CGIL e Leopolda, ovvero: lavoratori VS miliardari

la piazza della CGIL a San Giovanni

la piazza della CGIL a San Giovanni

Rispetto alle due “piazze” che si sono confrontate e scontrate ieri, tra Firenze e Roma, è difficile schierarsi così come è facile capire dove sta il torto e dove c’è la ragione.

Cominciamo dalla fine, ovvero da chi ha ragione e chi no. Va da sé che la piazza radunata dalla CGIL riesce a essere ancora gloriosa, ma non certo così temibile. C’erano pensionati/e e chi il lavoro già ce l’ha, categorie che a ragione non vogliono vedere erodere i loro diritti. Il sindacato tuttavia, per essere credibile sulla battaglia del lavoro e incisivo sul piano politico, deve capire che la piazza di ieri rappresenta l’Italia di ieri. Nel qui ed ora ci sono anche le partite IVA, precari e precarie. E per far fronte ai problemi delle nuove generazioni, oltre a quelli di chi perde il lavoro e ha già cinquant’anni, bisogna trovare soluzioni nuove che coinvolgano non solo le classi agiate ma anche chi ieri e giustamente manifestava contro il governo Renzi.

A Firenze, invece, i media hanno restituito l’immagine di una Leopolda in cui le star non sono state le persone che lavorano, che si alzano alle cinque per andare in fabbrica, il precario che non ha il diritto alle ferie o la partita IVA che non può nemmeno ammalarsi, altrimenti non viene pagata. Vi erano amministratori delegati, magnati della finanza, gente sostanzialmente ricca. Un solo esempio: Davide Serra, il cui nome se cercato su Google ci riporta alle isole Cayman, ha già fatto sapere quale dovrà essere la priorità del nuovo Pd, ovvero la riduzione del diritto di sciopero.

Mentre queste due realtà si confrontavano, i residui del vecchio Pd – ovvero chi ha la responsabilità storica e politica di aver distrutto la sinistra in Italia – lanciavano frecciatine al veleno contro Renzi, accusandolo di aver chiuso con la sinistra nel nostro paese. Che poi a parlare sia Rosy Bindi, cattolica centrista e per di più omofoba, e che ciò dia al tutto il sapore della tragicommedia, è un fatto su cui non mi dilungherò oltre. Gustosa, invece, la piccata reazione di Debora Serracchiani, partita come speranza emergente della sinistra del domani, trasformatasi in starletta post-berlusconiana, incapace di ribattere ad accuse abbastanza banali – bastava dire: i primi ad aver distrutto la sinistra in questo paese siete stati voi – e quindi ridotta a dover difendere le scelte del leader, ripetendo il solito mantra preconfezionato. Ci mancava solo che le desse della “gufa” e il copione sarebbe stato recitato fino alla fine.

il tavolo dei diritti civili alla Leopolda

il tavolo dei diritti civili alla Leopolda

Riguardo alle questioni dibattute alla Leopolda, oltre alla fine dello stato sociale, dei diritti dei lavoratori ed altri temi cari alla sinistra classica, c’è stato il capitolo delle unioni civili, ad un tavolo apposito diretto dall’immancabile Scalfarotto, ormai icona del gaysmo che non piace ai gay e quindi ottimale per il renzismo di facciata, e la povera Cirinnà che ancora crede che il suo testo avrà un futuro qualsiasi in questo parlamento e con questo governo.

Concludendo: la sinistra in Italia ci sarebbe pure, ma è in mano a un pugno di persone che, ok, sa cantare Bella ciao e agitare il pugno chiuso ma non sa andare oltre, a livello di innovazione e di risposta ai problemi della contemporaneità. Anche qui ci vorrebbe, a parer mio, uno svecchiamento di modi, di dinamiche, di approcci e di linguaggio. Ferme restando le priorità (il lavoro e i diritti) e gli ideali (la tutela dei più deboli).

Quel partito che dovrebbe essere di sinistra – sì, sto parlando del Pd – ma ragiona e agisce come avrebbero fatto i conservatori inglesi ai tempi della Tathcher, ha tutto il diritto di trasformarsi in un soggetto politico che guarda a destra. Dovrebbe solo fare un ulteriore passaggio: dichiararlo, a chiare lettere, a chi lo vota. Renzi per altro può star tranquillo, di fronte a questa ipotesi: l’elettorato del Pd ha già dato prova di ottusità elettorale, in passato. Lo voterà comunque, quindi, anche dopo anni in cui si dichiarava alternativo al berlusconismo per poi adottarne l’intera politica economica e sociale pur di poter dire che è in grado di vincere le elezioni in un paese sostanzialmente orrendo. Sul piano politico, almeno.

