Del “servire” e altri mali contemporanei

renzismo: svolta buona o asservimento?

Non riesco a non pensare quanto questo capitalismo sia profondamente sbagliato. Non crea felicità, se non per pochi. E la massa degli/lle uguali è costretta a lavorare per mantenere se stessa in una sorta di asservimento al sistema, appena ammantata dall’illusione di essere liberi di scegliere per se stessi. Quando poi basta leggere un contratto di lavoro di un operaio metalmeccanico per capire che – se per mantenere il tuo posto in fabbrica sei costretto a turni alienanti e non hai nemmeno la possibilità di mangiare un panino e di andare in bagno – tutto questo è l’esatto opposto del concetto di felicità.

Credo, altresì, che una società che non fa nulla per eliminare le cause che rendono l’individuo afflitto e succube, meriti il sistema di sfruttamento che la conduce alla sudditanza (economica, culturale). Per tale ragione, aderire entusiasticamente alle scelte di questo o quel governo – traducendo: essere consustanziali al renzismo oggi, così come si era berlusconiani ieri – mi sembra la forma peggiore di “collaborazionismo” che un essere umano possa fare contro se stesso.

Il renzismo, erede edulcorato – e quindi ben peggiore – della menzogna politica del Cavaliere, ci obbliga ad accettare condizioni umilianti. Per capire cosa intendo, è illuminante ritornare sul lapsus che ieri, a Ballarò, il ministro Poletti ha proferito di fronte a milioni di elettori ed elettrici: parlando del jobs act lo ha definito con la perifrasi “contratti di tre anni a tempo indeterminato”. E certi errori dell’inconscio, si sa, nascondono le verità più recondite: in altre parole, si può essere precari per sempre. Ti assumono, ma con la possibilità di essere licenziati in qualsiasi momento. E il gioco riparte sempre uguale. Ciò ci rende ricattabili. Il ricatto. Questa è la felicità imposta dal sindaco di Firenze: un posto di lavoro a condizioni ai limiti della dignità umana, pochi spiccioli di stipendio e, come se non bastasse, l’obbligo di esser grati per tutto questo. Pena l’accostamento con qualche rapace notturno.

La sintesi mirabile di questa sudditanza culturale sta nella frase: «ringrazia che hai un lavoro». Il lavoro è un diritto, lo dice la nostra Costituzione. Un diritto a cui si accede in condizioni particolari, è ovvio: non posso fare il medico o l’avvocato se non ho le competenze. E in quanto diritto, si porta con sé doveri specifici, legati appunto al dovere di svolgerlo. È come se ogni volta che andassimo a votare, il presidente del seggio pretendesse riconoscenza per il nostro diritto alla democrazia. Giusto per capire l’imbecillità dell’enunciato. Su tale idiozia si basa l’intera narrazione renziana.

In tal senso, vedere orde di ventenni e di trentenni che fanno spallucce di fronte allo status quo che si sta profilando, mi indigna profondamente. Nessuno dovrebbe ringraziare chicchessia in nome della propria dignità. La dignità è un qualcosa che si deve pretendere, che gli altri hanno il dovere di rispettare a priori. Anni di battaglie, anche in quanto attivista LGBT, me lo hanno insegnato. Prestare il fianco a dichiarazioni quali «eh, ma c’è la crisi, cosa si può fare di più di quello che stanno facendo» e empietà similari, significa essere al servizio di una causa che arricchirà sempre i soliti (ig)noti al prezzo della nostra vita e del nostro lavoro. È il peggiore benaltrismo: quello che va contro i nostri sogni e il nostro futuro.

Non ringrazierò mai nessuno per il lavoro che faccio nel luogo in cui svolgo la mia professione. Per essere arrivato fin lì, ho studiato, mi sono specializzato, ho superato concorsi, esami, colloqui di lavoro. Per tutto questo posso solo prendere atto della mia professionalità. Ed è cosa ben diversa. E se qualcuno si stesse chiedendo se parlo dall’alto di qualche privilegio, ricordo che lavoro nel privato, posso essere mandato a casa in qualsiasi momento e sono un precario. Giusto per capire chi sta scrivendo queste parole.

