Ma Pd e M5S condividono la stessa arroganza

L’arroganza dei giovani parlamentari…

In questi giorni sono nel mirino dei piddini, che mi accusano di chiare aperture a Grillo e al suo partito – aspetto con ansia il momento in cui verrò tacciato dagli stessi di squadrismo e di propensione al fascismo – e allo stesso tempo da certa militanza grillina, che mi etichetta come servo del potere, alleato alle banche, alle mafie e tutta quella roba lì.

Premettendo che se fossi della casta non starei a perdere il mio tempo a rodermi il fegato per un’Italia migliore e non lavorerei in una scuola pubblica per 1300 euro al mese (quando ci sono, con contratto da precario), e aggiungendo che non credo affatto che il voto al M5S sia antidemocratico, cercherò di sintetizzare il mio pensiero andando per punti.

1. Non votare Grillo non significa necessariamente votare Pd o Forza Italia. Personalmente credo che non voterò fino a quando il quadro istituzionale non sarà più agibile. Tra una mandria di mentecatti guidati da mister Fuffa (Renzi), Forza Italia (che è un insulto di per sé) e una manica di esaltati che giocano a “cosa faresti a Boldrini se” preferisco, per ora, il nulla. 

2. Alle elezioni del 2013 è emerso chiaro un quadro che l’amore grillino per la democrazia doveva prendere in considerazione da subito. La coalizione di centro-sinistra, guidata da Bersani, era in vantaggio sulle altre. Democrazia voleva che si desse una chance a quella coalizione, anche attraverso una formula di appoggio esterno. Così non è stato ed è stato gioco facile per il Pd allearsi con Berlusconi.

3. Le rivoluzioni si fanno in due modi: o imbracci il fucile, o fai in modo che le tue idee diventino progetti fattivi. In entrambi i casi si fanno con le persone che sono disponibili, non con quelle che ti piacerebbe che ci fossero.

4. Fossi stato in parlamento non avrei mai fatto accordi con Berlusconi e in un panorama in cui si può formare un governo con me o con lui, avrei fatto in modo di orientare un esecutivo rendendolo somigliante a me. Il Pd ha colpe enormi, ragion per cui credo che perderà anche le prossime elezioni, ma non tutte dipendono dalla sua esclusiva volontà.

5. Si tacciano i deputati del M5S, come Di Battista, di arroganza. Ma a proposito di persone arroganti, ricordo agli elettori del Pd il caratterino tutt’altro che conciliante di un certo Scalfarotto, quando si è trattato di scrivere la legge contro l’omofobia. Quando le associazioni gli fecero notare che il suo provvedimento portava vantaggi al fronte omofobo, ha cominciato a insultare. Taccio sulla gradevolezza di Speranza, capogruppo dei dem alla Camera. Così, giusto per ricordare l’aplomb di certi giovani parlamentari, soprattutto se messi di fronte alla loro incapacità politica e alla loro inadeguatezza istituzionale.

6. Post di pessimo gusto su Facebook (vedi caso Boldrini), un bel “vecchia puttana” all’indirizzo di Rita Levi Montalcini, offese costanti a tutti coloro che non la pensano come il grande capo, l’incapacità di dialogare con le altre forze parlamentari e via discorrendo. Questi sono fatti e limiti oggettivi di un movimento che ha grandi idee e un grosso problema: Beppe Grillo. E visto che l’Italia ha già altri partiti di cui vergognarsi, il bambino capriccioso in mezzo agli adulti infimi era un lusso che non potevamo permetterci.

Concludo dicendo che chi mi conosce sa quanto io possa essere tenero con il Pd – che reputo, appunto, popolato di imbecilli, persone politicamente squallide e qualche idealista che ci crede ancora ma con la testa troppo dura – ma se, a suo tempo, avessi dovuto fare un progetto politico avrei cercato la sponda di chi ideologicamente mi è più vicino. Se mi chiudo sulla torre a vomitare merda su chiunque solo per far contente le mosche che mi ronzano attorno poi non posso lamentarmi se mi associano a una latrina (popolata, si sa bene, da stronzi).

Se passa l’italicum, chi (non) votare?

Rissa alla Camera dei Deputati

La legge elettorale fortemente voluta da Renzi e dall’evasore Silvio Berlusconi – ricordiamoci sempre che se diamo il 40-50% dello stipendio allo Stato è a causa di gente come lui – si frantuma già tra i mille distinguo che fanno di ogni provvedimento italiano un pasticcio all’italiana.

