Le cose da rimettere in ordine

È solo una questione di ordine. E di tempo. Rimettere le cose a posto e trovare il tempo per farlo. Non sprecarne più di tanto. Perché non è infinito, quello che ci è concesso. Perché non abbiamo il contachilometri, non c’è la spia della benzina che ci avverte quando sta per finire. Succede e basta. Puoi averne una sensazione, un preavviso repentino. Ma quando accade, ti accorgi che tutto si risolve in un niente. E allora è meglio non essere colti impreparati e lasciare le cose in ordine, per quanto assurdo è questo stesso concetto in un universo dominato dall’entropia.

E allora ecco il mio caos da rimettere a posto.

Troppe nuvole in cielo, che raffreddano i colori delle mie orchidee e i palpiti all’unisono col respiro.
Il rumore della lavatrice che gira su se stessa, come a volte la storia di tutti i giorni.
Un messaggio che non arriva.
Lenzuola rosse e piumone verde, una camera da letto esposta a sud est e l’idea di fare un po’ più di selezione all’ingresso.
La musica che rimbalza dentro e non risparmia niente, neppure un globulo rosso.
Il profumo dei biscotti che le persone a cui vuoi bene hanno mangiato senza riguardo nemmeno per le briciole.
Tutto l’amore che c’è, che si agita dentro come una pantera affamata di vita.
Il pensiero dei bimbi che cantano, in un teatro di fine anno. Il calore di una lacrima furtiva che nessuno ha visto. Forse.
La paura di aver sbagliato ogni cosa. E quella della solitudine.
Il fantasma del Natale ipotetico.
Tutte le parole che avrei voluto dire. In più occasioni, a più persone.
Tutte le parole e le cose che mi sono ritrovato, qui da qualche parte, per te. A dispetto dell’oscuro signore bianco, delle distanze di sicurezza, fossero grandi quanto un oceano intero.
Tutta la vita che rimane, da risistemare nei cassetti, da toglierle la polvere negli angoli nascosti e i grumi delle azioni sprecate.

Tutto questo, come se ci fosse tutta la vita davanti. E non sapere da quale punto cominciare.

Prendere forma

Casa prende forma. Il disordine del corridoio è un sinonimo, uno dei tanti, del caos. Da cui è nata tutta la storia possibile, dei pianeti e delle rocce. Da quello è nato il sussurro dei ruscelli di montagna, la fierezza dei gatti nell’estate del sud, il procedere pacato degli albatros e dei cammelli al cospetto dell’universo.

Prendiamo gli oggetti, pezzetti di noi, li riponiamo negli armadi nuovi, togliamo la polvere, asciughiamo il sudore dalla fronte, a dispetto del gelo oltre l’inferriata bianca. Buttiamo qualcosa che non ci assomiglia più. Diamo una nuova consistenza al piumone sul letto, nell’immagine di chi, domani, si sveglierà nell’ennesimo abbraccio, candidato, anch’esso, a divenire quello definitivo. Forse…

E mentre i libri ritrovano una nuova dimora e la musica accompagna ogni sforzo, mentre il sole disegna la sua parabola di un domani che insegue sempre se stesso, i tasselli della memoria si lanciano nella mente come coriandoli di ciò che è stato. Adesso penso a quando ero qui per amore, a come vi sono tornato per sopravvivere, al tesoro segreto trovato mentre, distratto, cercavo tutt’altro, al bacio di qualcun altro, troppo breve e assoluto per essere dimenticato, al morso del vampiro, agli errori dell’istinto, alle cicatrici delle parole cattive, alla maledizione estinta di quelle malate, al registro nuovo di quelle da pronunciare.

Tutto questo ha un senso, tra le mensole nuove, i vestiti messi in ordine e qualcosa che non trova ancora la sua giusta collocazione. Ogni cosa è uguale a me. Anche il dolore, ormai passato. Anche quell’anelito in assonanza col poi.

Casa intanto prende forma. La mia vita pure.

On air:

«Io devo diventare una persona normale
me lo dico spesso quando parlo d’amore
immagino di un cielo ricoperto di stelle
che viene ad abitare qui sulla mia pelle
(anche se, ad un’attenta analisi, e tenendo in considerazione le variabili del cambiamento)…»

Celeste Gaia, Io devo diventare una persona normale

Ore piccole

A volte hanno il suono di un violino silenzioso.
Dei bilanci di quanto accaduto fino un attimo prima di abbandonare i nostri vestiti sulla sedia, senza ordine, in armonia col caos. E in assonanza col dolore.
Hanno le parole della canzone che ascolti sempre in momenti come questo.
Il suo sguardo, fuggito per chissà dove. Ma nella rassicurante certezza del per sempre.
Il sapore del sonno, che tarda ad arrivare.
Il rumore delle cose perdute. E dei pensieri che si trascinano dietro, come barattoli dalla macchina di uno sposo. Uno soltanto.
Ripetono cose pronunciate da altri. Alle quali non credi, ma che ti appartengono. In un certo qual senso.
Si portano dietro il canto di un uccello ignaro dell’unisono con l’alba.
Hanno tutto il volume della solitudine. Impalpabile. Insostenibile.
Hanno il silenzio e si accontentano. Siamo noi a riempirlo di ogni cosa che, a ben guardare, esiste se non al di qua della pelle.

Hanno il silenzio e il nulla. Non hanno mai chiesto la rabbia e l’impotenza dell’asfalto. E si accontentano, appunto. Siamo noi semmai, ancora svegli e coi nostri dilemmi solo umani, ad esser fuori posto.

Oggi su Gay’s Anatomy: “Parole in libertà o libertà di parola?”

Il caso Annunziata ha suscitato feroci polemiche, sia all’interno del movimento LGBT, sia nella società più in generale, sia tra i lettori di questo blog.

Una parte dell’opinione pubblica sostiene che quanto detto dalla giornalista è abominevole e irricevibile nella sua interezza. Un’altra parte, invece, si appella al diritto di libertà di parola.

Sempre sullo stesso tema, si possono ricordare le recenti parole di Ciarrapico, che parla proprio di deportazione di gay durante il fascismo. Sarebbe interessante capire come si comporterebbero i fautori della libertà di parola – o sarebbe più corretto dire delle “parole in libertà”? – di fronte a tali dichiarazioni…

Siamo sicuri che confondere la possibilità di dire ciò che pensiamo con la facoltà di pronunciare tutto ciò che ci passa per la testa sia funzionale alla democrazia?

C’è, in altre parole, una differenza, fondante per il concetto stesso di società, tra caos e equilibrio? Il diritto di libertà di parola verso quale dei due opposti tende?

Il resto potete leggerlo e, ovviamente, commentarlo su Gay’s Anatomy.

Superstite dell’Isola Elefante

Una catastrofe psicocosmica
mi sbatte contro le mura del tempo.
Sentinella, che vedi?

Se fosse solo tutto così semplice e veloce come riassettare il disordine in cucina, la vita di ognuno di noi sarebbe in discesa. Basterebbe un’agendina e un po’ di buona volontà. E invece è vigile, dentro, la confusione. Specchio del caso che ha disposto i nostri organi nel mosaico di ossa e pelle che poi è quello che siamo.

In due parole: un casino.

Il sapore del giorno di oggi è quello dei resti dell’incenso alla rosa, che non brucia più. Per ora.
È quello del cielo, dal calore del quarzo. La stessa durezza.
Quello di una musica drammatica e crudele, che non mi sfiora nemmeno un po’. E questo significa essere forti, nella tormenta.

Non resta, a questo punto, che sopportare questo tremendo inverno come un superstite dell’Isola Elefante.