Idem: “I diritti ai gay? Berlusconi ci ha dato il permesso”

La ministra per le Pari Opportunità Josefa Idem ha oggi dichiarato che il governo si impegnerà per una legge sulle unioni civili. Perché, a sentir lei, i gay non sono cittadini di serie B. E non importa come si chiamerà questa unione, se solo “civile” o matrimonio, l’importante è cosa contiene.

A chi le ha fatto notare che sta al governo con partiti omofobi, ha sottolineato che ha già sentito Berlusconi, che ha dato il suo ok a una legislazione in merito: il grande capo del centro-sinistra, della destra e di questo governo concede il suo permesso, insomma…

Adesso io non ho nulla contro Idem, anzi, mi sta pure parecchio simpatica. È col suo governo che ho un piccolo conto in sospeso. Perché quando ho votato Italia Bene Comune mai mi sarei aspettato larghe intese con un PdL il cui leader è accusato di corruzione, compravendita di senatori e sesso con prostitute minorenni. E da un partito del genere non mi aspetto nulla di buono. Diritti civili inclusi.

Per altro, dire che si farà una legge “sui gay”, significa tutto e niente. Anche in Sud Africa fecero, a suo tempo, una legge riguardante i neri. E pure Hitler legiferò sui diritti degli ebrei: togliendoglieli.

Visto il governo, non mi stupirebbe una norma siffatta: «una coppia gay non è famiglia, ma entrambi gli individui facenti parte possono prendere l’ascensore condominiale, purché ciò avvenga non in presenza di un minore». Cose così, insomma.

Io non mi fido. Almeno fino a prova contraria. Ecco.

Mangiate brioches e non toccateci Franceschini!

La notizia: dopo la manifestazione di ieri al Quirinale, per protestare contro la rielezione di Napolitano – presidente che per l’opinione pubblica ha la responsabilità di esser consustanziale al berlusconismo – un gruppo di partecipanti ha intercettato la presenza di Dario Franceschini in un ristorante. Da quel momento è partita una contestazione, feroce, contro il dirigente del Pd.

Leggo su Twitter e sui media le reazioni sdegnate e scandalizzate di amici e di esponenti politici. Termini e aggettivi come “squadrismo”, “aggressione”, “inaccettabile”, ecc, sono stati scomodati per definire una cosa molto più semplice: una contestazione.

Di cattivo gusto, sicuramente. Rabbiosa e disperata, come il momento che l’ha fatta nascere (e quindi bisognerebbe capire a chi dare la paternità del fatto, i cui partecipanti sono solo stati esecutori materiali). Ma non di certo “squadrista”, perché nessuno a fatto del male a nessun altro. A Franceschini non è stato torto un capello. Gli hanno semplicemente ricordato che “vendersi” a Berlusconi, con l’elezione di Napolitano, è percepito come l’ennesimo tradimento del Pd al paese. Tutto qua.

Poi posso concordare con voi che in troppi contro uno e per di più visibilmente impaurito non è proprio da cavalieri d’altri tempi. Ma appunto, lì occorrerebbe capire quando una cosa è opportuna o meno. Ma diglielo tu a un popolo, o parte di esso e per di più incazzato, di usare le buone maniere. Un tempo, forse, gli avrebbero consigliato di mangiare brioches. E si sa come è andata a finire.

Napolitano bis: Italia mummificata

Dopo le ore convulse di questi ultimi giorni per la rielezione del capo dello Stato, emergono alcuni fatti sui quali è bene soffermarsi e dai quali ripartire per comprendere le prossime mosse future della ormai devastata e disperata situazione politica nel nostro paese.

Andrò per punti.

1. Il Napolitano bis è l’emblema dell’Italia di oggi: inciuciona, gerontocratica, incapace di rinnovarsi, imprescindibilmente vecchia. In una parola soltanto: mummificata.

2. Il Partito democratico ne esce a pezzi – forse addirittura morto – e dimostra di essere quello che ho sempre pensato: il più grosso errore storico in Italia dopo fascismo e berlusconismo (di cui, a ben vedere, è solo una pallida emanazione).

