Tra legge elettorale, parità di genere e questione LGBT

Quote rosa o parità di genere?

Credo di rintracciare un preoccupante parallelismo tra le resistenze dei parlamentari (maschi) di Forza Italia alla parità di genere nelle liste elettorali, in merito all’italicum (sulla cui bontà, affidabilità e sul fatto di estenderla solo alla Camera dei Deputati penso tutto il male possibile) e le vicende più o meno recenti sulla questione LGBT italiana.

Andiamo per ordine: la legge elettorale dovrebbe prevedere un uguale numero di uomini e donne nella compilazione delle liste. Ma così com’è, paventano le donne in politica, c’è il rischio che i posti che garantiscono l’elezione potrebbero essere occupati, in misura maggiore, dai colleghi maschi.

Forza Italia si difende affermando frasi del tipo: “no ad una legge sessista”. Basterebbe l’evidenza di quest’asserzione per evidenziarne l’imbecillità. Ma siamo in Italia, e un po’ di chiarezza sulla terminologia usata non guasterà.

Il sessismo è quella subcultura che fa credere a chi ne è affetto che appartenere a un sesso è più importante che essere del sesso opposto. Poiché, storicamente, si registra uno stato di sottomissione della donna rispetto all’uomo, il sessismo si configura come consustanziale al maschilismo. La norma per la parità di genere, quindi, non è pensata – come scrivono i deputati di FI – per discriminare il sesso maschile, ma per riequilibrare la presenza tra i due sessi nelle istituzioni.

A ben vedere, il fenomeno a cui si assiste  ha la seguente dinamica:
1. si individua un problema (il sessismo, nello specifico)
2. si propone una soluzione (la parità di genere)
3. si prende la soluzione e la si confonde col problema di partenza.

Per cui il sessismo che si vuole combattere diventa, così, l’essenza della norma che si vuole approvare. Tradotto in termini più semplici: garantire a tutti e tutte uguale dignità corrisponde, per la pleiade berlusconiana, una discriminazione per il genere maschile.

Lo stesso identico procedimento è stato applicato, con successo, per la legge sull’omofobia:
1. il problema è la discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere
2. si propone una norma antidiscriminatoria
3. si accusa chi vuole fare tale norma di voler applicare discriminazioni contro gli eterosessuali.

Basti ricordare le illuminanti affermazioni di personaggi come Buttiglione – “così diventa più grave picchiare un eterosessuale che un omosessuale” – Giovanardi, Binetti et similia. E così una norma che doveva servire a difendere i soggetti svantaggiati (anche eterosessuali discriminati da un eventuale capo gay nel luogo di lavoro, per fare un esempio) è divenuta una norma che vuole limitare la libertà di pensiero. E per scongiurare questo male, si è introdotta una norma che legalizza le affermazioni omofobe nella chiesa, nei partiti, nelle scuole, nei sindacati.

Confondere la causa con il male e accusare la categoria discriminata di essere portatrice del problema che si vuole debellare. Come se si fosse detto a Rosa Parks che la sua battaglia era funzionale a non far più prendere l’autobus ai bianchi.

L’uso di parole “impazzite”, drogate ad arte per generare confusione e paura e, soprattutto, per mantenere gli squilibri sociali che fanno soffrire le minoranze. Questo è il fine di chi si ribella ai miglioramenti che renderebbero il nostro paese non certo una succursale di Arcigay o una sala parto per extracomunitari – Angelino Alfano dixit – ma, semmai, un luogo migliore dove vivere. Questa è la nostra destra, (anche) questo è il berlusconismo.

Chiudo queste riflessioni sottolineando altri tre aspetti.

In primis: pare che l’onorevole Dorina Bianchi (Ncd), cattolica di ferro, abbia auspicato l’intercessione di Francesca Pascale per far cambiare idea al leader di FI e, occasionalmente, suo compagno di vita. Questo per capire a che livello di progresso civile è ridotta l’Italia.

Ancora: i giornali parlano di quote rosa da salvaguardare. Non comprendendo che lo stesso concetto di “quota” riservata alle donne è di per sé discriminatorio. La politica non dovrebbe prevedere una riserva indiana per gruppi sociali specifici, bensì dovrebbe essere il luogo pubblico dove chiunque, uomo o donna (ma anche eterosessuale e non), dovrebbe avere le stesse opportunità.

