Bullismo e omofobia a scuola: il dibattito

romapride

Il logo del Roma Pride

Direttamente dal sito del Pride Park di Roma:

Dibattito sul tema “Bullismo, sessualità e omofobia nel mondo della scuola”, con il Prof. Federico Batini, autore del libro Identità sessuale: un’assenza ingiustificata. Ricerca, strumenti e informazioni per la prevenzione del bullismo omofobico a scuola (Loescher, 2014), Dario Accolla, docente e autore del libro Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile (Villaggio Maori, 2015). All’evento interverrà la Rete degli Studenti medi del Lazio. Modera Andrea Pini, docente ed ex presidente del C.C.O. Mario Mieli.

E sarà importante esserci.
Per capire come è fatto il “mostro” del bullismo.
Per vedere come si innesca.
Per evitare che chiunque, a prescindere dal proprio orientamento sessuale, sia vittima di discriminazioni e vessazioni.

  • Dove: Eutropia, Città dell’altra economia – Largo Dino Frisullo, Roma
  • Quando: Martedì 9 giugno 2015, ore 18:00

“Pride” e la voglia di crederci ancora

titolo: Pride – anno: 2014 – regia: Matthew Warchus – durata: 120 minuti

L’ho scritta per il sito del Mario Mieli. E la ripubblico qui. Perché Pride va visto. E ogni altro commento è inutile. Eccezion fatta per la mia recensione, va da sé! :)

***

Londra, 1984. Al telegiornale scorrono le immagini degli scontri tra i minatori in sciopero contro il governo di Margareth Tatcher e la polizia. Mark, giovane attivista gay, ha una brillante intuizione: quei lavoratori hanno gli stessi problemi della comunità LGBT, poiché vessati dallo stato che non riconosce i loro diritti. Perché non aiutarli, cercando così nuovi alleati e sposando una causa giusta? Ne parla ai suoi amici. Non tutti lo seguono, ma la scelta sembra ormai fatta. Nasce quindi il gruppo LGSM, “Lesbians and Gays Support The Miners” e si raccolgono fondi per sostenere la protesta.  Si fa qualche chiamata, ai vari sindacati. Troppi telefoni chiusi in faccia. Quella parola, gay, non va proprio giù. Fino a quando qualcuno risponde, forse per caso o per distrazione. E succede il miracolo…

Pride è una storia che parla di orgoglio. Quello di chi decide di starci, in questo mondo, per come è, perché stanco degli insulti della gente, dell’ignoranza che fa da padre a ogni pregiudizio possibile. Ed è anche la storia di un altro tipo di fierezza: la dignità che ti dà il lavoro, il senso del tuo stare su questo pianeta non solo per quello che sei, ma per quello che fai. Per te stesso, per la tua famiglia, per gli altri. E Mark raccoglie questa sfida, trascinando la sua comunità in un viaggio nell’Inghilterra degli anni ottanta.

Vari piani si intersecano dentro quella che è una storia vera e, allo stesso tempo, straordinaria e incredibile: c’è il tema dei diritti delle persone LGBT, certo, il dramma del coming out di Joe, l’incomunicabilità con famiglie più attente al perbenismo che alla felicità dei/lle propri/e figli/e. Ma c’è molto altro ancora. Il tema del lavoro, la sua dignità, quella cosa che ci lega a un’ispirazione, ai suoi valori, alla solidarietà tra pari. C’è la tematica femminile (e femminista), per cui le donne non sono viste (non più) come supplementari alla figura dominante, ma diventano soggetti autonomi, portatrici di solidarietà, di amore, di nuova intelligenza. Il mondo femminile rappresenta il primo di quei microuniversi che fanno cadere, uno dopo l’altro, i pregiudizi sulla “diversità”. E questo a un certo punto ti avvolge, ti fa sorridere, ti fa ridere e alla fine ti commuove. Profondamente. E poi c’è il tema dell’AIDS: è l’Inghilterra dei primi anni in cui la malattia fa la sua comparsa nella gay community britannica, mietendo le prime vittime. Argomento, anche questo, toccato con intelligenza e sensibilità, come tutto il resto della pellicola d’altronde.