3. Bersani adesso ha un grosso problema: deve restituire il voto per la sua coalizione a me e ad altri milioni di italiani/e che gli hanno dato fiducia. Anche se per l’ultima volta. E stavolta per davvero.

4. Il Partito democratico dovrebbe adesso eliminare la sua classe dirigente, quella proveniente dalla ex DC, dalla Margherita e dal PCI-PDS-DS. Ovvero: Bersani, Bindi, D’Alema, Finocchiaro, Letta, Franceschini, Fioroni, ecc. Ne va della loro sopravvivenza. Anche se, da come si sono messe le cose dalle elezioni in poi, mi sa che più che un auspicio, dovremmo cominciare a pensare a un epitaffio. Ma vedremo cosa accadrà adesso.

5. Berlusconi trionfa per l’ennesima volta: non ha più nemici interni, non ha più avversari esterni. Se dovesse vincere alle prossime elezioni (e le vincerà) avrà praticamente in mano un potere assoluto, complice anche un presidente del tutto compiacente quale Napolitano è stato (e sarà).

6. Grillo e il suo M5S rappresentano una grossa incognita: saranno capaci di concentrare il desiderio di cambiamento? Riuscirà il partito di Grillo a dotarsi di una classe dirigente capace di portare il paese verso una politica di rinnovamento reale? Si abbandoneranno certi toni per assumersi responsabilità politiche? A guardare personaggi come Crimi e Lombardi sembrerebbe di no. Ma anche qui dobbiamo solo aspettare.

7. La situazione attuale è diretta responsabilità di tutti gli attori politici attuali. Grillo e M5S inclusi. Militanti, elettori e simpatizzanti si facciano un bell’esame di coscienza. Se avessero sostenuto Bersani da subito, forse non si sarebbe arrivati a questo punto. E invece.

8. Rimasto Napolitano, bisognerà vedere cosa proporranno i partiti per superare l’impasse politica. Tramonta ogni ipotesi di collaborazione tra Pd e M5S. Aspettiamoci un “Monti bis”, un “Amato di nuovo qua”, un “Berlusconi quattro” (ma con le prossime elezioni) e la solita Italia di merda.

9. La dirigenza del Pd consegnerà il suo destino in mano a Berlusconi, il quale, come ha sempre fatto, farà saltare il tavolo al momento a lui più opportuno. Quindi se ne deduce che il Pd ha di fatto consegnato il paese a Berlusconi. E questo lo rende non solo invotabile, ma anche complice.

10. Vendola auspica un soggetto politico nuovo. E se ne sente il bisogno. Magari uno il cui simbolo ricordi quello del film Ghostbusters. Con i protagonisti tutti della seconda repubblica al posto del famoso fantasmino.

Per il resto, come ho già scritto almeno due volte, c’è da aspettare. Col timore di dover attendere, questa volta sì, la fine.

Grillo? Uno dei problemi del paese

Paese strano, il nostro: si toglie uno bravo dalle istituzioni per aver detto “troie”. Mentre la prostituzione politica rimane ben salda al suo posto.

Siamo pure un paese in cui non si può dire “troie”, ma si fa passare l’idea che l’omofobia sia una forma di libertà di pensiero.

Nel mondo, intanto, si fanno: il matrimonio egualitario, le politiche anti-crisi, i progetti per le energie pulite e rinnovabili, ecc. In Italia si va in chiesa, si ruba e si vota M5S.

A tal proposito: siamo di fronte a un’occasione storica. Abbiamo un parlamento profondamente rinnovato, con quelle forze che sono le principali responsabili del declino attuale – e alludo al PdL e Lega – ai minimi storici in quanto a presenze tra Camera e Senato. Dall’altra parte abbiamo un partito – il Pd – che ha non poche pecche da farsi perdonare, ma che grazie anche all’azione dei grillini sta dando prova di un tentativo di profondo cambiamento interno e politico. Il M5S, in altre parole, avrebbe l’opportunità di direzionare l’azione di un governo di centro-sinistra con un appoggio esterno determinante. E si potrebbero fare, in comune accordo con Pd e SEL, nuove politiche sul lavoro, sui diritti, sull’ambiente e le riforme necessarie in termini di gestione dello Stato, giustizia e legge elettorale.