Dulcis in fundo: il maschilismo e il sessismo si configurano come subculture nemiche non solo delle persone LGBT, ma anche di oltre il 50% della società italiana. Quando persone come Binetti, Bindi, Roccella, ecc, si prodigano per difenderne le istanze contro la questione omosessuale, non fanno altro che provvedere al mantenimento dello stato di sudditanza di categorie specifiche (e quindi di loro stesse) nei confronti del potere maschile. Ne consegue che l’omofobia, in particolar modo l’omofobia femminile, è una forma anche abbastanza idiota e autolesionistica di collaborazionismo.

Anche in questo caso è un problema di linguaggio, che (tras)forma la realtà e la determina. Tutto parte da lì. Prima cambieremo gli usi linguistici in direzione della piena dignità di ciascuno/a di noi, prima saremo più simili alle grandi democrazie del pianeta. Fino ad allora ci spettano personaggi del calibro dei/lle rappresentanti del Nuovo Centro-destra, di Scelta Civica, di Forza Italia e di buona parte del Partito democratico. Prospettiva drammatica, me ne rendo perfettamente conto. Ma, al momento, l’unica apparentemente possibile. Ahinoi.

Il fuoco sotto la cenere. O della sfiga dell’omofobo italiano

Tempi duri per gli omofobi italiani.

Guido Barilla ha fatto un colossale errore e la rete è esplosa. Il boato susseguitosi alle sue dichiarazioni rimbomba ancora su Twitter e Facebook e ha diviso l’opinione pubblica tra chi lo sostiene, anche in maniera politica, e chi lo ha decretato come morto dal punto di vista commerciale. Ovviamente Barilla non è morto, e continuerà a fare i suoi affari. E penso pure che il boicottaggio non cambierà, almeno qui in Italia, di una virgola le sorti di una multinazionale di quelle dimensioni. Anche se penso che sia una pratica valida sotto il profilo morale, fosse anche per stare in pace con la propria coscienza. Ma non è di questo che voglio parlare.

Infatti, partendo da questo caso, sono successe due o tre cose che lasciano riflettere e che sarebbe il caso di guardare più da vicino. Vediamole.

scusebarillaitaliaIn primis: da una parte le sezioni straniere del marchio si sono affrettate a prendere le distanze dalla casa madre. Barilla USA ha subito scritto le sue scuse, dichiarandosi profondamente addolorata da quelle dichiarazioni.

Sono seguite, subito dopo, le scuse anche in Italia, per opera dello stesso patron, dirette sia alla popolazione tutta, sia ai propri e alle proprie dipendenti. Barilla ha ribadito il suo sì a favore del matrimonio egualitario, cercando di correggere il tiro delle sue dichiarazioni.

Immagino la faccia – e non oso pensare agli sconvolgimenti dei circuiti neuronali – di chi lo aveva osannato come alfiere della famiglia tradizionale, intesa nel senso di “realizzazione sociale anti-gay”. Foucault sosteneva che l’eterosessualità si definisce in negativo rispetto all’omosessualità. Cosa significa più nel dettaglio? Che questa gente – quella che ha osannato quelle frasi per intenderci – ha finalmente trovato un’identità nella negazione delle realizzazioni affettive delle persone LGBT. Per poi ritrovarsi, dichiarazioni alla mano, un endorsement alle stesse. Credo, e non ho problemi a ripeterlo, che gli omofobi siano essenzialmente sfigati. Mi si dirà: ma in Italia la maggioranza delle persone è omofoba. Io non credo che il loro numero sia così elevato, seppur importante. Ma ad ogni modo ciò non cambia l’evidenza che l’Italia sia un paese composto essenzialmente da minus habentes. Basta guardarne le sue sorti politiche per capirlo. E la questione omosessuale è cartina al tornasole della tenuta democratica di questo paese.

sposelelleC’è poi il contesto internazionale. Il matrimonio egualitario è una realtà storica incontrovertibile. Si è diffuso o si sta diffondendo in  Europa (quella democratica, almeno), nell’America tutta, in Sud Africa, nella lontanissima Oceania. Mentre l’Italia è il paese del ritardo culturale, degli Scalfarotto che vanno a braccetto prima con Rosy Bindi e poi con Paola Binetti, per intenderci, spacciando trasformismo per mediazione.

È il paese in cui tutti i progressi che fanno di una “nazione” uno Stato, sono arrivati con secoli di ritardo: l’unità politica è stata posticipata di un millennio. La rivoluzione industriale è arrivata con oltre un secolo di ritardo. L’unità linguistica si è raggiunta solo negli anni sessanta, grazie alla televisione. Siamo un paese di ritardati, oltre che di sfigati.