Essere al servizio di chi ci vuole funzionali a un sistema sociale che fa vivere bene il potente e, a costi umani elevatissimi, consola il cittadino con elemosine eventuali – una per tutte: gli 80 euro – significa, appunto, servire una causa che ci rende infelici, non liberi/e. Una causa che abbassa i cittadini e le cittadine al rango di sudditi. E una persona siffatta, contenta di esser tale o non disposta a mettere in discussione lo stato delle cose, rientra nella categoria di coloro che io chiamo “servi”. Per cui, se poi vi chiamo così, non dovete arrabbiarvi. Siete voi che, non indignandovi, vi collocate automaticamente sotto tale etichetta.

Credo che un mondo migliore sia quello di una società civile – e non di un ceto di popolani – che esige il rispetto di leggi fondamentali: le stesse che ci vogliono uguali a prescindere da quello che siamo e destinati/e a un senso di dignità profonda per quello che può e deve essere il nostro ruolo dentro la collettività, lavoro incluso. Fuori da questi binari si è, appunto, indegni/e. Perché si serve una causa che non ci riguarda, ma che ci sfrutta. Questo, semplicemente, io penso. Poi ognuno faccia i conti con la propria coscienza.

Del perché, a parer mio, il gay renziano non merita stima

raduno renziano

Purtroppo è più forte di loro: i gay renziani non vanno contraddetti (così come i renziani in genere) o reagiscono male. In questo sono abbastanza simili ai loro pigmalioni berlusconiani. Stamattina sono incappato in una discussione, che si prolungava già da ieri, con alcuni sostenitori del premier e del suo nuovo corso, che io critico in quanto tale. Ne è nato il solito flame, sul quale non voglio dilungarmi.

Faccio solo notare che seguono svariati insulti sul fatto che scrivo per il Fatto Quotidiano e amenità similari. Adesso, stiamo appunto parlando di persone LGBT o che nella vita si dicono friendly e poi il massimo che riescono a concepire per una coppia dello stesso sesso è una leggina a diritti dimezzati.

Andrebbe loro risposto in modo congruo, tipo:

Ma poiché credo che l’argomentazione sia qualcosa che meriti di più rispetto a centoquaranta caratteri – anche se il loro leader li ha abituati a “tanto”, temo – cercherò di spiegare una volta per tutte perché credo che, se sei gay e voti e sostieni Renzi, sei una persona non degna della mia stima. Procederò per punti:

1. il Pd – la cui coalizione ho votato nelle elezioni del 2013 – ha prodotto, per mano di collaboratori renziani, una legge contro l’omofobia che permette, a determinati soggetti e in specifici contesti (tipo scuole, chiese e partiti) di poter affermare frasi anche offensive contro le persone LGBT. Secondo la vulgata che sostiene tale legge, poter dire che essere gay è una malattia dalla quale si può guarire rientra nella cosiddetta libertà di pensiero

2. la legge sulle unioni civili, poi, dimostra ancora una volta la vera natura del leader e dei suoi seguaci. Non si vuole infatti un provvedimento che vuole far rientrare nel rango degli/lle uguali anche le persone LGBT, attraverso l’accesso al matrimonio, ma creare un istituto a parte per gay e lesbiche. Insomma, ci tengono lontani dal matrimonio, riservato alla massa dei normali, in quanto”froci” e “lelle”. Adesso capisco che per qualcuno questa può essere una conquista, o il massimo a cui aspirare, ma per me è un insulto alla mia dignità di essere umano e di cittadino

3. se questo è vero, quindi se l’insulto contro una categoria di persone rientra nella facoltà che abbiamo di esprimere opinioni su qualcuno e se quelle stesse categorie vanno trattate come oggetti “a parte”, a cui riservare quindi apartheid di tipo giuridico, sarò libero di dispensare dal mio concetto di rispetto e di stima quei gay e quelle lesbiche che votano per chi li tratta in un certo modo. In quanto gay e in quanto sostenitori del premier, appunto

4. ne consegue che posso utilizzare l’aggettivo “renziano” come connotato negativamente. D’altronde, lo facevo già – secondo l’uso linguistico del tempo – con i berlusconiani, verso cui tutte le persone affezionate al concetto di legalità nutrivano un sano disappunto, potrò farlo con le loro brutte copie.

