La morte di Mandela alla lente dell’Italia berlusconiana

Nelson Mandela

Muore Nelson Mandela. Non credo ci sia molto da dire perché è di grande portata storica la sua figura, un personaggio chiave del secolo scorso, il padre della democrazia in Sud Africa, l’esempio che cambiare è possibile anche sotto la lente della “rivoluzione”, del sovvertimento dello status quo, se questo significa il perdurare di un’ingiustizia.

Per cui aggiungere altro al vuoto assoluto che lascia la sua morte rischia di essere oltre modo retorico. La storia, e la sua storia nello specifico, parla da sola.

Poi ti svegli in Italia e questa notizia si declina con le reazioni di politica e media. Due casi limite per capire quanto ancora sia inadeguato il nostro paese in tema di diritti civili.

Il Giornale che fa un titolone con tanto di refuso, chiamandolo padre dell’apartheid. I lapsus si sa dischiudono verità nascoste. È la destra italiana è ben lontana dal non essere razzista. Quel titolo dice molte cose in merito.

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“Mandela padre dell’Apartheid!” pessima figura del Giornale

Poi ancora: l’immancabile retorica del Pd che lo piange. Dimenticando, lor signori d’apparato, che se c’erano loro in Sud Africa, avrebbero fatto una legge contro l’apartheid a tutela dei bianchi razzisti. Ricordiamoci la recente legge sull’omofobia….

Concludo con una piccola nota a margine. Nel Sud Africa nato dalle lotte di Mandela, dopo anni di dittatura bianca, si approvarono i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Nessuno disse mai che c’erano altre urgenze. Si fecero perché o è democrazia per tutti/è o non è democrazia. Da noi certi benaltrismi sono portati avanti, a ben vedere, proprio dai capi del Pd. O osteggiati dai lettori del Giornale e dai loro rappresentanti in parlamento.

Gli stessi “microbi” di un sistema di potere che scompaiono, umanamente e politicamente, di fronte alla grande lezione di civiltà data al mondo intero da Mandela. Ricordiamocelo sempre.

Come aiutare Berlusconi? Dite che non cambia nulla

Continuo a leggere che con la decadenza di Berlusconi non cambierà nulla. Credo si tratti del solito disfattismo all’italiana, tipico soprattutto di una certa parte politica – che si colloca a sinistra – per cui tutto deve essere vissuto nel segno del disfattismo, anche quelle che si profilano come vittorie.

Perché aver accompagnato il “Cavaliere” o ciò che ne rimane alla porta delle istituzioni non è un fatto come tanti, ma una svolta epocale nella storia del berlusconismo stesso.

Innanzi tutto per l’aspetto simbolico della cosa. La famosa (e famigerata) “discesa in campo” del leader di Forza Italia aveva come fine quello di creare una larghissima impunità – oltre che una fattiva immunità – attorno alla sua figura. Dopo vent’anni sanguinosi la decadenza segna il fallimento concreto di quella parabola politica. A livello simbolico non è poco, né sotto la lente dello sguardo pubblico né nella percezione del destinatario stesso della sentenza. Il quale, se fosse vero che poco o nulla cambia con la decadenza, non avrebbe fatto il diavolo a quattro per evitare quanto è invece avvenuto.

Poi c’è il dato democratico. Ci lamentiamo spesso, in Italia, che non ci sia la certezza della pena e, quindi, la garanzia della legalità e del diritto. La decadenza va a favore proprio di quest’ultimo concetto. Anche i potenti, se sbagliano, finiscono in tribunale dove, se dichiarati colpevoli, devono scontare una condanna come qualsiasi altro cittadino. Vi sembra poco? A me per niente. Poi certo, possiamo aiutare il cittadino Berlusconi, adesso delinquente comune, a uscirne fuori costruendogli addosso questo alone di inefficacia giudiziaria, che a ben guardare è il mantra recitato a mo’ di rosario dalle Santanché, Comi, Mussolini e dai Bondi, Capezzone e Gasparri della situazione. Poi ci chiediamo perché la sinistra in questo paese non vince mai…

