Sul razzismo, i migranti delinquenti e su chi ha cominciato prima

5030306091_488c1c7510_oHo condiviso un articolo, sul mio profilo Facebook, riguardo l’aggressione a Catania contro i tre migranti egiziani. «Non sono riuscito a vedere il video. Piccola riflessione: se a difendere la nostra “civiltà” sono questi personaggi, forse è il caso di sostituire i nostri abitanti con persone immigrate. Abbiamo solo da guadagnarci», è stato il mio commento.

Una persona che non conosco si è sentita in dovere di commentare così: «Non li difendo ! e non giustifico ! ma per arrivare a questo mi chiedo cosa abbiano fatto gli altri ? !» (la punteggiatura non è mia). Un’altra, invece, la butta sulla reazione rispetto alla delinquenza e ai soprusi che gli immigrati fanno ai danni della nostra società.

Ebbene, vogliamo affrontare seriamente questo discorso del “ma gli altri cosa hanno fatto?”. Lo vogliamo chiedere a chi ha subito cinque secoli di colonialismo selvaggio? Vi hanno mai detto che i belgi in Congo tagliavano le mani a quei neri che non portavano a compimento il lavoro assegnato (che non era esattamente riempire moduli in un ufficio)? Vogliamo parlare di intere civiltà distrutte, nel corso dei secoli? Di cosa facevano i francesi in Algeria fino a cinquant’anni fa? Si ha memoria di come abbiamo conquistato l’Etiopia, ovvero avvelenando i pozzi? Vogliamo parlare delle logiche del neocolonialismo, dopo gli anni ’60? Di chi ha messo Saddam Hussein in Iraq, i talebani in Afghanistan e di chi arma la mano dell’Isis?

Vogliamo davvero prenderlo questo discorso? Perché quello che oggi arriva nelle nostre coste, nel bene e nel male, è il frutto di tutto questo. Per cui, forse, agitare l’argomento di chi ha cominciato prima e di cosa ha fatto quell’altro, non mi sembra una scelta molto furba.

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Quel cassetto in mezzo al cuore

chiave-dei-ricordiEra il tempo in cui il sole tramontava nella sala da pranzo, sui tulipani che amavo comprare di tanto in tanto, nei pomeriggi di fine autunno. Quando la luce si faceva più obliqua, per lasciare posto alla stagione del sonno e del crepuscolo. Quando non ci si curava del freddo e l’aria era arancione. Quando si rideva per il sapore della cannella e quando si stava comunque insieme, a contendersi l’unica poltrona disponibile per parlare di ogni cosa. La televisione accesa, la musica su MTV, anche se per qualcuno potrebbe essere poco poetico. E gli amori tutti sbagliati, di tutti e tutte noi. L’avvicendarsi delle persone, che pure rimanevano sempre, come la scia del profumo di quando ci si preparava per uscire la sera. Era il tempo in cui il venerdì sera era il tuo sabato del villaggio, quando si varcava la soglia di quel locale ed ogni cosa sussurrava che chi avresti baciato doveva pur rimanere per sempre, prima o poi. Perché dovevi crederci, perché era quello il sogno segreto del tuo cassetto custodito da qualche parte dentro il cuore.

Era il tempo in cui avresti inventato il tuo lessico familiare, le parole che solo tu e ciò che si agitava in quelle pareti avreste potuto cogliere in tutto il suo significato di avvenire. Anche se poi saremmo stati presi tutti e tutte e saremmo stati lanciati come coriandoli, in un carnevale senza maschere e con i nostri volti nudi ad animare la festa. Era il momento in cui avresti imparato lingue nuove e nuovi dolori, per poi rinunciare a ciò che non serve e che non ha identità, perché non può avere spessore ciò che ti lascia solo il vuoto e niente più.

