Sposi gay a Sanremo. Molto bene, con un ma…

Avrei voluto parlare di Stefano e Federico, i due ragazzi che andranno a sposarsi a New York il 14 febbraio e il cui video sulla loro storia sta spopolando nel web, proprio per il 14 febbraio, in occasione del loro matrimonio (e lo farò comunque). Ma sono andati a Sanremo e la cosa è storica quasi quanto le dimissioni di un papa. Per cui vale la pena spenderci due pensieri a caldo.

Il primo, buono: si parla, finalmente, di matrimonio. Non di generiche unioni alla tedesca. Non dei balbettamenti di Bersani e della bava alla bocca di Rosy Bindi, tra una bugia e l’altra, da perfetta cattolica, sulla Costituzione. No. Loro vogliono sposarsi, non basta la convivenza (quella esiste di per sé). È l’adesione a un simbolo che li scaglia, così e semplicemente, nell’universo dei “normali”. Con buona pace di Ratzinger che, forse, poteva aspettare qualche giorno in più per dar fiato alle trombe, ormai prive di ghost writer almeno fino a metà marzo, dei Giovanardi e dei Casini di turno.

Il secondo, un po’ meno: il video originale conteneva un paio di riferimenti al sesso. E attenzione, non al sesso consumato in fretta, agito, vissuto da subito. Bensì si alludeva al sentimento dell’attesa, al momento in cui l’amore si sarebbe realizzato anche nella sua dimensione fisica, nella fusione dei corpi, nel linguaggio della passione. Niente di pornografico. Semmai il suo esatto opposto. Ma l’Ariston ha preferito tagliare questa dimensione, tutta squisitamente umana. E ancora, nessun bacio è stato permesso e men che mai si è concessa loro un’ultima parola, non scritta su un cartello, ma detta a voce. Una realizzazione vocale di due esistenze che invece, per paradosso in un festival di canzoni, sono state raccontate nel silenzio.

Per farla breve: quella di stasera è una vittoria, ma è una vittoria all’italiana. È un po’, a ben vedere, nel segno di quella concezione, tutta piddina o se vogliamo “cattocomunista”, sui diritti civili: ok, ne parliamo, ma un passo alla volta, senza concedere troppo, non coprendo tutti gli spazi delle possibilità. Secondo una logica per cui noi chiediamo di sposarci, ma nel programma c’è scritto unioni civili.

Poi va da sé, la cosa in sé è un bene. E il pubblico ha applaudito. Ma la piena democrazia, in casi come questo, è un’altra cosa e fa rima con piena uguaglianza. Lasciatemelo dire.

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Primarie da copione, con flop finale

Niente di nuovo sotto il sole, sarebbe da dire. Bersani primo, Renzi secondo, Vendola terzo e Puppato e Tabacci con percentuali tali da rendere gloriose le ultime tornate elettorali di Rifondazione & ko. Adesso nel teatrino della politica si consumerà ciò che in altri paesi si chiama consacrazione e che qui in Italia, patria di ogni corruzione semantica possibile, è definito col termine di primarie.

Perché dico questo? Cito Aldo Busi, sottile analista della pagina politica di ieri il quale, oltre ad aver definito i “fantastici cinque” con l’epiteto più idoneo di “smoscia-uccelli”, fa notare ad una Parietti in cerca disperata di visibilità, senza nemmeno l’attenuante dell’Isola dei Famosi –il momento più alto del suo eloquio è stato una citazione plurima dell’epiteto “culo” – che questa tornata “elettorale” è cosa modesta rispetto alle gare, quelle vere, che possiamo assistere altrove.

Queste primarie avrebbero avuto un senso, in altre parole, senza l’ingombrante presenta di un Bersani come espressione di un potere, quello dell’apparato di partito, che non ha intenzione di schiodarsi da poltrone et similia.

Votare l’attuale segretario del Pd ha avuto il solo significato di giustificare gli ultimi vent’anni di politica italiana. Tutta. Quindi il berlusconismo, che è il vero creatore dell’attuale classe dirigente di quel partito, tolte alcune eccezioni, va da sé.

Ieri perciò non si è votato tra due o più progetti di sinistra da presentare all’elettorato. È stata per lo più una conta per capire se il modello politico vincente in Italia debba essere quello della conservazione o quello dell’innovazione. E faccio presente che considero il primo modello quello proposto da Bersani e Vendola, il secondo quello seguito da Renzi. Certo, un’innovazione di tipo centrista e liberista, ma sempre preferibile al cattocomunismo che è stato fertile humus dell’ultimo ventennio. Fosse non altro per ridefinire su basi nuove il concetto di sinistra.

Il copione seguirà come deve: l’elettorato piddino, ligio nel prendere le parti del più forte, eleggerà senza nulla obiettare – a cominciare da tutto il male derivante dal governo Monti, sostenuto in tutto e per tutto dall’attuale segretario del Pd – Bersani, per poi lamentarsi, subito dopo, dei mali italiani. Un po’ come Susanna Camusso, la cui dichiarazione di voto ha di fatto distrutto ogni residuo di credibilità della CGIL (per chi non lo sapesse, la signora in questione ha votato il responsabile delle politiche per cui poi fa scioperare i lavoratori).

Vendola intanto fa l’occhiolino ai due finalisti. Dimenticando di ricordare di aver firmato un documento di intenti che lo lega a doppia mandata al leader piddino… certo, potrebbe fare l’ago della bilancia e chiedere maggiori garanzie su diritti civili, scuola, spese militari (da ridurre), questione morale, ecc. Temo che si accontenterà di recitare la sua parte da comprimario, delegando Casini a perno della futura coalizione.

E questo è quanto, popolo. Con un’ultima considerazione. A votare, sono andati in tre milioni e poco più. Cifra rispettabilissima, per carità. Ma il Pd – e gli altri candidati – riflettano bene: è il dato più basso nella storia delle primarie italiane. Anche se temo che tale riflessione, come molte altre, su quello che in realtà è un flop, purtroppo non arriverà.

Elezioni anticipate: pd cerca candidato. Lo han detto a Silvio

«Se andiamo alle elezioni ora, Fini non ha il partito e il Pd non ha il candidato. Me l’hanno confessato loro stessi… dicono che ne stanno cercando uno al Nord.» Silvio Berlusconi, 7 settembre 2010 (leggi qui).

Si aspetta con ansia la doverosa smentita di Bersani. O chi per lui. Perché sarebbe davvero grave che il principale partito d’opposizione sveli i suoi punti deboli direttamente al nemico. Una cosa, poi, è l’evidenza, ma un’altra è la dichiarata mancanza di strategia. Sa di impotenza.

Nel frattempo sia Rosy Bindi, sia Nicola Latorre danno il loro endorsement a Vendola. Questo rende credibile Berlusconi, sul fatto che il pd non abbia effettivamente un proprio candidato.

E riguardo all’intesa Bindi-Vendola, dico solo che il concetto di potere criptolesbo-cattogay suona veramente male.