Terzo aspetto, il lato pratico. Berlusconi per sei anni perde ogni facoltà di candidarsi. Può rimanere il leader del centro-destra, siamo d’accordo. Ma non sarà lui a spingere i bottoni, dentro i palazzi. E per una personalità siffatta, che non riesce a delegare – e la delega, ricordiamolo, è una delle anime della democrazia – la cosa può essere addirittura usurante. Così come può essere problematico per chi, dentro il suo partito, dovesse fare il prestanome in sua vece. Ricordiamoci tutti cosa è successo ad Angelino Alfano.

E non dimentichiamoci ancora che ci sono altri processi in corso, a cominciare dal caso Ruby. Cade l’immunità, il legittimo impedimento, il castello di leggi ad personam efficaci se si ha lo scudo della permanenza a palazzo. A voi sembra davvero che sia tutto come prima? Liberi e libere di pensarlo, ma sappiate che state dando una mano enorme a un individuo che dovrebbe invece essere relegato all’oblio democratico e, possibilmente, assegnato ai servizi sociali. Come da condanna.

Perché non firmerò i referendum dei radicali

Premetto subito: alcuni di essi sono giusti, come quello sulla Bossi-Fini o come il quesito sul divorzio breve. Altri, quelli sulla giustizia, irricevibili perché dipingono la magistratura come un problema, quando invece sappiamo tutti che i giudici in Italia hanno garantito la tenuta democratica del paese. E non dimentichiamo che qui da noi molti di essi sono addirittura morti, per renderlo migliore.

A parte questo, spiegherò meglio le ragioni per cui non posso firmare per i referendum dei radicali.

Io credo che aver chiesto di essere sponsorizzati da Berlusconi abbia dato un valore politico di parte alla tornata referendaria nella sua interezza. Firmare e votare quei referendum ha il significato simbolico (e diciamolo, anche reale) di fare di Berlusconi la vittima di una giustizia deviata, quando invece la verità è che i criminali dovrebbero andare in galera. Anche per sempre, in base alla gravità del reato.

Adesso, Pannella avrà giocato d’astuzia, ma è stato comunque molto poco avveduto, in primo luogo perché questi referendum non passeranno mai (ce lo vedo il PdL a votare contro la Bossi-Fini) e in secondo luogo perché ha perso il voto di quanti e quante, pur reputando giuste le battaglie radicali, le hanno viste sacrificate e svendute all’altare del berlusconismo per un po’ di pubblicità.

Mi è stato detto di non guardare all’errore mediatico ma di considerare la giustezza dei quesiti e il loro contenuto, perché sarebbe un errore mescolare le due cose. Peccato che il primo a non aver creduto sul valore dei quesiti stessi e ad aver prestato il fianco a questo mescolamento di piani, per mere strategie di marketing, sia stato proprio il leader radicale.

Purtroppo questo autogol inficia tutta la campagna referendaria, ormai aderente alla causa berlusconiana in toto. Non si più più scindere il contenuto referendario (lecito in alcuni casi, irricevibile sulla giustizia) dal messaggio veicolato (Berlusconi è un leader credibile che firma i referendum perché vittima della giustizia italiana).

Continuo perciò a rimanere della mia idea: non posso avallare il berlusconismo, men che mai dietro il paravento della presunta (e tradita dai radicali in primis) “nobiltà” referendaria.

P.S.: faccio notare che il mio post di ieri sulla delusione per i radicali mi ha portato, da parte di alcuni iscritti/e, a pubblico biasimo (e ci sta), depennamenti dalle amicizie sui social (perché loro erano quelli che tutti/e possano esprimere liberamente un’opinione), insulti, tentativi di discredito personale (mi sono sentito dire “poveri alunni”, come se un’opinione politica potesse inficiare una professionalità), una lettera di qualche solerte militante alla presidenza nazionale di Arcigay per un mio post su un gruppo Facebook e qualche vaffanculo. Evidentemente l’alleanza con il leader del PdL sta portando i suoi primi, evidentissimi risultati.