Ma questo non ci deve scoraggiare. Il cambiamento arriva e se non lo cogliamo rischiamo di diventare alla stregua dell’ultimo giapponese arroccato sull’isola. Pare che questo lo abbiano capito anche in Vaticano, pur con tutto l’opportunismo che può partorire una casta arroccata ai propri privilegi.

In Italia, quindi, abbiamo due minoranze e una maggioranza. Una popolazione, nel suo complesso, anestetizzata. Un drappello di omofobi, reazionari e conservatori, legati più a una visione nostalgica e vetero-ottocentesca di qualsiasi cosa. E un gruppo di elementi che, in un quadro miserabile come quello attuale, cerca di agganciarsi – tra alterne vicende e in modo più o meno goffo – al progresso del mondo.

Adesso gli omofobi hanno l’illusione, proprio perché viviamo in una nazione di ritardati (parola intesa nel suo senso politico e culturale) di essere maggioranza nel paese. Come se io mi sentissi il fiero generale di una piantagione di lattughe interpretando il loro silenzio come un tacito assenso per le corbellerie che sono disposto a dire su questa o quella categoria.

Ma per loro sfortuna, le cose sono destinate a cambiare. Nonostante la natura malata del fare le cose, nel nostro paese, “all’italiana”. Nonostante la presenza del Vaticano. Nonostante un Partito democratico che cerca di assecondare lo status quo, invece di dirigerlo verso il progresso sociale a beneficio di tutti – ed è questo il senso di un partito progressista, oggi – e nonostante tutti gli Scalfarotto e le Binetti che esistono (oltre che gli Alfano e le Santanché, ovviamente). Anche dentro noi, oltre che attorno a noi.

colosseoLa rivoluzione del web, infine. La reazione dei social network lascia ben sperare. Ma non illudiamoci. Il cambiamento non arriverà in fretta. Dovremo aspettare almeno altri dieci anni per avere misere unioni civili (mentre nel resto del mondo, magari, si arriverà al superamento stesso del matrimonio). Fa parte di un copione già visto. Dai longobardi in poi.

Ma alla fine ci arriveremo anche qui. I gay, le lesbiche, i bisessuali e le persone trans (assieme a tutti gli elementi gay-friendly) si troveranno a sedersi dapprima dalla parte del torto, perché i posti di chi aveva ragione erano stati già presi, per poi lasciar scoprire a tutti gli altri, che, come si dice in Sicilia, la “ragione” – intesa come valore intellettuale neutro – è propria degli imbecilli.

Adesso è il momento del fuoco sotto la cenere. Pronto a esplodere in momenti più propizi. Un fuoco che non brucia, ma che forgia e modella la realtà. Noi dobbiamo continuare a lottare, perché alla mediocre ragione comune di cui sopra si sostituisca una ragione sociale, dove tutti e tutte possono trovare una collocazione. Omofobi esclusi, va da sé. Per loro c’è solo il dito puntato della storia, pronta a deriderli come adesso si deridono coloro che un tempo ce l’avevano con neri, donne ed ebrei.

Omofobia: ecco perché Paola Binetti andrebbe mandata in prigione

Il controverso (e al momento quasi inutile) ddl contro l’omo-transfobia che oggi si discuterà alla Camera, presenta due aspetti problematici che fanno la differenza tra una buona legge e la classica foglia di fico messa lì a far tacere le proprie coscienze.

In primis, l’aggravante di reato per i crimini contro le persone LGBT. Per far piacere al PdL, infatti, il Pd le ha eliminate. Una legge, perciò, che servirebbe a stabilire che una violenza basata su odio per orientamento sessuale e identità di genere presenta un problema in più rispetto all’odio generico, è stata di fatto azzoppata da chi l’aveva proposta in prima istanza.

Il secondo elemento tragico della vicenda è che questa legge, così com’è, non solo non punisce i reati sul linguaggio adottato, ma addirittura li favorisce. Se io oggi andassi in TV a dire che i neri sono creature inferiori e in quanto tali non devono essere tutelati dallo Stato avrei non pochi problemi in virtù della legge Mancino. E a ragione.

La legge voluta dal Pd, e frutto delle larghe intese, sostiene invece – proprio in deroga alla legge Mancino – che chi odia gay, lesbiche, trans, ecc, può continuare a farlo anche verbalmente per tutelare la libertà di religione e di pensiero.

Cosa accadrebbe, dunque, se il provvedimento venisse votato così com’è?