Nel merito, le premesse erano criticabili, ma in una logica di stampo europeo: premio di maggioranza al primo partito e soglia di sbarramento, come avviene in molte democrazie occidentali. Poi spunta il salva-Lega: se prendi un tot di voti in almeno tre regioni, entri uguale. E quindi, dopo che Scanzi ci istruisce sul probabile perché della ghigliottina applicata da Boldrini alla Camera, arriva il recupera-SEL: se sei il primo dei non eletti, per magia, vieni eletto ugualmente. E quindi il partito di Vendola entrerà in parlamento con un escamotage, permettendo anche ai post-fascisti di Fratelli d’Italia di fare altrettanto.

Più che una legge elettorale sembra una lista per entrare in discoteca. A ciascuno il suo PR. Ma va bene così. È la nostra democrazia. Malata, sbagliata, affidata a gente che a trent’anni ne dimostra settanta e a settantenni che non si rassegnano più a non averne trenta.

Emerge però un secondo aspetto, altrettanto tragico. La questione della dispersione del voto.

Con la legge attuale, così come la precedente, che era e resta una cagata pazzesca – e no, amici e amiche del Pd, non sto grillinizzando il mio linguaggio, ho solo citato Paolo Villaggio in uno dei vari Fantozzi – si deve scegliere tra due/tre coalizioni e un partito di dimensioni adeguate, per non disperdere il voto.

Adesso, io il Pd non lo voglio votare e non certo perché ideologicamente contrario, ma per una serena valutazione dei fatti: la legge contro l’omofobia di Scalfarotto, che protegge gli omofobi, il recente regalo alle banche di denaro pubblico, i soldi regalati (ottanta miliardi se non ricordo male) ai gestori delle slot machine, i sedici miliardi per i cacciabombardieri petecchia, nessuno straccio in tutti questi anni di una vera legge di tutela per le persone LGBT, la presenza di soggetti imbarazzanti come Speranza (a proposito di giovani in formalina), ecc.

Poi c’è SEL che resterebbe un’opzione se non si alleasse col Pd e se decidesse di evitare candidature imbarazzanti proprio come la presidente Boldrini che, al pari di Napolitano, più che garante sembra assumere giorno dopo giorno il ruolo di pedina del sistema. Ma se SEL andasse da sola sarebbe, appunto, un voto disperso.

Votare centro-destra non se ne parla nemmeno. Per me dare le proprie preferenze alla Lega è un atto criminale, ma come disse Giuliano Amato a proposito del World Pride del 2000, purtroppo c’è la Costituzione (e prima che qualche mio “amico” ex-berlusconiano e ora felicemente renziano si scandalizzi, lo scrivo qui a chiare lettere: è una provocazione, ok?). Votare Alfano o Berlusconi ha lo stesso senso di scomodare le abitudini alimentari delle mosche. Anche se sono miliardi, e buon per loro, ma io resto umano.

Resterebbe il M5S, che va bene come voto arrabbiato – la rabbia è un sentimento degno di rispetto, ma nell’ottica di una scelta non pragmatica e di protesta (e qualcuno lo spieghi a quegli idioti piddini che pensano “devi scegliere me, il tuo voto mi appartiene”) – ma mi lascia basito vedere l’ignoranza politica di chi ancora oggi pronuncia motti come “boia chi molla”, per non parlare di certe perle del leader, come quel “vecchia puttana” a Rita Levi Montalcini e cose così.

Per questa ragione penso che il vecchio mattarellum, magari col doppio turno e senza quota proporzionale, fosse (e rimane) il miglior sistema possibile. Voti il candidato (o la candidata), lo leghi al territorio, scegli persona e programma. Per dire, se il M5S candidasse una persona degna di stima nel mio collegio non avrei problema a votarla, idem per SEL o addirittura per il Pd (ma qui sconfiniamo nel fantascientifico). Ma il voto al progetto, quando i risultati dello stesso sono sotto gli occhi di tutti e tutte, quello no, è irricevibile.

E allora cosa deve fare chi come me ha ancora il sentore di una coscienza civica ma rimane desolato di fronte al deserto culturale che popola i partiti attualmente presenti nel panorama istituzionale italiano? Scegliere la rabbia o programmare quel viaggio a Lisbona che è da tanto che vuoi fare, assaporando per qualche tempo l’illusione di vivere in un paese civile?