Concludendo, la mia idea personale è che leggi come quelle proposte (e mai votate) non aiutano al raggiungimento della piena uguaglianza, ma segnano un solco tra la norma e lo scarto da essa. Ciò non vuol dire che io “rifiuto” queste leggi – se le dovessero mai approvare potrei al massimo evitare di avvalermene – né che abbia gli strumenti per fare in modo che esse non vengano votate. Più semplicemente, me ne distanzio, vista qual è la filosofia che le anima.

Poi, se democrazia è accettare che una massa numerosa, la cosiddetta maggioranza, vada unita e granitica verso un “nuovo verso” che per me è poco dignitoso, sempre il medesimo concetto di democrazia mi dà la facoltà di pensare che quel nuovo corso sia orripilante e di non avere stima alcuna per chi lo propina come unico possibile: si chiama, appunto, libertà di pensiero. Se vale per gli omofobi con cui fanno accordi e per i politici che eleggono, varrà anche per un comune cittadino che esprime le sue idee. O no?

Dulcis in fundo, ci sarebbe da fare un lungo discorso sul fatto che non è vero che dopo Renzi c’è il nulla, e semmai che visto il nulla che c’è intorno abbiamo Renzi come suo prodotto conseguente. Ma questa è un’altra storia che mi appassiona ben poco. Per il resto, a buon rendere.

P.S.: onde evitare confusione, e visto che mi è già stato chiesto, definisco “gay renziano” chi difende Renzi per tutto quello che fa, in modo acritico, o chi lavora per lui dentro il partito. Passi chi lo ha votato nell’illusione di avere un leader normale, purché smetta ad un certo punto.

Piagnisteo democratico

Ilda Curti, Pd

Ilda Curti, Pd

Scrive Ilda Curti, consigliera comunale ed assessora del Pd a Torino, nonché civatiana:

Dal programma per le Primarie di Matteo Renzi ‪#‎cambiaVerso‬
1. Ius soli
2. Quote rosa
3. Coppie gay: civil partnership, stepchild adoption
4. Violenza e odio: approvazione di una legge contro l’omofobia e contro la violenza sulle donne.
5. Testamento biologico.
No, l’abolizione dell’art.18 non c’era. Il resto si. Se la politica è compromesso (e vabbè) le frontiere ideologiche si forzano anche nell’altro verso. Non pervenute azioni di forzatura sui punti da 1 a 5. Gli unici “simboli ideologici” da forzare evidentemente sono i nostri ‪#‎QuousqueTandemAbutere‬

Vorrei ricordare a Curti che questo succede quando si sta in un partito che di sinistra ha solo l’elettorato: quello che per altro si fa piacere qualsiasi cosa, perché poi non è così diverso dai cattolici con cui litigava negli anni sessanta in quanto a dogmatismo.

E questo, insieme a molte altre cose, dimostra quello che ho sempre sostenuto: il Partito democratico è uno dei più grandi errori della storia dell’Italia contemporanea, dopo il fascismo (che ha distrutto la libertà in questo paese) e il berlusconismo (che ha ridicolizzato e ferito la democrazia).

Con l’avvento del Pd si sta distruggendo il concetto di sinistra, rendendolo uguale a quella destra post-ideologica, ultraliberista e possibilista in fatto di convivenza con malaffare, disprezzo delle regole, depotenziamento democratico.

Ci sono molte persone per bene dentro il Pd, questo l’ho sempre pensato. Ma cos’altro deve accadere per capire che continuando a rimanere in quel soggetto non si fa altro che dare ossigeno a quelle forze che poi, con la loro azione politica reale, inducono Curti, Viotti e Civati stesso a scrivere cose del genere? Non sarebbe l’ora di depotenziare questo progetto autoritario e antidemocratico? Per andar dove, mi si chiederà. Vi ricordo che alle ultime europee il 45% degli elettori e delle elettrici se ne è rimasto a casa. Vogliamo cominciare da lì? A meno che non si concepisca il proprio agire politico solo come piagnisteo, va da sé.

Squadracce renziane

metafora del renziano medio

In merito alla lite tra Renzi e Floris (che per altro non amo particolarmente), ha detto tutto ciò che si poteva dire – a parer mio – il mio amico Andrea Contieri:

Sulla Rai abbiamo cambiato talmente tanto verso che abbiamo fatto il giro completo e siamo tornati al punto di partenza.

Floris ha semplicemente praticato quell’antica e scomparsa professione che si chiama giornalismo. Ricordate? Quella roba che presuppone che uno ti faccia una domanda e tu gli risponda almeno una volta ogni tanto senza la pretesa di vivere un continuo comizio. Ecco quella roba lì.