Una persona come Paola Binetti potrà continuare a dire in parlamento che essere omosessuali è una infermità mentale.
Un prete potrà incitare le masse di fedeli a vedere lesbiche e trans come peccatori destinati alle fiamme dell’inferno.
Un Cassano qualsiasi potrà blaterare frasi del tipo “i froci in nazionale mai, per carità”.

Ebbene queste persone andrebbero, a mio giudizio, sottoposte all’attenzione dei tribunali (e soggette a pene da multe pecuniarie fino al carcere) per queste affermazioni. Perché?

Facciamo un esempio pratico. Daniele ha quindici anni, gli piace il calcio, è cattolico e anche gay. Ascolta Cassano (o chi per lui) che lo apostrofa come “frocio” gettando un’ombra di non poco conto sulla sua autostima. Poi magari in chiesa si sente dire dalla persona a cui affida la sua anima che quelli come lui sono destinati alle fiamme eterne. E magari al tg ascolta qualche politico che lo etichetta come un malato di mente. Nel frattempo i compagni di classe di Daniele hanno sentito le stesse identiche cose in tv o sui giornali. E si sentono autorizzati a prendersela col loro compagno di classe, lo emarginano, lo dileggiano, lo fanno sentire completamente solo. Fino a quando Daniele si affaccia dalla finestra della sua stanza, si chiede che senso abbia tutto quel dolore a quell’età e decida di fare un salto giù, dal quarto o dal quinto piano. Vi sembra che stia esagerando? È quello che succede a molti/e adolescenti che fanno questo tipo di scelte perché non ce la fanno più a vivere in un mondo che li odia, prima di ogni altra cosa, proprio a parole.

Di chi è la colpa di questi suicidi? Di attori sociali come quelli su menzionati che con le loro dichiarazioni alimentano una campagna di odio collettivo che ha, come conseguenza, la disistima delle persone LGBT, il bullismo nelle scuole, i comportamenti discriminatori, fino ad arrivare alle violenze.

Secondo voi questa gente non andrebbe fermata? Per tale ragione una legge seria contro l’omo-transfobia dovrebbe comprendere, prima di ogni altra cosa, i crimini sul linguaggio utilizzato. Perché tutto comincia da lì. Poi questo non significa che chi è contro il matrimonio egualitario o contro le adozioni verrà automaticamente trasferito in cella. Così come oggi i leghisti possono definirsi contrari allo ius soli, solo per fare un esempio.

È il linguaggio a creare realtà effettiva. Un linguaggio intriso di odio, genera disprezzo e morte. La storia degli ebrei dovrebbe aver insegnato, in merito. Se non capiamo questo e diamo, al contrario, mandato affinché chi si esprime contro le persone LGBT abbia il diritto di farlo, mettiamo un pezzo in più in quella strada di mattoni rosso-sangue sulla quale si frantumerà la vita del prossimo Daniele (così come si sono già spezzate le vite di Marco, Matteo, Andrea…).

Poi se Paola Binetti dovesse andare in galera per quello che pensa e dice su gay, lesbiche e trans, pazienza! Potrà sempre pensarci prima di farlo. O affrontare, serenamente, il destino che spetta a chi commette un crimine.

Adolescente suicida a Roma: buongiorno omofobi

Lo faccio ogni mattina, quando non ho da lavorare. Mi sveglio, accendo il telefono e poltrisco un po’ a letto. Scorro la lista dei commenti su Twitter e do il buongiorno a chi mi segue. Qualcuno direbbe che sono un fanatico del web, io la vedo un po’ diversamente, ma non è di questo che voglio parlare stamattina.

Stamattina è una domenica molto bella, qui in Sicilia. Il sole, come sempre, è molto caldo, ma c’è quel venticello asciutto, che puoi recuperare nelle pieghe dell’ombra del terrazzino, fresco e ristoratore. Mettici le cicale a far da contorno e la prospettiva di andare al mare, coi tuoi amici di sempre. C’erano tutte le condizioni per augurare e condividere un “buongiorno!”, rigorosamente con un cancelletto davanti (obbedendo alla tacita legge degli hashtag), e proseguire con l’indolenza vacanziera una domenica tutto sommato uguale a tante altre.

E invece.

Apro Twitter e leggo di un quattordicenne, che si è tolto la vita, lanciandosi dal terrazzo condominiale, perché vittima di omofobia. I suoi “amici”, le virgolette sono d’obbligo, lo prendevano in giro e lo escludevano dalla comitiva. Ha lasciato una lettera, in cui spiega le sue ragioni e il suo gesto disperato. E un documento su una chiavetta. Adesso, come sempre, le autorità competenti cercano di capire cosa sia successo, di fronte all’irreparabile.