Pride è un’opera fondamentale per ogni giovane (e non solo) attivista LGBT dell’Italia di oggi, perché ci ricorda quanto siamo indietro sul tema dei diritti civili che dovrebbero far parte di una battaglia più vasta, che è quella della dignità della persona. Ed è un film che ti ricorda che sì, esiste sempre una guerra tra buoni e cattivi, ma in mezzo a quella follia c’è sempre spazio per un profondo altruismo, che va oltre le apparenze e i luoghi comuni, che mette da parte il sospetto che sempre nasce tra chi non si conosce, per poi scoprirsi fondamentalmente uguali, capaci degli stessi sentimenti e delle medesime passioni.

Un film bello, delicato, a tratti forte e irriducibile nella gestione del dolore. Ma al di là della rabbia e delle lacrime che suscitano alcune scene e certi episodi, ti lascia la migliore cura a tutti i mali del mondo: la speranza e la voglia di crederci ancora. E solo per questo – tralasciando la qualità della regia e la bellezza delle immagini che Matthew Warchus, che lo ha diretto, ci offre – merita di far parte della nostra memoria affettiva. Perché ci aiuta a recuperare quel pezzo di noi che sa emozionarsi ancora per la politica e l’umanità di cui può essere capace.

Vivere a colori: spot per il Roma Pride 2014

il logo del Roma Pride 2014

il logo del Roma Pride 2014

E ci sono quelli che se ne stanno zitti a leggere in piedi nelle piazze.

Quelli che «voi gay siete un pericolo per la pace».

Ci sono quelli che pensano che vogliamo “omosessualizzare” il mondo. Tipo Mignolo e Prof.

Chi manifesta pour tous, anche (o forse solo) per chi ci vuole senza diritti.

E poi ci sono questi ragazzi e queste ragazze, che usano tre ingredienti semplici: la gioia, i colori e la voglia di vivere. Per quello che si è.

Ognuno poi faccia le sue considerazioni.

Noi, per non sbagliare, ci vediamo il 7 giugno al Roma Pride 2014!

Movimento LGBT: cosa fare, subito!

un momento del Roma Pride 2013

«Ok Dario, la critica l’hai fatta e l’analisi pure. Ma la sintesi qual è?»

Questa la domanda che mi ha fatto un amico, dopo il mio post di ieri sulle prospettive che ci attendono con Renzi e i suoi al governo. Proverò a rispondere a quella domanda, procedendo per punti su cosa andrebbe fatto secondo me.

1. Unità del movimento

So che sembra un mantra che dovrebbe prenderci per sfinimento, ma è il punto imprescindibile di partenza. Il movimento LGBT italiano vive due mali. Uno è quello dello scollamento con la comunità, l’altro è la sua parcellizzazione interna. Tanto per capirci, abbiamo qualcosa come cinque o sei associazioni nazionali (quando ne basterebbe una soltanto). Accanto a queste, e spesso in polemica con esse, una miriade di associazioni territoriali.

Premetto che sono convinto che la presenza di molte realtà sia una manifestazione di fermento e quindi di ricchezza. Ma una cosa è la pluralità, un’altra è la balcanizzazione. Occorre fare uno sforzo per trovare una formula confederativa, in cui c’è una grande realtà nazionale – rappresentativa di tutti e col mandato di tutti – che dialoga o si oppone con le istituzioni.

Credo sia stato un errore (uno dei tanti) quello di aver incontrato il 26 febbraio a Roma i deputati del Pd – da parte di Arcigay, Arcilesbica, Famiglie Arcobaleno, Agedo, Certi Diritti, Mit ed Equality – senza aver concordato una linea comune con le altre realtà territoriali. Anche perché occorre ricordare che queste “piccole” realtà – faccio un solo esempio: il Mario Mieli sarà territoriale, ma credo abbia più iscritti e più rilevanza di certe associazioni nazionali – le piccole realtà, dicevo, sopperiscono al vuoto associativo soprattutto in zone di provincia. Vogliamo fare alcuni nomi? Stonewall GLBT a Siracusa (per anni unica realtà della zona), Iken ad Avellino. Disconoscere questo lavoro significa fare un torto non solo alle associazioni in questione, ma alla nostra stessa comunità. E questo ci lacera e ci rende più vulnerabili.