Si ricorda in via preventiva alle groupie del Cicciobello che se le stesse parole del tweet di Renzi sulla Rai le avesse pronunciate Berlusconi stamattina staremmo parlando già di Editto di viale Mazzini e avremmo in libreria una ventina di libri di “ggente de’ sinistra” sull’argomento.

Mi limito ad aggiungere – leggendo certi commenti sui social, in merito alla vicenda – che è incredibile come anche il/la militante medio/a del Pd si sia talmente uniformato ai canoni veteroberlusconiani – quelli dell’editto bulgaro, per intenderci – al punto da sembrare uno di quei gadget da cineseria/giapponeseria da quattro soldi, tipo quei gatti di plastica che muovono automaticamente la zampetta in avanti per scandire il tempo.

Solo che il renziano medio non conta i secondi: sembra invece programmato per aggredirti – alla stregua di un “camerata” da squadraccia telematica (poi diciamo ai grillini, eh!) – non appena critichi l’azione di un leader autoproclamatosi uomo della provvidenza popolare (senza nemmeno aver avuto un passaggio alle urne).

E a sentire il tono delle minacce di Renzi a Floris – arriverà il futuro anche alla RAI – si capisce perché.

La morte di Mandela alla lente dell’Italia berlusconiana

Nelson Mandela

Muore Nelson Mandela. Non credo ci sia molto da dire perché è di grande portata storica la sua figura, un personaggio chiave del secolo scorso, il padre della democrazia in Sud Africa, l’esempio che cambiare è possibile anche sotto la lente della “rivoluzione”, del sovvertimento dello status quo, se questo significa il perdurare di un’ingiustizia.

Per cui aggiungere altro al vuoto assoluto che lascia la sua morte rischia di essere oltre modo retorico. La storia, e la sua storia nello specifico, parla da sola.

Poi ti svegli in Italia e questa notizia si declina con le reazioni di politica e media. Due casi limite per capire quanto ancora sia inadeguato il nostro paese in tema di diritti civili.

Il Giornale che fa un titolone con tanto di refuso, chiamandolo padre dell’apartheid. I lapsus si sa dischiudono verità nascoste. È la destra italiana è ben lontana dal non essere razzista. Quel titolo dice molte cose in merito.

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“Mandela padre dell’Apartheid!” pessima figura del Giornale

Poi ancora: l’immancabile retorica del Pd che lo piange. Dimenticando, lor signori d’apparato, che se c’erano loro in Sud Africa, avrebbero fatto una legge contro l’apartheid a tutela dei bianchi razzisti. Ricordiamoci la recente legge sull’omofobia….

Concludo con una piccola nota a margine. Nel Sud Africa nato dalle lotte di Mandela, dopo anni di dittatura bianca, si approvarono i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Nessuno disse mai che c’erano altre urgenze. Si fecero perché o è democrazia per tutti/è o non è democrazia. Da noi certi benaltrismi sono portati avanti, a ben vedere, proprio dai capi del Pd. O osteggiati dai lettori del Giornale e dai loro rappresentanti in parlamento.

Gli stessi “microbi” di un sistema di potere che scompaiono, umanamente e politicamente, di fronte alla grande lezione di civiltà data al mondo intero da Mandela. Ricordiamocelo sempre.

Come aiutare Berlusconi? Dite che non cambia nulla

Continuo a leggere che con la decadenza di Berlusconi non cambierà nulla. Credo si tratti del solito disfattismo all’italiana, tipico soprattutto di una certa parte politica – che si colloca a sinistra – per cui tutto deve essere vissuto nel segno del disfattismo, anche quelle che si profilano come vittorie.

Perché aver accompagnato il “Cavaliere” o ciò che ne rimane alla porta delle istituzioni non è un fatto come tanti, ma una svolta epocale nella storia del berlusconismo stesso.

Innanzi tutto per l’aspetto simbolico della cosa. La famosa (e famigerata) “discesa in campo” del leader di Forza Italia aveva come fine quello di creare una larghissima impunità – oltre che una fattiva immunità – attorno alla sua figura. Dopo vent’anni sanguinosi la decadenza segna il fallimento concreto di quella parabola politica. A livello simbolico non è poco, né sotto la lente dello sguardo pubblico né nella percezione del destinatario stesso della sentenza. Il quale, se fosse vero che poco o nulla cambia con la decadenza, non avrebbe fatto il diavolo a quattro per evitare quanto è invece avvenuto.

