Maria Elena Boschi e la superiorità dei credenti

Maria Elena Boschi

Dice Maria Elena Boschi, tra le altre cose, in una intervista su Vanity Fair: «La fede ispira anche il mio impegno politico ma le scelte devono essere fatte rispettando le idee di tutti, anche di coloro che non credono».

Il legislatore tuttavia – anzi, la legislatrice nella fattispecie – dovrebbe agire non secondo la sua fede, ma in base a quanto scritto sulla Costituzione. Credere che avere una fede – caratteristica che ai nostri tempi si configura sempre di più come una tara ideologica e non certo un qualcosa che aiuta a progredire nel benessere collettivo (si veda la legge 40, in merito) – sia una marcia in più è un atto di arroganza che posiziona il credente (o il religioso) in un posto privilegiato nel consesso civile e riduce il laico (o l’ateo) ad eccezione dalla norma da “tollerare”.

La ministra, con le sue parole, ci ricorda che si può sopportare anche chi pretende che l’eguaglianza tra esseri umani sia una prerogativa della democrazia e non una concessione divina.

Ma anche questo, appunto, è renzismo.

Oggi sul Fatto Quotidiano: “Omofobia a scuola: il marchio di infamia”

l’omofobia avanza nella scuola e il governo che fa?

Oggi sul Fatto Quotidiano parlo di omofobia a scuola. Le ragioni?

Perché è urgente intervenire tra i banchi, contro certi fenomeni.
Perché fare un certo tipo di informazione non significa omosessualizzare nessuno (solo un idiota potrebbe crederlo davvero).
Perché i movimenti integralisti cattolici stanno operando proprio per fare in modo che non si lotti contro l’omofobia scolastica.
Perché la legge Scalfarotto ha reso possibile il clima culturale che permette tutto questo.

Riporto l’incipit del mio pezzo:

L’omofobia è un atto verbale, prima di ogni altra cosa, soprattutto se assumiamo il concetto biblico – e quindi cristiano – della parola come atto di creazione. Nella Genesi, Dio costruisce prima il mondo e poi fa l’uomo a sua immagine e somiglianza. Questa eguaglianza sta proprio nel fatto che l’essere umano è, come il dio creatore, l’unica specie dotata del dono del dire. E con le parole l’uomo definisce il reale, lo domina.

Buona lettura!

Luxuria a scuola: i cattolici umiliano la democrazia e il sapere

Vladimir Luxuria

Il caso: Vladimir Luxuria era stata invitata al liceo Muratori di Modena per confrontarsi con gli studenti e le studentesse di quella scuola sul tema della transessualità. L’incontro era stato voluto dagli/lle alunni/e dopo una votazione democratica che aveva sancito l’evento. Alcune famiglie, tuttavia, si sono messe di traverso, minacciando che non avrebbero rinnovato l’iscrizione per l’anno successivo dei/lle loro figli/e. L’appuntamento è quindi saltato.

A colorare di grottesco una vicenda di per sé gravissima – perché non solo crea un precedente pericoloso, ovvero impedire che si tenga un’assemblea e tradendo così uno dei momenti di democrazia in un istituto scolastico, ma anche perché segna l’intromissione dei genitori nell’autonomia della scuola – ci pensa Giovanardi, con uno dei suoi soliti deliri: la scuola non è luogo di indottrinamento. I rappresentati cattolici protagonisti della vicenda, si sono trincerati dietro al fatto che mancava un contraddittorio.

Non so cosa avrebbe detto Vladimir Luxuria in quel contesto, ma inviterei tutti e tutte a riflettere sul fatto che si trattava di un’assemblea non finalizzata a convertire gli studenti alla transessualità, ma per parlare delle problematiche di un gruppo sociale. Niente di indottrinante – contrariamente allo studio della religione cattolica, nei nostri istituti – ma, semmai, qualcosa che avrebbe portato conoscenza di un fenomeno.

