Momento simpatia #4: girl just want to have fun

Ultimamente scrivo di meno qui. Ma scrivo molto altrove (e cioè qui, qui e qui). Volevo chiudere questo blog, ci ho pensato e per alcuni minuti l’ho anche fatto. Salvo poi pentirmene amaramente. Per cui rieccomi qui. E per la cronaca, siamo al tredicesimo anno di “Elfobruno”. Ma non è di questo che volevo parlare.

Girls-Just-Want-To-Have-Fun-Music-Video-cyndi-lauper-23964793-500-375Sto portando avanti, un po’ su tutti i miei canali, il dibattito sulla Gpa. Questo mi ha portato tante nuove “fan”, che periodicamente sulle loro bacheche, sulla mia o tra i miei messaggi privati vengono e si indignano, oppure occasionalmente insultano (“sei un bullo!”) e minacciano (dalla querela alle minacce di farti licenziare a lavoro).

Sono felice e ringrazio tutte queste signore che mi dimostrano quanto sia fondamentale il mio ruolo come antidoto alla loro noia quotidiana e, in alcuni casi, a quel male di vivere forse causato dal fatto di non aver ancora ricevuto inviti in prestigiose tribune, da Giletti a Barbara D’Urso, in qualità di opinioniste.

Unica avvertenza: le parole usatele bene. Magari imparate cos’è il bullismo o cosa significa violenza organizzata contro uno solo, per altro incapace di difendersi. Fate un favore non tanto a me, quanto alla Crusca e al concetto di intelligenza. Anche linguistica. Dopo di che buon lunedì e baci sparsi.

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Morire a 18 anni, dopo il coming out in famiglia

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Prima di finire sotto quel treno ad alta velocità, le ultime parole sono state per quel fidanzato con cui, secondo l’insegnante che era diventata la sua confidente, viveva un rapporto sereno. Il primo è delle 23.15, Paolo scrive a Giulio: “amore”. Poi alle 23.26: “Cucciolo Ti amo Perdonami Ti amo”. Giulio risponde: “Ti amooo” e poi chiede scusa “per cosa?”. Ma prima della risposta arriva il Freccia che travolge Paolo. (Fonte Gaypost.it)

Il resto è una storia di violenze in famiglia e di indifferenza a scuola.

Dov’è stata la società degli adulti, quando Paolo ha chiesto aiuto contro omofobia familiare e bullismo scolastico? Quella che doveva vigilare per il bene dei figli, di tutti i figli?

In tour

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Il mio ultimo libro Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile a quanto pare sta suscitando interesse un po’ in tutta Italia. Dopo le presentazioni di Roma, Catania, Milano e altre città, nelle prossime settimane presenterò il saggio a:

  • Bologna, 25 novembre – ore 21, presso il Cassero per il Laboratorio Kult
  • Ragusa, 4 dicembre – ore 18, presso la Libreria Flaccavento, ospite di Agedo ed Arcigay
  • Pesaro, 11 dicembre – ore 21, ospite degli amici e delle amiche di Arcigay Agorà.

Spero sia una buona occasione per incontrarsi, discutere e creare dibattito non solo sull’omofobia giovanile (e le sue estremizzazioni), ma anche sull’uso del linguaggio: è esso, infatti, veicolo primario di diffusione delle discriminazioni. Ma ne parleremo dal vivo. Vi aspetto!

Bullismo e omofobia a scuola: il dibattito

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Il logo del Roma Pride

Direttamente dal sito del Pride Park di Roma:

Dibattito sul tema “Bullismo, sessualità e omofobia nel mondo della scuola”, con il Prof. Federico Batini, autore del libro Identità sessuale: un’assenza ingiustificata. Ricerca, strumenti e informazioni per la prevenzione del bullismo omofobico a scuola (Loescher, 2014), Dario Accolla, docente e autore del libro Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile (Villaggio Maori, 2015). All’evento interverrà la Rete degli Studenti medi del Lazio. Modera Andrea Pini, docente ed ex presidente del C.C.O. Mario Mieli.

E sarà importante esserci.
Per capire come è fatto il “mostro” del bullismo.
Per vedere come si innesca.
Per evitare che chiunque, a prescindere dal proprio orientamento sessuale, sia vittima di discriminazioni e vessazioni.

  • Dove: Eutropia, Città dell’altra economia – Largo Dino Frisullo, Roma
  • Quando: Martedì 9 giugno 2015, ore 18:00

Sulla sessualità. E sull’anima

Le parole che seguiranno sono state scritte qualche anno fa. Quasi tre, per l’esattezza. E, per tutta una serie di ragioni che sarebbe troppo lungo spiegare, le ripropongo qui, adesso. Perché qualcuno le legga, o le rilegga. Così come deve essere.

Premetto sin d’ora che non voglio convincere nessuno e non voglio tracciare modelli ottimali da contrapporre ad altri meno buoni. Voglio, invece, solo raccontare la mia esperienza di vita con lo scopo di far capire un po’ a tutti che dietro quelle che vengono definite scelte c’è invece una inevitabilità di condizioni personali e una giustezza intrinseca di situazioni di vita.