Eppure le cose sembrano abbastanza semplici. Sarà che le ho vissute sulla mia pelle, quando avevo quattordici anni… E di fronte a episodi come questo, che ormai accadono secondo scadenze trimestrali, non si può non pensare alla pantomima in atto sulla cosiddetta legge contro l’omofobia e la transfobia.

La situazione di questo ragazzo (non chiamiamolo suicida, perché questa persona è stata uccisa dalla società) è molto banale nella sua tragica sequenza. Alcuni ragazzini – nutriti dall’idea che essere “froci”, “ricchioni”, “arrusi” e amenità similari è sbagliato e quindi punibile – si sentono nelle condizioni di discriminare chi viene additato come diverso. A quell’età succede anche per molto meno, basta essere timidi, un po’ più bassi o troppo alti, grassi, ecc. Solo che, contrariamente ad altre situazioni, disprezzare l’omosessuale rientra in un circuito culturale abbastanza diffuso ed esibito come modello sociale condiviso. Basta frequentare stadi e palestre, andare in chiesa, guardare un tg con le dichiarazioni del parlamentare di turno. Tutto suggerisce che esser gay (o lesbica, o trans) è moralmente sbagliato. Quindi punibile col biasimo sociale, e non solo. Questi ragazzini perciò si sono sentiti autorizzati ad emarginare il loro amico, allontanandolo dalla comitiva e prendendolo in giro. E a ben vedere, in fin dei conti, sono vittime dell’omofobia anch’essi.

Questi ragazzi però sono figli, con ogni evidenza, di un contesto sociale che vuole ai margini di se stesso le persone omosessuali e transessuali. E per emarginare dalla società, non solo dai gruppi di adolescenti ma anche dalle realizzazioni sociali più complesse, hai bisogno di escludere categorie intere dall’accesso al rispetto individuale e al diritto pubblico. Modello che ha funzionato, fino a poco tempo fa, con donne, neri ed ebrei. Poca o nessuna tolleranza nei discorsi comuni, molti luoghi comuni e limitazione dei diritti, assenti o dimezzati. Con conseguenze che tutti conosciamo.

Una legge contro l’omo-transfobia, realmente efficace, dovrebbe agire perciò proprio sulla diffusione del pregiudizio omofobo, in quella quotidianità per cui si comincia dando del “frocio” a qualcuno, per poi finire magari, in determinati contesti, con sberle e violenze varie. La legge Mancino, già esistente e riguardante la differenza di nazionalità e di religione, andava semplicemente estesa anche per orientamento sessuale e identità di genere a cominciare dalla propaganda del pregiudizio: per ribadire, cioè, che se si è eterosessuali o persone LGBT si ha tutti/e la stessa dignità e chi contraddice questa evidenza dovrebbe risponderne di fronte la legge. I cattolici e gli omofobi di Pd, Scelta Civica e buona parte del PdL hanno invece operato affinché permanga questa differenza di trattamento: perché si possa continuare a dire in giro, prima in comitiva, poi in ufficio, in chiesa o in Parlamento, che i froci fanno schifo (anche se in modo più gentile).

Il ddl presentato, così com’è, non incide di una virgola sulle cause del male. Mette una pezza sulle conseguenze.

La legge presentata è, in pratica, niente di diverso rispetto a quell’ispettore di polizia mandato oggi sul cadavere del ragazzino a constatare ciò che è successo. Gli omofobi e i transfobici, con quella legge, potranno continuare a disseminare le loro parole di odio e di disprezzo, in nome di una presunta libertà di pensiero difesa da personaggi lugubri e indegni come certi teodem interni al Pd e a Scelta Civica e non solo. Qualche altro deputato potrà continuare a rassicurare, invece, il suo elettorato omofobo che potrà, quindi, proseguire a determinare situazioni siffatte. Qualche prete, dal suo pulpito, potrà leggere gli episodi su Sodoma e Gomorra o il Levitico e trarne conseguenze per tutti. E ragazzini adolescenti continueranno a suicidarsi. Anzi, a essere uccisi da questa società.

Ritornando al discorso di apertura, se tutto questo vi fa essere tranquilli/e con le vostre coscienze, “cari” omofobi e “care” omofobe di cui sopra, il buon giorno oggi è per voi.