Il due più due della questione kazaka

Chissà cosa prova Enrico Letta a far parte di un governo su cui pesa l’ombra di un’accusa di violazione per i diritti umani.
Chissà cosa deve provare Emma Bonino, a far parte di questo governo, lei, fiera alfiera dei diritti civili, ma non in questo caso.
Chissà cosa prova Angelino Alfano ad avere sulla coscienza la vita di due donne innocenti. Si dice che in Kazakistan ci sia una dittatura e che si facciano torture ai detenuti politici.
Chissà cosa prova questa classe politica che produce fatti orribili come la questione kazaka, fatti vergognosi come gli insulti di Calderoli a Kyenge e fatti assurdi, come l’acquisto di aerei da guerra inutili.

Evidentemente non deve interessare niente a nessuno di loro, visto che i principali protagonisti di queste vicende restano tutti seduti al loro posto. E per non sbagliare e per non schifare ulteriormente la società italiana, gli aerei verranno acquistati lo stesso.

Concludo ricordando un aspetto che forse non è stato messo adeguatamente in luce, sempre sulla vicenda dei rifugiati kazaki. Il Kazakistan è una miniera di gas e petrolio. L’italianissima Eni ha enormi interessi in quella zona. Tra i miliardari che hanno investito in quel paese c’è, strano ma vero, Silvio Berlusconi. Il presidente, pardon, il tiranno kazako è amico intimo del leader del PdL. Infatti pare che vada a fare le sue vacanze nelle ville sparse qua e là del Cavaliere.

Oggi in un bar, a Roma, mentre prendevo il caffè un cliente diceva al barista che era facile fare due più due. Chissà perché, ma a me non viene difficile crederlo.

Scandalo Calderoli-Kyenge? La solita ipocrisia all’italiana

Capisco e non capisco lo scandalo per Calderoli su Kyenge.

Capisco lo sconcerto perché, come dice giustamente Lia Celi nel suo profilo di Twitter, «in qualunque Paese civile se un politico con cariche istituzionali avesse parlato come Calderoli ora al suo posto ci sarebbe un cratere».

Non capisco perché non so cosa ci sia da aspettarsi da un elemento simile. Di certo non citazioni su Socrate e commenti di spessore in merito alla lettura di Voltaire. È stato anche il creatore del cosiddetto porcellum, che da anni ha consegnato l’Italia all’ingovernabilità o alla mercè del cavaliere e del suo entourage. Ed è pure omofobo.

Il dramma, riprendendo Celi, sta nel fatto che l’Italia non è un paese civile. È il paese che ha eletto ripetutamente un personaggio politicamente squallido come Silvio Berlusconi. È un paese, il nostro, che non riesce a produrre una sinistra semplicemente degna, prima ancora che degna di questo nome. È un paese in cui si obbedisce ciecamente al capo di una monarchia assoluta straniera – per i duri di comprendonio e con qualche problema in geografia: il papa e il Vaticano – in materia di diritti civili. È il paese in cui si accoltellano i gay per strada senza che il Parlamento abbia un sussulto in merito, che brucia scuole (con lo sdegno di quella stessa classe politica che distrugge l’istruzione non con la benzina ma con i tagli), che lascia emigrare cuori e cervelli.

In questo contesto, il razzismo di un membro della Lega, che è un partito razzista, dovrebbe essere “accettato” come in certi paesi del terzo mondo è abitudine prendere il mitra in mano quando questa o quella fazione perde le elezioni che sperava o pretendeva di vincere.

Tuttavia, poiché salviamo almeno le apparenze o perché si è razzisti a corrente alternata (e vi rimando ai numerosi articoli su rumeni, senegalesi e nazionalità varie da appiccicare a questo o quel crimine, sulle pagine di cronaca nera), gli insulti alla ministra del Pd ci sconvolgono. Giustamente, almeno se applichiamo il giudizio su quel piano teorico per cui certe manifestazioni vanno sempre condannate. E sappiamo che non è così.