Era il tempo in cui avresti capito, senza fretta alcuna ma con tutto il tempo che ci sarebbe stato concesso, che le persone restano anche quando vanno via per sempre. E che altre fanno finta di esserci per poi ferirti senza nessuna cura di circostanza, anche se è così che deve andare. E di tutto quel tempo sarebbe rimasto il profumo delle lenzuola stese, la bellezza delle feste in terrazza, gli abbracci di chi, che per qualche assurda e opportuna ragione, si è conficcato dentro il petto senza nemmeno ferirti. Ma se la spina la muovi, ogni tanto, fa un po’ male ed è dolce lo stesso, come sempre succede quando dialoghi con la nostalgia di ciò che è stato, che non tocchi più eppure è da qualche parte dentro di te, sempre in quel cassetto. Sempre in mezzo al cuore.

Family Pride

Sono stati i giorni dell’Onda Pride e ho fatto come una trottola, tra Roma, Palermo e Catania.

Avevo in mente di scrivere un post sulle emozioni, il valore politico del fatto che dieci città scendano in piazza tutte insieme, ecc.

Poi ho pensato che due immagini potevano raccontare al meglio questa settimana appena trascorsa.

Questa, per cominciare:

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famiglie orgogliose…

E quest’altra:

famiglie da pride

famiglie da pride

E come ho già scritto altrove, credo che si possa commentare così: noi persone LGBT siamo per un’unica forma di amore, quello vero. Altre parole sono superflue. Così come certi silenzi.

De substantia Dei o dell’inesistenza di Dio

Alessandro Motta

Alessandro Motta, presidente di Arcigay Catania

Vi propongo, oggi, lo scritto di un caro amico, pubblicato in una nota ufficiale su Facebook:

«Nei secoli molti filosofi e teologi si sono preoccupati di confermare o negare l’esistenza di Dio. Neppure i più sopraffini pensatori e le migliori pensatrici sono riusciti/e a dimostrare né l’una tesi né l’altra, lasciando l’argomento dell’esistenza di Dio alla soggettività; ciò perché si è tantato di giustificarne l’esistenza o la non esistenza ragionando sui suoi attributi. La soluzione, invece, era sempre lì, a portata di mano: i sacerdoti e i credenti.

Poiché non voglio cadere vittima dell’universalità, la mia dimostrazione dell’inesistenza di Dio viene ristretta alla Diocesi di Catania (e per Diocesi – poiché delle distinzioni tra preti in tale sede non ci interessa – considero tutti i credenti non protestanti, per essere ancora maggiormente chiaro: tutti tranne Luterani, Valdesi e Battisti).

La Diocesi di Catania, e tutti i diocesani che attorno ad essa gravitano, sta impiegando una consistente parte del proprio tempo nel tentativo di agire pressioni politiche sul Consiglio Comunale per evitare che questi approvi il Registro delle Unioni Civili. Per legittimare tale posizione la Diocesi e “quelli che le gravitano attorno” hanno fatto ricorso a letture – dolose – del dettato Costituzionale citando gli articoli della Costituzione con memoria selettiva (mai viene citato, ad es. l’art. 3 e moltissimo, invece, l’art. 29), a citazioni – dolose – dello Statuto del Comune di Catania (l’art. 6.12 non per intero, badando bene a non citare la parte in cui il Comune intende famiglia anche quella di fatto). Hanno organizzato, perfino, laboratori di politica e convegni e conferenze per chiarire il proprio punto di vista e l’indirizzo della loro pressione.

Il motivo di tale affatticarsi nel tentativo – che forse riuscirà – di non fare approvare il Regolamento è un motivo squisitamente materiale: si teme una svalutazione della famiglia fondata sul matrimonio; sappiamo bene che il dogma della famiglia naturale fondata sul matrimonio (religioso) è una delle forme di tecnologia del controllo che la Chiesa utilizza per fare presa sui corpi e sulle menti dei/lle fedeli. Non si può rischiare di operare neppure una minima breccia in tale impianto, poiché se si desse dignità pubblica a una coppia che esiste indipendentemente dal matrimonio e che produce effetti pubblici e non solo privati, ciò comporterebbe la fine di un lungo periodo di dominio.