Il dilemma resta tutto. Per fortuna non devo andare a votare domani.

Legge elettorale: Renzi fa fuori SEL e salva la Lega

Matteo Renzi fa fuori SEL e salva la Lega

Riassumendo: Renzi ha ridato legittimità democratica a Berlusconi, che invece dovrebbe soggiornare nelle patrie galere. Questo per rispettare milioni di italiani e italiane che le tasse le pagano davvero e ne pagano troppe proprio perché c’è gente che come il nostro amato ex premier ha evaso come se non ci fosse un domani. E, udite udite, per molta gente il domani rischia di non esserci. Per altri e altre, invece, non c’è più.

La proposta di legge nata dal “bacio” tra Renzi e Berlusconi prevede la definitiva distruzione dei piccoli partiti e in buona sostanza della sinistra. Perché il provvedimento includerà una norma salva-Lega, anche se è un piccolo partito, con una sorta di premio di rappresentanza su scala regionale.

Per cui Renzi vuole una legge che escluda SEL e i partiti di sinistra ma che permetta a forze razziste e omofobe di presenziare nelle istituzioni.

In tutto questo SEL – ormai ridotto al rango di partito-farsa – invece di fare il diavolo a quattro, far cadere (o almeno minacciare di farlo) tutte le giunte nelle quali governa con i piddini, si limita a rimanere sospesa nell’incertezza di confluire nel Pd o se regalargli i voti a partire dalle prossime tornate elettorali. Dare i voti a chi, ricordiamolo, vuole portare in parlamento ancora una volta Berlusconi e un partito che lancia banane a Kyenge e finocchi a Zan. Così tanto per ricordare di chi stiamo parlando.

Quindi si profila, a partire dalle prossime elezioni, l’apocalittico scenario per cui o voti Berlusconi, o voti i loro migliori alleati – Renzi in primis – o scegli chi porta voti a Renzi, oppure chi si ribella a tutto questo o non voti affatto, se chi si ribella non ti convince.

Personalmente, al momento so che non voterò una coalizione che abbia al suo interno il Pd. Fosse non altro per senso del pudore.

Matteo Renzi, tra profonde sintonie e persone per bene

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la profonda sintonia del Pd con Berlusconi

Michele Serra sull’incontro tra il segretario del Pd e Berlusconi ha scritto un’amaca in cui afferma due cose, una vera e una irricevibile.

Quella vera: il Pd è da vent’anni che inciucia con il leader di Forza Italia e ci ha fatto ben due governi insieme. Che Renzi riceva Berlusconi rientrerebbe dunque in una continuità di relazioni che caratterizzano la politica di quel partito.

La cosa irricevibile: in virtù di quei vent’anni di inciuci in cui niente è stato fatto per il bene di questo paese, questo incontro è un bene poiché pone le basi per la rinascita (l’ennesima) dell’Italia.

Su questa linea si collocano tutti i renziani, per cui Berlusconi è il leader della destra e in democrazia le riforme e le leggi elettorali si fanno con il contributo di tutti.

Tutto questo discorso cozza con alcuni elementi reali che sarebbe bene ricordare:

1. il leader della destra italiana non è un leader normale. Non è un Cameron o una Merkel, per intenderci. È un signore sceso in campo per evitare la galera, ha rovinato il paese e la legge lo ha per altro ritenuto colpevole di evasione fiscale;

2. la destra attuale ha cambiato la legge elettorale senza aver coinvolto la sinistra. Basta pensare al “porcellum”. Ancora una volta Renzi dimostra la subalternità della sua parte politica a una cultura che nega sostanzialmente i valori della Costituzione: la sua storia lo dimostra;

3. non è la prima volta che per il bene del paese si è coinvolto il leader della destra per ottenere riforme condivise da tutti. Ricordate la bicamerale? Berlusconi, già dato per spacciato, venne risollevato, rovesciò il tavolo delle trattative e durò altri vent’anni. Perché adesso non dovrebbe essere così?