Il Partito democratico, infatti, contava e conta tuttora al suo interno esponenti che nei confronti delle persone LGBT usa(va)no teorie non meno rozze nella valutazione dell’umanità della categoria in questione. Forse certe argomentazioni, ma chiamiamole anche e serenamente “insulti”, sono meno volgari, ma converrete con me che ci vuole poco, congiuntivi alla mano, ad esser meno peggio di un leghista sul piano dell’interazione civica. Estrema destra a parte, va da sé.

Eppure considerare milioni di gay, lesbiche, trans, ecc, alla stregua di malati di mente (cit. Binetti), mostri di egoismo (cit. Bindi e D’Alema), capricciosi e superficiali (cit. componente cattolica tutta del partito) non è meno pesante del paragone tra un essere umano e un primate.

Il Pd si sconvolge per il razzismo solo perché il suo azionista di maggioranza oltre Tevere ha da tempo ritenuto di dover ritirare il suo endorsement alla schiavitù, con cui giustificò l’intera politica sudamericana di Spagna e Portogallo dal ’500 in poi. Non essendo più palesemente razzista, la chiesa non ha bisogno del disprezzo per neri e etnie altre per esercitare il suo potere coercitivo. Il Pd, dunque, ha gioco facile a essere unanime, per una volta, nella condanna alle parole di Calderoli.

Poiché invece il Vaticano ha ragion d’essere, per il controllo sociale, nel mantenimento dell’omofobia – e bisogna capirli: dopo aver fatto fuori dal suo elenco neri ed ebrei, gli rimangono solo i “froci” – il gruppo dirigente dell’ex maggior partito dell’opposizione al berlusconismo, con cui ora va bellamente a braccetto e al governo contro giudici e democrazia, non può e soprattutto non deve avere una voce unanime contro il disprezzo nei confronti della gay community italiana. Almeno per i prossimi quattrocento anni (che poi è il tempo standard che impiega la chiesa per capire quanto possa aver sbagliato nella valutazione dell’ovvio).

Per tutte queste ragioni, dunque, capisco e non capisco quello sdegno. Lo capisco, perché nel mio intimo mi appartiene. Ma non lo capisco perché, politicamente parlando e fatti alla mano, mi sembra solo una delle tante ipocrisie che contraddistinguono il nostro paese.

Idem: “I diritti ai gay? Berlusconi ci ha dato il permesso”

La ministra per le Pari Opportunità Josefa Idem ha oggi dichiarato che il governo si impegnerà per una legge sulle unioni civili. Perché, a sentir lei, i gay non sono cittadini di serie B. E non importa come si chiamerà questa unione, se solo “civile” o matrimonio, l’importante è cosa contiene.

A chi le ha fatto notare che sta al governo con partiti omofobi, ha sottolineato che ha già sentito Berlusconi, che ha dato il suo ok a una legislazione in merito: il grande capo del centro-sinistra, della destra e di questo governo concede il suo permesso, insomma…

Adesso io non ho nulla contro Idem, anzi, mi sta pure parecchio simpatica. È col suo governo che ho un piccolo conto in sospeso. Perché quando ho votato Italia Bene Comune mai mi sarei aspettato larghe intese con un PdL il cui leader è accusato di corruzione, compravendita di senatori e sesso con prostitute minorenni. E da un partito del genere non mi aspetto nulla di buono. Diritti civili inclusi.

Per altro, dire che si farà una legge “sui gay”, significa tutto e niente. Anche in Sud Africa fecero, a suo tempo, una legge riguardante i neri. E pure Hitler legiferò sui diritti degli ebrei: togliendoglieli.

Visto il governo, non mi stupirebbe una norma siffatta: «una coppia gay non è famiglia, ma entrambi gli individui facenti parte possono prendere l’ascensore condominiale, purché ciò avvenga non in presenza di un minore». Cose così, insomma.

