Diritti civili in classifica

Allora, proviamo a spiegare i diritti civili e la questione delle famiglie formate da persone dello stesso sesso con uno schema di tipo calcistico:

• Matrimonio – serie A
• Unione Civile – serie B
• PaCS – serie C1
• DiCo – serie C2

Per chi non lo sapesse:

• il matrimonio prevede le stesse prerogative tra famiglie gay e famiglie etero
• le unioni civili differiscono solo nel nome e in una piccola parte dei diritti, come l’adozione ad esempio
• i PaCS hanno diritti simili a quelli matrimoniali, ma non tutti e non del tutto uguali
• i DiCo stabiliscono per legge diritti minori alle coppie gay e tutti i diritti a quelle sposate, creando perciò discriminazione per legge.

Senza la possibilità di adozione, in nessun caso, è come giocare solo amichevoli. Non è un campionato vero, insomma.

Ognuno poi decida da che parte stare…

E Cassano fu multato per omofobia

Se io fossi un giocatore di calcio, molto famoso e amato dal pubblico, e dicessi le seguenti parole: «Ci sono negri in nazionale? Se penso quello che dico sai che cosa viene fuori… sono negri, problemi loro, mi auguro che non ci siano veramente in nazionale» come mi avreste considerato?

Sostituite la parola “negri” a “giudei”. Vi piacerebbe la frase in questione, così cambiata?

Adesso facciamo un ulteriore esercizio di immaginazione: sostituite ancora la parola incriminata con “froci”. E avrete la dichiarazione che Cassano, il mese scorso, ha fatto riguardo alla presunta presenza di compagni di squadra gay.

La UEFA, che evidentemente ha capito che certe enormità sono inammissibili anche nel mondo del calcio, ha multato il calciatore omofobo, che dovrà pagare quindicimila euro. Solletico, per uno che guadagna milioni di euro. Ma mettiamola così: è un segnale, timido, per far capire che certe discriminazioni non devono esistere.

Speriamo che quelle frasi non facciano molti danni, a cominciare dall’omofobia nelle scuole, dove questo sport e i suoi atleti hanno una grande fortuna. Quando rovini, senza saperlo, la vita di un adolescente non basterebbero tutti i soldi del mondo per porvi riparo. E speriamo che qualcuno a Cassano queste cose gliele spieghi.

Italia-Spagna: bella gente al Circo Massimo

Si legge su Repubblica che «tra le bandiere italiane che sventolano al Circo Massimo a Roma durante il primo tempo della proiezione della finale Italia-Spagna spuntano anche una bandiera con una svastica accompagnata da saluti romani e una con il volto di Mussolini».

Si ringraziano, nell’ordine:

1. gli imbecilli, purtroppo sempre troppo numerosi (e a Circo Massimo ce ne erano alcuni di troppo);

2. la polizia che, nonostante la leggi vieti questo tipo di manifestazioni di pensiero, non è riuscita a impedire che si manifestasse questa vergogna all’Italia davanti al mondo intero (anche se va detto che il responsabile è stato, in seguito, arrestato, come si può leggere su Roma Today);

3. i tifosi che, troppo occupati a vedere la partita, non hanno pensato di far abbassare quei vessilli ignobili.

Tutta questa storia dimostra, per altro e in modo egregio, quanto le coscienze possano essere drogate e annichilite di fronte a un pallone. A tal punto da non (voler) vedere eccidi di animali, l’omofobia dei nostri paladini e, last but not least, le forme di fascismo strisciante che, a quanto pare, trovano fertile humus in contesti come questo.

Culone e cani randagi. E forza Italia.

Alla vigilia della finale tra Italia e Spagna, leggo su Repubblica, in merito a questi sanguinosi europei:

È la fine del primo tempo, i giocatori sono ancora negli spogliatoi e, sotto di due gol, la Germania già sente odore di sconfitta. “Sono fuori da ogni controllo in area rigore, giocano come se fossero in strada”. Reinhold Beckmann e Mehmet Scholl, commentatori sportivi della televisione tedesca Ard, se la prendono con Cassano e Balotelli e li definiscono: “cani randagi” e “non autosufficienti”. Affermazioni non gradite neanche da parte del pubblico e della stampa tedesca.