Poi c’è il dato democratico. Ci lamentiamo spesso, in Italia, che non ci sia la certezza della pena e, quindi, la garanzia della legalità e del diritto. La decadenza va a favore proprio di quest’ultimo concetto. Anche i potenti, se sbagliano, finiscono in tribunale dove, se dichiarati colpevoli, devono scontare una condanna come qualsiasi altro cittadino. Vi sembra poco? A me per niente. Poi certo, possiamo aiutare il cittadino Berlusconi, adesso delinquente comune, a uscirne fuori costruendogli addosso questo alone di inefficacia giudiziaria, che a ben guardare è il mantra recitato a mo’ di rosario dalle Santanché, Comi, Mussolini e dai Bondi, Capezzone e Gasparri della situazione. Poi ci chiediamo perché la sinistra in questo paese non vince mai…

Terzo aspetto, il lato pratico. Berlusconi per sei anni perde ogni facoltà di candidarsi. Può rimanere il leader del centro-destra, siamo d’accordo. Ma non sarà lui a spingere i bottoni, dentro i palazzi. E per una personalità siffatta, che non riesce a delegare – e la delega, ricordiamolo, è una delle anime della democrazia – la cosa può essere addirittura usurante. Così come può essere problematico per chi, dentro il suo partito, dovesse fare il prestanome in sua vece. Ricordiamoci tutti cosa è successo ad Angelino Alfano.

E non dimentichiamoci ancora che ci sono altri processi in corso, a cominciare dal caso Ruby. Cade l’immunità, il legittimo impedimento, il castello di leggi ad personam efficaci se si ha lo scudo della permanenza a palazzo. A voi sembra davvero che sia tutto come prima? Liberi e libere di pensarlo, ma sappiate che state dando una mano enorme a un individuo che dovrebbe invece essere relegato all’oblio democratico e, possibilmente, assegnato ai servizi sociali. Come da condanna.

Perché non firmerò i referendum dei radicali

Premetto subito: alcuni di essi sono giusti, come quello sulla Bossi-Fini o come il quesito sul divorzio breve. Altri, quelli sulla giustizia, irricevibili perché dipingono la magistratura come un problema, quando invece sappiamo tutti che i giudici in Italia hanno garantito la tenuta democratica del paese. E non dimentichiamo che qui da noi molti di essi sono addirittura morti, per renderlo migliore.

A parte questo, spiegherò meglio le ragioni per cui non posso firmare per i referendum dei radicali.

Io credo che aver chiesto di essere sponsorizzati da Berlusconi abbia dato un valore politico di parte alla tornata referendaria nella sua interezza. Firmare e votare quei referendum ha il significato simbolico (e diciamolo, anche reale) di fare di Berlusconi la vittima di una giustizia deviata, quando invece la verità è che i criminali dovrebbero andare in galera. Anche per sempre, in base alla gravità del reato.

Adesso, Pannella avrà giocato d’astuzia, ma è stato comunque molto poco avveduto, in primo luogo perché questi referendum non passeranno mai (ce lo vedo il PdL a votare contro la Bossi-Fini) e in secondo luogo perché ha perso il voto di quanti e quante, pur reputando giuste le battaglie radicali, le hanno viste sacrificate e svendute all’altare del berlusconismo per un po’ di pubblicità.

Mi è stato detto di non guardare all’errore mediatico ma di considerare la giustezza dei quesiti e il loro contenuto, perché sarebbe un errore mescolare le due cose. Peccato che il primo a non aver creduto sul valore dei quesiti stessi e ad aver prestato il fianco a questo mescolamento di piani, per mere strategie di marketing, sia stato proprio il leader radicale.

Purtroppo questo autogol inficia tutta la campagna referendaria, ormai aderente alla causa berlusconiana in toto. Non si più più scindere il contenuto referendario (lecito in alcuni casi, irricevibile sulla giustizia) dal messaggio veicolato (Berlusconi è un leader credibile che firma i referendum perché vittima della giustizia italiana).

Continuo perciò a rimanere della mia idea: non posso avallare il berlusconismo, men che mai dietro il paravento della presunta (e tradita dai radicali in primis) “nobiltà” referendaria.