Magari si sarebbe scoperto, ad esempio, che “transessualità” non è sinonimo di “prostituzione”. E magari si capirebbe perché essa viene scelta da alcune persone transessuali. Forse si sarebbe parlato dei problemi che si incontrano a maturare il percorso di appropriazione della propria identità di genere. Non credo che serva contraddittorio per un processo di conoscenza, anche perché ciò che contraddice il sapere è, appunto, l’ignoranza.

O forse il problema è la transessualità in sé, ma questa sarebbe discriminazione. Forse Giovanardi e i genitori (presumibilmente cattolici), che hanno ferito la democrazia di questo paese, confondono l’omo-transfobia con la libertà di pensiero, forse anche grazie al nuovo clima culturale introdotto dalla legge di riferimento, votata nei mesi scorsi alla Camera, che permetterebbe di esprimere opinioni non costruttive (se non veri e propri insulti) contro le persone LGBT, proprio nelle scuole.

Dovrebbero chiedersi, infine, tutte le persone di buona volontà, se quando si tratta di altri argomenti, sempre per prenderne conoscenza, si debba chiedere, ad esempio, l’intervento di un antisemita per il tema della persecuzioni del popolo ebraico, la presenza di un razzista se si discute di integrazione e immigrazione, o l’opinione di un uxoricida se si deve parlare di femminicidio. A Vladimir Luxuria è stato chiesto di parlare di sé a condizione che ci fosse qualcuno che parlasse contro la sua vita. Mi chiedo quanti cattolici sarebbero disposti a farlo, nei confronti della loro fede. Eppure, il loro “diritto” di essere contrari a qualcosa per cui nutrono un pregiudizio – l’essere trans, nello specifico – ha coinciso con il fatto che si è impedito a una libera cittadina della Repubblica Italiana il diritto (senza virgolette) di esercitare la sua libertà di pensiero.

De substantia Dei o dell’inesistenza di Dio

Alessandro Motta

Alessandro Motta, presidente di Arcigay Catania

Vi propongo, oggi, lo scritto di un caro amico, pubblicato in una nota ufficiale su Facebook:

«Nei secoli molti filosofi e teologi si sono preoccupati di confermare o negare l’esistenza di Dio. Neppure i più sopraffini pensatori e le migliori pensatrici sono riusciti/e a dimostrare né l’una tesi né l’altra, lasciando l’argomento dell’esistenza di Dio alla soggettività; ciò perché si è tantato di giustificarne l’esistenza o la non esistenza ragionando sui suoi attributi. La soluzione, invece, era sempre lì, a portata di mano: i sacerdoti e i credenti.

Poiché non voglio cadere vittima dell’universalità, la mia dimostrazione dell’inesistenza di Dio viene ristretta alla Diocesi di Catania (e per Diocesi – poiché delle distinzioni tra preti in tale sede non ci interessa – considero tutti i credenti non protestanti, per essere ancora maggiormente chiaro: tutti tranne Luterani, Valdesi e Battisti).

La Diocesi di Catania, e tutti i diocesani che attorno ad essa gravitano, sta impiegando una consistente parte del proprio tempo nel tentativo di agire pressioni politiche sul Consiglio Comunale per evitare che questi approvi il Registro delle Unioni Civili. Per legittimare tale posizione la Diocesi e “quelli che le gravitano attorno” hanno fatto ricorso a letture – dolose – del dettato Costituzionale citando gli articoli della Costituzione con memoria selettiva (mai viene citato, ad es. l’art. 3 e moltissimo, invece, l’art. 29), a citazioni – dolose – dello Statuto del Comune di Catania (l’art. 6.12 non per intero, badando bene a non citare la parte in cui il Comune intende famiglia anche quella di fatto). Hanno organizzato, perfino, laboratori di politica e convegni e conferenze per chiarire il proprio punto di vista e l’indirizzo della loro pressione.