Poi, vi sono anche elementi irrazionali nell’ostilità al Registro (dove per “Registro” si intende qualsiasi diritto a qualsivoglia gruppo che propone un modello differente da quello dominante): omofobia, bigottismo, sadismo. Vorrei soffermarmi sul sadismo. Una premessa: il sadico è spesso un soggetto che per ideologia o religione priva il proprio corpo di qualcosa (cibo, sesso sono gli elementi più diffusi di privazione) e, nel tentativo di sublimare alternativamente il proprio piacere negato, agisce violenze fisiche o psicologiche su sé o su terzi (quelle che oggi sono diffuse macchine e tecnologie sadomaso sono state progettate con finalità costrittive del corpo e repressive della sessualità da soggetti puritani). In questo caso il sadico prova piacere nello schiacciare col proprio modello dominante i modelli alternativi: sono costretto a una vita in cui il mio corpo non è liberato e non posso accettare la libertà (il libertinismo) dei corpi altrui e tutto ciò che non è riconducibile alla sobrietà della sacralità del matrimonio produttore di famiglie naturali è libertino, contro norma e natura e così via.

Il risultato di un simile atteggiamento è il fatto che una porzione della popolazione (le coppie di fatto etero e omosessuali) verranno discriminate nel loro essere e contro la norma e mancanti di pubblica legittimazione e, private della possibilità di un pubblico riconoscimento delle proprie progettualità affettive e relazionali, saranno meno felici.

Da qui, la dimostrazione dell’inesistenza di Dio, o almeno la dimostrazione dell’inesistenza del Dio della Diocesi di Catania: se la Diocesi di Catania fosse convinta dell’esistenza di Dio, per tema di subire le pene dell’inferno (o per vera convinzione nel dettato “ama il prossimo”, non opererebbe discriminazione, né si farebbe promotrice di azioni finalizzate alla mortificazione e alla infelicità di una parte di cittadinanza, contravvenendo allo spirito cristiano su cui Essa dovrebbe fondarsi. Poiché la Diocesi di Catania (e con essa alcuni gruppi evangelici) procede lungo questa via di edificazione di discriminazioni, il Dio che Essa professa non esiste.»

Alessandro Motta, presidente di Arcigay – QueeRevolution, Catania

A Catania l’orgoglio LGBT non va in letargo

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Oggi pomeriggio, a Catania, si terrà il primo pride invernale italiano. Un iniziativa che mi fa essere molto fiero dei miei amici e delle mie amiche giù in Sicilia e di Arcigay Queerevolution.

Il percorso è il solito, da piazza Borgo a piazza Teatro. I contenuti gli stessi. D’altronde viviamo ancora in un contesto politico che nella migliore delle ipotesi ci ignora. E quando non ci ignora, ci insulta. A dire no a questa insipienza democratica, la comunità LGBT e gay-friendly etnea scenderà in piazza regalando alla città una magia fatta dai colori dell’arcobaleno miscelati all’atmosfera natalizia.

Vogliamo ricordare, a Catania, che la marcia per la piena uguaglianza e per una società dei diritti non si arresta mai. Anche quando certi diritti sembrano acquisiti. Basti pensare all’interruzione di gravidanza, di fatto abolita in Spagna dal governo sempre più fascista di Rajoy.

Per questa e altre ragioni, oggi fatevi un regalo, amici siciliani e amiche siciliane: alle 18:30 andate al pride d’inverno, colorate la città e gridate il vostro diritto alla gioia. Perché è un diritto di tutti e tutte.

Il movimento LGBT che piace a me

Il mio post Il modo migliore ha scatenato le reazioni di alcuni individui che, evidentemente, si sono sentiti toccati da una mia domanda che qui ripropongo: dov’erano moralisti e censori (critici con il movimento LGBT), quando bisognava costruire il mondo così come loro lo volevano?