P.S.: faccio notare che il mio post di ieri sulla delusione per i radicali mi ha portato, da parte di alcuni iscritti/e, a pubblico biasimo (e ci sta), depennamenti dalle amicizie sui social (perché loro erano quelli che tutti/e possano esprimere liberamente un’opinione), insulti, tentativi di discredito personale (mi sono sentito dire “poveri alunni”, come se un’opinione politica potesse inficiare una professionalità), una lettera di qualche solerte militante alla presidenza nazionale di Arcigay per un mio post su un gruppo Facebook e qualche vaffanculo. Evidentemente l’alleanza con il leader del PdL sta portando i suoi primi, evidentissimi risultati.

Il due più due della questione kazaka

Chissà cosa prova Enrico Letta a far parte di un governo su cui pesa l’ombra di un’accusa di violazione per i diritti umani.
Chissà cosa deve provare Emma Bonino, a far parte di questo governo, lei, fiera alfiera dei diritti civili, ma non in questo caso.
Chissà cosa prova Angelino Alfano ad avere sulla coscienza la vita di due donne innocenti. Si dice che in Kazakistan ci sia una dittatura e che si facciano torture ai detenuti politici.
Chissà cosa prova questa classe politica che produce fatti orribili come la questione kazaka, fatti vergognosi come gli insulti di Calderoli a Kyenge e fatti assurdi, come l’acquisto di aerei da guerra inutili.

Evidentemente non deve interessare niente a nessuno di loro, visto che i principali protagonisti di queste vicende restano tutti seduti al loro posto. E per non sbagliare e per non schifare ulteriormente la società italiana, gli aerei verranno acquistati lo stesso.

Concludo ricordando un aspetto che forse non è stato messo adeguatamente in luce, sempre sulla vicenda dei rifugiati kazaki. Il Kazakistan è una miniera di gas e petrolio. L’italianissima Eni ha enormi interessi in quella zona. Tra i miliardari che hanno investito in quel paese c’è, strano ma vero, Silvio Berlusconi. Il presidente, pardon, il tiranno kazako è amico intimo del leader del PdL. Infatti pare che vada a fare le sue vacanze nelle ville sparse qua e là del Cavaliere.

Oggi in un bar, a Roma, mentre prendevo il caffè un cliente diceva al barista che era facile fare due più due. Chissà perché, ma a me non viene difficile crederlo.

Scandalo Calderoli-Kyenge? La solita ipocrisia all’italiana

Capisco e non capisco lo scandalo per Calderoli su Kyenge.

Capisco lo sconcerto perché, come dice giustamente Lia Celi nel suo profilo di Twitter, «in qualunque Paese civile se un politico con cariche istituzionali avesse parlato come Calderoli ora al suo posto ci sarebbe un cratere».

Non capisco perché non so cosa ci sia da aspettarsi da un elemento simile. Di certo non citazioni su Socrate e commenti di spessore in merito alla lettura di Voltaire. È stato anche il creatore del cosiddetto porcellum, che da anni ha consegnato l’Italia all’ingovernabilità o alla mercè del cavaliere e del suo entourage. Ed è pure omofobo.

Il dramma, riprendendo Celi, sta nel fatto che l’Italia non è un paese civile. È il paese che ha eletto ripetutamente un personaggio politicamente squallido come Silvio Berlusconi. È un paese, il nostro, che non riesce a produrre una sinistra semplicemente degna, prima ancora che degna di questo nome. È un paese in cui si obbedisce ciecamente al capo di una monarchia assoluta straniera – per i duri di comprendonio e con qualche problema in geografia: il papa e il Vaticano – in materia di diritti civili. È il paese in cui si accoltellano i gay per strada senza che il Parlamento abbia un sussulto in merito, che brucia scuole (con lo sdegno di quella stessa classe politica che distrugge l’istruzione non con la benzina ma con i tagli), che lascia emigrare cuori e cervelli.

In questo contesto, il razzismo di un membro della Lega, che è un partito razzista, dovrebbe essere “accettato” come in certi paesi del terzo mondo è abitudine prendere il mitra in mano quando questa o quella fazione perde le elezioni che sperava o pretendeva di vincere.