Il motivo di tale affatticarsi nel tentativo – che forse riuscirà – di non fare approvare il Regolamento è un motivo squisitamente materiale: si teme una svalutazione della famiglia fondata sul matrimonio; sappiamo bene che il dogma della famiglia naturale fondata sul matrimonio (religioso) è una delle forme di tecnologia del controllo che la Chiesa utilizza per fare presa sui corpi e sulle menti dei/lle fedeli. Non si può rischiare di operare neppure una minima breccia in tale impianto, poiché se si desse dignità pubblica a una coppia che esiste indipendentemente dal matrimonio e che produce effetti pubblici e non solo privati, ciò comporterebbe la fine di un lungo periodo di dominio.

Poi, vi sono anche elementi irrazionali nell’ostilità al Registro (dove per “Registro” si intende qualsiasi diritto a qualsivoglia gruppo che propone un modello differente da quello dominante): omofobia, bigottismo, sadismo. Vorrei soffermarmi sul sadismo. Una premessa: il sadico è spesso un soggetto che per ideologia o religione priva il proprio corpo di qualcosa (cibo, sesso sono gli elementi più diffusi di privazione) e, nel tentativo di sublimare alternativamente il proprio piacere negato, agisce violenze fisiche o psicologiche su sé o su terzi (quelle che oggi sono diffuse macchine e tecnologie sadomaso sono state progettate con finalità costrittive del corpo e repressive della sessualità da soggetti puritani). In questo caso il sadico prova piacere nello schiacciare col proprio modello dominante i modelli alternativi: sono costretto a una vita in cui il mio corpo non è liberato e non posso accettare la libertà (il libertinismo) dei corpi altrui e tutto ciò che non è riconducibile alla sobrietà della sacralità del matrimonio produttore di famiglie naturali è libertino, contro norma e natura e così via.

Il risultato di un simile atteggiamento è il fatto che una porzione della popolazione (le coppie di fatto etero e omosessuali) verranno discriminate nel loro essere e contro la norma e mancanti di pubblica legittimazione e, private della possibilità di un pubblico riconoscimento delle proprie progettualità affettive e relazionali, saranno meno felici.

Da qui, la dimostrazione dell’inesistenza di Dio, o almeno la dimostrazione dell’inesistenza del Dio della Diocesi di Catania: se la Diocesi di Catania fosse convinta dell’esistenza di Dio, per tema di subire le pene dell’inferno (o per vera convinzione nel dettato “ama il prossimo”, non opererebbe discriminazione, né si farebbe promotrice di azioni finalizzate alla mortificazione e alla infelicità di una parte di cittadinanza, contravvenendo allo spirito cristiano su cui Essa dovrebbe fondarsi. Poiché la Diocesi di Catania (e con essa alcuni gruppi evangelici) procede lungo questa via di edificazione di discriminazioni, il Dio che Essa professa non esiste.»

Alessandro Motta, presidente di Arcigay – QueeRevolution, Catania

Manif pour tous a Firenze? Le immagini del flop

manifpourrienCerti media stanno mettendo in giro delle cifre discutibili circa la manifestazione di Firenze. Come si può leggere sulla pagina Facebook dell’organizzazione omofoba Manif pour tous: «la manifestazione LGBT era zero», oppure «la preannunciata ‘contromanifestazione’ LGBT semplicemente non c’era» (cliccate sull’immagine per ingrandire).

Credo che a parlare circa i reali numeri e la natura delle due manifestazioni siano le immagini di quanto si è consumato oggi nel capoluogo toscano.

Da una parte, infatti, c’era il grigiore di coloro che vogliono che in Italia le persone omosessuali e transessuali non abbiano pari dignità e pari diritti. Dall’altra parte, invece, c’era la musica, il colore e la richiesta di diritti del movimento LGBT locale, che si batte affinché tutti e tutte, eterosessuali e non, siano uguali conformemente a quanto scritto nella Costituzione.