L’indomani di quella partita, ricordo, tanto per non essere da meno, alcuni luminosi esempi di stampa italiana titolavano con un addio alla “culona” Angela Merkel.

Ma a noi italiani piace lo stesso. Per il calcio siamo disposti a tollerare razzismo, omofobia, maschilismo e tutto il disprezzo per qual si voglia parvenza di rispetto per i diritti minimi. Cani o esseri umani, arrivati a questo punto, non c’è più molta differenza.

Ayatollah calcistici

I miei post sull’Ucraina, la strage dei cani e gli europei di calcio – per altro tardivi, ma mi sono documentato solo di recente – stanno scatenando vibranti proteste e polemiche sia da amici sia da sconosciuti. Tutti, però, concordano su una cosa: non è permesso protestare sul campionato europeo, a prescindere dalla ragione del dissenso. Il calcio è lì, nell’empireo delle nostre coscienze, col suo infinito amore che circonda ogni cosa. Chi nega questo è un eretico, empio bestemmiatore moderno.

La cosa non mi stupisce, nemmeno un po’. Vogliamo capire il rapporto tra italiani e calcio? Ricordiamoci chi ci ha governato per vent’anni e come ha chiamato il suo partito.

Un popolo che trova le ragioni della propria unità – la quale non ha presupposti culturali forti – solo di fronte all’effetto dei ricchi compensi di un Cassano, per altro omofobo, o di un Buffon, di cui si echeggiavano, in passato, simpatie nazifasciste, è un popolo che non può ammettere deroghe di fronte a questa nuova, vera, unica e sentitissima religione. Men che mai di fronte alla ragione, anche quando questa grida

Le strategie retoriche sono sempre le stesse: il benaltrismo – ci sono urgenze superiori a cui mettere mano prima di pensare ai diritti degli animali – o la pretesa di una moralità maggiore rispetto a chi agita la questione: «ma tu mangi carne, ma tu compri le uova, ma tu…»

A questa gente potrei dire di mangiare il pallone con cui si gioca nei campi di Kiev, giusto per far capire l’intrinseca idiozia di certe affermazioni. Fino a prova contraria l’uso della carne serve per vivere, le gesta di una nazionale qualsiasi non sono fondamentali per i fini ultimi della felicità.

Mi si dice, ancora: cosa cambia a non guardare o a boicottare gli europei? Ormai i cani sono morti… E io rispondo: cambia che se gli stadi fossero stati vuoti e l’auditel azzerato qualcuno avrebbe fatto un paio di considerazioni in merito. Ma al solito il problema è chi leva una voce critica. Secondo questa logica, poi, che cambia se continuiamo a bruciare l’Amazzonia e a inquinare col petrolio il mare? Tanto ormai il danno è fatto.

Per altro non si capisce perché noi “obiettori” calcistici non possiamo avere il diritto di protestare nei modi e nelle forme che riteniamo più consone. Al solito, l’arroganza del tifoso che non ammette, da perfetto integralista, che il dio calcio possa essere messo in discussione.

Concludo citando Gandhi: il grado di civiltà di un popolo si vede da come esso tratta gli animali. Li uccidiamo per sopravvivere ed è già troppo. Stiamo distruggendo intere specie in nome di un benessere che sta facendo collassare il pianeta. Mi chiedo: in questo delirio collettivo era proprio necessario gridare “forza Italia” sopra il sangue di quelle povere bestie? Evidentemente, per molti, sì. Per me, e scusate tanto se lo scrivo, è improponibile.

Oggi su Gay’s Anatomy: “I cani, i gay, la sobrietà e il calcio”

Domenica sera, dopo la partita potevi vedere orde di persone andare in macchina, guidando a velocità folli a mettere a repentaglio la vita propria e degli altri, producendo inquinamento acustico e tutto questo per gioire delle gesta di ventidue miliardari che si azzuffano per un corpo sferico.

Poi magari, gli stessi, vedono il corteo di un qualsiasi pride e agitano i concetti di sobrietà e di ostentazione…

Al discorso della sobrietà, da cui esonerare sempre e comunque la massa dei tifosi ma da esigere, sempre e comunque, di fronte anche al più piccolo eccesso di ogni persona LGBT, va aggiunto, nel contesto specifico del campionato di calcio europeo, l’aggravante della strage dei cani che sta insanguinando le strade di Kiev e Leopoli e le coscienze di chi, tra pacate urla e imprecazioni di buon gusto contro l’avversario, tifa Italia (o qualsiasi altra nazione) facendo spallucce, come se nulla fosse.