Un pensiero affettuoso, infine, va a quei gay e quelle lesbiche renziani – di vecchio e nuovo corso – che adesso, dopo esser stati banditi dai pride, non potranno più partecipare nemmeno a uno sciopero. Gli rimarrà sempre l’illusione di far parte di un qualcosa di importante e di avere una sinistra “normale” in un’Italia sostanzialmente folle.

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E la FIAT di Marchionne, tanto cara al PD, fa fuori l’Unità

«Io sto dalla parte di Marchionne, dalla parte di chi sta investendo sul futuro delle aziende, quando tutte le aziende chiudono, è un momento in cui bisogna cercare di tenere aperte le fabbriche.» Matteo Renzi, sindaco di Firenze, Partito Democratico, 11 gennaio 2011.

«Io sono esterrefatto per tutte le polemiche su Marchionne. L’ad della Fiat sta solo proponendo un nuovo modo di lavorare. Nel settore del tessile e dell’alimentaristica lavorano così da vent’anni. Ma soprattutto sono senza parole perché, in qualsiasi altra parte del mondo, uno che mette sul tavolo un miliardo di investimenti sarebbe stato accolto col tappeto rosso.» Sergio Chiamparino, ex sindaco di Torino, Partito Democratico, 13 gennaio 2011.

«Credo che tutti – a partire dai lavoratori della Fiat – abbiano il diritto-dovere di rispondere un chiaro Sì alle richieste di Marchionne di modernizzazione delle relazioni sindacali italiane.» Walter Veltroni, ex segretario del Partito Democratico, 5 gennaio 2011.

«Nel luglio 2010 l’ho detto per primo a sinistra e ora lo ripeto: quella di Sergio Marchionne è una scossa salutare per il paese.» Franco Marini, ex presidente del Senato della Repubblica, Partito Democratico, 14 gennaio 2011.

L’elenco potrebbe continuare. Il PD, l’anno scorso, era entusiasta della ricetta Marchionne. Quella che prevede la sostanziale uniformità col suo pensiero, pena la discriminazione dei sindacati che vi si oppongono. La stessa che obbliga gli operai a turni massacranti e al divieto di sciopero per le clausole previste dentro l’accordo di lavoro, pena il licenziamento.

Adesso la FIAT ha rimosso gli spazi sindacali della FIOM dalla sede della Magneti Marelli e pure la bacheca in cui veniva affissa l’Unità. Il quotidiano di quello che fu il PCI e poi del PDS e dei DS – prima delle amorevoli cure di Fassino, D’Alema e Veltroni – giustamente si indigna e si allarma.

Mi chiedo, tuttavia, se i giornalisti de l’Unità non debbano prendersela in primis con i capi del loro partito. Si sa che se appoggi un modello, illiberale e tirannico, poi quel modello ti si ritorce contro. La storia lo insegna.

In tutto questo c’è da rilevare, ancora, che dopo il dramma arriva anche la tragicommedia. Bersani, in un video sul suo giornale di partito, dichiara: «O la FIAT rimedia all’offesa o mi sentirà». Perché anche voi ve lo immaginate Marchionne che trema al cospetto di tale minaccia,vero?

Sciopero generale come il gay pride

Volo cancellato. Lo sciopero generale indetto dalla CGIL a quanto pare sta avendo successo. Almeno nell’aeroporto di Barcellona.

Mi chiedo davvero se abbia senso non tanto protestare contro questo governo, cosa sempre buona e giusta, quanto farlo in questo modo. Io oggi sarei andato in piazza, ma avrei scontato per lo più i disagi della mancanza dei mezzi di trasporto.

E poi sai che paura fa al potere un insegnante momentaneamente disoccupato?

Temo che a gestire l’opposizione a questa politica, sia una classe dirigente incapace, cioè, di trovare strumenti nuovi. Buona solo ad andare avanti a slogan. Essere contrari, l’ho già detto, è giusto. Essere solo contrari, invece…

Ho la percezione che quest’ennesima dimostrazione di piazza abbia lo stesso valore di un gay pride. Serve per dire al mondo che il sindacato esiste e fa rumore. Sui risultati, invece, ho grossissimi dubbi. Spero, ovviamente, di sbagliarmi. Quanto meno per dare un senso al mio soggiorno prolungato contro voglia in questo angolo di Spagna che Spagna non è.