Io non mi fido. Almeno fino a prova contraria. Ecco.

Mangiate brioches e non toccateci Franceschini!

La notizia: dopo la manifestazione di ieri al Quirinale, per protestare contro la rielezione di Napolitano – presidente che per l’opinione pubblica ha la responsabilità di esser consustanziale al berlusconismo – un gruppo di partecipanti ha intercettato la presenza di Dario Franceschini in un ristorante. Da quel momento è partita una contestazione, feroce, contro il dirigente del Pd.

Leggo su Twitter e sui media le reazioni sdegnate e scandalizzate di amici e di esponenti politici. Termini e aggettivi come “squadrismo”, “aggressione”, “inaccettabile”, ecc, sono stati scomodati per definire una cosa molto più semplice: una contestazione.

Di cattivo gusto, sicuramente. Rabbiosa e disperata, come il momento che l’ha fatta nascere (e quindi bisognerebbe capire a chi dare la paternità del fatto, i cui partecipanti sono solo stati esecutori materiali). Ma non di certo “squadrista”, perché nessuno a fatto del male a nessun altro. A Franceschini non è stato torto un capello. Gli hanno semplicemente ricordato che “vendersi” a Berlusconi, con l’elezione di Napolitano, è percepito come l’ennesimo tradimento del Pd al paese. Tutto qua.

Poi posso concordare con voi che in troppi contro uno e per di più visibilmente impaurito non è proprio da cavalieri d’altri tempi. Ma appunto, lì occorrerebbe capire quando una cosa è opportuna o meno. Ma diglielo tu a un popolo, o parte di esso e per di più incazzato, di usare le buone maniere. Un tempo, forse, gli avrebbero consigliato di mangiare brioches. E si sa come è andata a finire.

Napolitano bis: Italia mummificata

Dopo le ore convulse di questi ultimi giorni per la rielezione del capo dello Stato, emergono alcuni fatti sui quali è bene soffermarsi e dai quali ripartire per comprendere le prossime mosse future della ormai devastata e disperata situazione politica nel nostro paese.

Andrò per punti.

1. Il Napolitano bis è l’emblema dell’Italia di oggi: inciuciona, gerontocratica, incapace di rinnovarsi, imprescindibilmente vecchia. In una parola soltanto: mummificata.

2. Il Partito democratico ne esce a pezzi – forse addirittura morto – e dimostra di essere quello che ho sempre pensato: il più grosso errore storico in Italia dopo fascismo e berlusconismo (di cui, a ben vedere, è solo una pallida emanazione).

3. Bersani adesso ha un grosso problema: deve restituire il voto per la sua coalizione a me e ad altri milioni di italiani/e che gli hanno dato fiducia. Anche se per l’ultima volta. E stavolta per davvero.

4. Il Partito democratico dovrebbe adesso eliminare la sua classe dirigente, quella proveniente dalla ex DC, dalla Margherita e dal PCI-PDS-DS. Ovvero: Bersani, Bindi, D’Alema, Finocchiaro, Letta, Franceschini, Fioroni, ecc. Ne va della loro sopravvivenza. Anche se, da come si sono messe le cose dalle elezioni in poi, mi sa che più che un auspicio, dovremmo cominciare a pensare a un epitaffio. Ma vedremo cosa accadrà adesso.

5. Berlusconi trionfa per l’ennesima volta: non ha più nemici interni, non ha più avversari esterni. Se dovesse vincere alle prossime elezioni (e le vincerà) avrà praticamente in mano un potere assoluto, complice anche un presidente del tutto compiacente quale Napolitano è stato (e sarà).

6. Grillo e il suo M5S rappresentano una grossa incognita: saranno capaci di concentrare il desiderio di cambiamento? Riuscirà il partito di Grillo a dotarsi di una classe dirigente capace di portare il paese verso una politica di rinnovamento reale? Si abbandoneranno certi toni per assumersi responsabilità politiche? A guardare personaggi come Crimi e Lombardi sembrerebbe di no. Ma anche qui dobbiamo solo aspettare.