4. Il Pd ha scelto una forza del 20% per cambiare la legge elettorale e fare le riforme. Dimenticando le altre forze presenti in parlamento, che rappresentano il 50% della popolazione italiana. Mi chiedo per quale ragione un evasore è ritenuto più affidabile di un Vendola, di un Monti o dello stesso Grillo (che è fuori di testa, ok, ma se in democrazia si deve parlare con tutti ci devono spiegare perché non parlare anche con un partito accreditato al 21/22%).

Concludo queste riflessioni con un dato. Personale. Guadagno, al lordo, quasi duemila euro al mese. Ne percepisco appena milletrecento. Do allo stato più di seicento euro di tasse mensilmente. Se gente come Berlusconi pagasse quanto gli spetta, forse sarei più ricco.

Renzi, ricevendo Berlusconi, ha dato uno schiaffo a questa realtà, offendendo milioni di contribuenti che le tasse le pagano (magari ancora illudendosi che sia un dovere pubblico, per il bene comune).

Chi pensa che aver ricevuto un delinquente sia un fatto di democrazia, in verità non la ama. È il classico italiano spaghetti-mafia-mandolino. È parte del problema, non certo la soluzione.

Come aiutare Berlusconi? Dite che non cambia nulla

Continuo a leggere che con la decadenza di Berlusconi non cambierà nulla. Credo si tratti del solito disfattismo all’italiana, tipico soprattutto di una certa parte politica – che si colloca a sinistra – per cui tutto deve essere vissuto nel segno del disfattismo, anche quelle che si profilano come vittorie.

Perché aver accompagnato il “Cavaliere” o ciò che ne rimane alla porta delle istituzioni non è un fatto come tanti, ma una svolta epocale nella storia del berlusconismo stesso.

Innanzi tutto per l’aspetto simbolico della cosa. La famosa (e famigerata) “discesa in campo” del leader di Forza Italia aveva come fine quello di creare una larghissima impunità – oltre che una fattiva immunità – attorno alla sua figura. Dopo vent’anni sanguinosi la decadenza segna il fallimento concreto di quella parabola politica. A livello simbolico non è poco, né sotto la lente dello sguardo pubblico né nella percezione del destinatario stesso della sentenza. Il quale, se fosse vero che poco o nulla cambia con la decadenza, non avrebbe fatto il diavolo a quattro per evitare quanto è invece avvenuto.

Poi c’è il dato democratico. Ci lamentiamo spesso, in Italia, che non ci sia la certezza della pena e, quindi, la garanzia della legalità e del diritto. La decadenza va a favore proprio di quest’ultimo concetto. Anche i potenti, se sbagliano, finiscono in tribunale dove, se dichiarati colpevoli, devono scontare una condanna come qualsiasi altro cittadino. Vi sembra poco? A me per niente. Poi certo, possiamo aiutare il cittadino Berlusconi, adesso delinquente comune, a uscirne fuori costruendogli addosso questo alone di inefficacia giudiziaria, che a ben guardare è il mantra recitato a mo’ di rosario dalle Santanché, Comi, Mussolini e dai Bondi, Capezzone e Gasparri della situazione. Poi ci chiediamo perché la sinistra in questo paese non vince mai…

Terzo aspetto, il lato pratico. Berlusconi per sei anni perde ogni facoltà di candidarsi. Può rimanere il leader del centro-destra, siamo d’accordo. Ma non sarà lui a spingere i bottoni, dentro i palazzi. E per una personalità siffatta, che non riesce a delegare – e la delega, ricordiamolo, è una delle anime della democrazia – la cosa può essere addirittura usurante. Così come può essere problematico per chi, dentro il suo partito, dovesse fare il prestanome in sua vece. Ricordiamoci tutti cosa è successo ad Angelino Alfano.

E non dimentichiamoci ancora che ci sono altri processi in corso, a cominciare dal caso Ruby. Cade l’immunità, il legittimo impedimento, il castello di leggi ad personam efficaci se si ha lo scudo della permanenza a palazzo. A voi sembra davvero che sia tutto come prima? Liberi e libere di pensarlo, ma sappiate che state dando una mano enorme a un individuo che dovrebbe invece essere relegato all’oblio democratico e, possibilmente, assegnato ai servizi sociali. Come da condanna.

I radicali non abitano più qui

Volevo firmare i referendum dei radicali. Poi lo ha fatto Berlusconi, raccogliendo il loro plauso. Ne deduco che possono fare a meno del mio sostegno.