Ovviamente io non dico che il movimento non vada criticato, semmai di farlo con cognizione di causa. Magari dopo essersi “sporcati le mani”, dopo aver cercato in un modo o nell’altro di aver cambiato le cose e di aver cercato di rendere migliore la vita degli altri.

Anch’io critico l’azione di sindacati e partiti sui risultati, ma non ho posto in discussione la loro stessa esistenza. Cosa che molti detrattori fanno con l’associazionismo LGBT. Siccome non si sentono rappresentati, il movimento rainbow non dovrebbe neppure esistere. Atteggiamento un attimo miope, converrete…

Rispondo con questo articolo a un certo Meursault, che scrive in un commento:

…per impegno associazionistico leggasi: mettere su dei brutti carri di cartapesta unti palestrati che si agitano al ritmo di “ballo ballo” della Carrà (signori e signore: la cultura gay!), e riempire la settimana ‘culturale’, collaterale al Pride, di conferenze sulla forza innovatrice di Carmen Russo nella mai defunta Fininvest. Mirabilissimo anche l’impegno dell’Arcigay nell’includere nel tesseramento locali di cruising e saune dove fare prevenzione è un’utopia, mentre si riesce con un certo successo a collezionare malattie veneree in ordine squisitamente alfabetico. Mirabolante il Mieli poi che fa delle darkroom del muccassassina la punta di diamante del proprio autofinanziamento. Taccio per carità sulle fantasmagoriche imprese del DiGay Project. Se questo è quello che fanno sul campo i cosiddetti attivisti gay, meglio farebbero a starsene a casa. Limiterebbero i danni, almeno.

Vedo che pur essendo molto critico col movimento (che è una realtà politica) Meursault è molto informato circa il milieu commerciale (che fa da sponda a quello politico, finanziandolo). Non so che tipo di esperienza abbia costui con le realtà gay italiane e sicuramente non è biasimabile l’idea di fare del circuito politico uno strumento di liberazione e non un pretesto per interessi altri. Ma lui descrive il movimento solo come comitato d’affari e così non è. Invito lui (e tutti/e voi) a leggere le seguenti attività delle associazioni con le quali io collaboro:

1. CCO Mario Mieli

Roma, 13 novembre, ultimo incontro di formazione sulle malattie sessualmente trasmissibili –http://www.mariomieli.net/fatti-furbo-batti-il-virus-3.html
Roma, 17 novembre, Flash Mob per il Transgender Day of Remembrance 2013 – http://www.mariomieli.net/flash-mob-per-il-transgender-day-of-remembrance-2013.html
Roma, 17 novembre, Welcome per i/le nuovi/e arrivati/e (dove si parla di orientamento e identità di genere) –http://www.mariomieli.net/la-f-e-la-m-non-sono-le-uniche-lettere-ce-ne-sono-altre.html
Roma, novembre 2013, Adesione alla campagna NoiNo.org (contro il femminicidio) –http://www.mariomieli.net/adesione-alla-campagna-noino-org.html

sempre al Mieli, poi, ogni mercoledì c’è la riunione del gruppo giovani, e personalmente sto curando alcune presentazioni di libri, con autori e autrici di fama nazionale.

2. Arcigay Catania

Catania, 12 novembre, cineforum, I ragazzi stanno bene – http://www.mariomieli.net/la-f-e-la-m-non-sono-le-uniche-lettere-ce-ne-sono-altre.html
Catania, 13 novembre, laboratorio di formazione politica, Gaye conversazioni – http://www.arcigaycatania.com/content/gaie-conversazioni-si-riparte

e sempre Catania è in prima linea contro le malattie sessualmente trasmissibili, tanto da aver preso parte a un progetto di prevenzione di dimensione nazionale e da collaborare con l’associazione Plus, di Bologna.

3. Stonewall GLBT Siracusa

Nell’attesa che aggiornino il sito – http://www.stonewall.it/cosa-facciamo/ – faccio notare che l’associazione già da anni porta avanti un progetto contro il bullismo nelle scuole e che ha già attivato il proprio programma culturale, attraverso il cineforum, la presentazione di libri a tematica LGBT e la creazione di progetti culturali di contrasto all’omofobia.