7. La situazione attuale è diretta responsabilità di tutti gli attori politici attuali. Grillo e M5S inclusi. Militanti, elettori e simpatizzanti si facciano un bell’esame di coscienza. Se avessero sostenuto Bersani da subito, forse non si sarebbe arrivati a questo punto. E invece.

8. Rimasto Napolitano, bisognerà vedere cosa proporranno i partiti per superare l’impasse politica. Tramonta ogni ipotesi di collaborazione tra Pd e M5S. Aspettiamoci un “Monti bis”, un “Amato di nuovo qua”, un “Berlusconi quattro” (ma con le prossime elezioni) e la solita Italia di merda.

9. La dirigenza del Pd consegnerà il suo destino in mano a Berlusconi, il quale, come ha sempre fatto, farà saltare il tavolo al momento a lui più opportuno. Quindi se ne deduce che il Pd ha di fatto consegnato il paese a Berlusconi. E questo lo rende non solo invotabile, ma anche complice.

10. Vendola auspica un soggetto politico nuovo. E se ne sente il bisogno. Magari uno il cui simbolo ricordi quello del film Ghostbusters. Con i protagonisti tutti della seconda repubblica al posto del famoso fantasmino.

Per il resto, come ho già scritto almeno due volte, c’è da aspettare. Col timore di dover attendere, questa volta sì, la fine.

Grillo? Uno dei problemi del paese

Paese strano, il nostro: si toglie uno bravo dalle istituzioni per aver detto “troie”. Mentre la prostituzione politica rimane ben salda al suo posto.

Siamo pure un paese in cui non si può dire “troie”, ma si fa passare l’idea che l’omofobia sia una forma di libertà di pensiero.

Nel mondo, intanto, si fanno: il matrimonio egualitario, le politiche anti-crisi, i progetti per le energie pulite e rinnovabili, ecc. In Italia si va in chiesa, si ruba e si vota M5S.

A tal proposito: siamo di fronte a un’occasione storica. Abbiamo un parlamento profondamente rinnovato, con quelle forze che sono le principali responsabili del declino attuale – e alludo al PdL e Lega – ai minimi storici in quanto a presenze tra Camera e Senato. Dall’altra parte abbiamo un partito – il Pd – che ha non poche pecche da farsi perdonare, ma che grazie anche all’azione dei grillini sta dando prova di un tentativo di profondo cambiamento interno e politico. Il M5S, in altre parole, avrebbe l’opportunità di direzionare l’azione di un governo di centro-sinistra con un appoggio esterno determinante. E si potrebbero fare, in comune accordo con Pd e SEL, nuove politiche sul lavoro, sui diritti, sull’ambiente e le riforme necessarie in termini di gestione dello Stato, giustizia e legge elettorale.

Avrebbero, centro-sinistra e M5S tutto l’interesse di dimostrare al paese che una diversità c’è rispetto al berlusconismo fino ad ora dilagante in questo paese. E invece Grillo e i suoi supporter più ciechi si ostinano a voler bruciare quest’occasione unica, che forse non si ripresenterà in Italia.

Con il rischio duplice.

Il primo: se si andasse a votare, da qui a pochi mesi, potrebbe benissimo vincere di nuovo la destra e credo che non possiamo più permetterci un governo di forze politiche che hanno determinato fenomeni quali il bunga bunga e via discorrendo.

Il secondo: riportare, in caso di governo di larghe intese, quelle forze responsabili del declino di nuovo nella stanza dei bottoni.

L’intransigenza di Grillo e associati può solo produrre queste due alternative. A che pro? Per calcoli elettorali? Ma così si anteporrebbe il proprio tornaconto al bene di tutti e di tutte. Il vizio della “vecchia” classe politica, a ben vedere. E loro, i grillini, non avevano detto di essere “diversi”? Al momento tutto lascerebbe pensare l’esatto opposto. E invece avremmo bisogno, tutti/e indistintamente, di scelte coraggiose e di un nuovo corso per la nostra disgraziata democrazia. Grillo non lo capisce o non vuole capirlo e questa tornata di consultazioni lo dimostra sempre di più. E per queste ragioni credo che sia, insieme al suo movimento e arrivati a questo punto, non una soluzione ma parte integrante dei problemi che affliggono il nostro paese.