Un secondo passaggio dovrebbe essere quello del recupero con la base. Percorso più lungo, ma ugualmente imprescindibile. Una proposta potrebbe essere quella della creazione di assemblee permanenti, città per città, funzionali al dialogo tra militanti e membri della comunità. Per ascoltarsi, per trovare un accordo su varie questioni, per abbattere la diffidenza che si sta creando anche sull’associazionismo LGBT. Percorso meno immediato e con rischi incalcolabili, ma necessario.

2. Mobilitazione continua

Ci si scanna per la sede e la data di un pride, da celebrare in estate. Abbiamo l’occasione di fare una serie di manifestazioni, sia nella capitale sia nelle rispettive città di appartenenza. Dobbiamo farlo in tempo brevi, perché il tempo è poco. Va da sé che le manifestazioni della capitale assumono rilevanza nazionale non perché le associazioni romane siano più importanti di altre, ma perché – piaccia o meno – a Roma ci stanno le istituzioni.

Arcigay ha la forza di mobilitare migliaia di iscritti e di iscritte. I circoli romani indipendenti altrettanto. Si pensi al pride di Palermo e a quello capitolino, per capirci. Si costruisca un percorso politico, anche insieme a partiti e altre associazioni, per manifestare in migliaia e chiedere garanzie democratiche ben precise.

Occorre altresì trovare alleati. Bisogna far capire, come già accennato, che la lotta per i diritti LGBT è un anello di una lotta più ampia. Non si può combattere per le nostre rivendicazioni se non viviamo in uno stato che garantisca l’individuo nella gestione della sua felicità. Lavoro, educazione, libertà individuali, diritto alla salute, autodeterminazione, gestione dei corpi sono aspetti imprescindibili che si legano tra loro.

Si diventi massa critica, si recuperi lo spirito genuino della stagione delle fiaccolate. Il fatto che non ci scappi il morto non rende la situazione meno urgente. Stanno cercando di decidere per il nostro futuro, mettendoci un bel freno a mano. Se vi sembra poco… a me sembra troppo. Troppo pericoloso.

3. Creazione di una cultura critica

Per mobilitazione non intendo solo la piazza, ma anche la creazione di uno spazio di riflessione. Università, scuole, sindacati, sedi di partito sono i luoghi deputati per discutere della questione LGBT. Occorre parlare alla gente, far capire la bontà della nostra lotta politica che è una lotta per tutti e per tutte (noi sì che siamo pour tous!), perché la questione dei diritti civili è un giro di perle e se spezzi il filo della collana, verranno via man mano tutte le altre.

Nelle scuole va fatta una campagna contro l’omo-transfobia sociale – prima che venga approvata la legge Scalfarotto, che renderà vane proprio questo tipo di iniziative – nelle università vanno organizzati convegni sullo stato del diritto, sul linguaggio, sulle ricadute sociologiche ed economiche delle discriminazioni contro le persone LGBT. Abbiamo belle teste pensanti, nel movimento – un nome per tutti: Rete Lenford – e allora usiamo questi talenti per fare cultura contro l’ignoranza e la rozzezza culturale del fronte omofobo.

Fondamentale il ruolo dei media. Invece di smuovere il galoppino di turno per scrivere trafiletti in cui far comparire lodi alle gaye baronie di pertinenza, usiamo i contatti con la stampa per proporre la bontà delle nostre rivendicazioni, per raccontarle col nostro linguaggio, per informare su ciò che vogliamo davvero a vantaggio non di una minoranza, ma della collettività democratica e civile.

4. Dialogo con le istituzioni

L’unità politica dovrebbe creare un programma definito e una comunanza di intenti. Credo che il movimento debba richiedere senza sconti ulteriori la pienezza dell’uguaglianza giuridica. Poi starà agli attori istituzionali spiegare perché non si vuole arrivare a quel traguardo. Ad ogni modo, il dialogo con le istituzioni è fondamentale, sia a livello locale (e qui rientra il discorso dell’importanza di tutte le realtà associative), sia a livello nazionale.