Oggi si parla di questo su Gay’s Anatomy.

Chi tifa per gli Europei legittima chi uccide i cani

Il solo fatto di tifare una qualsiasi delle squadre di questi europei vi rende insensibili (e per certi versi uguali) di fronte a chi ha fatto questo

ATTENZIONE: di seguito potrete vedere un video su cosa sta accadendo in questo momento in Ucraina. È decisamente brutale, si sconsiglia la visione a persone facilmente impressionabili.

Arrivati a questo punto, ribadisco un concetto altre volte espresso: certi tifosi e gli italiani in generale hanno proprio bisogno di abbandonarsi ai loro istinti più discutibili legati a uno sport malato e, adesso, anche sanguinario pur di sentirsi un popolo?

Quando si tiferà per il fatto che tutto il mondo ci invidia il Colosseo e fotografa la Gioconda al Louvre? Quando gioiremo in coro per il fatto che l’Inferno di Dante è uno dei libri più letti in tutto il mondo?
Quante volte, voi tifosi, vi siete sentiti fieri di questo tipo di italianità?

Mi chiedo, ancora: che razza di persona è chi ha determinato questo eccidio? Come si può parlare di rispetto della vita umana se non si è nemmeno in grado di preservare e rispettare forme di vita che noi consideriamo “inferiori”? Non si è in grado di fare grandi cose se prima non si è capaci di pensare e agire fatti minori – tenendo ben presente, per quel che mi riguarda, che reputo gli animali superiori agli uomini stessi, per certi versi.

In Ucraina hanno fatto una cosa molto simile all’olocausto: sterminio programmato in nome di una presunta razza superiore (l’uomo). Non c’è molto altro da dire. Tutto il resto è orrore.

I nuovi eroi

Sarò impopolare. Parlo di calcio. Anzi, di calciatori. Ai quali l’idea di pagare il contributo di solidarietà, richiesto a tutti i ricchi, non va giù.

In questo la categoria in questione non è diversa da altre della stessa risma. Chi più ha, più vuole avere. E quando si è abituati al privilegio, filtrato attraverso la pratica del compenso smodato, è difficile poi dover tornare sul piano della realtà. Se aggiungiamo che, anagraficamente parlando, molti di questi “ricchi” sono ventenni viziati, il quadro è completo.

Immaturi, danarosi e arroganti. Questo l’identikit di uno dei modelli più in voga tra i giovani dell’attuale italietta berlusconiana. E ribadisco: la cosa mi stupisce ben poco.

Ciò che mi fa specie, in realtà, è il silenzio dei tifosi. Sicuramente attoniti, forse pure indignati. Ma silenziosi.

Ricordo che provengo da una città in cui ci furono vere e proprie rivolte per la retrocessione d’ufficio della sua squadra di calcio. Ricordo gli strepiti di juventini e interisti per la questione degli scudetti di qualche anno fa.

L’italiano medio e mediocre, pronto a immolarsi per le strade in difesa di certi eroi, non fa altrettanto quando i propri beniamini dichiarano sic et simpliciter che delle sorti dell’Italia non sanno cosa farsene. Rimane, appunto, il silenzio.

Ne consegue, per altro, che andrebbe riformulato il concetto stesso di eroe. E un buon inizio sarebbe quello di non confondere tale categoria con quella del prezzolato, del mercenario, del saltimbanco da stadio.

Omofobia, tette e cultura di morte

In questi giorni, dopo il dibattito in aula di giorno 19 luglio, si voterà (molto probabilmente contro) la legge sulle aggravanti generiche per omofobia e transfobia.

Paola Concia denuncia, dal suo profilo Facebook, il silenzio dei media in proposito.

Di cosa parlano i giornali on line, i telegiornali e le maggiori testate giornalistiche italiane?

Penati indagato per corruzione, l’arresto di Papa, la richiesta di arresto per Milanese e altre amenità siffatte sulla casta che non vuole farsi processare.
La monnezza a Napoli.
Tette e calcio in quantità.
Le ultime rivelazioni del caso Rea, l’arresto del marito e ampia finestra sulle mail scambiate tra lui e l’amante su Facebook. Manco fossimo in una puntata di Porta a porta.

