Il modo migliore

Mi scrive un tale Alby, in un commento al post sul suicidio del ragazzo romano. E mi scrive le seguenti parole:

il problema è che l’associazionismo gay italiano non è fatto per portare avanti le battaglie del mondo lgtb e per emancipare gli omosessuali, ma solo per soddisfare i pruriti di qualche ricchione che sente il bisogno di incularsi anonimamente in una sauna e ai capetti di tali sedicenti associazioni di avere un po dimeschino potere e relativi guadagni.

Alby dava ragione ad Antonio, che in un suo lungo commento dichiarava:

…ho comunque notato che anche solo parlare con omosessuali impegnati nell’associazionismo è impresa impossibile, ho notato tassi di chiusura, dogmatismo, intolleranza, arroganza altissimi e, del resto, non riesco a riconoscermi minimamente nelle realtà associative così come sono e che si pretende siano accettate pedissequamente.

Attualmente collaboro con tre associazioni. Stonewall a Siracusa, Arcigay a Catania e il Mario Mieli qui a Roma.

Stonewall si è distinta per un progetto ormai pluriennale contro l’omo-transfobia nelle scuole.
L’ultimo pride di Arcigay Catania ha avuto come tema la salute e soprattutto la questione dell’HIV, collabora con l’associazione Plus, con la quale fa sensibilizzazione sulle infezioni sessualmente trasmissibili.
Il Mario Mieli offre diverse servizi per la comunità, dallo sportello di aiuto psicologico, al test salivare per l’HIV, è convenzionato con gli ospedali romani per la prevenzione, ha tenuto in passato corsi di lingua straniera gratuiti e ha organizzato, come momento di socializzazione, le visite guidate per la città aperte anche agli esterni.

E queste sono soltanto alcune delle cose che queste associazioni fanno.

Faccio notare che i/le tre presidenti, che conosco personalmente, vivono del loro lavoro (quando ce l’hanno) e combattono con il precariato, un po’ come tutti e tutte noi.

Certa gente, prima di scrivere certe cose, dovrebbe un attimo passarsi la mano sulla coscienza. Perché è vero che il movimento LGBT ha molto da farsi perdonare. Ma la comunità ha la responsabilità oggettiva di aver fatto in modo che le cose arrivassero al punto in cui siamo. Nel bene e soprattutto nel male. Dov’erano – mi chiedo – moralisti e censori, quando bisognava costruire il mondo così come loro lo volevano?

Il modo migliore per cambiare le cose non è certo starsene a casa a macinare rancore e a puntare il dito, pardon, il mouse con l’unico scopo di gridare al mondo la propria indignazione. I sogni e le conquiste non sono delle cose che trovi già incartate in vetrina. Per quello esistono i fast food. La costruzione di una civiltà è altra cosa.

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