E aggiungo: io penso che i magistrati in Italia andrebbero tutelati, visto che negli ultimi vent’anni sono stati gli unici reali tutori della tenuta democratica del Paese: e cito solo la demolizione della legge 40, tanto per avere un’idea di cosa stiamo parlando. Invece anche i radicali si sono accodati all’idea berlusconiana che il problema non è chi fa reati, ma chi condanna i colpevoli. Bell’esempio di civiltà.

Mi fa male vedere come si sia svenduta una causa giusta per un po’ di pubblicità, dando la possibilità a un condannato di distruggere ancora una volta i cardini dello Stato di diritto. Consiste in questo la loro idea di legalità?

Per il resto, rimando integralmente alla lettura del post di Gilioli sull’Espresso in merito a quest’ennesima buffonata mediatica.

I radicali si prenderanno tutta la responsabilità di portare avanti una battaglia con chi è l’incarnazione della sua negazione. Tanto il leader del PdL sposta masse consistenti di elettorato di centro-destra, conservatore e filoclericale. Non avranno bisogno della mia firma oggi e del mio voto domani.

Pd. Meno elle. E più berlusconiano che mai

La dinamica dell’azione politica del Partito Democratico è molto semplice. Si parte dal presupposto che bisogna affrontare una questione e superare l’eventuale ostacolo che insorge. E il Pd quindi elabora idee e spende energie per trasformare l’ostacolo in norma e per mantenere inalterata la questione. Adducendo giustificazioni sostanzialmente imbecilli, per difendere l’indifendibile

Cercherò di essere schematico.

È già successo con la questione dei diritti per le persone LGBT.

  • La questione era: occorre dare diritti e tutele a vario titolo a gay, lesbiche, bisessuali, trans, ecc.
  • L’ostacolo: la matrice cattolica del partito, che poi rappresenta (secondo loro) la comunità dei fedeli del paese non è d’accordo.
  • La soluzione: si fa una legge, come quella attualmente in discussione sull’omofobia, che permetta all’ala cattolica del partito di essere omofoba e non si danno reali garanzie ai/lle destinatari/e del provvedimento in questione.
  • Giustificazione: il governo di larghe intese prevede che anche il PdL possa dire la sua in merito e poi meglio poco che nulla.

In passato è successo coi DiCo. I gay e le lesbiche volevano un provvedimento che riconoscesse le loro unioni di fronte allo Stato. Il Pd elaborò un DL che sanciva, invece, per legge che due gay o due lesbiche non costituivano una coppia. Queste “non coppie” potevano avere determinati diritti, ma dimezzati, a condizione che dimostrassero una moralità maggiore rispetto alle coppie sposate – per cui i diritti arrivano invece subito e per intero. Con la giustificazione che bisognava assecondare anche le idee degli omofobi, pardon, del cattolici. E poi, va da sé, meglio poco che nulla.

Adesso succede con l’ennesimo ddl salva-Berlusconi, stavolta firmato da Zanda e da altri senatori democratici. Ripercorriamo lo schema appena proposto.

  • Questione: Berlusconi, in quanto accusato e giudicato da un tribunale di aver commesso reati, non può più sedere in Parlamento.
  • Ostacolo: il PdL è un alleato di governo, per cui se Berlusconi viene condannato a essere ineleggibile, il PdL fa saltare il governo.
  • Soluzione proposta: cambiamo la legge e, tramite l’incompatibilità, permettiamo a Berlusconi di rimanere in Parlamento per almeno un anno… (poi magari cade il governo, Berlusconi viene rieletto e si fa una legge apposita che lo salverà definitivamente).
  • Giustificazione: la legge esistente è vecchia va rinnovata, con una più moderna (sì, eliminando la pena e sostituendola con un favore a chi la pena dovrebbe scontarla).

Quest’altra perla di politica piddina si aggiunge a una lunghissima serie di favori fatti al leader della destra italiana. Epifani si difende: la proposta è vecchia di un mese. Non si rende conto, evidentemente, come questa dichiarazione aggravi la posizione del suo partito. Evidentemente dentro il Pd vogliono prevenire l’azione della giustizia con leggi ad personam che, stavolta, arrivano addirittura con l’avallo dell’elettorato del centro-sinistra. E pensare che con il voto sulla sospensione dei lavori parlamentari pensavamo di aver raggiunto il colmo…

Credo che i tempi siano maturi per la fusione tra Pd e PdL. Finalmente ex compagni e supporter di Silvio potranno stare tutti in un’unica squadra. E, tanto per ritornare sul discorso d’apertura, potranno pure essere omofobi, senza sensi di colpa.