Avrebbero, centro-sinistra e M5S tutto l’interesse di dimostrare al paese che una diversità c’è rispetto al berlusconismo fino ad ora dilagante in questo paese. E invece Grillo e i suoi supporter più ciechi si ostinano a voler bruciare quest’occasione unica, che forse non si ripresenterà in Italia.

Con il rischio duplice.

Il primo: se si andasse a votare, da qui a pochi mesi, potrebbe benissimo vincere di nuovo la destra e credo che non possiamo più permetterci un governo di forze politiche che hanno determinato fenomeni quali il bunga bunga e via discorrendo.

Il secondo: riportare, in caso di governo di larghe intese, quelle forze responsabili del declino di nuovo nella stanza dei bottoni.

L’intransigenza di Grillo e associati può solo produrre queste due alternative. A che pro? Per calcoli elettorali? Ma così si anteporrebbe il proprio tornaconto al bene di tutti e di tutte. Il vizio della “vecchia” classe politica, a ben vedere. E loro, i grillini, non avevano detto di essere “diversi”? Al momento tutto lascerebbe pensare l’esatto opposto. E invece avremmo bisogno, tutti/e indistintamente, di scelte coraggiose e di un nuovo corso per la nostra disgraziata democrazia. Grillo non lo capisce o non vuole capirlo e questa tornata di consultazioni lo dimostra sempre di più. E per queste ragioni credo che sia, insieme al suo movimento e arrivati a questo punto, non una soluzione ma parte integrante dei problemi che affliggono il nostro paese.

Grillo, quando sente parlare di cultura, mette mano alla pistola?

Credo che l'”invotabilità” per un personaggio di laida bruttezza istituzionale quale Beppe Grillo non stia tra i canoni classici di ineleggibilità di un candidato qualsiasi, ma sta racchiuso in poche e antiche parole: quel “vecchia puttana”, tanto per cominciare, che a suo tempo – nel 2003 – il leader dei Cinque Stelle indirizzò alla professoressa Rita Levi Montalcini, allora novantaquattrenne.

Un disprezzo verso la cultura, vista come espressione del vecchio senza comprendere che il nuovo di per sé non è un valore e che non coincide necessariamente con criteri rigidamente anagrafici. In mezzo a questo mettiamoci pure un linguaggio da cricca berlusconiana, da cui il comico si distanza per un fatto squisitamente prospettico: evidentemente per lui la donna è da etichettare in quel modo quando non rientra nei suoi canoni, mentre per certi simpatizzanti del PdL la donna è un oggetto da prostituire magari omologandola a certi canoni.

Il punto di vista è diverso, la vittima è sempre quella, la tristezza è tragicamente uguale. Ma siamo un popolo maschilista, per cui certe sottigliezze non appartengono all’italiano medio di qual si voglia schieramento.

Sta di fatto che adesso che la tragedia è vicina, il mondo degli intellettuali si mobilita per fare l’unica cosa che va fatta: un governo, e subito, per affrontare le emergenze reali del paese. Alcuni di questi hanno firmato un appello per fare in modo che il M5S dia la fiducia a un governo Bersani, magari con supporto esterno, per poter concretizzare quegli otto punti che ricalcano o richiamano il programma dei grillini. Secondo una logica di buon senso, per cui le forze presenti in parlamento dialoghino tra esse, in nome dell’interesse collettivo.

Vero è pure che Grillo si è presentato come voto anti-sistema, ma è pur vero che quel voto ha raccolto il consenso di quasi un italiano su quattro. Per gli altri tre italiani e più, il sistema è ancora valido. Va corretto nella sua applicazione pratica e su questo, credo, siamo tutti e tutte ampiamente d’accordo. Per questo si vede di buon occhio un accordo Pd-SEL-M5S. Non per fare inciuci, ma per fare del bene.

Grillo, al contrario, vede in questo invito alla ragione collettiva – e funzionale alla comunità – come uno scodinzolamento del mondo della cultura ai vertici del Pd. Accusando poi gli intellettuali di superbia, di mancanza di dubbio, di considerarsi detentori della verità assoluta: atteggiamento intollerabile, evidentemente, con chi pretende di possederla tutta.