 

O come dicevan tutti, Renzi

Premetto una cosa, affinché su questo io possa essere molto chiaro da subito: sono dell’idea che Renzi abbia tutto il diritto di correre alle primarie, di vincerle e di guidare il Pd e il prossimo governo, in caso di vittoria elettorale. La democrazia, per altro, è l’arte del possibile…

Per tale ragione non mi stupisce che il sindaco di Firenze abbia diversi sostenitori, sia tra le file dei big della politica, sia tra le persone comuni. E non mi stupisce nemmeno che dietro i suoi sostenitori politici ci siano persone come Alicata e Scalfarotto, esponenti della comunità LGBT.

Capisco di meno le critiche di chi vede in Renzi il male del mondo. E men che mai le capisco se provengono dall’interno del suo partito. Lo etichettano, infatti, come il “nuovo Berlusconi”, quando si dimentica però che il Pd è stato uno degli alleati di ferro del sistema berlusconiano – se non c’era questa attuale classe dirigente, il cavaliere non sarebbe sopravvissuto alla prima legislatura, e invece…

Oppure lo additano come probabile responsabile della svolta “a destra” che subirà il Partito democratico in caso di una sua vittoria. Ricordo, ancora, che quella svolta a destra c’è già stata addirittura dentro i DS: fu D’Alema, ad esempio, a permettere che venissero finanziate le scuole private – leggi: cattoliche – che, secondo la Costituzione, non dovrebbero ricevere nemmeno un soldo pubblico. E invece.

Se Renzi dovesse diventare il leader del Pd, penso, finalmente quel partito completerà una dolorosa ma necessaria (per esso) transizione tra posizioni identitarie novecentesche e una nuova dimensione pragmatista e post-ideologica di nuovo millennio. Si definirà di centro-sinistra, per non dispiacere al suo elettorato. Ma sarà uno dei tanti partiti conservatori europei, forse pure moderatamente accomodante su alcune questioni – diritti civili, fine vita, ecc – ma pur sempre un partito di destra economica, vicino alle istanze dei vari Marchionne, Marcegaglia, ecc.

Cosa che, vi ricordo, è già: basti pensare agli osanna dei vari Chiamparino al modello Marchionne… Solo che adesso nessuno, dentro il Pd, può dirlo apertamente.

Per cui non mi scandalizza e non mi sembra strano che esponenti del mondo LGBT sostengano Renzi e, come si sostiene, fosse anche in previsione di poltrone sicure (e chiarisco anche su questo punto: per me è legittimo sostenere qualcuno per crescere politicamente e avere riscontri in tal senso). Perché se vincesse Bersani, o se gli stessi fossero a favore di quest’ultimo, le dinamiche rimarrebbero immutate nella gestione dei rapporti di potere dentro il partito – tradotto: io ti sostengo, tu mi dai una poltrona – e le politiche economiche e sociali sarebbero in direzione degli interessi del capitale, soprattutto del grande capitale, con qualche magro contentino alle classi lavoratrici.

Certo, vero è pure che Renzi piace un sacco a Adinolfi, che è omofobo. E a Paola Binetti, che sta alla democrazia come Giuliano Ferrara sta al fitness. Ma questo è un problema interno a un partito che non riesce ancora a esprimere una classe dirigente che obbedisca a due criteri fondamentali: essere progressista e di respiro europeo.

Per cui, ben venga pure Renzi, a guidare il Partito democratico. Non sarà peggiore di Massimo D’Alema (per cui finanzierà la scuola privata, impoverendo quella pubblica) o di Rosy Bindi (prevederà istituti minori per le coppie gay, scongiurando che si arrivi al matrimonio) e così via.

Io – stando così le cose – continuerò a non votarlo. Lui e il suo partito. Come ho sempre fatto.

Icone etero

Ci pensavo ieri, sotto il caldo del vento di Sicilia.

Per alcuni gay (tanti) sono icone artiste come Mina, Madonna, Raffaella Carrà, Lady Gaga e Barbra Streisand.

Per alcuni etero (non pochi, ahinoi), sono credibili personaggi come Giovanardi, Casini, Binetti e Bindi.

Da una parte c’è chi tifa la regina Elisabetta.
Dall’altra chi per Ratzinger…

Capite perché l’omosessualità può salvare il mondo?

La croce di Binetti

La notizia è di qualche giorno fa. Pareva che Paola Binetti – ex senatrice del Pd, poi deputata dello stesso schieramento e infine trasmigrata nelle file dell’UdC, il partito degli ayatollah nostrani – in merito alla terapia del dolore per i bambini ammalati di cancro, si fosse pronunciata contraria dichiarando: «è giusto che anche loro portino la croce di Gesù».