I due no a Bersani e a Rodotà

La gente vuole Rodotà. L’opinione pubblica, l’elettorato del Partito Democratico di SEL e del MoVimento 5 Stelle, guardano con favore alla sua elezione. Oggi su Twitter Paolo Flores d’Arcais ha scritto a chiare lettere che l’elezione del giurista aprirebbe la strada anche ad un’intesa tra Pd e M5S per il governo. La società civile sarebbe più felice e si sentirebbe finalmente rappresentata anche sullo scranno più alto delle istituzioni italiane.

Basterebbe dire solo sì e il nodo che ci ha portati all’inazione, per tutti questi mesi, si scioglierebbe in un colpo. Condannando Berlusconi a una permanenza all’opposizione che per lui sarebbe solo logorante. E invece…

Ma vogliamo analizzare fino in fondo le ragioni di questa ennesima impasse?

Ieri Grillo ha negato il sostegno a Bersani, facendo tornare in campo lo spettro delle larghe intese e consegnando al leader del PdL un potere fortissimo di veto su ogni decisione futura. E non ne sentivamo di certo la necessità.

Oggi Bersani e i suoi non riescono a vedere oltre se stessi e il grigiore istituzionale che rappresentano, riuscendo a dialogare solo con quelle forze politiche che rappresentano il passato e l’attuale sfacelo dell’Italia.

Quando bastava semplicemente dire due sì: ieri al governo di Pd e SEL e oggi a Rodotà presidente. E invece.

Pokarekare Ana

La buona notizia: la Nuova Zelanda ha approvato oggi il matrimonio egualitario. Il mondo civile è sempre più grande.

Dopo l’approvazione della legge gli attivisti e le attiviste presenti in parlamento hanno intonato “Pokarekare Ana”, una canzone d’amore in lingua maori.

Adesso aspettiamo l’ok definitivo da parte di Francia e Regno Unito. In Uruguay, la legge sul matrimonio aspetta di essere firmata dal presidente della Repubblica.

Mentre il mondo va verso il futuro, qui in Italia – unico paese occidentale dell’UE a non aver approvato nemmeno una legge contro i crimini d’odio – i partiti “tradizionali” (e tradizionalisti) consumano l’ennesimo inciucio a dispetto della volontà popolare sull’elezione del prossimo presidente della Repubblica. L’opinione pubblica vorrebbe Rodotà il quale, tra le altre cose, è pure aperto alla questione dei diritti civili. Il Pd, invece, ha scelto il cattolico (e poco gay friendly) Franco Marini. Che, pare, tanto piace a Berlusconi. Questa era la cattiva notizia.

P.S.: si ringrazia Donata Ferrante di I-Ken Avellino per la segnalazione.

Oggi su Gay’ Anatomy: “Al Quirinale voglio…”

In questi giorni convulsi, in cui non si vede uno spiraglio certo per la sorte del governo Bersani, destinato a navigare a vista nei tempestosi mari del Senato, la più alta carica dello Stato fa gola a molti, a cominciare da quel Berlusconi che già grida al golpe, perché secondo la sua lettura della Costituzione non sarebbe possibile una tripletta tutta a “sinistra”, insieme alla presidenza delle due camere già assegnate a Grasso e Boldrini.

Ignora, re Silvio, che ci sono diversi precedenti che assegnano alla maggioranza di governo non solo Montecitorio e Palazzo Madama, ma anche il Quirinale. Sarebbe il caso che qualcuno glielo ricordasse. Anche perché sarebbe gioco facile, per il PdL, sostenere adesso il Pd, ottenere la presidenza della Repubblica, ribaltare il tavolo, tornare a votare e fare l’en plain, tra esecutivo e altri palazzi, una volta tornati al governo. Per non parlare del fatto che un presidente in quota PdL farebbe passare qualsivoglia “porcata” di un futuro governo berlusconiano. E, in caso di governo Bersani, rallentare la sua azione con continui rimandi alle camere.

In questo quadro così complesso, perché scegliere Emma Bonino come futuro presidente della Repubblica? Scoprilo su Gay’s Anatomy.