Dialogo non vuol dire compromesso al ribasso. E mediazione non vuole dire amputazione dei principi inderogabili dell’uguaglianza. Essere uguali, in quanto minoranze, è una prerogativa che descrive la democrazia. La qualifica come tale. Il Partito democratico, a dispetto del suo nome, sembra incapace di concepire questo assunto. Compito del movimento è porlo di fronte a queste contraddizioni e cercare di ottenere il massimo, a livello di confronto. Poi cosa accadrà nelle stanze del potere – considerando il grado di affidabilità delle persone coinvolte dentro i partiti – non può dipendere dalla volontà delle associazioni. Ma il tentativo deve essere fatto.

5. Considerazioni finali

Se non fosse chiaro siamo in guerra. Il fronte omofobo italiano è bene organizzato, armato fino ai denti, finanziato dall’otto per mille, che la chiesa rigira a questa o quella organizzazione. Poi ci sono le carnevalate tristi alla Manif pour tous, ma il problema sta altrove.

Abbiamo il dovere morale, per noi ma anche per la società tutta, di pretendere che questo paese sia migliore. E dobbiamo operare seriamente – cioè, facendo le persone serie e lavorando fattivamente al progetto – affinché ciò avvenga. Altrimenti non avremmo più scusanti. E sarà difficile, se non impossibile, non dar ragione alla rabbia di chi ci dice che il movimento è uguale a quelle caste che hanno affamato il paese. Economicamente e sul fronte della giustizia sociale. Io non voglio essere complice di questo sistema. Io voglio cambiarlo, con la democrazia, per la democrazia.

Gasparotti e le “colpe” delle associazioni LGBT

Rispondo, con questo post, a Giuliano Gasparotti, renziano poi passato a Scelta Civica, per la quale è stato candidato alle scorse elezioni del 2013. Gasparotti mi ha taggato su Twitter il suo articolo sull’Huffington Post in cui sostiene, e riporto sinteticamente, tre posizioni:

  • il clima attuale è culturalmente favorevole all’apertura verso i diritti delle coppie omosessuali, basta vedere le recenti aperture di Bergoglio verso l’omogenitorialità
  • Renzi ha fatto depositare in Senato un avanzatissimo disegno di legge sulle Civil Partnership di tipo inglese
  • di fronte a tanta abbondanza, a mettersi contro sono i soliti cattivi. Non solo i Casini, i Giovanardi, gli Alfano e le Binetti del caso, ma anche le associazioni LGBT, che invece di ringraziare per il dono ricevuto fanno i capricci e si mettono contro, alleandosi di fatto con i settori più retrivi del paese.

Credo che questo articolo – del quale consiglio la visione – contenga diverse inesattezze, che vorrei affrontare punto per punto.

1. Innanzi tutto inviterei Gasparotti e gli altri filopapisti entusiasti a leggere davvero cosa ha detto il pontefice circa i gay e l’omogenitorialità. Il famoso “chi sono io per giudicare?”, che egli cita, è seguito da un richiamo a rifarsi a quanto scritto nel catechismo circa la cura delle persone LGBT. E quanto scritto in quel documento, a cui Bergoglio appunto rimanda, non lascia molto spazio a interpretazioni. Lo riporto per chi ha memoria troppo breve:

catechismo

Sulle famiglie omogenitoriali, il pontefice ha semplicemente ribadito che l’esistenza di questa realtà pone sfide nuove, ha fatto presente che ci sono migliaia di bambini che rischiano (secondo la sua visione) di rimanere lontane dal dettato di Cristo – e quindi, concretamente, dal controllo della chiesa – per poi sottolineare un caso di omogenitorialità problematica, la “triste” esperienza della bambina che non si sentiva amata dalla compagna della madre.