Per Grillo gli intellettuali sono, in due parole, dei cani boriosi.

Sono tra quelli che, pur non avendo votato il M5S, ha sempre criticato coloro che dentro i partiti tradizionali hanno visto in quel movimento una sorta di riedizione del fascismo in salsa web. E credo tutt’ora che un governo di minoranza con l’appoggio esterno dei grillini sia salutare per i partiti, obbligati alla trasparenza, e al paese tutto.

Tuttavia, questo mettere mano alla pistola ogni qual volta si sente odor di cultura e la più totale sordità dei “dirigenti” stellati di fronte alle urgenze imposte dalla vita democratica e politica del paese in un balletto di dichiarazioni che, tra un insulto e l’altro, ripropongono marce sul parlamento – magari come ai bei vecchi tempi – qualche dubbio cominciano a farmelo venire. E il paese reale non ha certo bisogno dell’ennesima classe dirigente che per interessi di partito mandi in vacca le nostre vite. Magari solo per far dispetto a Bersani.

I tre errori del M5S

Partiamo da un’evidenza: il Movimento Cinque Stelle ha tutto il diritto di stare in Parlamento e di farlo scegliendo la politica che sente più in linea. Per cui, sarebbero opportune scelte quali l’opposizione, continua e costante, a qual si voglia governo, oppure la sua indisponibilità a crearne di nuovi con le forze attualmente presenti alla Camera e al Senato. Così come sarebbe lecito un mutamento di scelte politiche in direzione di un accordo con altri soggetti, sia dentro un governo, sia in appoggio esterno.

Si chiama democrazia.

Le regole della democrazia, ancora, impongono anche il dovere di confrontarsi sul piano della realtà. Il M5S ha ottenuto un voto su quattro. Ciò significa che deve fare i conti con quegli/lle altri/e tre italiani/e che hanno reputato opportuno scegliere altri progetti, altre soluzioni, altri partiti. Questo porrebbe – e deve porre – chiunque di fronte a responsabilità oggettive in merito alle scelte da compiere.

Il piano della realtà, nella situazione politica italiana attuale, è il seguente: abbiamo tre forze politiche che, grosso modo, si equivalgono per potenza elettorale: Pd (e alleati), la fazione berlusconiana e, appunto, il movimento grillino. Il Pd, che ha la maggioranza relativa dei voti, dovrebbe essere incaricato di formare il nuovo esecutivo o di provarci almeno. Questo succede in ogni democrazia che si rispetti.

Purtroppo molto spesso i grillini confondono questo passo elementare per chiamarlo col nome di “inciucio” o di accordo sotto banco. La nostra Costituzione, che gli amici e le amiche del M5S citano spesso nei loro discorsi, prevede che proprio nelle due camere si cerchi l’accordo per la formazione di una maggioranza, soprattutto se questa non è stata chiaramente espressa dalle urne. E questo è il primo punto in cui, fino ad ora, il partito di Grillo dimostra immaturità istituzionale: ovvero, rifiutarsi di accettare le regole imposte dalla legge fondamentale italiana.

Accettare le regole, ovviamente, non significa dover fare a tutti i costi l’alleanza con Bersani o con altro candidato espresso dal partito di maggioranza relativa. Significa, tuttavia, esser chiari. Dentro o fuori. Opposizione, appoggio o governo. Perché nel primo caso sarà possibile, per le altre forze parlamentari, potersi organizzare per affrontare le emergenze prossime venture. Nel bene e nel male. Se invece il M5S decidesse di appoggiare il Pd, potrebbe addirittura incidere direttamente nella politica nazionale.

Credo, infatti, che un partito vada in parlamento per poter fare del bene ed è vero, e in questo il M5S ha ragione, che i nostri partiti hanno fatto molto spesso gli interessi di bottega e in non pochi casi a danno dell’interesse collettivo.

La democrazia, così come concepita nei paesi occidentali che tanto ci piacciono e a cui ci ispiriamo quando idealizziamo modelli ottimali, impone a tutti gli attori politici di confrontarsi su programmi da fare insieme o meno. E quindi, solo dopo tale confronto si può avere la piena consapevolezza per dire sì o no a quel progetto. Affermare, da subito e per preconcetto ideologico, che non si faranno mai accordi con il Pd è il secondo atto di immaturità istituzionale del Movimento Cinque stelle. Anche perché, di fatto, questo atteggiamento blocca la vita democratica del paese e rischia di riconsegnarla a quelle forze tanto avversate proprio dal M5S.