Concludendo.

Come si può constatare agevolmente – e a queste tre potrei aggiungere le realtà di Siena, Trieste, Avellino, Perugia, Bologna, ecc, dentro e fuori i circuiti nazionali – esiste un movimento politico sano, fuori dai giochi di potere che lavora nel territorio e per il territorio. Poi esiste una comunità che da una parte può scegliere tra queste iniziative (oltre Mucca e le discoteche) o decidere di rinchiudersi in una sauna a non far nulla per il benessere collettivo. Per me è legittimo non essere in prima linea, nessuno deve fare qualcosa che non sente di fare.

Ma qui ci si scaglia contro la stessa esistenza di queste realtà, molte delle quali lavorano sulle situazioni di disagio effettivo e, ripeto, nel territorio. Decretare, dall’alto della propria tastiera, che tutto è marcio e che nessuno fa qualcosa di veramente utile – e poi magari chi dice queste cose è il primo a non far nulla e/o a percepirsi come persona non degna di pari dignità perché omosessuale – è un torto grave alle persone che a livello gratuito prestano il loro tempo per rendere migliore la devastata situazione italiana. Situazione devastata a partire proprio dalla comunità LGBT non certo migliore del suo movimento.

Io invece credo nel movimento fatto da quelle persone, dentro e fuori la comunità LGBT, che lavora per il benessere di tutti/e. Anche di quelle persone aprioristicamente critiche con una realtà che non conoscono nemmeno, nella stragrande maggioranza dei casi, e che non legittimano solo perché ha fatto della visibilità un fatto politico qualificante.

Pride 2013: orgoglio e libertà!

Ricomincia la stagione dei Pride italiani. Ogni anno sempre più città organizzano le marce della fierezza LGBT. Una manifestazione contestata, dal versante eterosessuale (parte di) perché “poco per bene” e da quello omosessuale (sempre una parte di) perché poco rassicurante.

Apro una parentesi su questo.

Ok, è vero: se andate ai pride qualche tetta e qualche muscolo unto lo potrete incontrare. Ma per ottenere lo stesso risultato vi basterà accendere la TV in qualsiasi ora del giorno o della notte, osservare cartelloni pubblicitari per strada, addirittura nelle pagine dei quotidiani. Di che vi lamentate, allora? Solo perché il corpo, in alcuni casi, investe una rivendicazione politica? O solo perché non tollerate un certo cattivo gusto? Libertà dovrebbe essere poter manifestare il proprio lato trash senza la pretesa (soprattutto se proiettata dall’esterno) di essere moralmente superiori agli altri.

Poi è singolare il fatto che questo tipo di critiche, quando ne parliamo, mi vengano da gay e lesbiche che magari ancora non lo hanno detto a casa o, addirittura, da chi sostiene che leggi antiomofobia non devono essere fatte e che gli omofobi hanno tutto il diritto di essere tali, sempre per la questione della libertà individuale. Per questa gente i fascistelli hanno tutto il diritto di menare il frocio, ma il frocio non può stare su un carro in mutande. Ragazzi/e, andate da uno bravo, ve lo dico col cuore. Magari la finirete di percepire voi stessi come persone a umanità limitata.

E chiudo qui la parentesi.

Parliamo del contesto storico. Media e politica si sono alleati: fioccano lettere strappacuore di presunti ragazzini problematici che dicono: ok, sono frocio, diritti ne voglio pochi, figli men che mai, purché mi lasciate vivere in santa pace. Repubblica pubblica, i parlamentari leggono e finalmente si convincono: avrete diritti, uguali a quelli del matrimonio, ma diversi da quelli del matrimonio. Quindi di meno, e figli men che mai. E ti viene da dire: ma tu guarda!