Se io dicessi: non ho mai bevuto vino, devo cominciare a relazionarmi con la cultura enologica anche per capire cosa ha portato quel pover’uomo di mia conoscenza a diventare alcolista, non sto proprio dando un’immagine positiva del fenomeno.

2. Sul ddl renziano mi sono già espresso in passato. E rimando a quella lettura (per cui Gasparotti stesso mi diede dell’incoerente, quando non era altro che la ripresa di posizioni espresse in più articoli nel corso degli ultimi mesi).

3. Sulle associazioni LGBT va fatto un discorso ancora più articolato. Chi mi conosce bene, sa quanto io abbia additato il movimento come responsabile degli errori di strategia degli ultimi anni, circa il riconoscimento dei diritti civili. Che ci siano fatti di cui rispondere è innegabile. Ma è assolutamente falso sostenere che i palazzi del potere non legiferano per l’ostilità delle associazioni! Ne è una riprova la recente legge sull’omofobia, osteggiata – in quanto permissiva verso l’omofobia stessa – da tutto il movimento e da tutta la gay community (miracolo scalfarottiano senza precedenti, l’aver riunito un associazionismo praticamente diviso su tutto) e passata al Senato proprio grazie al voto dei cattolici integralisti (e omofobi, guarda caso).

Gasparotti, per altro, invita a cogliere l’attimo ricordando che i numeri a Palazzo Madama non ci sono. Se ne deduce, di conseguenza, che il momento forse non è così favorevole, se non ci sono i voti necessari per fare le Civil Partnership. Anche se, andando a contare il numero dei senatori e delle senatrici (attraverso il sito ufficiale del Senato) emerge che tra parlamentari del Pd (108) di SEL (7), del MoVimento 5 Stelle (50), senza contare qualche potenziale sì dalle file del Gruppo misto e dei senatori a vita, si arriva alla soglia di 165 parlamentari. La maggioranza, forse, ci sarebbe…

O forse l’esponente di Scelta Civica sa benissimo di non poter contare proprio su quanti della sua coalizione e del Pd sono di matrice cattolica, i cosiddetti teodem, che fino a ora hanno fatto fallire qualsiasi tentativo di miglioramento delle condizioni di vita delle persone LGBT italiane. Il problema, in pratica, non sta fuori dal parlamento – in Arcigay o nel Mario Mieli – ma proprio al suo interno e nei ranghi del centro cattolico reazionario, portato alle camere proprio con Scelta Civica alle ultime elezioni.

Farebbe bene Gasparotti, che ringrazio per la sollecitudine con la quale mi invita a leggere i suoi articoli, a rintracciare i veri colpevoli del nulla di fatto attuale sul fronte dei diritti civili: i suoi colleghi di partito, quegli integralisti religiosi di cui fino a oggi il Pd è stato (e pare rimanere) succube. Il movimento ha altre responsabilità, è innegabile, ma nel caso specifico sta facendo l’unica cosa per cui è nato: chiedere la piena uguaglianza. In una democrazia è quello il fine a cui tendono le minoranze tutte.

Il movimento LGBT che piace a me

Il mio post Il modo migliore ha scatenato le reazioni di alcuni individui che, evidentemente, si sono sentiti toccati da una mia domanda che qui ripropongo: dov’erano moralisti e censori (critici con il movimento LGBT), quando bisognava costruire il mondo così come loro lo volevano?

Ovviamente io non dico che il movimento non vada criticato, semmai di farlo con cognizione di causa. Magari dopo essersi “sporcati le mani”, dopo aver cercato in un modo o nell’altro di aver cambiato le cose e di aver cercato di rendere migliore la vita degli altri.