Lascio a voi, poi, giudicare cosa è accaduto realmente. Vi dico solo che certa stampa ufficiale parla di 250 (duecentocinquanta) partecipanti per il Manif pour tous e di 150 (centocinquanta) per le associazioni arcobaleno. Il video che vi propongo smentisce certe bugie. Ancora più gravi non solo perché disinformano, ma proprio perché dette anche dal fronte dei cattolici omofobi: per loro, infatti, mentire dovrebbe essere peccato.

Manif pour quoi? Ennesimo flop degli omofobi a Firenze

Convegno omofobo a Firenze, poche presenze in aula

Convegno omofobo a Firenze, poche presenze in aula

Ennesimo flop dell’organizzazione omofobica Manif pour tous, che ha Firenze ha radunato poco più di un centinaio di persone per manifestare contro la legge Scalfarotto. Il presidio delle “sentinelle” ha fatto da sponda a un convegno contro i diritti per le persone LGBT.

Secondo questi signori la legge Scalfarotto introdurrebbe il reato d’opinione, per cui chi si dice contrario a matrimonio e adozioni rischierebbe di finire in galera.

Adesso, va da sé che ciò non è vero. Esiste la legge Mancino, infatti, che condanna e punisce il razzismo e l’antisemitismo. Ma chiunque oggi può dire di essere contrario allo ius soli, ad esempio, o al voto agli immigrati. Alfano e Maroni ce lo ricordano continuamente, eppure nessuno ha torto loro un capello. Con una seria legge contro l’omofobia sarebbe la stessa cosa. Puoi definirti contrario ai matrimoni e nessuno ti direbbe nulla (se non che sei un omofobo, naturalmente).

Per altro basta vedere cosa dice la legge Scalfarotto per capire non solo che quelli di Manif pour tous hanno un preoccupante problema di analfabetismo di ritorno – visto che evidentemente non sanno leggere – ma che sono proprio in mala fede:

legge salvaomofobi

il dd, al contrario, se venisse approvato sancirebbe per legge che gli atti verbali – gli hate speech per intenderci – contro le persone LGBT avrebbero copertura legale.

La legge Scalfarotto, più semplicemente, interviene sulle discriminazioni e le violenze. Ma quelli di Manif pour tous non vogliono che in questo paese si punisca – con una semplice aggravante e come già previsto per i crimini contro neri, ebrei e altre minoranze – nemmeno la violenza contro gay, lesbiche, trans, ecc.

Manif pour tous a Firenze: pochi i manifestanti pro-omofobia

Manif pour tous a Firenze: pochi i manifestanti pro-omofobia

Per questa ragione, da un paio di week end a questa parte, si radunano in questa o quella piazza d’Italia, con risultati abbastanza incoraggianti, per chi l’omo-transfobia la combatte. Dopo il flop di Roma – appena un centinaio di manifestanti – A Firenze, infatti, oggi erano poche presenze, tra strada e palazzo. Basta contare i partecipanti… (le fotografie, quella nell’aula comunale e quella della piazza, sono state prelevate proprio da sostenitori del gruppo in questione).

A conti fatti, duecento omofobi in tutto. La famiglia tradizionale – che tanto ferventemente questi signori vogliono “salvare” – con ogni evidenza non li segue e non li vuole.

A Roma, il marcio per la famiglia

Oggi a Roma, alle 15:30 a piazza SS. Apostoli si terrà una manifestazione “per la famiglia”, promossa dal coordinamento di associazioni omofobe, conosciuto col nome di Manif pour tous.

Lo scopo di queste persone è quello che non venga riconosciuta nessuna legge a sostegno delle persone LGBT. Ferocemente contrari alla legge Scalfarotto – che evidentemente non hanno mai letto, visto che questa tutelerebbe a livello giuridico proprio questo tipo di espressioni di pensiero – il raduno cattolico integralista (al quale aderiscono, per altro, diverse realtà anti-abortiste) di oggi parte da queste premesse: «La legge sull’omofobia è una legge che intende distruggere la famiglia naturale, basata sul matrimonio tra uomo e donna, quella di cui parla la nostra Costituzione agli articoli 29, 30, 31 e che lede irrimediabilmente la libertà religiosa e la libertà di pensiero e di opinione, descritta nell’articolo 21 della Costituzione».