Ho scoperto di provare attrazione verso le persone del mio stesso sesso sin da piccolo, anche se all’epoca non riuscivo a dare un nome alle cose. Sapevo che il giovane e aitante autista dello scuolabus era molto più accattivante della maestra, indiscutibilmente bella, di mia sorella (la mia era anziana ed era pure suora, per cui non mi sembra lecito fare paragoni).

Va da sé che quella fascinazione acerba rimase tale e proseguii le scuole fino alle medie più o meno serenamente, ovvero fino al giorno in cui certi compagnetti di classe, già più navigati di me su certe dottrine, diedero un nome alla mia condizione. Diventai il frocio istituzionalizzato – lo ammetto, da piccolo ero una checca estrema – ma scoprii solo a posteriori cosa era successo veramente. Io non mi vedevo diverso dagli altri e non facevo nulla per distinguermi dalla massa. Erano gli altri e la massa che mi vedevano non solo “altra cosa” rispetto a loro, ma mi etichettavano come nemico naturale di non so bene quale equilibrio psico-fisico.

Cominciò la mia lenta discesa agli inferi. E i demoni peggiori, si badi, li crearono gli altri ma li piantarono ben saldamente dentro di me. Per carità, nessun piagnisteo e nessun vittimismo. Molti dei miei “carnefici” sono stati abbondantemente perdonati – da me, un non cristiano – e alcuni sono pure cari amici. Non sono solito trasferire ai figli le colpe di una cultura che ha bisogno di sangue umano – reale o metafisico – per poter prosperare.
Ma la verità è che non fui io a crearmi il mio biasimo, mi venne addossato da gente che non viveva al di qua della mia pelle.

Gli anni delle canzonature furono lunghi ma visto che di musica si trattava – di pessima qualità, sia chiaro – e visto che le parole venivano usate come armi allora decisi di reagire così: nascondermi, per quanto potevo. E poi cantare e scrivere.
Non cantavo ufficialmente – dovevo nascondermi, per l’appunto – ma imparai a memoria moltissime canzoni – queste si davvero belle – da Battisti agli U2, dai Depeche Mode a Carmen Consoli.
Per la scrittura fu più semplice, il diario deve essere intimo.

Eppure quella cura non si rivelò efficace per una sola ragione. Avevo permesso ai demoni che gli altri avevano conficcato dentro la mia anima a parlare al posto mio. Cantavo con le parole degli altri, scrivevo con le cose che gli altri pensavano di me. Non parlavo dei miei innamoramenti clandestini per quelli che erano, ma scrivevo d’amore per come avrebbe dovuto essere. Mentivo a me stesso.

Tuttavia.

Il cammino verso gli inferi portò al mio cospetto alcuni Orfei, un paio di Virgili e anche qualche Beatrice.
Imparai, pian piano, a sentirmi amato. Per quello che ero. Nonostante le mie menzogne e la mia natura conseguente e precedente.
Solo allora la discesa si snodò ad un bivio fondamentale. Il sentiero si biforcava in una discesa, dove c’era scritto “mediocrità”. E una salita ripida, e faticosa, dove c’era scritto “Vita”.

Scelsi la seconda. E tutto fu più difficile, e più bello allo stesso tempo.

Da allora ho cominciato a dare un nome alle cose e a farlo secondo le sillabe che mi suggerisce la mia anima e la mia sensibilità.
Da allora ho cominciato a studiare le parole, tutte, e a farne una professione. Da allora canto e mi piace farlo anche davanti agli altri.
Da allora sbaglio, come tutti, ma so che sono errori che derivano dal mio modo di vedere le cose e quindi dai miei occhi e non di certo dagli occhi degli altri.
Da allora mi sono innamorato e ho pure baciato in pubblico un paio di volte quella persona alla quale credevo avrei regalato molto del mio tempo come un dono speciale, vero, improntato dal rispetto della mia voglia di vivere. E se l’ho fatto non è mai stato per scandalizzare nessuno o per demolire modelli perfetti. L’ho fatto solo perché ne avevo voglia e perché volevo essere felice.

Se qualcun altro si sente offeso dal mio modo di vivere non è colpa mia, io ho solo seguito ciò che avevo e che ho dentro. Può darsi anche che sia sbagliato per qualcuno, ma non per me.

Ho deciso di vivere così – e allora si che è lecito parlare di scelte, intese come modo di vivere la propria condizione umana – per essere davvero me stesso e non farlo significherebbe pervertire quella strada certamente in salita, ma dove c’è scritto “Vita”, che continuo a seguire con fatica e a volte pure con angoscia. Ma anche con gioia e costanza e senza la rabbia che qualcuno aveva conficcato nella mia anima sotto forma di demoni e di parole cattive.

Da allora vivo e sono vagamente triste e felice allo stesso tempo.E in virtù di tutto questo, non ho la benché minima voglia di tornare indietro, di cambiare idea e di scivolare nuovamente nell’inferno che qualcun altro ha previsto per me e per gli altri. Buona vita a tutti.