Grillo, quando sente parlare di cultura, mette mano alla pistola?

Credo che l’”invotabilità” per un personaggio di laida bruttezza istituzionale quale Beppe Grillo non stia tra i canoni classici di ineleggibilità di un candidato qualsiasi, ma sta racchiuso in poche e antiche parole: quel “vecchia puttana”, tanto per cominciare, che a suo tempo – nel 2003 – il leader dei Cinque Stelle indirizzò alla professoressa Rita Levi Montalcini, allora novantaquattrenne.

Un disprezzo verso la cultura, vista come espressione del vecchio senza comprendere che il nuovo di per sé non è un valore e che non coincide necessariamente con criteri rigidamente anagrafici. In mezzo a questo mettiamoci pure un linguaggio da cricca berlusconiana, da cui il comico si distanza per un fatto squisitamente prospettico: evidentemente per lui la donna è da etichettare in quel modo quando non rientra nei suoi canoni, mentre per certi simpatizzanti del PdL la donna è un oggetto da prostituire magari omologandola a certi canoni.

Il punto di vista è diverso, la vittima è sempre quella, la tristezza è tragicamente uguale. Ma siamo un popolo maschilista, per cui certe sottigliezze non appartengono all’italiano medio di qual si voglia schieramento.

Sta di fatto che adesso che la tragedia è vicina, il mondo degli intellettuali si mobilita per fare l’unica cosa che va fatta: un governo, e subito, per affrontare le emergenze reali del paese. Alcuni di questi hanno firmato un appello per fare in modo che il M5S dia la fiducia a un governo Bersani, magari con supporto esterno, per poter concretizzare quegli otto punti che ricalcano o richiamano il programma dei grillini. Secondo una logica di buon senso, per cui le forze presenti in parlamento dialoghino tra esse, in nome dell’interesse collettivo.

Vero è pure che Grillo si è presentato come voto anti-sistema, ma è pur vero che quel voto ha raccolto il consenso di quasi un italiano su quattro. Per gli altri tre italiani e più, il sistema è ancora valido. Va corretto nella sua applicazione pratica e su questo, credo, siamo tutti e tutte ampiamente d’accordo. Per questo si vede di buon occhio un accordo Pd-SEL-M5S. Non per fare inciuci, ma per fare del bene.

Grillo, al contrario, vede in questo invito alla ragione collettiva – e funzionale alla comunità – come uno scodinzolamento del mondo della cultura ai vertici del Pd. Accusando poi gli intellettuali di superbia, di mancanza di dubbio, di considerarsi detentori della verità assoluta: atteggiamento intollerabile, evidentemente, con chi pretende di possederla tutta.

Per Grillo gli intellettuali sono, in due parole, dei cani boriosi.

Sono tra quelli che, pur non avendo votato il M5S, ha sempre criticato coloro che dentro i partiti tradizionali hanno visto in quel movimento una sorta di riedizione del fascismo in salsa web. E credo tutt’ora che un governo di minoranza con l’appoggio esterno dei grillini sia salutare per i partiti, obbligati alla trasparenza, e al paese tutto.

Tuttavia, questo mettere mano alla pistola ogni qual volta si sente odor di cultura e la più totale sordità dei “dirigenti” stellati di fronte alle urgenze imposte dalla vita democratica e politica del paese in un balletto di dichiarazioni che, tra un insulto e l’altro, ripropongono marce sul parlamento – magari come ai bei vecchi tempi – qualche dubbio cominciano a farmelo venire. E il paese reale non ha certo bisogno dell’ennesima classe dirigente che per interessi di partito mandi in vacca le nostre vite. Magari solo per far dispetto a Bersani.