Numerose le adesioni di parlamentari di (estrema?) destra. Tra i nomi più conosciuti: Maurizio Gasparri, Carlo Giovanardi, Lucio Malan, Giorgia Meloni, Alessandro Pagano, Eugenia Roccella, Maurizio Sacconi.

Questa gente non sa, tuttavia, che:

1. la “famiglia naturale basata sul matrimonio” in realtà non esiste. Se è naturale, non ha bisogno di un istituto giuridico per esistere. Se ha bisogno del matrimonio per essere famiglia, non è naturale;
2. in natura non esiste un modello familiare, esistono le cure parentali semmai. Il maschio feconda e va via, il più delle volte, e se torna è per uccidere i cuccioli e accoppiarsi di nuovo. I cuccioli sani sopravvivono, i cuccioli malati vengono abbandonati a morte certa… e via discorrendo;
3. nella storia dell’uomo non esiste un modello familiare univoco. Si pensi alle famiglie poligame, alle famiglie in cui è la donna ad avere il comando e l’uomo assume i ruoli domestici, alle famiglie collettive. Quello di famiglia è un concetto culturale che muta nel tempo e nello spazio;
4. la libertà religiosa non è un valore assoluto. Ognuno è libero di seguire la religione che preferisce e i dogmi che si ritengono validi, la legge prevede questo, ma l’appartenenza a una fede qualsiasi deve sottostare alle leggi vigenti, o sarebbero tollerati, in nome di tale “libertà”, sacrifici umani, infibulazioni, sottomissione delle donne, compravendita di bambine per politiche matrimoniali (come ampiamente documentato sulla Bibbia), ecc.

Ne consegue che nessuna fede può tollerare atti di razzismo, incitamento all’odio o discriminazione all’interno del consesso civile. Quelli di Manif pour tous, vogliono che questo atto di legalità e di buon senso, che già viene osservato per neri, appartenenti ad altri religioni, donne e bambini, non si applichi anche alle persone LGBT.

Per questa gente – per esistere e per continuare ad avere un’identità politica – è fondamentale che si mantenga una situazione di squilibrio, di discriminazione e di violenza ai danni di una fetta della società, rappresentato in particolar modo da gay, lesbiche e trans.

Ci sarebbe da chiedersi, ancora, dove sono queste persone (e quegli stessi politici sopra menzionati) quando c’è davvero da difendere le famiglie dalle politiche fiscali dei vari governi, che tra tasse vecchie e nuove e i tagli ai servizi (scuola in primis) hanno impoverito concretamente la società italiana. Senza per altro riconoscere giuridicamente nessun diritto alla comunità LGBT.

Insomma, oggi a Roma manifestano quelli che vogliono l’aborto clandestino e le legnate per i gay, solo che chiamano tutto questo “famiglia naturale”.

Gasparotti e le “colpe” delle associazioni LGBT

Rispondo, con questo post, a Giuliano Gasparotti, renziano poi passato a Scelta Civica, per la quale è stato candidato alle scorse elezioni del 2013. Gasparotti mi ha taggato su Twitter il suo articolo sull’Huffington Post in cui sostiene, e riporto sinteticamente, tre posizioni:

  • il clima attuale è culturalmente favorevole all’apertura verso i diritti delle coppie omosessuali, basta vedere le recenti aperture di Bergoglio verso l’omogenitorialità
  • Renzi ha fatto depositare in Senato un avanzatissimo disegno di legge sulle Civil Partnership di tipo inglese
  • di fronte a tanta abbondanza, a mettersi contro sono i soliti cattivi. Non solo i Casini, i Giovanardi, gli Alfano e le Binetti del caso, ma anche le associazioni LGBT, che invece di ringraziare per il dono ricevuto fanno i capricci e si mettono contro, alleandosi di fatto con i settori più retrivi del paese.

