralascio la rabbia nel vedere un presentatore a metà strada tra lo scodinzolante e il tremebondo nei confronti del potere. Ecclesiastico, soprattutto. Soprassiedo pure su quel grado di umanità e di amore cristiano espresso dal cardinale, che ricorda la tenerezza di Nosferatu.

La cosa davvero incommentabile e indegna di quella intervista è stata la tracotanza di un uomo – sua eminenza – in merito alla superiorità della religione cattolica (mascherata dietro il concetto più generico di cristianesimo) su ogni forma di pensiero.

Ruini ha attaccato, uno dopo l’altro, i concetti di laicità, illuminismo, relativismo, libertà di fede, democrazia e, non ultimo, di intelligenza.

Il cristianesimo, ha detto infatti, è sempre “inattuale”. San Paolo – e qui sta la trappola di questa religione: prendere l’insegnamento di un profeta, il Cristo, è accettarlo nella “corruzione” del Saulo di Tarso, intrisa di odio, misoginia e violenza – ha cominciato a cambiare un mondo che non coincideva con il concetto di cristianità. Cosa c’era in quel concetto, allora? Rispondere a questa domanda – rispolverando, magari, l’idea di “povertà” – sarebbe un interessante punto di inizio, per smontare l’arroganza vescovile nei confronti della pretesa di avere le uniche chiavi interpretative della realtà.

Ruini fa un doppio errore e lo fa coscientemente, per cui opera una vero e proprio atto di disonestà intellettuale.

Il primo: parte dal presupposto che Dio esiste e che ha dato alla chiesa il compito di amministrare e governare il mondo in sua vece. Il che potrebbe rientrare in una logica interna ad una fede, ma, appunto, una logica che sta dentro quella fede e che varrebbe, in linea di principio, anche per altre confessioni, monoteistiche e non. Fermo restando, si badi, che tale presupposto andrebbe dimostrato e non imposto come atto di fede, soprattutto a chi fede non ne ha e, cosa ancora più importante, non ne vuole avere!

Il secondo: di fronte al paventato pericolo di intromissione della chiesa negli affari della politica, Ruini se ne esce con un bizantinismo che, purtroppo per lui, diviene paradosso. La chiesa, secondo il cardinale, non compie mai ingerenza politica. Sono i cattolici – da notare che il termine è sempre declinato al maschile – che, in democrazia, avanzano dei progetti di legge. Se quei progetti trovano una maggioranza, diventano leggi per tutti. Peccato che la musa ispiratrice delle leggi “cattoliche” sia appunto la chiesa, ovvero, le gerarchie vaticane. Le stesse che hanno imposto provvedimenti come la legge sulla procreazione assistita, che di fatto la vieta. Per non parlare del fatto che il Vaticano è voce attivissima nel voler impedire ammodernamenti giuridici su divorzio breve, fine vita, coppie di fatto, matrimonio egualitario, ecc.

Ruini ha, di fatto, voluto confondere l’anacronismo della chiesa con il rinnovamento della società. E ha nascosto, in un perverso gioco di scatole cinesi, il concetto di diritto con quello di sopruso in nome di una fede, seppur “maggioritaria”. Questo tipo di processo, che altrove avviene in modo più brutale (si pensi all’Iran), ma che ha gli stessi effetti di certa legislazione cattolica nostrana – ovvero: la limitazione delle libertà individuali – si chiama fondamentalismo religioso.

Ieri sera la RAI e Fazio hanno dato spazio a un’operazione di questo tipo. Con i soldi dei contribuenti, milioni dei quali sono non credenti, laici, di altra fede religiosa, separati, omosessuali, favorevoli all’interruzione di gravidanza a al trattamento di fine vita e via dicendo. Peccato che per questi ultimi non vi sia mai una voce che abbia un’adeguata rappresentanza mediatica. E non certo per imporre la propria visione.

La laicità non impone, semplicemente permette a tutti e a tutte di vivere secondo i propri modelli ideali. Dall’altra parte vi sono le tirannidi, ideologiche e religiose. E, quindi, personaggi come Ruini e presentatori come Fazio.

Martini comunque era omofobo. Poi, pace all’anima sua

Il commento più sensato che fino ad ora ho trovato in rete lo ha fatto Paolo Pedote, autore di una pregevole Storia dell’omofobia, edita da Odoya. Queste le sue sue parole, testuali:

Detto proprio fuori dai denti, vedere tutti questi omosessuali devoti così addolorati per il cardinal Martini, non è proprio un gran bello spettacolo, eh? Non c’è niente da fare: moriremo di Vaticano.

Carlo Maria Martini è riconosciuto come uomo del dialogo, come vescovo progressista – sebbene lui stesso smentì questa etichettatura, definendosi, invece, conservatore – come interlocutore privilegiato dentro una chiesa che lo vedeva con sospetto. Eppure, non basta esser (finti) avversari di Ratzinger per essere persone di cui potersi fidare.

Ho comprato, tempo fa, un volumetto curato da Ignazio Marino, del Pd, e scritto in coppia con il cardinale in questione, Credere e conoscere, edito da Einaudi.