Anch’io critico l’azione di sindacati e partiti sui risultati, ma non ho posto in discussione la loro stessa esistenza. Cosa che molti detrattori fanno con l’associazionismo LGBT. Siccome non si sentono rappresentati, il movimento rainbow non dovrebbe neppure esistere. Atteggiamento un attimo miope, converrete…

Rispondo con questo articolo a un certo Meursault, che scrive in un commento:

…per impegno associazionistico leggasi: mettere su dei brutti carri di cartapesta unti palestrati che si agitano al ritmo di “ballo ballo” della Carrà (signori e signore: la cultura gay!), e riempire la settimana ‘culturale’, collaterale al Pride, di conferenze sulla forza innovatrice di Carmen Russo nella mai defunta Fininvest. Mirabilissimo anche l’impegno dell’Arcigay nell’includere nel tesseramento locali di cruising e saune dove fare prevenzione è un’utopia, mentre si riesce con un certo successo a collezionare malattie veneree in ordine squisitamente alfabetico. Mirabolante il Mieli poi che fa delle darkroom del muccassassina la punta di diamante del proprio autofinanziamento. Taccio per carità sulle fantasmagoriche imprese del DiGay Project. Se questo è quello che fanno sul campo i cosiddetti attivisti gay, meglio farebbero a starsene a casa. Limiterebbero i danni, almeno.

Vedo che pur essendo molto critico col movimento (che è una realtà politica) Meursault è molto informato circa il milieu commerciale (che fa da sponda a quello politico, finanziandolo). Non so che tipo di esperienza abbia costui con le realtà gay italiane e sicuramente non è biasimabile l’idea di fare del circuito politico uno strumento di liberazione e non un pretesto per interessi altri. Ma lui descrive il movimento solo come comitato d’affari e così non è. Invito lui (e tutti/e voi) a leggere le seguenti attività delle associazioni con le quali io collaboro:

1. CCO Mario Mieli

Roma, 13 novembre, ultimo incontro di formazione sulle malattie sessualmente trasmissibili –http://www.mariomieli.net/fatti-furbo-batti-il-virus-3.html
Roma, 17 novembre, Flash Mob per il Transgender Day of Remembrance 2013 – http://www.mariomieli.net/flash-mob-per-il-transgender-day-of-remembrance-2013.html
Roma, 17 novembre, Welcome per i/le nuovi/e arrivati/e (dove si parla di orientamento e identità di genere) –http://www.mariomieli.net/la-f-e-la-m-non-sono-le-uniche-lettere-ce-ne-sono-altre.html
Roma, novembre 2013, Adesione alla campagna NoiNo.org (contro il femminicidio) –http://www.mariomieli.net/adesione-alla-campagna-noino-org.html

sempre al Mieli, poi, ogni mercoledì c’è la riunione del gruppo giovani, e personalmente sto curando alcune presentazioni di libri, con autori e autrici di fama nazionale.

2. Arcigay Catania

Catania, 12 novembre, cineforum, I ragazzi stanno bene – http://www.mariomieli.net/la-f-e-la-m-non-sono-le-uniche-lettere-ce-ne-sono-altre.html
Catania, 13 novembre, laboratorio di formazione politica, Gaye conversazioni – http://www.arcigaycatania.com/content/gaie-conversazioni-si-riparte

e sempre Catania è in prima linea contro le malattie sessualmente trasmissibili, tanto da aver preso parte a un progetto di prevenzione di dimensione nazionale e da collaborare con l’associazione Plus, di Bologna.

3. Stonewall GLBT Siracusa

Nell’attesa che aggiornino il sito – http://www.stonewall.it/cosa-facciamo/ – faccio notare che l’associazione già da anni porta avanti un progetto contro il bullismo nelle scuole e che ha già attivato il proprio programma culturale, attraverso il cineforum, la presentazione di libri a tematica LGBT e la creazione di progetti culturali di contrasto all’omofobia.

Concludendo.

Come si può constatare agevolmente – e a queste tre potrei aggiungere le realtà di Siena, Trieste, Avellino, Perugia, Bologna, ecc, dentro e fuori i circuiti nazionali – esiste un movimento politico sano, fuori dai giochi di potere che lavora nel territorio e per il territorio. Poi esiste una comunità che da una parte può scegliere tra queste iniziative (oltre Mucca e le discoteche) o decidere di rinchiudersi in una sauna a non far nulla per il benessere collettivo. Per me è legittimo non essere in prima linea, nessuno deve fare qualcosa che non sente di fare.