Quindi, ricapitolando: abbiamo una comunità LGBT che parte ancora dall’ABC, una classe politica che si riassume in due parole – governo e Letta – e una previsione di bilancio dei diritti di tipo segregazionista. Se tutto va bene, e quel se è grande quanto una galassia, avremo un istituto separato, a diritti ridotti, che non deve toccare la sacralità del matrimonio e ci farà entrare nel palazzo dell’eguaglianza come un parente di cui vergognarsi entrerebbe dalla porta di servizio. Per molti questo si chiama progresso e unica strada percorribile al momento. Per me tutto questo è uno schifo. Ma io sono io e, parafrasando il marchese del Grillo, non sono nemmeno un cazzo. Ergo, non posso fare altro che guardare a quella che sarà storia come il momento in cui la sinistra ha abdicato – tanto per cambiare – la destra è diventata frocia col culo degli altri – come sempre – e la comunità LGBT si sarà accontentata dell’elemosina. Poi però non lamentatevi se vi trattano da mendicanti. Ok?

Fine della polemica.

Riporto di seguito le date dei Pride italiani, ripresa da Queer BLog:

• 8 giugno: Torino (slogan: Ma tu quante famiglie conosci?)
• 15 giugno: Barletta, Roma (slogan: Roma città aperta) e Vicenza
• 22 giugno: Palermo – Pride Nazionale
• 29 giugno: Bologna, Cagliari, Catania, Milano, Napoli
• 6 luglio: Viareggio

Proprio perché il pride non è solo “esibizione” – e Dio, o chi per lui, benedica l’esibizione del sé, dal culo in poi – faccio notare che nella mia città la “festa dell’orgoglio” quest’anno sarà tematica. E si occuperà del problema della salute e delle persone HIV positive.

Si legge nel documento di quest’anno:

Parlare di corpi liberati e autodeterminati senza parlare di salute è come voler procedere su un carro privo di ruote. Un corpo liberato è un corpo non marginalizzato né discriminato non solo per il proprio orientamento sessuale, la propria identità di genere o il proprio genere, ma anche per la propria condizione di salute. Vogliamo e dobbiamo combattere giorno per giorno, attraverso le politiche della prevenzione, il fenomeno di HIV (nel territorio di Catania l’incidenza annua è di 3,2 nuovi casi di persone HIV+, su 100.000 abitanti), ma dobbiamo combattere anche l’esclusione, lo stigma e l’emarginazione sociale che le persone HIV+ subiscono anche all’interno della nostra comunità. Per questo, il Catania Pride 2013 – Festa dell’Orgoglio Omosessuale e Transessuale di quest’anno è promosso insieme a PLUS-onlus e a LILA Catania.

Adesso, per chi non lo sapesse, quando il dorato e incorrotto mondo eterosessuale si accorgeva del fenomeno dell’AIDS, liquidò la cosa come “peste gay”. L’allora ministro Donat Cattin evitò di affrontare la questione: «pubblicizzare l’uso del condom? Come fare la reclame al coito anale!”. Poi ci stupiamo ancora del perché del bunga bunga et similia…

Le prime forme di sensibilizzazione, le prime campagne di prevenzione – il lavoro “sporco” in altre parole – l’han portate avanti le associazioni LGBT. Se aspettavamo partiti e governo, sareste già ricoperti di pustole. Ricordatevelo sempre.

Bene, quest’anno a Catania, accanto a lustrini e coriandoli, si parlerà di salute. Non vi sembra una cosa fin troppo “seria”? A me tantissimo. Per questo credo che questo sforzo vada premiato e per tale ragione penso che la partecipazione dovrebbe essere massima.

Poi in Sicilia c’è pure il Pride Nazionale… ok, forse è un po’ tardi scriverlo ora, ma potete pensare di fare due week end di fila nella nostra bella isola. 22 e 29 giugno. Tutta vita, eh! In ogni senso.

E buon pride, a tutti a tutte. Anche a chi non ci viene. Stiamo comunque lavorando per voi. Per avere una società meno ipocrita e più libera. Adesso non potete saperlo, ma se vinciamo noi un giorno ci ringrazierete. Se invece no, continuerete a lamentarvi. Senza nemmeno sapere il perché. Noi, per metterci al sicuro, continueremo a lavorare. Per noi, per voi. Per tutti e tutte.