Le posizioni di Martini sull’omosessualità sono le seguenti:

Personalmente credo che Dio ci ha creato uomo e donna e che perciò la dottrina morale tradizionale conserva delle buone ragioni su questo punto. […] Sono pronto ad ammettere il valore di una amicizia duratura e fedele tra due persone dello stesso sesso. […] Se viene intesa anche come donazione sessuale, non può allora, mi sembra, venire eretta a modello di vita come può esserlo una famiglia riuscita. Quest’ultima ha una grande e incontestata utilità sociale. Altri modelli di vita non lo possono essere alla stessa maniera e soprattutto non vanno esibiti in modo da offendere le convinzioni di molti. (pp. 48-49)

Ancora, sul riconoscimento di una legislazione ad hoc sulle coppie gay e lesbiche:

Io ritengo che la famiglia vada difesa perché è veramente quella che sostiene la società in maniera stabile e permanente e per il ruolo fondamentale che esercita nell’educazione dei figli. Però non è male, in luogo di rapporti omosessuali occasionali, che due persone abbiano una certa stabilità e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. […] Io penso che la coppia omosessuale, in quanto tale, non potrà mai essere equiparata in tutto al matrimonio (pp. 50-51)

A ben vedere, queste posizioni sono le stesse di almeno tre personaggi molto discutibili e tacciati, più di una volta, di posizioni omofobe quali:

1. Massimo D’Alema, che parlò di matrimonio come sacramento cristiano e intimò le coppie gay di non scimmiottare le famiglie per non offendere il sentimento di molti
2. Rosy Bindi, il cui pensiero è uguale a quello del cardinale, la cui unica differenza sta che almeno egli non minacciava e non offendeva l’interlocutore
3. Giorgia Meloni, che non riconosce il sentimento tra coppie dello stesso sesso, generalizzandolo dietro il termine di “amicizia”.

Ritornando alle parole di Pedote, leggo commenti da parte di amici/he e di personaggi pubblici, anche gay, che si stracciano le vesti per la scomparsa di un uomo, sicuramente colto, sicuramente diverso dai modi beceri e disumani di certi suoi confratelli, ma di certo affine, nella sostanza, a quel pensiero omofobo – secondo quanto stabilito dal Parlamento Europeo – che noi tutti/e cerchiamo di combattere.

E non si può combattere un pensiero nella bocca di alcuni, per poi accettarlo nelle parole di altri. Se un pensiero è sbagliato, lo è sempre, anche se i toni sono concilianti o, semplicemente, bene educati.

Martini, in altre parole, ammetteva per i gay il diritto di esistere. E concedeva, dall’alto, allo Stato il via libera per fare i DiCo.

A questa evidenza dovremmo rispondere: io esisto, senza concessioni di sorta. E non ho bisogno di elemosina giuridica, ma di diritti veri. Vogliamo ricordare Martini? Benissimo. Cominciamo a ricordare, in merito alle questioni LGBT, come la pensava veramente. Credo che sia il miglior servizio che si possa fare a chi, con toni pacati, aveva sposato le ragioni di un’omofobia che non siamo disposti a perdonare a molti altri.

Marci per la vita

Gli organizzatori dicono di averla ideata per veicolare quanto segue:

• affermare che la vita è un dono, indisponibile, di Dio;
• chiedere il Suo aiuto, per una società smarrita;
• deplorare l’iniqua legge 194 che ha legalizzato l’uccisione, sino ad oggi, in Italia, di 5 milioni di innocenti;
• ribadire che esiste una distinzione tra Bene e male, tra Vero e falso, tra Giusto ed ingiusto;
• invitare alla mobilitazione i cattolici e gli uomini di buona volontà.

Alemanno, che vi ha partecipato, marciando alla testa del corteo, ha addirittura detto: «Il messaggio è che nessuna famiglia o donna deve essere costretta a rinunciare ad un figlio».

Alcuni esponenti di spicco del Partito democratico – come l’ex vice sindaco di Roma, Maria Pia Garavaglia – volevano partecipare, ma poi hanno dovuto fare marcia indietro. Altri, invece, sono andati, insieme a politici del Terzo Polo e del PdL.

C’era anche più di una componente scout, come si vede dalle fotografie… Agesci, già nei guai per le sortite omofobe e discriminatorie di alcuni suoi relatori in convegni in cui si parla di omosessualità, non ha niente da dire a proposito?

La chiesa ha dato il suo placet. Come si legge su Giornalettismo: «non manca il beneplacito delle alte gerarchie vaticane, dal presidente della Cei Angelo Bagnasco al Segretario di Stato Tarcisio Bertone ai cardinali Angelo Scola e Camillo Ruini».

In questa parabola di squallore, di miseria umana, di analfabetismo civico, vorrei far notare che:

1. con la legge 194 gli aborti sono calati sensibilmente, le donne ricorrono alla contraccezione e si è di fatto estinta la pratica degli aborti clandestini, che facevano ben più vittime di quelle agitate dagli organizzatori della sedicente marcia per la vita. Se si togliesse tale legge l’interruzione di gravidanza non sparirebbe, semplicemente ritornerebbe l’aborto clandestino;

2. i politici del Pd, Terzo Polo e PdL hanno marciato insieme ai militanti di Forza Nuova e Militia Christi. Adesso, passi per il PdL, che è una derivata terza dell’ex partito mussoliniano, ma Terzo Polo e Pd non erano antifascisti?