In terzo luogo: non vorrei che Grillo stesse operando così per calcolo politico. Ovvero, spingere in direzione di un accordo tra Pd e PdL per poi poter affermare che quei partiti sono tutti uguali e per raccogliere ulteriori consensi a discapito dei suoi avversari. In tal senso, se così fosse, Grillo agirebbe non per il bene collettivo – potendo magari imporre la sua politica migliorativa nelle istituzioni in cui il suo partito è legittimamente rappresentato – ma per calcoli personali. E in questo sarebbe anch’egli uguale, almeno nel metodo, ai leader da lui tanto osteggiati.

Concludendo: non sono mai stato un amante del Pd e anzi l’ho sempre visto come il principale ostacolo del rinnovamento di questo paese, proprio perché raccoglieva voti tra quegli elettori di sinistra – e forse anche un po’ illusi – per poi fare l’esatto opposto di una politica progressista. Eppure c’è il piano della realtà. I numeri sono quelli, le persone anche. Le rivoluzioni si fanno con la gente che c’è, non con quella che vorremmo che ci fosse. E men che mai, favorendo il ritorno al potere di quelle forze oggettivamente responsabili in prima linea del dissesto attuale. Grillo dovrebbe capire esattamente questo. Vivere di vendette politiche o di calcoli personalistici sarebbe il terzo atto di immaturità di un soggetto politico nuovo che, secondo me, avrebbe tanto da insegnare alle forze tradizionali che siedono nei palazzi di potere.

Oggi su Gay’s Anatomy: “Italia pena comune”

Sulle elezioni di ieri:

I dati parlano chiaro. Le elezioni che dovevano far nascere un’Italia nuova ci hanno restituito la fotografia di una nazione vecchia, nel suo elettorato, nelle sue scelte, nella sua incapacità di crearsi una leadership credibile, autorevole e stabile. Un’Italia arroccata dietro il mito dell’uomo forte, non importa quanto impresentabile. E con una sinistra incapace di parlare al popolo tutto.

Molti errori sono stati fatti negli ultimi mesi e, a dar ragione a Travaglio, a partire da quel tragico novembre del 2011 quando il Partito Democratico non decise di andare subito alle elezioni. Lì avrebbe fatto man bassa di voti con Berlusconi praticamente distrutto nella sua immagine sia umana, sia politica.

E invece: Berlusconi è risorto, Grillo è il vincitore morale e i “grandi” del centro-sinistra si sono autoesiliati in un silenzio che appare colpevole…

Si badi, la mia non è una critica contro il Partito Democratico (la cui coalizione ho votato, dando la mia preferenza per SEL), ma una considerazione su alcune scelte specifiche. Cercherò di parlarne per punti, analizzando sia aspetti contingenti, sia alcune storture di sistema.

Il resto, leggilo su Gay’s Anatomy di oggi.

Gli omofobi? Sì ad Ingroia

sulcisomofobia

Come si può facilmente dedurre da questo manifesto, purtroppo vent’anni di berlusconismo hanno portato anche la cosiddetta “sedicente sinistra” a usare toni e linguaggio arcoriani. Nello specifico, stiamo parlando del profilo di Rivoluzione Civile Sulcis, – sebbene Lorenzo Erbi, dell’IdV sarda, precisa: «a prescindere dal contenuto o meno il profilo “Rivoluzione Civile Sulcis” NON ha ricevuto alcuna autorizzazione, pertanto NON parla a nome di Rivoluzione Civile, tanto meno di Ingroia».

Dopo aver cercato di spiegare a questi signori, sostenitori di Ingroia, del perché quell’immagine fosse omofoba – si prende un immaginario in cui sembra che due uomini amoreggino, sebbene si tratti di un riflesso (ma il fotomontaggio restituisce tutt’altro significato), e si fa di quell’atto apparentemente omoerotico il simbolo di qualcosa di cui aver ripugnanza – i miei commenti su Facebook, dove si trova il manifesto in questione, sono stati molto democraticamente rimossi, insieme ad altri che sostenevano l’inadeguatezza di quel messaggio.