Ma qui ci si scaglia contro la stessa esistenza di queste realtà, molte delle quali lavorano sulle situazioni di disagio effettivo e, ripeto, nel territorio. Decretare, dall’alto della propria tastiera, che tutto è marcio e che nessuno fa qualcosa di veramente utile – e poi magari chi dice queste cose è il primo a non far nulla e/o a percepirsi come persona non degna di pari dignità perché omosessuale – è un torto grave alle persone che a livello gratuito prestano il loro tempo per rendere migliore la devastata situazione italiana. Situazione devastata a partire proprio dalla comunità LGBT non certo migliore del suo movimento.

Io invece credo nel movimento fatto da quelle persone, dentro e fuori la comunità LGBT, che lavora per il benessere di tutti/e. Anche di quelle persone aprioristicamente critiche con una realtà che non conoscono nemmeno, nella stragrande maggioranza dei casi, e che non legittimano solo perché ha fatto della visibilità un fatto politico qualificante.

Il paradosso del deputato gay

Una cosa che i politici avrebbero dovuto fare in merito al suicidio del quattordicenne romano? Mantenere il silenzio o, al massimo, dichiarare il proprio scoramento umano di fronte a una tragedia così crudele e assurda allo stesso tempo. Così non è stato. Chi ha usato il fatto per attaccare il movimento (come Giovanardi), chi per giustificare la pessima legge che sarà votata in parlamento (“la legge non lo avrebbe comunque salvato”, secondo il pensiero di Alicata), chi per giustificare se stesso e la propria condotta. Quest’ultimo è il caso di Scalfarotto, che ha scritto un post, sul suo blog, in cui ribadisce che:

  • la (sua) legge contro l’omofobia è l’unica possibile
  • non sarà un provvedimento contro i cattolici (ma nessuno lo ha mai chiesto)
  • il vero nemico è il movimento LGBT che lo critica e che vuole mantenere lo status quo
  • risponderà col silenzio alle critiche, impedendo qualsiasi forma di dibattito (ed evviva la democrazia).

Seguono varie amenità contro il M5S, del quale certi suoi rappresentanti verranno querelati per averlo considerato il mandante morale del suicidio del giovane romano (e a questo punto tanto valeva scrivere il più famoso “lei non sa chi sono io”) e un paio di bugie sulla legge Mancino (visto che non è vero che si sta estendendo quel provvedimento, ma se ne sta facendo uno a parte di tipo segregazionista per le persone LGBT che però tutelerà gli omofobi nella loro facoltà di insulto e di propaganda contro omosessuali e persone trans).

A questo articolo risponde il Circolo Mario Mieli di Roma, attraverso un comunicato ufficiale del suo presidente, Andrea Maccarrone che si chiede come mai il deputato democratico difenda ancora una volta il fronte omofobo (quello della famosa lettera all’Avvenire, per intenderci) mentre arrivano insulti al movimento (accusato di “sindrome di Stoccolma”, ovvero di amare i propri carnefici a tal punto da voler mantenere uno stato di guerriglia permanente). E si anche fa notare che il dibattito sulle leggi si fa sempre prima che esse vengano approvate, secondo la normale dialettica democratica di un paese europeo e occidentale.

Invito tutti e tutte voi a leggere i documenti in questione, sebbene mi renda conto quanto sia poco ferragostana questa vicenda che poteva essere cristallina e si è invece trasformata nell’ennesima grottesca puntata della storia dei diritti civili in Italia targata Pd.

Io mi limiterò a far notare che l’onorevole Scalfarotto, la cui elezione avevo pure salutato con favore, sta determinando la situazione paradossale per cui oltre a ricevere il plauso di Paola Binetti & Co. (e questo dovrebbe farlo riflettere e non poco) e le critiche di parte del movimento LGBT, quello più coraggioso almeno (e questo dovrebbe far riflettere noi, ancora largamente incapaci di saper dire “no!” al potente di turno), sta portando in aula un provvedimento che permetterà ai Buttiglione e alle Bindi di turno di poter continuare a dire che l’omosessualità è una perversione, un errore o un peccato. Argomenti su cui si fondano poi tutte le violenze, psicologiche e fisiche, conseguenti.