Per colpa del vento

pagine%20al%20ventoLa prima cosa che mi accoglie, appena scendo dalla macchina, è il vento. Non uno qualsiasi. Ma quello di quando ero ragazzo e prendevo il motorino, sotto casa, in una giornata di quarzo e miele, per raggiungere i miei amici al mare, d’inverno, ad ascoltare il suono delle onde, le ombre degli uccelli indolenti, ad interrogare le forme delle nuvole.

Avevo dimenticato quella sensazione dell’aria che mi abbraccia, del risveglio della primavera, già presagita dai rami imbiancati dei mandorli. Ho cominciato a ritrovare le cose dimenticate, in questi anni, tra i viali alberati del Pigneto e le foreste di cemento della Tiburtina.

Ho ritrovato le carezze dei gatti e i gesti di mia madre, nelle sue mani sapienti che lavorano la pasta, in cucina.
Ho ritrovato gli occhi innamorati, forse per la prima volta, di mio padre, al mio arrivo in aeroporto. E lì ho capito che ogni incomprensione brucia come un fiammifero acceso, ma basta un soffio. Per.
Ho ritrovato i suoni di casa, la quotidianità rassicurante, ma mai troppo, delle ante richiuse, del frigorifero acceso, delle pentole di metallo.
Ho ritrovato gli sguardi dei miei amici di ieri, le loro voci, le strade di quella Catania che mi ha accolto e poi esiliato, i suoi angoli di lava, la sua notte fatta di stelle, desideri, speranze, attese in macchina, batticuori senza qualità, le luci porose e giallastre del centro storico, il silenzio dei suoi vicoli popolari.
E ho ritrovato la luce della mia città, immersa nel mare verde corallo.

Ed è tutta colpa del vento. Ha spalancato le mie finestre interiori e adesso fa corrente. Sotto pelle. Perché poi non è che le avessi dimenticate del tutto. Ma è come quando lasci un ricordo in un cassetto, un libro sopra una mensola, un messaggio non inviato. Rimani sempre sorpreso di fronte alla sua consistenza, anche se sta lì, in attesa di essere riscoperto, sotto gli strati di polvere e tra memorie più urgenti.

Tutta colpa sua, quindi. Anche queste lacrime. Perché è proprio quando fa corrente che entra la polvere e ti finisce negli occhi e lo sguardo si stropiccia.

Oggi su Gay’s Anatomy: Il pride a Catania è madre

Catania è la mia città d’adozione. Quello è stato il teatro del mio coming out. Lì sono nato e cresciuto politicamente, dentro Open Mind. E sempre in questa città, nel 2000, ho partecipato alla mia prima marcia. Lo stesso anno del World Pride di Roma, al quale non andai per un esame di storia. Una settimana dopo, invece, ero in strada, in via Etnea…

Il resto, vieni a leggerlo su Gay’s Anatomy.

Turing, l’orgoglio gay e il colore delle rose

Alan Turing è il padre dell’informatica. Per chi non lo conoscesse, se adesso state leggendo queste parole è perché lui ha inventato una macchina che sta al mondo dei computer come la ruota sta allo sviluppo della civiltà umana.

E, sempre per capire di chi stiamo parlando, se adesso non siete tutti biondi, con gli occhi azzurri e se non parlate tedesco è grazie a una sua invenzione, Enigma, che permise di decriptare i codici cifrati dei nazisti e di far vincere al Regno Unito la seconda guerra mondiale.

Quindi, come ringraziamento, il regno di sua maestà decise di perseguitarlo. Perché Alan Turing era omosessuale. E fu oggetto di una vera e propria persecuzione che lo portò al suicidio, nel 1954, a soli quarantuno anni.

Scrivo tutto questo perché oggi ricorre il centenario della sua nascita. E a me piace festeggiare i compleanni.