Credo che questo articolo – del quale consiglio la visione – contenga diverse inesattezze, che vorrei affrontare punto per punto.

1. Innanzi tutto inviterei Gasparotti e gli altri filopapisti entusiasti a leggere davvero cosa ha detto il pontefice circa i gay e l’omogenitorialità. Il famoso “chi sono io per giudicare?”, che egli cita, è seguito da un richiamo a rifarsi a quanto scritto nel catechismo circa la cura delle persone LGBT. E quanto scritto in quel documento, a cui Bergoglio appunto rimanda, non lascia molto spazio a interpretazioni. Lo riporto per chi ha memoria troppo breve:

catechismo

Sulle famiglie omogenitoriali, il pontefice ha semplicemente ribadito che l’esistenza di questa realtà pone sfide nuove, ha fatto presente che ci sono migliaia di bambini che rischiano (secondo la sua visione) di rimanere lontane dal dettato di Cristo – e quindi, concretamente, dal controllo della chiesa – per poi sottolineare un caso di omogenitorialità problematica, la “triste” esperienza della bambina che non si sentiva amata dalla compagna della madre.

Se io dicessi: non ho mai bevuto vino, devo cominciare a relazionarmi con la cultura enologica anche per capire cosa ha portato quel pover’uomo di mia conoscenza a diventare alcolista, non sto proprio dando un’immagine positiva del fenomeno.

2. Sul ddl renziano mi sono già espresso in passato. E rimando a quella lettura (per cui Gasparotti stesso mi diede dell’incoerente, quando non era altro che la ripresa di posizioni espresse in più articoli nel corso degli ultimi mesi).

3. Sulle associazioni LGBT va fatto un discorso ancora più articolato. Chi mi conosce bene, sa quanto io abbia additato il movimento come responsabile degli errori di strategia degli ultimi anni, circa il riconoscimento dei diritti civili. Che ci siano fatti di cui rispondere è innegabile. Ma è assolutamente falso sostenere che i palazzi del potere non legiferano per l’ostilità delle associazioni! Ne è una riprova la recente legge sull’omofobia, osteggiata – in quanto permissiva verso l’omofobia stessa – da tutto il movimento e da tutta la gay community (miracolo scalfarottiano senza precedenti, l’aver riunito un associazionismo praticamente diviso su tutto) e passata al Senato proprio grazie al voto dei cattolici integralisti (e omofobi, guarda caso).

Gasparotti, per altro, invita a cogliere l’attimo ricordando che i numeri a Palazzo Madama non ci sono. Se ne deduce, di conseguenza, che il momento forse non è così favorevole, se non ci sono i voti necessari per fare le Civil Partnership. Anche se, andando a contare il numero dei senatori e delle senatrici (attraverso il sito ufficiale del Senato) emerge che tra parlamentari del Pd (108) di SEL (7), del MoVimento 5 Stelle (50), senza contare qualche potenziale sì dalle file del Gruppo misto e dei senatori a vita, si arriva alla soglia di 165 parlamentari. La maggioranza, forse, ci sarebbe…

O forse l’esponente di Scelta Civica sa benissimo di non poter contare proprio su quanti della sua coalizione e del Pd sono di matrice cattolica, i cosiddetti teodem, che fino a ora hanno fatto fallire qualsiasi tentativo di miglioramento delle condizioni di vita delle persone LGBT italiane. Il problema, in pratica, non sta fuori dal parlamento – in Arcigay o nel Mario Mieli – ma proprio al suo interno e nei ranghi del centro cattolico reazionario, portato alle camere proprio con Scelta Civica alle ultime elezioni.

Farebbe bene Gasparotti, che ringrazio per la sollecitudine con la quale mi invita a leggere i suoi articoli, a rintracciare i veri colpevoli del nulla di fatto attuale sul fronte dei diritti civili: i suoi colleghi di partito, quegli integralisti religiosi di cui fino a oggi il Pd è stato (e pare rimanere) succube. Il movimento ha altre responsabilità, è innegabile, ma nel caso specifico sta facendo l’unica cosa per cui è nato: chiedere la piena uguaglianza. In una democrazia è quello il fine a cui tendono le minoranze tutte.