Contemporaneamente, se da un lato garantisce agli omofobi il diritto di manifestare il loro odio verbale, pardon, la loro “opinione” su milioni di gay, lesbiche e trans, dall’altro querelerà chi lo considera corresponsabile in fatti che vedono giovani adolescenti suicidarsi per il clima di odio alimentato dalla componente cattolica del suo partito.

Scalfarotto dà prova di non amare le critiche (e reprimerle) da parte dei suoi avversari, tradendo il concetto stesso di democrazia; e di tollerare e seguire il plauso dei suoi nemici, tradendo il movimento delle cui istanze di cui si era fatto portatore. La sindrome di Stoccolma in tutto questo permane, ed è evidente, ma forse andrebbero rivisti i termini della sua attribuzione.

Mario Mieli trent’anni dopo


Ecco la mia intervista per la presentazione di Mario Mieli trent’anni dopo, alla festa dell’Unità di Roma. Dal minuto 3:40, per chi va di fretta.

Per chi volesse richiedere una copia del volume, può scrivere al Circolo Mario Mieli. Il libro verrà spedito direttamente a casa vostra.

E non fate caso al fatto che parevo ubriaco. Non riuscivo a smettere di ridere.

Mario Mieli, trent’anni dopo. Molto presto nelle vostre librerie

copertinamieliTrent’anni fa moriva, suicida, Mario Mieli. Franco Buffoni ne ha scritto, su Le parole e le cose, a cui rimando invitandovi caldamente alla lettura.

Ne riporto un pezzo, qui di seguito, per una ragione particolare:

Oggi 12 marzo 2013, in occasione del trentennale della scomparsa, il Circolo Mario Mieli pubblica un libro intitolato Mario Mieli trent’anni dopo, a cura di Dario Accolla e Andrea Contieri, in cui appaiono tutte le poesie inedite e le lettere di Mario a me indirizzate, nonché un testo teatrale pure inedito e, tra le altre, una testimonianza di Milo De Angelis. Questo il sommario completo:

Andrea Maccarrone, Presidente Circolo Mario Mieli, Prefazione
Franco Buffoni, Mario Mieli trent’anni dopo
Mario Mieli, Lettere
Mario Mieli, Poesie
Milo De Angelis, Quella poetica creatura che era Mario Mieli
Mario Mieli, La mia Justine
Francesco Paolo Del Re, La performance totale di Maria M.
Corrado Levi, Che bello scrivere di Mario Mieli!
Francesco Gnerre, Ricordo di Mario Mieli
Dario Accolla, L’eredità di Mario Mieli e il senso della militanza oggi
Nota bio-bibliografica

Per richiederlo: cultura@mariomieli.org

Ben presto, il 24 marzo, presenteremo il libro al Circolo intitolato all’intellettuale e attivista di cui oggi si ricorda la scomparsa.

Ringrazio Franco, per aver reso possibile tutto questo.
Ringrazio Andrea Contieri, per la dedizione e la pazienza.
Ringrazio tutte le persone citate nel suo pezzo, per aver collaborato con me a con Andrea.
E ringrazio Anna “Nim” Borello, per aver prestato la sua arte e aver reso possibile la copertina di questo volumetto.

Oggi su Gay’s Anatomy: “Un dio piccolo piccolo”

Oggi ho deciso di parlare di omofobia religiosa, in merito all’esecuzione dei tre ragazzi gay in Iraq, condannati al rogo.

«…le religioni, che l’uomo ha inventato per rendere più sopportabile la vita su questa terra, si sono trasformate in strumenti di tortura, di perversione dell’umanità e di negazione del diritto. Ed è triste pensare che Allah possa essere grande attraverso il lezzo della carne bruciata di quei poveri ragazzi, così come è tragicomico ricercare la gloria del dio dei cristiani nei continui dinieghi da parte di Ratzinger e dei suoi galoppini parlamentari su questioni quali le leggi anti-omofobia e sulle coppie non sposate.»

Leggete il resto su Gay’s Anatomy.