Per fortuna si trattava di una bufala. La deputata cattolica, in una nota pubblica, ha dichiarato che non solo non ha mai proferito quelle parole, ma che lei stessa è  favore della massima riduzione del disagio e della sofferenza per i piccoli pazienti in terapia oncologica.

La cosa ci lascia tirare un sospiro di sollievo. Evidentemente anche per Binetti il rispetto della dignità umana viene prima dell’amore verso entità trascendenti indimostrate e indimostrabili.

Tuttavia, ricordo alla deputata che moltissime persone hanno creduto davvero che lei fosse capace di aver detto tali enormità. E fossi in lei, se la gente mi credesse un mostro, in altre parole, avrei due o tre domande da pormi.

In piazza, contro l’omofobia parlamentare

Ricevo da Certi Diritti – Dio, o chi per lui, li abbia in gloria – e inoltro:

L’Associazione Radicale Certi Diritti insieme alle associazioni lgbt(e) e a parlamentari di diversi gruppi seguirà i lavori dell’aula da Piazza Montecitorio dalle ore 15 con un sit-in e una maratona oratoria per chiedere al Parlamento un segnale forte contro l’omofobia e la transfobia.

Roma, 14 luglio 2011

È previsto per martedì 19 luglio dalle ore 15 il voto sulla proposta di legge contro l’omofobia che introduce l’aggravante per i reati commessi in ragione dell’orientamento sessuale della vittima.

La legge molto probabilmente non passerà a causa delle pregiudiziali di costituzionalità presentate da deputati dell’UDC, del PDL e della Lega Nord. Deputati genuflessi alla casta vaticana e del tutto indifferenti ai diritti dei cittadini, che tentano così di aggrapparsi a inesistenti ipotesi di incostituzionalità per negare la gravità della violenza omofobica.

Per questo saremo in piazza con lo slogan “Legge incostituzionale? Omofobia parlamentare”.

Hanno aderito:
Associazione radicale Certi Diritti
Arcigay
Agedo
Famiglie Arcobaleno
MIT
Circolo Mario Mieli
Equality
Gay Center
Radicali Italiani
Forum Queer SEL
Associazione Luca Coscioni
CGIL- Nuovi Diritti
Associazione 3D
Fondazione Massimo Consoli
I-Ken Onlus
Yellow Sport

Per aderire scrivere a tesoriere@certidiritti.it

Ricordo, per dovere di cronaca, i nomi di quei parlamentari che vogliono affossare la legge (fonte Gay.it):

Si tratta dei deputati dell’UDC Buttiglione, Capitanio Santolini, Binetti; per il PDL gli onorevoli Bertolini, Saltamartini, Stracquadanio, Pagano; infine per la Lega si tratta degli onorevoli Lussana, Nicola Molteni, Isidori, Paolini, Follegot, Vanalli, Luciano Dussin, Pastore, Volpi, Bragantini, Polledri. Un’ultima curiosità: il regista della bocciatura della legge contro l’omofobia nel 2009, quando arrivò in aula la prima volta, fu Piero Vietti, dell’UDC, premiato poco tempo dopo con la vicepresidenza del CSM.

Per questa gente le persone GLBT possono essere insultate liberamente, discriminate aggredite, violentate e uccise senza che la cosa costituisca un’aggravante, come invece succede in tutto il mondo civile e democratico e come già succede per le vittime di odio razziale e antisemita.

Essere a Montecitorio o negli altri raduni organizzati in tutta Italia è una manifestazione di civiltà e democrazia. E, prima di ogni altra cosa, una dimostrazione di umanità. Chi non andrà sarà della stessa pasta di persone come Buttiglione e Binetti, fieramente omofobi e nemici naturali dei diritti fondamentali dell’uomo.

A voi la scelta.

La calda estate dell’omofobia: ci si mette pure Repubblica!

Il titolo è chiaro: gay, solo e ha tradito l’America. Perché nella società d’oggi la solitudine una colpa e l’omosessualità, ça va sans dire, pure. Con l’aggravante, però, di essere anche un peccato che porta al male, alla rovina, alla tragedia finale.

L’articolo odierno di Federico Rampini su Repubblica on line segue grosso modo questa falsariga. Si parla di Bradley Manning, il soldato americano che ha violato gli archivi del Pentagono pubblicando su WikiLeaks dossier segretissimi che grande scalpore hanno fatto in tutto il mondo non solo per la notizia in sé, ma per la stessa conduzione della guerra in Afghanistan made in USA.