Sesso, corruzione, potere, disprezzo della vita umana. I temi standard di Repubblica, Corriere e la Stampa.

Ma quelli fissati col sesso – nonché portatori di una “cultura di morte” – non erano i gay? Ai quali, per altro, non si dedica nemmeno un trafiletto per una legge contro violenze e discriminazioni.

Evidentemente i pruriti sessuali di presunti omicidi rappresentano un pasto ben più allettante per gli appetiti dell’italiano medio.

Il nuovo partito di Berlusconi: la metonimia del male

Si dovrebbe chiamare Italia. Come la nostra nazione. A ben guardare, un’evoluzione di un’idea malata. Facciamo un passo indietro, al 1994.

Tutto comincia con Forza Italia, slogan calcistico che fa leva sull’unico valore che accomuna la maggioranza dei nostri concittadini: il tifo da stadio. E so che potrei sembrare ingeneroso a dire ciò, ma abbiamo il patrimonio artistico più imponente del sistema solare e la gente al Louvre fa la fila per la Gioconda, ma ci sentiamo pienamente italiani solo se vinciamo i mondiali. E dalle mie parti si protesta per strada solo se il Catania calcio va in B, ignorando problemi quali la mafia nelle istituzioni è giù di lì. Per cui concedetemelo.

Forza Italia diventa il perno di alleanze che cambiano nome di volta il volta.

Il Polo della Libertà – e a tal proposito, a costo di ripetermi: quando si usa la parola libertà in modo semanticamente corrotto, cioè come facoltà di fare ogni abuso possibile, dai minori alla costituzione, dovrebbe scattare la galera in stile Monopoli, senza passare dal via – che poi diviene Casa delle Libertà, per approdare al Popolo (ovviamente, ripetitivamente e comunquemente) della Libertà.

Il nostro amato presidente del consiglio ha prima addensato il suo elettorato attorno a un logo, gli ha costruito un muro di cinta – con un tetto rassicurante, le sbarre alle finestre ma i teleschermi sempre accesi, – e ha marchiato a fuoco le natiche dei suoi elettori col suo “Berlusconi presidente” facendo coincidere, appiattendoli sotto il peso del suo ego, popolo e partito.

L’elettorato è stato ridotto al rango di plebe dal novello Napoleone – alto tanto-quanto a ben vedere – che adesso non solo fonde e confonde popolo (bue) e partito, ma assorbe anche il concetto di paese in un’unica concezione politica: la sua. Quella del disprezzo istituzionale, del puttanesimo di palazzo, della bestemmia contestualizzata e benedetta dai soliti faraoni vaticani, della mercificazione della donna, ridotta a vagina non pensante ma agente.

L’evoluzione malata sta in questo: se Berlusconi, che rappresenta il popolo, viene identificato col concetto di nazione, tutto ciò che non è Berlusconi verrà messo al di fuori del concetto di patria. Un concetto che, facciamo molta attenzione, è già stato sussurrato in passato contro le opposizioni, ree di infangare il buon nome (guarda caso) del nostro paese al di qua e, soprattutto, al di là delle Alpi.

L’italiano medio(cre) ovviamente non se ne renderà conto e si sentirà, al contrario, rassicurato da quest’operazione di copyright politico-onomastica. Al nulla semantico di nomi quali “partito democratico”, ma non solo, si contrapporrà un nome che include ogni cosa ma che significherà una cosa soltanto: lo strapotere di uno solo. Il quale non è più solo il leader, che non è più il (suo) capopopolo, ma che diviene metonimia di un’intera nazione.

E anche questo, a mio giudizio, è segno di decadenza. Siamo alla fine dell’”impero”, e questo è incontrovertibile. Ma in questa dinamica impazzita, l’imperatore, tuttavia, è sempre là. Decadenza e crisi sono, di solito, passaggi obbligati verso un nuovo inizio. Qui ci agitiamo e sguazziamo dentro la solita acqua stagnante da diciassette anni. E a quest’acqua si sta dando il nome che dovrebbe rappresentare tutti noi, di destra e sinistra, calciatori e letterati, pretaglia e società civile, puttanieri e salvatori della Costituzione. Ed è questo che non va affatto bene.