Civil partnership: cinque passi verso la credibilità

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In un comunicato rilasciato ieri dai firmatari della proposta di legge sulle civil partnership, pare che il modello proposto da Pd e Scelta Civica ricalchi il più avanzato modello tedesco: diritti economici uguali a quelli del matrimonio, adozione della prole da parte del partner. Un punto di partenza che, se orientato verso la piena uguaglianza, porterebbe un sostanziale cambiamento per migliaia di famiglie LGBT in Italia.

Tuttavia, premesso sempre che l’obiettivo finale è il matrimonio con i pieni diritti legati alla genitorialità, piaccia o meno ai cattolici (la cui sensibilità, chissà perché, si risveglia solo quando c’è da impedire il quieto vivere delle famiglie di omosessuali), a parer mio occorrerebbero alcuni passaggi preliminari e intermedi per rendere credibile (e quindi fattibile) l’intera operazione. Vediamo quali.

1. Approvazione della legge contro l’omofobia. E che sia davvero contro, senza la tutela delle affermazioni omofobe dentro le scuole, i partiti, le associazioni, come piacerebbe ai cattolici e a qualche gay parlamentare compiacente. Visto che è in Senato che si gioca la partita, vediamo se la camera alta riuscirà a emendare il testo e a renderlo così come era previsto originariamente. Va da sé che questo processo prevede l’esclusione di parlamentari compromessi dall’iter legislativo.Da quanto leggo sui social, confermato dai commenti al mio post precedente, mi pare che la legge sulle unioni civili avrà credibilità maggiore se si tiene Scalfarotto ben lontano dal DDL. Il quale potrà sempre votare a favore del testo finale, se ha davvero a cuore le sorti della sua comunità. Sarebbe un bel gesto, soprattutto dopo le recenti offese dei mesi scorsi in direzione del movimento LGBT.

2. Uso del linguaggio. Evitare formule quali “per non offendere la sensibilità di nessuno”. Perché i diritti delle persone LGBT dovrebbero essere visti come offensivi, potenziando i sentimenti omofobi di questo paese? Se qualcuno si sente offeso dalla piena democrazia, forse è quel qualcuno a essere in torto. Meglio usare formule quali “provvedimento ampiamente condiviso”, o “largamente condivisibile” o meglio ancora “in direzione della richiesta di democrazia di questo paese” o “di tutela di chiunque, maggioranza e minoranze”. Il cambiamento sociale nasce dal buon uso del linguaggio.

3. Disinnescare il terrorismo dei cattolici estremisti. Magari facendo notare loro che se da un lato si contano numerose iniziative contro matrimoni ugualitari e legge antiomofobia, dall’altro mai si è vista da parte di questi gruppuscoli eversivi (chi vuole impedire la democrazia è eversivo) una manifestazione contro i crimini di pedofilia interna alla chiesa o una marcia di protesta sul fatto che il Vaticano protegge tuttora i prelati macchiati di reati contro i minori. Se si pretende credibilità bisogna prima dimostrare di averne. E i cattolici integralisti di credibilità ne hanno ben poca. Ricordiarglielo non sarebbe un male.

4. Coinvolgimento delle realtà associative. Penso alle grandi realtà nazionali come Arcigay, Agedo e Famiglie Arcobaleno. Ma anche quelle locali importanti come il Mieli a Roma, ma anche le realtà di Torino, Napoli, ecc. Creare un team, un parlamentino consultivo, un gruppo di lavoro che dovrebbe essere di supporto all’azione parlamentare. È chiaro che qui si gioca anche la nostra credibilità come movimento, di fronte un’occasione così importante.