In democrazia dovrebbe esserci spazio per le critiche. Altrimenti si è come Berlusconi. Ma questo l’avevo già detto.

Il corpo delle donne, il cervello dei preti

controdonpieroNon ci sarebbe molto da aggiungere sulla vicenda del parroco di Lerici. Per chi (ancora) non lo sapesse, il sacerdote del paesino ligure ha pubblicato sulla bacheca parrocchiale una comunicazione ai fedeli in cui dichiarava che il femminicidio è la conseguenza dei comportamenti immorali del sesso femminile. A un giornalista del GR1 che chiedeva conto del fatto, il simpatico prete ha risposto: «ma lei prova qualcosa di fronte a una donna nuda o è frocio anche lei o meno?».

Il fatto, quindi, si commenta da solo. E palesa quel legame a tripla mandata tra maschilismo, sessismo e omofobia, cifra culturale dell’Italia di oggi, i cui promotori istituzionali più importanti stanno al vertice di partiti, istituzioni e presso i massimi rappresentanti della chiesa cattolica romana. Don Piero Corsi ha solo dato voce a un insieme di input. Non avrebbe neanche senso scandalizzarsi o prendersela con lui, così come non avrebbe senso, in una logica stringente e asettica, stupirsi se vediamo due gay impiccati a Teheran o una donna lapidata a Ryad. Rientrerebbe nella natura delle cose. Nella natura di certi sistemi culturali, monoteisti, patriarcali, intrinsecamente illiberali che Buffoni etichetta come “abramitici”.

Eppure, la logica non è qualcosa che esiste di per sé, ma passa attraverso un’interpretazione dei fatti e dei dati che è del tutto umana. E di fronte a tali constatazioni il senso della nausea e lo smarrimento per com’è diventata l’Italia dopo vent’anni di berlusconismo, alleato con i potentati vescovili e ben tollerato dall’attuale sinistra parlamentare, ci stanno tutti. E non è, si badi, reazione. Dovrebbe essere, semmai, spontanea condizione dell’animo contro chi considera il corpo della donna quale manufatto divino a disposizione della sua “creatura più riuscita”: il maschio.

E a ben vedere, questa è l’intima essenza del cristianesimo, almeno così come concepito a Roma, del corpo in generale. Qualcosa alla mercé di una forza superiore – Ratzinger stesso lo ha detto: non siamo noi a possedere la verità, è essa che possiede noi, attraverso la parola di Cristo. Peccato che questa verità sia, a sua volta, gestita in modo esclusivo da certi uomini di Dio…

In questa logica è più che “naturale” che si veda nel femminicidio la conseguenza di un atto dovuto dal sesso eletto (il maschio) contro chi esprime la propria libertà, soprattutto nell’esercizio dell’autodeterminazione del corpo attraverso la sessualità, la maternità, la riproduzione, ecc. Secondo la logica di don Corsi, che poi è la stessa del Vaticano (e che nutre e/o accompagna la pseudo-filosofia berlusconista tutt’ora imperante nel nostro paese), tutti questi atti hanno bisogno del benestare maschile, secondo una morale predisposta… da chi gestisce la verità che ci domina!

Se tutto questo manca, il sistema entra in default e bisogna rimuovere le cause del corto circuito. E siccome stiamo parlando di istinti primordiali, il ricorso alla violenza è la prima scelta possibile. Quella più “naturale”. Ciò dimostra, tra le altre cose, quanto il concetto di natura – non a caso agitato contro l’affettività e la sessualità di gay e lesbiche – sia solo un’arma ideologica e non una categoria dell’essere.

In base a tutto questo, noi non possiamo davvero pretendere dal signor Corsi, ormai di professione ex-prete,  di avere un sistema di pensiero più grande rispetto a quello che gli è stato inculcato dalla sua chiesa. Le idee, d’altronde, dovrebbero essere come uccelli: se le chiudi in gabbia, potranno solo passare da un bastoncino all’altro, dentro quel recinto. E no, don Corsi, sarò pure gay ma non stavo alludendo a ciò che lei penserebbe, a proposito di larghi orizzonti, se leggesse mai queste mie parole.