Tuttavia, poiché salviamo almeno le apparenze o perché si è razzisti a corrente alternata (e vi rimando ai numerosi articoli su rumeni, senegalesi e nazionalità varie da appiccicare a questo o quel crimine, sulle pagine di cronaca nera), gli insulti alla ministra del Pd ci sconvolgono. Giustamente, almeno se applichiamo il giudizio su quel piano teorico per cui certe manifestazioni vanno sempre condannate. E sappiamo che non è così.

Il Partito democratico, infatti, contava e conta tuttora al suo interno esponenti che nei confronti delle persone LGBT usa(va)no teorie non meno rozze nella valutazione dell’umanità della categoria in questione. Forse certe argomentazioni, ma chiamiamole anche e serenamente “insulti”, sono meno volgari, ma converrete con me che ci vuole poco, congiuntivi alla mano, ad esser meno peggio di un leghista sul piano dell’interazione civica. Estrema destra a parte, va da sé.

Eppure considerare milioni di gay, lesbiche, trans, ecc, alla stregua di malati di mente (cit. Binetti), mostri di egoismo (cit. Bindi e D’Alema), capricciosi e superficiali (cit. componente cattolica tutta del partito) non è meno pesante del paragone tra un essere umano e un primate.

Il Pd si sconvolge per il razzismo solo perché il suo azionista di maggioranza oltre Tevere ha da tempo ritenuto di dover ritirare il suo endorsement alla schiavitù, con cui giustificò l’intera politica sudamericana di Spagna e Portogallo dal ‘500 in poi. Non essendo più palesemente razzista, la chiesa non ha bisogno del disprezzo per neri e etnie altre per esercitare il suo potere coercitivo. Il Pd, dunque, ha gioco facile a essere unanime, per una volta, nella condanna alle parole di Calderoli.

Poiché invece il Vaticano ha ragion d’essere, per il controllo sociale, nel mantenimento dell’omofobia – e bisogna capirli: dopo aver fatto fuori dal suo elenco neri ed ebrei, gli rimangono solo i “froci” – il gruppo dirigente dell’ex maggior partito dell’opposizione al berlusconismo, con cui ora va bellamente a braccetto e al governo contro giudici e democrazia, non può e soprattutto non deve avere una voce unanime contro il disprezzo nei confronti della gay community italiana. Almeno per i prossimi quattrocento anni (che poi è il tempo standard che impiega la chiesa per capire quanto possa aver sbagliato nella valutazione dell’ovvio).

Per tutte queste ragioni, dunque, capisco e non capisco quello sdegno. Lo capisco, perché nel mio intimo mi appartiene. Ma non lo capisco perché, politicamente parlando e fatti alla mano, mi sembra solo una delle tante ipocrisie che contraddistinguono il nostro paese.

Idem: “I diritti ai gay? Berlusconi ci ha dato il permesso”

La ministra per le Pari Opportunità Josefa Idem ha oggi dichiarato che il governo si impegnerà per una legge sulle unioni civili. Perché, a sentir lei, i gay non sono cittadini di serie B. E non importa come si chiamerà questa unione, se solo “civile” o matrimonio, l’importante è cosa contiene.

A chi le ha fatto notare che sta al governo con partiti omofobi, ha sottolineato che ha già sentito Berlusconi, che ha dato il suo ok a una legislazione in merito: il grande capo del centro-sinistra, della destra e di questo governo concede il suo permesso, insomma…

Adesso io non ho nulla contro Idem, anzi, mi sta pure parecchio simpatica. È col suo governo che ho un piccolo conto in sospeso. Perché quando ho votato Italia Bene Comune mai mi sarei aspettato larghe intese con un PdL il cui leader è accusato di corruzione, compravendita di senatori e sesso con prostitute minorenni. E da un partito del genere non mi aspetto nulla di buono. Diritti civili inclusi.

Per altro, dire che si farà una legge “sui gay”, significa tutto e niente. Anche in Sud Africa fecero, a suo tempo, una legge riguardante i neri. E pure Hitler legiferò sui diritti degli ebrei: togliendoglieli.

Visto il governo, non mi stupirebbe una norma siffatta: «una coppia gay non è famiglia, ma entrambi gli individui facenti parte possono prendere l’ascensore condominiale, purché ciò avvenga non in presenza di un minore». Cose così, insomma.

Io non mi fido. Almeno fino a prova contraria. Ecco.