E quindi, arriviamo ad oggi, 23 giugno 2012.

Mi chiamo Dario e ho trentotto anni. Non sono un genio. Sicuramente non sono uno stupido, ma non sono un genio come lo era Turing. Ma so di essere una brava persona. Sono onesto. Mi faccio fare lo scontrino al bar. E pago le tasse. Rispetto le persone. Insegno. E insegno anche il rispetto. Oggi, al mercato, ho ceduto il mio turno a una vecchietta, perché ci sono quaranta gradi, là fuori. E ho aspettato un quarto d’ora in più, al caldo. Perché a me le vecchiette ricordano tutte mia nonna, e io le volevo un bene dell’anima, a Bloody Nell.

Esattamente come Turing, ho subito il peso della discriminazione, del dileggio, dello sguardo divertito o severo della gente stupida, ignorante, senz’amore. Perché, come lui, sono gay.

Il mio denaro serve a pagare persone come D’Alema o Bindi, per sentirmi dire che io – cittadino per bene – non devo avere gli stessi diritti degli altri, a cominciare dal matrimonio.
O gente come Buttiglione, che dice pubblicamente che essere come me è uguale a chi evade il fisco – ma io, ripeto, mi faccio fare lo scontrino e pago le tasse.

Queste servono a pagare l’ospedale, la scuola e la pensione di chi mi ha già preso in giro, o di altri, che, magari, i gay li picchiano. E non chiedo, per questo, i miei soldi indietro. Io sono fiero di fare del mio paese un posto migliore.

Credo, ancora, di essere un buon amico, perché so ascoltare. E se qualcuno/a ha bisogno di me, cerco di esserci. Credo di essere anche un buon figlio e un buon fratello, per le stesse ragioni di cui sopra. E se lo credo è perché ci sono persone che non smettono di ricordarmelo. Mai. Persone che rappresentano la ragione per cui, adesso, io sono ancora vivo.

Ho i miei difetti: sono un po’ scorbutico, cinico… e distratto. Perdo chiavi e cellulari come fossero accendini. Non riesco a essere coerente col mio desiderio di assoluto e di bellezza, e forse questo è il mio più grande peccato. Sempre che Dio esista, va da sé. Non riesco a far innamorare nessuno di me… nessuno di unico, di speciale, intendo dire. Però, appunto, ho tanta altra gente che mi vuol bene. Conterà pur qualcosa.

Chi mi vuole bene, lo fa perché sono tutto questo. Perché sono anche gay. E il mio essere onesto, gentile con le signore di una certa età, paziente e forte quando serve, sta anche dentro il mio “essere gay”. Così come il genio di Turing c’era e stava anche nel suo modo di amare. O come il profumo delle rose si lega al loro colore.

Non siamo brave o cattive persone, o più sensibili, perché gay, lesbiche o transessuali. Ma il nostro essere qualcosa sta anche dentro questa realtà. Perché è così che siamo. E quando ci chiedono di non esserlo, più o mai, è come se chiedessero alle rose di perdere il loro colore. Quando ci chiedono questo, ci chiedono di morire. Come è successo all’inventore del mondo così come lo conosciamo oggi.

Per tutte queste ragioni, nonostante il caldo, a dispetto di chiunque dica il contrario, io oggi andrò al Pride di Roma. E poi, sabato prossimo, a quello di Catania. E a luglio, a quello di Londra.

Perché il genio di Turing venga ricordato anche per ciò che era oltre la matematica, un po’ più vicino al petto, a ciò che si muove là dentro. Perché si capisca che se siamo bravi a fare i/le buoni/e cittadini/e, significa che dobbiamo esserlo sempre. Anche al cospetto di un “sì, lo voglio”. Perché un giorno, parole come queste, non abbiano più un senso così forte.

Per fare in modo che chiunque, domani, muoia, al massimo, d’amore. E non si suicidi (o venga ucciso/a) mai più a causa del suo modo di amare.