3. Alemanno ha detto una menzogna: nessuna donna è costretta ad abortire, semmai o lo sceglie, per motivazioni sue che dovrebbero essere insindacabili. Alemanno, a onor del vero, ribadisce l’importanza della contraccezione, ma credo che non abbia ben capito che quella parola non piace a tutta la pretaglia che ha ispirato questa carnevalata antiabortista. Qualcuno lo riconduca al giusto senso del pudore e della vergogna, per favore!

4. Qualcuno dica agli organizzatori che fino a prova contraria la vita è un fatto biologico e non  una concessione divina. E anche quando lo fosse, se qualsiasi divinità ci ha fatto dono della vita, esiste il cosiddetto libero arbitrio. Sarà poi Dio a giudicarci. Se pensano, gli organizzatori, di sostituirsi loro al giudizio nell’al di là, stanno commettendo peccato gravissimo. Sempre che Dio esista e fino ad ora niente e nessuno può dimostrarlo. Cade l’assunto da cui nasce questa orrida marcia;

5. la chiesa cattolica sa che è un atto criminoso proteggere preti e prelati accusati di orrendi crimini contro l’infanzia, a cominciare dagli stupri, dagli abusi, dalle violenze fisiche e psichiche? I nomi di Bernard Francis Lawe di Andrea Agostini – protetti dal Vaticano nonostante quei crimini – cosa c’entrano con la tutela della vita? Essa va salvaguardata solo fino a quando è in stato embrionale?

A leggere tutto questo, penso di poter affermare che il termine “marcia” possa essere affibbiato esclusivamente alla società che ieri ha sfilato per le strade del centro della capitale. La vita, come diceva Kundera nel titolo di un suo libro, è altrove. Ciò che rimane, invece, è solo un grande senso di squallore.

Veglia di preghiera contro l’omofobia: il vescovo di Milano dice no

La notizia, di ieri, e praticamente assente nei grandi media nazionali, è riportata da pochi blog personali e da qualche agenzia di stampa, oltre che dai siti dei gay credenti.

Si legge, in un comunicato riportato da Asca:

Il Gruppo Gionata che organizza le veglie in Italia denuncia […] ”con grande sconcerto” che quest’anno la Curia Arcivescovile di Milano, per la prima volta nella sua storia, ha detto ‘no’ alla richiesta dei Gruppi di cristiani milanesi di poter vegliare in una chiesa cattolica milanese, come invece avveniva dal 2009.

La motivazione? Dal 30 maggio al 3 giugno si terrà, sempre a Milano, la Giornata Internazionale per le Famiglie, che vedrà la partecipazione di Joseph Ratzinger. Una scusa poco credibile, dunque, visto che la veglia doveva tenersi, secondo gli organizzatori, per il 13 maggio: «Ancora adesso mi chiedo come la nostra piccola veglia avrebbe potuto rovinare la grande kermesse in programma per fine maggio…», recita il comunicato del Gruppo Gionata…

Ricordiamo, ancora, che negli anni passati la veglia è stata ospitata nelle chiese cattoliche del capoluogo lombardo, ma che a dirigere la diocesi c’era il cardinal Tettamanzi e non l’ex patriarca di Venezia, le cui dichiarazioni passate, in tema di omosessualità, sono state considerate omofobe.

Non stupisce, dunque, che un personaggio siffatto abbia impedito una veglia di preghiera contro uno stile di pensiero nel quale, evidentemente, si riconosce e che è qualificante dell’intera predicazione attuale del magistero ecclesiastico a cui appartiene. Almeno non si può dire che Angelo Scola sia una persona incoerente.

Festa dei lavoratori o ai lavoratori?

Visto che  è la festa dei lavoratori. Monti e il suo staff di tecno-squali hanno improntato un piano d’urgenza per evitare di aumentare l’IVA a partire dal prossimo autunno. Il provvedimento prevede dei tagli in vari, a cominciare dalla scuola.

Vorrei capire cosa c’è ancora da tagliare… gli insegnanti sono ridotti all’osso, abbiamo classi di trenta allievi, il personale ATA e meno numeroso dei panda in Cina e dobbiamo portarci da casa la carta per le fotocopie e pure quella per andare in bagno.

Pare che questa gente non riesca a concepire una politica che attacchi il privilegio – avete presente quelle due magiche paroline quali patrimoniale e IMU alla chiesa, per intenderci meglio? Ecco! – e che salvaguardi le fasce produttive. E invece no. Chi vive di motoscafi e ville in Sardegna continuerà a farlo. Chi vive del proprio lavoro, rischia di perderlo.

Questo  il governo Monti, da tutti osannato come il salvatore della patria. Destra economica, becera tanto quanto quella berlusconiana, solo meno volgare e meno puttaniera. Per il resto ugualmente scellerata.

E per il resto, buon primo maggio. Mai come adesso.