5. Descrizione dell’utile sociale. Ci verrà detto che ci sono provvedimenti più urgenti da fare. Garantire pieni diritti alle coppie e alle persone LGBT e alle coppie non sposate in generale è nell’interesse di tutti/e, perché abbatte i costi sociali ed economici dell’omofobia, perché dà tutela economica a migliaia di famiglie, potenzia il potere d’acquisto (moltissime coppie, gay e non, potranno accedere ai mutui facendo respirare il mercato immobiliare), ecc. Perché una società con meno discriminazioni è una società più sana, coesa, più forte anche a livello di salute psichica collettiva (tradotto: meno aggressioni, meno suicidi, meno casi di rifiuti in famiglia, più benessere diffuso).

Tutti questi passi sono fondamentali, a parer mio, perché il provvedimento sulle unioni civili nasca sotto il migliore degli auspici. Poi starà a noi del movimento LGBT essere in prima linea per l’avanzamento delle richieste. Le quali, ricordiamoci, non si limitano al matrimonio e all’adozione, ma includono i diritti alla salute, alle tutele nel mondo del lavoro, alla questione trans e a tutto quanto possa migliorare le condizioni di vita in questo paese. Nell’interesse di chiunque.

Perché la famiglia cattolica ha bisogno dell’odio?

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“Cesso di pseudo-donna infame, pettena franxe (lesbica in senso dispregiativo), schifo, camionista, spero che in coda non ci siano troppi zingari prima di me, se arriviamo in consiglio finisce male.”

Amorevoli parole che la consigliera del comune di Venezia, Camilla Seibezzi, ha dovuto leggere sul profilo Facebook di un suo “collega” di Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, non nuovo a questo di aggressioni verbali ai danni delle persone LGBT.

Ma la cosa ancora più grave è che mentre elencava gli insulti rivolti alla sua persona, solo perché donna omosessuale, il presidente del consiglio comunale l’ha stoppata. Seibezzi, per protesta, ha lasciato l’aula. Tutto questo accadeva durante la commemorazione del presidente Mandela, da cui evidentemente il centro-sinistra (e men che mai la destra becera) nulla ha imparato. Solidarietà umana e politica alla consigliera, “rea” di voler vivere la sua vita nella dimensione della dignità umana.

Ma non è tutto.

Al Parlamento Europeo si discuteva, in questi giorni, di approvare una risoluzione che chiedeva il diritto all’interruzione di gravidanza in luoghi pubblici e clinicamente sicuri (ovvero, strutture ospedaliere dove vengono rispettati gli standard igienici).

Questo provvedimento non era voluto per incrementare le pratiche abortive, ma perché anche grazie alle politiche restrittive delle destre in vari paesi, sta aumentando l’aborto clandestino.

Indovinate chi ha fatto fallire la cosa, mandando in minoranza la risoluzione? I cattolici del Pd, un drappello di integralisti religiosi capitanati da elementi quali Patrizia Toia, Silvia Costa e Vittorio Prodi. Grazie a questa gente, adesso migliaia di donne in Europa non avranno il diritto all’assistenza garantita per legge a livello comunitario. Ciò significa che si incrementeranno le pratiche clandestine, soprattutto laddove vi sono forti concentrazioni di donne migranti.

Il provvedimento, tra l’altro, rischiava di aprire secondo questi signori alla fecondazione per le donne omosessuali. E si sa, quando c’è da difendere la norma eterosessista (e di fare un dispetto a gay e lesbiche) cattolici e destre becere sono sempre in prima linea.

Peccato che il “rispetto” per la “vita” di questa gente non coincida col rispetto per la vita di milioni di persone. E chissà perché, dentro certi ambienti clerico-conservatori, si sente l’esigenza di insultare le persone LGBT e di mandare le donne dai macellai per tutelare famiglie che mai accederebbero a certe pratiche di civiltà.

Chissà perché l’alleanza di cattolici e fascisti ha bisogno dell’odio verso donne e omosessuali per portare avanti le proprie istanze.

E chissà che Renzi, nuovo segretario del Pd, non metta fine anche alle carriere politiche di chi, a Strasburgo, lavora in direzione dell’odio.