Adesso è venuto fuori che Manning è gay. E Rampini ci fa sapere che questa sua condizione lo ha condannato alla solitudine, relegato alla marginalità sentimentale – l’unico amore della sua vita sarebbe una drag queen – e condotto, inevitabilmente, al crimine.

Forse un’informazione più corretta, anche intellettualmente parlando, avrebbe evitato certe semplificazioni e certe imprecisioni che solo un ignorante o un deputato dell’UDC avrebbe potuto concepire.

Perché non è la condizione di esser gay che relega automaticamente alla solitudine: è l’omofobia che isola le persone, in nome di una normalità che deve ancora essere dimostrata, e a volte le picchia e le uccide pure. Questo forse doveva essere messo maggiormente in evidenza.

Così come non significa nulla affermare che l’accettazione sociale è «la stessa molla che due anni fa lo spinse nelle braccia di una drag queen, una storia d’amore impossibile». La drag queen è una categoria artistica: un po’ come essere mimi, clown, ballerini e via dicendo. C’è dietro, in altre parole, la stessa coerenza logica di chi vorrebbe affermare che l’eterosessualità di Raimondo Vianello ha spinto il comico a cercare affetto da Sbirulino.

In altre parole, l’intera redazione di Repubblica dovrebbe vergognarsi per il pressapochismo di questo articolo.

La calda estate dell’omofobia è pure questo: non sapere di cosa si sta parlando, ma fare in modo che certi pregiudizi, non importa se utilizzati come muse ispiratrici o morali finali della favola di turno, restino saldamente in piedi.

E se queste sono le elaborazioni culturali dell’élite intellettuale del nostro paese, poi non dobbiamo stupirci se ieri, dopo la presa di posizione dei finiani a favore delle unioni gay è seguita la solita manfrina delle suore mannare di turno capeggiate dall’immancabile Binetti, che ai gay deve tutta la sua fortuna politica e parlamentare.

Rientra tutto, a ben vedere, in una logica ferrea. Per quanto tragica.

Congresso Arcigay: tutti i limiti di Bersani

Una cosa che mi ha colpito dell’ultimo congresso nazionale di Arcigay, che ho seguito a distanza, e anche un po’ dietro le quinte, è stata la presenza di certi politici della scena nazionale. Tra questi, è stato presente addirittura il neo-segretario del partito democratico, Bersani che, e riporto dal sito ufficiale, «ha introdotto il suo discorso sostenendo che potrebbero esserci possibili elementi di incomprensione da parte degli attivisti lgbt verso un partito ancora giovane e che deve trovare un punto di equilibrio solido; è quindi comprensibile un disagio da chi vede i propri diritti negati e le forze più affini culturalmente e politicamente incapaci di realizzare risultati.»

Bersani, inoltre, avrebbe ravvisato nel «limite di eccessivo gradualismo» del pd la causa maggiore di insofferenza della militanza nei confronti del partito che lui rappresenta.

Quindi, sempre secondo quanto si può leggere sul web e a quanto mi è stato direttamente riferito, ha auspicato la creazione di un tavolo comune per discutere di questi temi, per capire quali strategie avviare, per creare una cultura dell’accoglienza delle nuove istanze. Mentre questo accadeva, dal pubblico si è levata una protesta di chi faceva giustamente notare che mentre Bersani deve ancora capire come muoversi, in Europa e nel mondo le leggi per i diritti si fanno.

Il neosegretario, in pratica, è andato a ripetere la lezioncina imparata a memoria, prima di lui, da tutti gli altri: le leggi si faranno, ma bisogna avere pazienza, aspettare, attendere. Forse occorreva fargli presente che mentre nel mondo le cose vanno avanti, quello che lui bolla come eccesso di gradualismo è in realtà un processo di regresso culturale che ha portato, dalla Binetti e dai DiCo in poi, alle coltellate dell’anno scorso.

Si spera che la nuova dirigenza di Arcigay non si lasci abbindolare da promesse generiche e fumosi desiderata spacciati per rivoluzioni copernicane dentro un partito che dovrebbe apparire nuovo al mondo GLBT non perché si è prodotta una nuova cultura dei diritti civili, ma solo perché se ne è andata la Binetti che, assieme a Rutelli, tornerà con tutti gli onori del caso a partire dalle prossime alleanze elettorali. La credibilità di un partito e di un progetto passano anche per queste piccole sfumature, che dovrebbero portare a conseguenze di non poco conto.