Quindi, riassumendo, non possiamo chiedere a certi preti di avere pensieri più elevati rispetto a quelli inculcati dalla gerarchia e riprodotti nel quotidiano sociale. Ma a coloro che ci circondano, sì: e non solo possiamo esigerlo, ma dobbiamo farlo. Perché costruire un mondo migliore, per le nostre madri, figlie, sorelle, amiche, colleghe, studentesse, ecc – per tutti e tutte noi in buona sostanza – è un dovere civile. Un esempio di democrazia. Un fatto di umanità.

Primarie da copione, con flop finale

Niente di nuovo sotto il sole, sarebbe da dire. Bersani primo, Renzi secondo, Vendola terzo e Puppato e Tabacci con percentuali tali da rendere gloriose le ultime tornate elettorali di Rifondazione & ko. Adesso nel teatrino della politica si consumerà ciò che in altri paesi si chiama consacrazione e che qui in Italia, patria di ogni corruzione semantica possibile, è definito col termine di primarie.

Perché dico questo? Cito Aldo Busi, sottile analista della pagina politica di ieri il quale, oltre ad aver definito i “fantastici cinque” con l’epiteto più idoneo di “smoscia-uccelli”, fa notare ad una Parietti in cerca disperata di visibilità, senza nemmeno l’attenuante dell’Isola dei Famosi –il momento più alto del suo eloquio è stato una citazione plurima dell’epiteto “culo” – che questa tornata “elettorale” è cosa modesta rispetto alle gare, quelle vere, che possiamo assistere altrove.

Queste primarie avrebbero avuto un senso, in altre parole, senza l’ingombrante presenta di un Bersani come espressione di un potere, quello dell’apparato di partito, che non ha intenzione di schiodarsi da poltrone et similia.

Votare l’attuale segretario del Pd ha avuto il solo significato di giustificare gli ultimi vent’anni di politica italiana. Tutta. Quindi il berlusconismo, che è il vero creatore dell’attuale classe dirigente di quel partito, tolte alcune eccezioni, va da sé.

Ieri perciò non si è votato tra due o più progetti di sinistra da presentare all’elettorato. È stata per lo più una conta per capire se il modello politico vincente in Italia debba essere quello della conservazione o quello dell’innovazione. E faccio presente che considero il primo modello quello proposto da Bersani e Vendola, il secondo quello seguito da Renzi. Certo, un’innovazione di tipo centrista e liberista, ma sempre preferibile al cattocomunismo che è stato fertile humus dell’ultimo ventennio. Fosse non altro per ridefinire su basi nuove il concetto di sinistra.

Il copione seguirà come deve: l’elettorato piddino, ligio nel prendere le parti del più forte, eleggerà senza nulla obiettare – a cominciare da tutto il male derivante dal governo Monti, sostenuto in tutto e per tutto dall’attuale segretario del Pd – Bersani, per poi lamentarsi, subito dopo, dei mali italiani. Un po’ come Susanna Camusso, la cui dichiarazione di voto ha di fatto distrutto ogni residuo di credibilità della CGIL (per chi non lo sapesse, la signora in questione ha votato il responsabile delle politiche per cui poi fa scioperare i lavoratori).

Vendola intanto fa l’occhiolino ai due finalisti. Dimenticando di ricordare di aver firmato un documento di intenti che lo lega a doppia mandata al leader piddino… certo, potrebbe fare l’ago della bilancia e chiedere maggiori garanzie su diritti civili, scuola, spese militari (da ridurre), questione morale, ecc. Temo che si accontenterà di recitare la sua parte da comprimario, delegando Casini a perno della futura coalizione.

E questo è quanto, popolo. Con un’ultima considerazione. A votare, sono andati in tre milioni e poco più. Cifra rispettabilissima, per carità. Ma il Pd – e gli altri candidati – riflettano bene: è il dato più basso nella storia delle primarie italiane. Anche se temo che tale riflessione, come molte altre, su quello che in realtà è un flop, purtroppo non arriverà.